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10. La Verità: indicibile o solo inscrivibile? (1)


Nello scorso post abbiamo lasciato Platone alle prese con i Sofisti. Ormai uomo maturo, ritornato dai viaggi forse in Egitto e Magna Grecia, sicuramente in Sicilia, luoghi natali della scuola pitagorica e della scuola eleatica (di Parmenide e dei suoi discepoli), in procinto di fondare lui stesso una scuola ad Atene, con il Menone Platone sembra oltrepassare il limite entro cui si muoveva la dialettica socratica e, dall'assunto dell'immortalità dell'anima, pervenire al concetto di "conoscenza come reminiscenza" combinato alla visione di una Verità esistente in un "Aldilà dal mondo corporeo", una dimensione ultresensibile di immortalità ed eternità a cui appartiene anche l'anima. Tale dimensione non è espressa ovunque tramite immagini metaforiche, ma è trattata a seconda dei casi come fondamento vero o verosimile di tutto il modo con cui Platone arrivò a spiegarsi come possa l'uomo, parte di un mondo incerto ed in continuo divenire, avere certezza di poter pervenire a conoscenze vere e non ad ombre di conoscenza. E' bene quindi tentare di coglierla per quanto possibile nelle sue distinzioni, anche per dare ragione delle tante linee interpretative da cui Platone può essere letto.


A quanto ho cercato di dire con la dovuta cautela fin qui, il Socrate storico non si era mai interessato a fondare meglio i presupposti riguardanti il suo metodo maieutico: egli "cammina" discutendo razionalmente/dialetticamente in compagnia dei suoi interlocutori e del suo dèmone. Platone accetta che la vita terrena del filosofo sia un "essere in cammino". Ne consegue che, come per Socrate, anche per Platone il "maestro filosofo", educatore dell'anima, non non ha  dottrine/sapere da insegnare/trasmettere in termini definiti, quindi riassumibili almeno in un testo scritto.


Ponendo però, all'orizzonte, una luce abbagliante - irraggiungibile nel mondo "di qua", ma che l'uomo riconosce attraverso il "ricordo dell'anima" - egli fonda quel sapere su qualcosa di vero e fa del "sapere" essenzialmente un "ricordare" qualcosa che l'uomo già sa dentro di sé. A questo punto, Platone lascia il Socrate storico e racconta in vari Dialoghi che l'anima dell'uomo (soprattutto di quello amante della Sapienza, del filo-sofo, come, in funzione dell'argomento, specifica nel Fedro) avrebbe visto la Verità durante il tempo trascorso nell'Aldilà; di questa visione, tali anime, reincarnatesi in esseri umani (e solo quelle, perché solo l'uomo possiede la facoltà, comune a tutti gli uomini come potenzialità, del pensiero razionale), serbano memoria nel loro profondo. A riattivare quella memoria, riportandola a galla, ovvero allo stato di coscienza saranno:


a) la buona educazione (l'arte maieutica di un buon maestro come Socrate applicata soprattutto tramite lo stimolo del metodo dialettico di cui la forma scritta del dialogo cerca di essere lo specchio OPPURE un programma educativo completo messo a punto dal governo di uno Stato ideale, se ci riferiamo al senso di testi quali la Repubblica e le Leggi)


b) e la vista di cose belle (per la loro somiglianza e partecipazione all'Idea del Bello a cui Eros naturalmente tende, come veniva detto nel Simposio e nel Fedro)


Due vie, direi, offerte all'uomo per cogliere l'una, razionalmente/dialetticamente, i concetti; l'altra un qualcos'altro connesso ad un piano di essenziale Bellezza/supremo Equilibrio che, sebbene rimanga di per sé indecifrabile e probabilmente solo una questione di fede per la propria coscienza (se seguiamo il Fedone), rappresenta nell'uomo quella luce che gli permette di dare senso ad un comportamento morale corretto e congruente durante la sua vita terrena, in vista di quella ultraterrena della sua anima. In questo secondo caso soprattutto, "conoscere" - che per un Greco significava in generale "vedere, disvelare" - implica senz'altro una forma di conoscenza come visione immediata ed intuitiva che vede/va oltre ciò che il ragionamento raggiunge con la sua logica fatta di parole e che può essere riportato per iscritto in termini razionali/dialettici.


Articolerò il discorso in due parti, concludendo questo primo post con la prima:


1) IL PIANO DELLA VERITA' SUPREMA

Nei Dialoghi della fase più matura per ora esaminati, il Fedone, il Simposio ed il Fedro, abbiamo effettivamente riconosciuto la presenza di un linguaggio diverso scelto da Platone nel momento in cui si trova a voler parlare di essa, alla quale chiaramente non si perviene tramite la seppur serrata dialettica. Alla fine del Fedro, anzi, Platone attesta chiaramente che della Verità non si può "scrivere"; mentre nel Fedone ammette che forse le ipotesi sull'immortalità dell'anima sono solo ipotesi, ma che è bello e fa bene crederci, poiché su di esse di basa la scelta di un "comportamento retto secondo coscienza". Di questa Verità ne parla in termini di luce, interezza, bellezza, equilibrio, immobilità... termini che ricordano un po' il linguaggio di Parmenide, un filosofo del VI sec. a.C. vissuto ad Elea, in Magna Grecia (la nostra Italia meridionale) a cui Platone tra l'altro dedica un Dialogo che non nominerò in questa serie. Quindi, in che senso cosa effettivamente sia l'Iperuranio, quale forma di esistenza abbiano le Idee, se le idee che presiedono le scelte di comportamento morale (l'Idea di Bellezza, di Giustizia, di Bontà eccetera) siano sovrapponibili ai Numeri o all'Uno rimangono (e vorrei vedere!) cose avvolte nell'indeterminatezza, poiché Platone, quando si spinge verso la dimensione più alta della sua visione filosofica del mondo e della vita, si muove in maniera cauta, dicendo e non dicendo, addirittura quasi negando, almeno in apparenza, come giocasse a nascondino, cosciente di trattare argomenti  circa i quali all'uomo ancora vivente perlomeno non può essere data l'ultima parola, men che meno lasciandone testimonianza scritta. Il motivo della non "trascrivibilità"è alla base della generale scelta di scrivere dialoghi: modi, cioè, che Platone scelse con il preciso intento di mandare, sottolineano alcuni studiosi, messaggi aperti, interagire, quasi, con il suo lettore anche futuro, lui che nel Fedro afferma di fidarsi così poco della parola fissata per iscritto, se non come di una specie di "gioco" per riattivare la memoria di ciò che si sa già. E nel Timeo, quando parla della genesi del mondo materiale per opera del Demiurgo e tutto il resto, mette il discorso in bocca non a Socrate, ma al pitagorico Timeo, che premetterà di trattare di cose "verosimili", poiché all'uomo vivente non è concesso sapere/parlare con certezza della Verità ultraterrena.

(segue)


Cristina Rocchetto

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