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Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu


Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu
Prof. Luigi Gaudio
L’autore
L’esperienza della prima guerra mondiale ha segnato chi l’ha fatta. Spesso si trattava di persone che erano profondamente convinte della bontà o necessità dell’intervento. La guerra ha ispirato scrittori come Jahier o Remarque, poeti come Ungaretti, pittori come Otto, cineasti come Kubrick e Olmi, anche se il suo Torneranno i prati non mi è piaciuto tantissimo, stavolta, come altri suoi film. D’accordo la fotografia in un film, ma il pregio di una pellicola non può fermarsi ad essa.
Lussu è un personaggio poliedrico, che diventerà anche un importante antifascista e uomo politico. A me sembra che si possa cogliere proprio in questa sua predisposizione all’analisi delle problematiche del potere la cifra che rende unico questo testo rispetto al lirismo di Jahier, alla riflessione sull’uomo di  Remarque o del film  Noel, alla sintesi poetica di Ungaretti, all’espressionismo di Rebora e Otto, all’indagine medico-psichiatrica dell’ottimo documentario “Scemi di guerra”.
Insomma, quello che caratterizza questo testo, a mio parere è la denuncia. Credo che niente possa far capire meglio l’assurdità della strategia militare di Cadorna quanto questo libro. Siamo troppo abituati a ricordare con l’enfasi del 4 novembre o della vittoria mutilata le vicende belliche per renderci conto di quanto realmente avvenne durante quel conflitto: una carneficina di giovani, spesso costretti a combattere la prima guerra tecnologica della storia guidati da generali che,magari, inconsapevolmente, adottavano metodi di combattimento inadeguati. 
Questo vale per molti schieramenti in campo, e tanto più per gli italiani, dotati di mezzi assolutamente insufficienti ad affrontare un conflitto con queste caratteristiche. Da ciò nasce il romanzo autobiografico di un ufficiale, che quindi si è arruolato, per scelta, con grande consapevolezza e convinzione per quello che stava facendo, in un esercito di cui riconosce i limiti, soprattutto, degli armamenti e dei comandanti.

Il titolo
Il libro infatti è la narrazione in prima persona di ciò cui assiste il narratore in un anno di combattimenti, trasferimenti e posizionamenti in trincea sull’altopiano di Asiago, teatro degli scontri di italiani e austriaci. 

Uomini contro
Dei due film ispirati da questo romanzo il più fedele è Uomini contro, che condivide questa scelta dell’autore di denunciare come appunto i soldati fossero delle pedine in mano a burattinai inesperti (certo, non solo in quella guerra) destinati ad essere più contro qualcosa o qualcuno, che non per.

La grande guerra
Tuttavia non è da dimenticare un altro film legato a questo romanzo, che è La grande guerra di Mario Monicelli. La sceneggiatura fu ispirata anche da altri testi, come quello di Jahier, e non solo da Lussu, ma è singolare il fatto che lo stesso Lussu non avesse intuito che era implicita già nel suo libro la rilettura in chiave ironica dell’esperienza bellica, quando Monicelli andò a chiedere a Lussu l’autorizzazione per l’utilizzo del suo libro per la sceneggiatura del film.

L’attesa dell’assalto
Dopo una serie di trasferimenti, il reparto del nostro protagonista-narratore viene trasferito in prima linea. Qui si moltiplica l’angoscia, soprattutto quando  giungono tubi di esplosivo e liquori, sicuro indice dell’imminenza dell’attacco (e quindi della grande probabilità di andare incontro alla morte)

I comandi assurdi
Uno dei più incomprensibili è quello di attaccare anche se i reparti dei genieri non erano riusciti a creare una breccia nel filo spinato o tra i Cavalli di Frisia dei nemici. A questo punto la cosa più logica da fare sarebbe stata quella di aspettare l’artiglieria piuttosto che sacrificare inutilmente vite umane, ma gli ufficiali di grado superiore al protagonista non erano di questo avviso.

I passaggi di grado
Le promozioni sul campo del protagonista, da tenente a capitano , ecc.. avvengono certamente per la sua presenza ad assalti ed azioni mortali, ma anche semplicemente per il fatto che di giorno in giorno venivano meno altri graduati decimati dalle azioni di guerra, per cui non solo i soldati semplici, ma anche gli ufficiali al fronte dovevano essere rimpiazzati.

L’ufficiale morente
Occorre sottolineare il fatto che la prospettiva dalla quale si osservano i fatti è quella di un ufficiale di grado minore, non di un semplice soldato. La sorte però, come già detto, è simile, così capita al protagonista di osservare con afflizione il ritorno dal fronte del tenente Avellini, un amico gravemente ferito, e di leggergli le lettere della sua donna, prima che l’amico vada incontro ad un’atroce agonia nell’ospedale da campo.

Zio Francesco
Paradossale il personaggio di Zio Francesco, che partecipa a tutte le azioni dei volontari pur di avere un compenso maggiore da poter mandare alla sua famiglia in difficoltà economiche.

L’artiglieria
È un elemento fondamentale, necessario per la risoluzione dello stallo che si verificava spesso tra i due fronti, ma spesso imprecisa colpiva principalmente i propri soldati, su tutti e due i fronti. Così molti morivano sotto i colpi del “fuoco amico”, e l’artiglieria spesso invocata in soccorso dei belligeranti, si rivelava un boomerang mortale. 

Le corazze Farina
La retorica del governo italiano era tale che si esaltava l’industria italiana, anche quando si mostrava palesemente arretrata rispetto a quella straniera. Ad esempio, per portare avanti comunque a tutti i costi la tattica suicida dell’ “Avanti Savoia” si commissionò ad una ditta italiana la realizzazione di corazze che permettessero di avanzare verso il fronte nemico incuranti dei traccianti avversi, protetti da questa corazze teoricamente impenetrabili. 
Così furono mandati allo sbaraglio interi reparti, e si arrivò al paradosso che gli stessi nemici austriaci urlavano agli italiani di salvarsi la vita tornando indietro invece di morire in mezzo alle linee, tra atroci tormenti, trafitti dalla pallottole delle loro mitragliatrici. Al “Basta, basta, bravi, bravi soldati italiani. Non fatevi ammazzare tutti” rispondono gli ufficiali italiani: “Avanti, Savoia!”

Cioccolato e cognac
“Ingrassano il maiale prima di ammazzarlo”. Apparentemente così si tirava su il morale della truppa, ma i più consapevoli dei soldati capivano che quando arrivavano rifornimenti di cioccolato e cognac in trincea voleva dire che il giorno seguente ci sarebbe stato assalto, quindi morte quasi certa per i soldati. Se la morte arrivava inaspettata era quasi dolce, ma l’assalto voleva dire angoscia di andare incontro ad essa e non poterci fare niente. 

Cognac
IL protagonista è l’unico fra gli ufficiali a non gradire i liquori, e quando suscitava lo stupore di un ufficiale di grado maggiore. Ma proprio quando “Ingrassano il maiale prima di ammazzarlo”. Apparentemente così si tirava su il morale della truppa, ma i più consapevoli dei soldati capivano che quando arrivavano rifornimenti di cioccolato e cognac in trincea voleva dire che il giorno seguente ci sarebbe stato assalto, quindi morte quasi certa per i soldati. Se la morte arrivava inaspettata era quasi dolce, ma l’assalto voleva dire angoscia di andare incontro ad essa e non poterci fare niente. 

Il generale Leoni
Un esempio della ottusità dei comandanti è costituito dal generale Leoni, capace di far uccidere un caporale dalla feritoia n. 14 solo per provare il suo coraggio, o di far giustiziare un soldato solo perché aveva detto “giù gli zaini” cosa che del resto gli era stato comandato di dire. Quando un povero caporale dei mitraglieri salvò la vita del generale fu quasi ucciso dai commilitoni, che gli davano dell’imbecille.

La rivolta
Di fronte a tutte queste assurdità è comprensibile che i reparti si ribellassero. Viene infatti descritta una rivolta dei soldati e come fu difficile sedarla e ricondurre i reparti all’ordine, dapprima minacciando punizioni esemplari, come era abitudine all’epoca, poi attenuando le sentenze, in considerazione del fatto che se fossero stati davvero puniti in base alla legge marziale dell’epoca tutti i partecipanti della rivolta gli ufficiali non avrebbero avuto più soldati su cui comandare.

Colonnello Abbati
Nelle ultime pagine del romanzo, prima che il reparto del protagonista sia trasferito su un altro altipiano, quello della Bainsizza, dove la guerra sarebbe ricominciata, è molto significativa, quasi una sintesi del testo, la vicenda del colonnello Abbati, che mostra l’assurdità della guerra nel gesto ripetitivo e senza senso che fa per tre volte (leggi pag. 247). Come non farci venire in mente la pazzia coma la descrive Pirandello, cioè frutto di una coscienza che non è data a tutti?

THE END 

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