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E’ miope ridurre il significato delle lezioni private all’evasione fiscale e alla scuola di classe - di Enrico Maranzana

L’attuale classe politica conosce la scuola per sentito dire: assume decisioni irrazionali e non capitalizza il vissuto dell’istituzione.
La responsabile scuola del PD, sintetizzando un caposaldo della legge 107, ha affermato; “Non abbiamo bisogno di sceriffi o manager, ma di ‘motori di cambiamento’: per questo abbiamo fornito nuovi strumenti ai dirigenti scolastici”.
Una proposizione irrazionale perché l’organizzazione scientifica ha da anni abbandonato il modello gerarchico: strutture in grado di autoregolarsi sono state introdotte. Evoluzione accolta dal nostro sistema normativo che ha “rafforzato il principio di distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo spettanti agli organi di governo e le funzioni di gestione amministrativa spettanti alla dirigenza” [D.lgs. 27/10/2009 – n° 150].
Una proposizione che valorizza i presidi, indipendentemente dalla loro oggettiva responsabilità dell’odierno stato del servizio scolastico [CFR in rete “Il Miur naviga a vista”].
Una proposizione la cui validità si frantuma se immersa nel caso delle lezioni private. Le ripetizioni sono un inequivocabile sintomo del malgoverno delle scuole la cui finalità è lo sviluppo delle capacità e delle competenze degli studenti, traguardo comune a tutti gli insegnamenti. Il relativo coordinamento è la chiave di volta dei processi educativi. Le materie forniscono gli “strumenti e le occasioni” per la progettazione collegiale.
La condizione necessaria per l’efficacia d’interventi di recupero esterno è l’ancoraggio alla parcellizzazione della società dei primi decenni del secolo scorso, in cui la cultura sistemica era assente.

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