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Emilio Praga - di Carlo Zacco

Emilio Praga (1839 - 1875)

La vita. Nacque da una famiglia industriale agiata, il che gli permise di compiere numerosi viaggi in Europa tra il 1857 e il 1859 durante i quali trascorse lunghi periodi a Parigi e si dedicò allo studio di Charles Baudelaire, Victor Hugo, Alfred de Musset ed Heinrich Heine. Fu qui che iniziò a dipingere, con la tecnica degli acquarelli.
Tornato a Milano, cominciò a frequentare gli ambienti della scapigliatura, divenendone uno dei maggiori esponenti e legandosi di amicizia con i fratelli Camillo ed Arrigo Boito. Ma dopo la morte del padre ed il dissesto finanziario dell'azienda familiare, non seppe adattarsi ad un lavoro regolare e si diede all'alcool ed a una vita disordinata, condita spesso da droghe pesanti o comunque sostanze stupefacenti. In questo, tra gli scapigliati, fu quello che visse più autenticamente il modello del maledettismo (o del poeta maledetto) assunto da Baudelaire. La separazione della moglie e poi il litigio con il figlio Marco (1873) accentuarono il suo malessere: morì in miseria, distrutto dai propri vizi, a Milano nel 1875 a soli 36 anni.

Poeta scapigliato. Nella sua prima raccolta di poesie, Tavolozza (1862), è ancora molto legato al romanticismo e alla poesia tradizionale: bozzettismo, paesaggi, ritratti, quadretti; a partire dalla seconda raccolta, Penombre (1864) avviene na svolta che lo getta nel nuovo clima: c’è ribellione verso i costumi tradizionali e la politica, compare il motivo della noia.
· La lettura di Baudelaire. E’ chiara la lettura di Baudelaire e dei Fiori, anche se certi temi sono soltanto sciorinati e non profondamente sentiti ed assimilati, come invece erano in Baudelaire, dunque il tema della noia esistenziale per esempio in Praga appare meno tragico. Altra differenza con Baudelaire è la mancanza di un rapporto con il lettore, il costante dialogo col lettore che è presente nei Fiori qui manca (Mon semblable, mon frère). I temi più ricorrenti sono l’esaltazione del vizio, del male, dei sentimenti antireligiosi.

La scapigliatura

Vecchio e nuovo. Movimento poetico nato a Milano tra il 1860 e il 1870. La scapigliatura è il primo movimento italiano per affonda le sue radici nel decadentismo e apre una prima finestra sulla modernità. Elio Gioanola, pur tracciando un profilo delle scuole poetiche nate dal decadentismo (parla del crepuscolarismo) non accenna a questa prima manifestazione del decadentismo italiano. Perché? C’è da dire che quando nasce la scapigliatura si conoscevano già Baudelaire, Rimbaud e Verlaine, ma non era ancora stato pubblicato quello che verrà preso quasi come un manifesto del decadentismo, ovvero A’ Rebour; siamo in questa primissima fase ancora in una zona a metà fra il vecchio e il nuovo, e la scapigliatura è in bilico tra vecchio e nuovo: nell’ottica storiografica alcuni critici hanno posto la scapigliatura ancora nel romanticismo, altri già nel decadentismo. Trattandosi di un movimento a metà tra il vecchio e il nuovo, alcuni l’hanno messa di qua, altri di là, e Gioanola evidentemente lo considera vecchio.
Le riviste dedicate alla diffusione di questa poesia sono Figaro, Il pungolo, Minima e Lo scapigliato. I poeti scapigliati sono legati all’estetica Bohemien più per atteggiamenti di vita che per arte:  Arrighi, che dà il nome al movimento, Emilio Praga, Arrigo Boito, Carlo Dossi, Ugo Tarchetti; Il loro padre spirituale è Giuseppe Rovani, poeta, pittore, critico musicale, letterato, grande bevitore e uomo estremamente disordinato e schifoso. I suoi animatori accusano il progresso di essere il male della società tutto orientato al progresso economico e non intellettuale; hanno a cuore la collaborazione tra le arti. Propongono un idea di letterato emarginato, disperato, hanno atteggiamenti trasgressivi, usano alcool e droghe, assenzio, muoiono di malattie legate alla trasgressione.

Vendetta postuma, in Penombre

     Quando sarai nel freddo monumento
immobile e stecchita,
se ti resta nel cranio un sentimento
di questa vita,      
     ripenserai l'alcova e il letticciuolo
dei nostri lunghi amori,
quand'io portava al tuo dolce lenzuolo
carezze e fiori.    
     Ripenserai la fiammella turchina
che ci brillava accanto;
e quella fiala che alla tua bocchina
piaceva tanto!     
     Ripenserai la tua foga omicida,
e gli immensi abbandoni;
ripenserai le forsennate grida,
e le canzoni;
     ripenserai le lagrime delire,
e i giuramenti a Dio,
o bugiarda, di vivere e morire
pel genio mio!
     E allora sentirai l'onda dei vermi
salir nel tenebrore,
e colla gioia di affamati infermi
morderti il cuore.              
Si rivolge all’amata senza alcun sentimento (cranio, stecchita): evoca la situazione in cui verrà punita per tutti gli eccessi. Vengono evocati anche tutti gli elementi che hanno tenuto insieme i due amanti, e sono gli elementi tipici del maledettismo (la fiala allude sicuramente a qualche droga, l’assenzio probabilmente); nell’ultima strofa si vuole scandalizzare il pubblico borghese.


















Memento, di ugo Tarchetti

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascoso.

E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporger le fredde ossa di un morto. 
(Iginio Ugo Tarchetti)

Verrebbe da dire: peggio per te!
Anche in questa poesia di Tarchetti c’è la volontà di dissacrare tutto ciò che la lirica ha cantato: non l’amore quindi, ma la parodia dell’amore.











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