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La scuola è morta . . . ma la classe docente non andrà in Paradiso - di Elio Fragassi

Nei giorni scorsi, mentre ero seduto al tavolo di un bar e all’ombra di un timido sole primaverile, un amico di vecchia data mi ha domandato:
 “Anche se sei in pensione, mi sapresti dire perché molti insegnanti vogliono lasciare la scuola”?
Mi viene spontanea e immediata la seguente risposta:
“Perché la scuola, purtroppo, non è più il luogo deputato alla trasmissione delle conoscenze tra le generazioni e gli insegnanti non sono più né minatori ([1]) né traghettatori di conoscenze ([2])”.

Gli insegnanti si sentono succubi di un potere che li ha prima delegittimati della funzione formatrice e poi espropriati del loro operare trasformandoli in Golem tuttofare attribuendo loro qualità taumaturgiche con le quali risolvere ogni problema del sociale: fumo, droga, violenza, devianze, sesso, alcool, sballo, famiglia, patentino, abbandoni, ed ora anche la verifica di idoneità degli autisti e dei mezzi delle gite scolastiche. Ne discende che gli insegnanti (per lo meno quelli che in questo lavoro credono e investono ore ed ore oltre quelle scolastiche ufficiali che rappresentano solo attimi) sono i soggetti più frustrati perché costretti, continuamente ad operare, per la loro funzione sociale, ipocrite scelte tra diverse falsità.
L’onestà intellettuale e di pensiero è, infatti, pericolosa perché se alzi un poco la voce (ultima ed unica arma rimasta) rischi di essere perseguitato per aver disturbato lo stato soporifero dello studente che dopo una nottata in pub o discoteca sta riposando in aula; se poi lo studente sollecitato a fare qualcosa perché devi esprimere un giudizio sul comportamento scolastico e sugli apprendimenti ti risponde che “hai rotto . . . ” troverà sempre qualcuno pronto a riattivare gli anelli del tubo ([3]) oratorio per giustificare con pedagogistici, altisonanti e magniloquenti articoli e discorsi l’alunno e sanzionare l’insegnante perché non ha saputo metterlo a proprio agio.
Basti pensare che dire ad uno studente semplicemente “ti boccio” ([4]) è reato perché viene considerato un abuso di mezzi di correzione e non un invito a “studiare con impegno”, per la promozione, quale giusta ricompensa a fine d’anno perché la vita non è fatta di premi e castighi ma solo di gratificazioni.
Poi ci saranno gli scrutini finali.
Allora bisognerà operare con il massimo dell’ipocrisia per salvare alunni impreparati e non perdere classi e, quindi, posti di lavoro. Ecco, allora si costruiranno grandi specchi ove arrampicarsi e cercare in ogni modo una giustificazione qualsiasi in grado di salvare lo studente impreparato senza pensare, ipocritamente, al male che in quel momento si sta facendo agli altri studenti, allo studente stesso ed alla società tutta. Quante volte ho assistito a estenuanti e accorate arringhe difensive e orazioni per studenti impreparati mentre è stato molto faticoso spendere del tempo e una parola per quei pochi alunni che, meritatamente, andavano gratificati.  Quante volte ho sentito dire: “Non ha bisogno di nulla tanto se la cava da solo”, come se impegnarsi per riuscire da soli, fosse un comportamento da disprezzare e condannare.
Poi c’è la chicca dei quadri finali ove si raggiunge il massimo dell’ipocrisia e della falsità.
Magari nel corso dell’anno scolastico si è trattato ampiamente di educazione alla legalità, di onestà di pensiero e comportamenti, di trasparenza e correttezza poi, all’improvviso dimenticando tutto e con un rapido trasformismo si accetta che nei quadri finali non compaiano i voti dei non promossi o dei rimandati per nascondere, in modo chiaro ma ipocrita, una preparazione oggettivamente e palesemente negativa. Ma la verità non la si può affermare in modo chiaro e trasparente, bisogna dire le cose in modo ipocrita, quindi irrispettoso, come se tra i compagni di classe non si conoscesse le capacità di ognuno.
E questo ti pare educativo?
Ti sembra coerente ed esempio di legalità?
E’ forse una dimostrazione di trasparenza ed onestà?
Così facendo, lo studente, pur sapendo di non essere in grado di frequentare la classe successiva, si ritrova promosso, sarà, poi, compito dell’insegnante attivare ipocriti percorsi di recupero e affermare, in modo menzognero e superficiale, al termine di questa manciata di ore, che il debito scolastico è stato recuperato; poi devi convivere per tutto l’anno scolastico con allievi che sai non essere preparati ma non puoi affermarlo perché contraddiresti te stesso con un comportamento chiaramente schizofrenico.
Poi esistono i corsi di recupero che con una manciata di ore fanno miracoli aprendo, all’improvviso, i paracadute delle menti (A. Einstein) facendo recuperare mesi e mesi di scuola e lezione su lezione tanto da far venire il dubbio se non siano questi gli alunni più bravi che, con poche ore, apprendono ciò che per gli altri sono stati necessari mesi e mesi di impegno e di studio continuo.
In questo modo si accumulano frustrazioni, stress, stati d’ansia e nervosismo perché il lavoro degli insegnanti si configura sempre più come fuori dal tempo, virtuale e sfuggevole e di scarsa importanza per la società che preferisce altre agenzie educative quali internet, televisione, stampa, cinema, siti social e animatori digitali ecc. ritenendo, erroneamente, che più informazione faccia più conoscenza dimenticando che la conoscenza:
è “la facoltà di intendere e ragionare” (http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=conoscenza)
è “ Il conoscere, come presenza nell’intelletto di una nozione, come sapere già acquisito” (http://www.treccani.it/vocabolario/conoscenza/)
è “l’attività del conoscere mediante lo studio e l’indagine e il suo risultato” (http://dizionario.internazionale.it/parola/conoscenza)

Allora chi può fugge . . . per non morire con essa, e quelli che restano sanno, comunque, che “La classe docente non andrà in Paradiso” parafrasando il titolo di un famoso film degli anni ’70.

Elio Fragassi

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