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9. Educare come atto d'amore e di riconoscimento interiore (Fedro)

Abbiamo visto che il problema dell'educazione delle nuove generazioni ateniesi era al centro degli interessi sia di Socrate che di Platone. Vorrei, in questo post, approfondire l'argomento che troverà la sua più completa espressione nei grandi Dialoghi prettamente dedicati alla gestione dello Stato Buono: se noi vogliamo parlare di "educazione" approdando a ciò che dirà Platone nella Repubblica e nelle Leggi sulla necessità di istituzionalizzarla sotto il controllo dello Stato, non possiamo evitare di passare dal come si presentavano le cose al tempo di Socrate, da cui la riflessione di Platone partì.


Al tempo dei nostri due pensatori, la formazione culturale del bambino che lo accompagnasse sino a farne un giovane adulto non era propriamente istituzionalizzata. I figli di chi poteva permetterselo imparavano le cose basilari eventualmente con l'aiuto di un Grammatico, una specie di maestro elementare, per poi essere accompagnati da un Pedagogo, una specie di educatore privato. Era la famiglia a preoccuparsi di trovare anche ulteriori figure che ampliassero le esperienze formative dei loro ragazzi: musici, maestri di ginnastica eccetera... Lo si nota, per chi avesse letto il Lachete da me segnalato nel post 8, dove due padri di famiglia chiedono appunto consiglio sul da farsi riguardo all'educazione dei loro figli adolescenti.


Esisteva però anche un'altra possibilità, per un adolescente, di assicurarsi una formazione completa e di alta qualità non dipendente dall'approvazione o dalle risorse della sua famiglia d'origine: il giovane poteva accettare di essere preso in cura da un adulto che, in cambio della sua amicizia, si preoccupava di dargli questa opportunità. E' inutile negare che qui si parla di un tipo di amicizia che coinvolge anche l'intimità sessuale. Platone parla di questo tipo di relazioni in svariati Dialoghi. Io preferirò riferirmi a questo discorso usando l'espressione "giovane anima" quanto più possibile e cercando di astrarre il senso di quanto viene detto.


Già nel Simposio (post 2) Platone aveva parlato del desiderio amoroso (Eros) come un primo scalino di un'ascesa che permette all'anima di chi ama (amante) l'amato di amore genuino e stupefatto, di pervenire all'Idea di Bellezza, collegata ad altre Idee ed al loro mondo. Nel Simposio il discorso ruota attorno alla possibilità dell'anima umana buona (=ricettiva nei confronti di Eros e all'Idea del Bello) di elevarsi verso una dimensione che va oltre il corporeo, anche se è l'aspetto corporeo della Bellezza il primo livello ad essere toccato per primo, attraverso il sistema sensoriale. Qui il discorso era concentrato al tema: elevazione dell'anima dal corporeo al Mondo delle Idee.


Nel Fedro, la tematica si concentra anche sul "ritorno sociale" che quest'esperienza di elevazione significa e collega il concetto di Eros al tema della "formazione pedagogica del giovane in quanto realizzazione del suo più autentico potenziale". Tale "vera educazione" non può essere messa in mano né a maestri a pagamento né a nessun altro se non ad adulti profondamente legati, genuinamente interessati e personalmente motivati a consentire il pieno sviluppo della personalità del giovane amato, educando cioé la sua anima. Nel post 7 di questa serie avevo accennato alla metafora della biga alata e promesso un ulteriore approfondimento per poter apprezzare intero questo bellissimo Dialogo. E' quello che faremo ora. Dopo aver descritto la biga ed il suo volo, Platone lì proseguiva dicendo quanto segue, sempre usando un linguaggio ispirato e fascinoso che abbiamo già notato nel Simposio e nel Fedone:


L'anima che sia riuscita a gestire i suoi due cavalli ed abbia visto l'Iperuranio, anche se per poco, è destinata a reincarnarsi, alla fine del ciclo della sua esistenza nell'Aldilà, in un uomo dedito alla ricerca filosofica. Faticosamente ed anche stimolata dagli esempi in cui si imbatte nel mondo del corporeo, essa sente in sé riaccendersi il ricordo dell'Idea della Bellezza (che è collegata all'Idea del Buono, del Giusto, della Sapienza ed, in generale, all'esistenza del Mondo delle Idee). Innamorandosi e lasciandosi prendere dalla smania di quell'amore (=lasciandosi trasportare in alto da Eros), la sua anima vedrà rigermogliare le ali che aveva perso nella caduta nel Mondo di Qua. E' così che essa avrà la possibilità di plasmare la sua vita terrena secondo la Verità, essendo la vita terrena costruita sulla base di scelte individuali che dipendono dal carattere, ed essendo il carattere non un destino che l'uomo subisce passivamente, ma la conseguenza di qualcos'altro. Che cosa?


Il carattere di un uomo è la realizzazione della sua "predisposizione". Essa dipende e riflette il carattere del dio il cui carro la sua anima/biga ha inseguito (scelto di inseguire) nella sua corsa nell'Aldilà. L'uomo che conosca se stesso (=la sua anima) sa a quale dio egli deve la sua predisposizione, e questa "conoscenza" di sé lo aiuta a realizzarsi. E non solo: lo mette anche in grado di essere attratto da determinate anime dalla simile predisposizione.


Egli, quindi, innamorandosi "riconosce" nell'anima della giovane persona amata il suo simile, ovvero quella stessa predisposizione/potenzialità - che altro non è se non il dio di cui l'anima del giovane inseguirà (dopo la nuova morte del corpo) perché ha già inseguito (prima della nascita della presente vita) il carro - e cercherà di educarla facendola sviluppare in sintonia con quel dio, che è poi anche quello della sua stessa corsa.


Il simile attrae il suo simile, aveva detto anche nel Simposio. Sicuramente molto di questa immagine e del senso generale del comportamento omofilo consentito solo tra persone adulte e giovani in formazione, e non tra adulti coetanei, risente del peso che avevano avuto le eterìe nella cultura arcaica. Traccia di queste abitudini la ritroviamo anche nella poesia lirica di più di un secolo antecedente a questo periodo.


Nel Fedro, quindi, l'amore è un nobile sentimento fondato sul riconoscimento di sé e dell'altro in quanto simile a sé, la meravigliosa scoperta di un'intima comunanza perché comune è l'origine di entrambe le anime, quindi la realizzazione di entrambi i destini, terreni ed ultraterreni. Tale comunanza va Aldilà delle semplici pulsioni sessuali del corpo, ma non nel senso di rinuncia e sublimazione, come ha voluto quella tradizione che parla di "amor platonico": più semplicemente, sembra che Platone dica che, dopo aver superato una prima fase di amore passionale legato al corpo, l'amore diventa uno scambio, un restituire all'anima dell'altro ciò che l'altro, con il suo essere stato percepito parte della Bellezza, è riuscito a disvelare e far raggiungere. L'amore (Eros), quello vero, fa rispuntare le ali all'anima precipitata nel corpo, la aiuta a trascenderlo ed a realizzare il proprio potenziale facendo riprendere il controllo sulla propria vita e sulle proprie scelte nel pieno rispetto di ciò che si è veramente, aiutando chi ama ad aiutare chi è amato a fare lo stesso. Amare, diremo noi, significa crescere e realizzarsi insieme, l'uno grazie all'altro


Quindi educare è, nel Fedro, un atto di amore perché è un atto di profondo rispetto nei confronti dell'anima amata, non imposizione meccanica ed impersonale di contenuti standartizzati: la relazione formativa è fondata su una sintonia interiore e profonda, lì dove chi ha più esperienza di sé e della vita percepisce nell'altro le sue predisposizioni ed adegua il rapporto educativo-formativo in funzione di quelle. Per rispetto appunto: Platone direbbe "per amore".


Nella pubblicazione del Prof. Reale (https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf):


Fedro - pag 535


Simposio - pag 481


Cristina Rocchetto

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