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Purgatorio XXX dalla Divina commedia di Dante Alighieri - di Carlo Zacco


Introduzione sulla Fine del Purgatorio
Canto XXVIII. Una volta giunto sulla sommità della montagna del Purgatorio, Dante (seguito da Virgilio e Stazio) si addentra nel giardino dell’Eden, che è un luogo ameno, paragonato alla foresta di Classe, presso Ravenna;
 - a un certo punto deve fermarsi, perché il suo cammino è interrotto da un fiume, che scorre da destra verso sinistra: è il Lete.
Matelda. Al di là del Fiume Dante scorge una bellissima fanciulla, Matelda, che coglie fiori cantando;
 - Dante la prega di avvicinarsi a lui, e la donna lo raggiunge, fermandosi alla sponda opposta del fiumiciattolo;
 - Il vento. Giunta qui, la donna spiega a Dante l’origine del vento, che sarebbe prodotto dall’attrito della massa atmosferica che ruota attorno alla terra con le cime degli alberi del Purgatorio;
 - da questi alberi si staccano i semi che, grazie al vento, si diffondono su tutta la terra dando origine a ogni specie vegetale;
 - I fiumi.  fiume invece scaturisce da una fonte resa inesauribile dalla volontà divina:  da questa fonte nascono due fiumi:
 - il Leté (quello di fronte a Dante), ha la virtù di far dimenticare i peccati delle anime;
 - l’Eunoè ha la virtù di far risvegliare il ricordo del bene compiuto.
 - in questi due fiumi vengono immerse le anime prima di accedere al paradiso.

Canto XXIX. Dante e Matelda percorrono il corso del fiume, uno da una sponda e uno dall’altra, finché il fiume  non viene a formare un’ansa, dove Dante si ferma.
 - a questo punto Dante inserisce una nuova invocazione alle Muse (vv. 37-41), alle quali chiede aiuto per poter riferire ciò che ha visto

 

 

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   O sacrosante Vergini, se fami,

freddi o vigilie mai per voi soffersi,

cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.     

O Vergini sante, se fame,

freddo o notti insonni ho mai sopportato per voi,

ho un buon motivo che mi spinge a chiedervi ora un aiuto.

 

 

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   Or convien che Elicona per me versi,

e Uranìe m’aiuti col suo coro

forti cose a pensar mettere in versi.

È necessario  adesso che Elicona versi le acque delle sue fonti, e Urania mi aiuti con il coro delle altra Muse

e mettere in versi argomenti difficili da capire


Visione. Davanti agli occhi di Dante si presenta una specie di processione, in cui si susseguono diversi personaggi e oggetti simbolici;
 - sette candelabri accesi: cioè le sette virtù dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio);
 - ventiquattro anziani: cioè i libri dell’antico testamento;
 - quattro animali alati e incoronati: i quattro vangeli;
 - un carro splendido (la Chiesa), tirato da un grifone (Cristo);
 - tre donne, vestite una di rosso una di verde una di bianco: le tre virtù teologali;
 - quattro donne vestite di rosso: le quattro virtù cardinali: giustizia, prudenza, fortezza, temperanza;
 - un medico: San Luca (autore del Vangelo e degli Atti);
 - un vecchio armato: San Paolo (autore delle Lettere);
 - quattro uomini di umile aspetto: Giacomo, Pietro, Giovanni, Giuda (autori delle altre lettere);
 - un vecchio che dorme: Giovanni (autore dell’Apocalisse);

Il Tuono. Il corteo arriva di fronte a Dante, dopodiché si sente un forte tuono e la processione si arresta.

Canto XXX

1-21. II sette candelabri (che sono detti «orsa maggiore dell’Empireo») si fermano;
 - i 24 vegliardi si voltano verso il carro e gridano Veni, sponsa de Libano;
 - Tutti ripetono il grido, e gli angeli spargono fiori.

 

 

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   Quando il settentrïon del primo cielo,

che né occaso mai seppe né orto

né d’altra nebbia che di colpa velo,

   e che faceva lì ciascuno accorto

di suo dover, come ‘l più basso face

qual temon gira per venire a porto,

   fermo s’affisse: la gente verace,

venuta prima tra ‘l grifone ed esso,

al carro volse sé come a sua pace;

   e un di loro, quasi da ciel messo,

‘Veni, sponsa, de Libano‘ cantando

gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

 

   Quali i beati al novissimo bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando,

   cotali in su la divina basterna

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier di vita etterna.

   Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!‘,

e fior gittando e di sopra e dintorno,

Manibus, oh, date lilïa plenis!‘.

Quando i sette candelabri, le sette stelle dell’Empireo,

cielo che non ha mai visto né un tramonto né un’alba,

né alcun velo di nebbia, se non quello del peccato,

[stelle] che nel Paradiso terrestre () rendono ognuno istruito

circa il proprio dovere, come fa l’Orsa Maggiore (‘l più basso) con

chi usa il timone per guidare la propria nave in porto,

(i candelabri) si fermarono: i ventiquattro anziani, giunti per

primi tra il grifone ed i candelabri stessi, si rivolsero verso

il carro come verso l’origine della propria pace;

e uno di loro, come messaggero del Cielo,

cantava ad alta voce “Vieni, sposa, dal Libano”

per tre volte, seguito nel coro da tutti gli altri.

 

Come i Beati nel giorno del Giudizio (novisismo bando), dell’ultima chiamate, risorgeranno subito, ciascuno dalla propria tomba,

cantando “alleluia” con la voce rivestita [dal nuovo corpo],

allo stesso modo sul carro (basterna) divino si sollevarono moltissimi

Angeli, al suono della voce di un così degno vecchio,

esecutori e messaggeri di Dio.

Tutti dicevano: “Benedetto tu che vieni!”,

e gettavano fiori in alto e intorno,

“Spargete gigli a piene mani!”.


 

 

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   Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte orïental tutta rosata,

e l’altro ciel di bel sereno addorno;

   e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

l’occhio la sostenea lunga fïata:

   così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

   sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

  

   E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

   sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

  

   Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di püerizia fosse,

   volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli è afflitto,

 

   per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

  

   Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’mi;

   né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

Vidi sul far del giorno, in altre occasioni,

la parte orientale del cielo tutta colorata di rosa,

e le altre parti abbellite da un bel sereno;

vidi il disco del sole sorgere con una velatura,

così che, grazie all’effetto temperante dei vapori,

l’occhio riusciva a sostenerne la vista per lungo tempo:

così, dentro la nuvola formata dai fiori

che venivano gettati dalle mani degli Angeli,

per poi ricadere dentro e fuori dal carro,

coronata da un ramo d’ulivo sovrastante un velo bianco,

mi apparve una donna, vestita, sotto ad un mantello verde,

con un abito di color rosso fuoco.

 

Allora il mio spirito, che ormai da molto

tempo non era stato più travolto, per la presenza di lei,

da tanta meraviglia da farmi tremare,

senza che i miei occhi potessero riconoscerla,

grazie ad un invisibile potere sprigionato da lei,

sentì ancora tutta la potenza dell’antico amore.

 

Non appena la mia vista fu colpita da quella potenza

d’amore, che già mi aveva colpito in passato

ancor prima che fossi uscito dall’infanzia,

mi volsi alla mia sinistra con lo sguardo smarrito,

simile a quello che ha un bambino che corre dalla mamma

quando ha paura o è triste,

 

per confidare a Virgilio: “Non mi è rimasta neanche una goccia

di sangue che non stia tremando:

riconosco i sintomi dell’antico amore.”

 

Ma aveva oramai privato me e Stazio

della sua presenza, Virgilio padre affettuosissimo,

Virgilio nelle mani del quale mi ero messo per la mia salvezza;

nemmeno tutte le meraviglie dell’Eden che Eva aveva perduto

riuscirono ad impedire che le mie guance, purificate dalla

rugiada quando ero uscito dall’Inferno, si sporcassero nuovamente di lacrime.

 

 

 

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   «Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada».

   Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l’incora;

   in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessità qui si registra,

   vidi la donna che pria m’appario

velata sotto l’angelica festa,

drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

   Tutto che ‘l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

non la lasciasse parer manifesta,

   regalmente ne l’atto ancor proterva

continüò come colui che dice

e ‘l più caldo parlar dietro reserva:

   «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti d’accedere al monte?

non sapei tu che qui è l’uom felice?».

 

   Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

tanta vergogna mi gravò la fronte.

   Così la madre al figlio par superba,

com’ ella parve a me; perché d’amaro

sente il sapor de la pietade acerba.

“Dante, per il fatto che Virgilio se ne vada

non piangere ancora, non piangere ancora;

perché è necessario che tu pianga per un altro dolore.”

   Come un ammiraglio, che in poppa in prua va

a visitare i suoi sottoposti, che eseguono i loro compiti

sulle altre navi, e li incoraggia ad agire per il meglio;

   sul lato sinistro del carro,

quando mi girai avendo sentito il suono del mio nome,

che devo necessariamente riportare qui in onore del vero,

   vidi la donna, che prima mi era apparsa

velata sotto la nuvola di fiori gettati dagli Angeli, indirizzare

con decisione i suoi occhi verso di me, al di qua del fiume.

   Nonostante la presenza del velo, che le copriva la testa,

coronato dal ramo di ulivo,

non lasciasse apparire il suo volto,

con tono ancora regale e fiero

continuò a parlare come chi si riserva di dire

per ultime le cose più importanti:

   “Guarda bene! Sono proprio Beatrice.

Come hai osato ritenerti degno di salire fino in cima al monte?

Non sapevi che qui si realizza la felicità dell’uomo?”

 

Il mio sguardo cadde allora in basso, verso l’acqua limpida del

fiume; ma vedendomi specchiato in essa, lo rivolsi poi

all’erba, tanta era la vergogna che mi costringeva ad abbassare la fronte.

Così la madre appare severa al figlio, come Beatrice

apparve allora a me; perché sa di amaro l’affetto materno,

quando diviene severo per esprimere il rimprovero.


1) La Contritio Cordis. A questo punto inizia la prima parte della confessione, la fase della cosiddetta contritio cordis:
 - appena Beatrice termina il suo rimprovero, gli angeli, che hanno pietà di Dante, intonano alcuni versetti di un canto biblico, ed esprimono fiducia e speranza il Dio.
 - Dante era rimasto come impietrito, senza poter piangere né sospirare, addolorato dalle parole severe di Beatrice, ora è commosso dalla compassione degli angeli, che sembrano chiedere il perché di tanto rigore da parte della Donna;
 - a questo punto Dante prorompe in pianto;

Le accuse di Beatrice. Il discorso di Beatrice continua:
 - Beatrice si trova sul lato sinistro del carro, e si rivolge agli Angeli, muovendo accuse verso  Dante:
 - Dante ha ricevuto dalla Natura e dalla Grazia divina disposizioni naturali tali che avrebbero potuto dare, attraverso di lui, prove notevoli;
 - finché Beatrice fu interra, lo sostenne con lo sguardo, guidandolo per la retta via, ma una volta morta, egli si è allontanato da lei seguendo beni fallaci;
 - Beatrice invano apparve a Dante in sogno, dandogli segni e visioni, ma non servì a nulla: l’unico modo perché Dante si salvasse era quello di fargli vedere «le perdute genti».
 - Per questo motivo Beatrice stessa scese all’inferno per pregare Virgilio, che fino a qui lo ha condotto;
 - Ora, prima di poter bere l’acqua del Lete, e poter accedere al Paradiso, è necessario che Dante manifesti col pianto il pentimento per i suoi peccati.

2) La Confessio Oris. Il rito di riconciliazione prosegue nel canto XXXI.
 - Dopo aver parlato agli Angeli, ora Beatrice si rivolge direttamente a Dante, e gli chiede di confermare la verità di queste accuse;
 - Dante è talmente confuso che dalla sua bocca non esce alcun suono;
 - dopo qualche istante di silenzio Beatrice intima al poeta di parlare, e Dante riesce solo ad emettere un debole «sì» alle domande di lei;
 - poi scoppia in pianto.

 - Quindi Beatrice si rivolge a lui con tono più dolce, e lo invita a confessare la ragione d ei suoi traviamenti:
 - Dante allora afferma che dopo la morte di lei si è lasciato fuorviare dai falsi allettamenti terreni.

Piangendo dissi: «Le presenti cose*
col lor falso piacer volser miei passi,
tosto che ‘l vostro viso si nascose».       36

*le presenti cose: i beni terreni;

Altri rimproveri. Quindi Beatrice continua:
 - la sua morte avrebbe dovuto portarlo a considerare la vanità dei beni terreni, soprattutto perché Dante non era più un giovinetto;
 - Ai rimproveri di Beatrice Dante resta muto, e con lo sguardo fisso a terra:
 - Beatrice allora lo invita ad alzare il viso e a guardarla, con l’ironica espressione «alza la barba»;
 - Dante torna a guardare Beatrice, e la vede tanto bella che si pente in modo ancora più forte del suo traviamento;
 e la vergogna e il rimorso sono così forti che sviene;

3) Satisfatio operis. Dopo l’amara contrizione indotta dai rimproveri di Beatrice, Dante è pronto per l’ultima fase del rituale:
 - una volta recuperati i sensi, Dante si accorge di essere immerso fino alla testa nel Lete, e vede sopra di sé Matelda che scorre leggere nell’acqua, tenendolo stretto;
 - una volta giunti sulla riva destra, Matelda lo immerge, costringendolo a bere l’acqua del fiume;
 - Quindi Matelda porta Dante fuori dal fiume e lo conduce di fronte a Beatrice.

 - A questo punto Beatrice si toglie il velo da davanti al viso, e si mostra sorridente.

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