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Il Convivio di Dante Alighieri - di Carlo Zacco


Dante – Il Convivio
Datazione. Ci sono ipotesi diverse, in ogni caso il convivio è opera dell’esilio di Dante, e lo stesso Dante parla del suo esilio nell’opera. Si ritiene che il convivio sia stato composto, se prendiamo gli estremi, tra il1303  e il 1307/8. Ultimamente si è proposta una distinzione abbastanza precisa per quello che riguarda la datazione in rapporto al quarto trattato, l’ultimo: il progetto prevedeva 15 trattati di cui il primo proemiale, e 14 che dovevano commentare altrettante canzoni proemiali; c’è naturalmente tutta una serie di richiami dal punto di vista numerologico in relazione al numero tre, in questo caso il fatto dei raggruppamenti per tre, se consideriamo la ripartizione in 15 trattati, ma anche del numero 7, che è un altro numero dalla pertinenza ontologicamente fondamentale  per Dante in senso sacrale: la corrispondenza tra i propri modi di scrittura e quello che per Dante è l’ordine dell’universo è un elemento sostanziale per la concezione Dantesca. Partizioni diverse sono presenti anche all’interno dell’opera, che possiamo vedere solo parzialmente in quanto l’opera è incompiuta. Le caratteristiche dell’ultimo trattato, il quarto, che commenta una grande canzone sul tema della nobiltà, Le dolci rime d’amorha una struttura diversa rispetto agli altri: è costituita da un numero doppio di capitoli rispetto agli altri, sono 30 capitoli bipartiti: 15 in cui Dante confuta idee che reputa inaccettabili e infondate, e altri 15 che fondano il pensiero Dantesco sulla nobiltà.
Quest’ultimo trattato introduce anche dei temi che aprono all’opera poetica di Dante, per questa ragione, sia per motivi di carattere strutturale, sia per l’argomento svolto diversamente, non c’è un commento di carattere allegorico: si è ritenuto da parte di più studiosi in modo tutt’altro che infondato, che questo quarto trattato dovesse essere degli anni 1306/8, mentre gli altri sono degli anni precedenti. Ci sono stati poi negli ultimi anni anche altri studi in relazione alle fonti del convivio che fanno supporre una datazione posteriore del primo trattato rispetto al secondo e al terzo.

La fortuna

Nella scrittura di Dante stesso. Un cenno che ha il suo peso quando noi consideriamo che  non soltanto l’importanza della scrittura, ma anche l’incidenza che la scrittura ha avuto negli sviluppi successivi: nel caso della scrittura di Dante questa incidenza è massima per quello che riguarda Dante stesso, il convivio è una sorta di miniera anche per quello che riguarda la stessa commedia, anche per intendere certi aspetti a livello interpretativo della commedia, pur tenendo presente l’escursione cronologica entro cui si dispone nel tempo la commedia, sia per quello che riguarda un punto di vista linguistico-espressivo.

Al tempo di Dante. A questa massima incidenza per quello che riguarda Dante stesso corrisponde però non un impatto effettivo sulla tradizione sulle scritture trattatistiche, almeno non nel tempo di Dante, in quanto la fortuna del convivio non si pone prima dell’età in cui Boccaccio opera nel suo lungo amore e paziente studio delle opere di Dante.

Dopo Dante. Diciamo poi che la maggior parte del manoscritti si situa nel 400, e in tutto i manoscritti del convivio non sono pochi, perché sono 44, anche se per la costituzione del testo c’è la derivazione da un unico manoscritto e d’altra parte il testo di Dante ha un’incidenza nelle scritture fiorentine del secondo 400: senza il convivio per esempio un’opera come il Il commento di Lorenzo de Medici sopra i suoi sonetti si potrebbe capire con qualche difficoltà: è un prosimetro quello di Lorenzo ma lo è anche il nostro testo.
 
La Struttura

Un particolare prosimetro. Una delle connotazioni peculiari del convivio è il fatto che non possiamo non considerarlo un prosimetro, se guardiamo alla struttura dei trattati 2, 3 e 4, nel senso che ci sono le canzoni e la prosa. Però in questo caso, e Dante lo spiega bene nel primo trattato, i testi poetici sono dichiaratamente precedenti rispetto alla prosa, e questa è stata proprio scritta al fine di illustrare, interpretare, commentare nei due aspetti letterale e allegorico, i testi poetici. Quindi quando lo definiamo prosimetro è da intendersi con questa specificazione, cioè è cosa molto diversa da quello che è il prosimetro della vita Nova, che non è un trattato; ma è una cosa diversa anche di quello che sarà il prosimetro di Lorenzo che prende molti aspetti dal convivio, ma riprende a sua volta, nella scrittura e nel rapporto prosa-versi, la Vita Nova.

La parola «trattato»Vediamo ora com’è costituito il trattato e come Dante vuole presentarcelo. Specificamente l’uso della parola trattato ricorre soltanto in prosa: è stato specificato (E.D) come la parola trattato abbia un valore più ampio di quanto può avere come escursione oggi: quello che ci interessa è l’accezione che coincide con il senso odierno di trattazione: indicava infatti sia l’atto dello svolgimento dell’argomento, sia più concretamente l’argomento svolto, ovvero l’argomento svolto che vuole trattare, e anche per questa ragione suddivide le parti della sua opera chiamandole trattato. Se poi noi andiamo a vedere la voce verbale, il verbo trattare, in genere Dante se ne avvale per dirediscutere filosoficamente(Curtius) oppure svolgere in modo sistematico un argomento filosofico.

Una trattazione sistematica. Dunque modo ‘sistematico’. Ecco, una cosa che avremmo potuto aggiungere alla premessa iniziale, quando ho indicato in modo generale alcuni modi comuni della scrittura trattatistica avrei potuto usare la parola sistematico sistematicamente, non l’ho usata di proposito perché come vedremo nel trattato in  forma di dialogo nel contesto umanistico si mettono in discussione proprio i modi di catalogazione sistematica delle precedenti forme di trattato.

La fondazione della prosa filosofica in volgare. L’intenzione di Dante è quella di fondare una nuova prosa filosofica in volgare. E quindi di dare dignità filosofica al volgare e quindi di dare una prosa mediante la quale egli punti alla chiarezza della determinazione, dell’argomentazione, del modo di convincere, di dimostrare, abbandonando le forme proprie di prosa poetica che erano per esempio nella vita nuova.
• Doppia ricerca. E’ stato osservato (Segre) che Dante ha voluto creare nel volgare uno strmento espressivo dal punto di vista sintattico che sia funzionale alla trattazione, alla dimostrazione, al modo di chiarire per distinzione (com’era proprio del modo di trattare della scolastica), ma al tempo stesso anche di rendere tutto ciò in un organismo fortemente armonico.
• La bellezza nell’armonia. Dante ci darà nel corso del primo trattato del convivio una definizione del suo modo di scrivere in relazione alla bellezza, che non è la bellezza degli ornamenti, ma è proprio quella che è data dall’armonia nella struttura. Possiamo vedere anche come Dante pur utilizzando formule di carattere scolastico, cerca di renderle proprie, cerca di rendere personale la sua scrittura  nei termini propri di una ricerca stilistica ed espressiva. Non l’ornamento, perché non deve distrarre il lettore, deve ulteriormente comportare in forza di ragionamento di chiarezza e di dimostrazione; ma il lettore deve percepire questa armonia e questa forza costruttiva, che è uno degli elementi cardine del resto della stessa scrittura Dantesca.
• La difesa del volgare. Non è un caso che proprio il primo trattato del convivio ci dia una giustificazione fondamentale della scrittura in volgare. Scrittura in volgare che nel primo trattato del convivio, dove a sua volta si annuncia nella scrittura del De vulgari eloquentia (perché sono diversi i piani del discorso, dunque una superiorità o una maggiore nobiltà della scrittura in volgare) si annuncia anche quello che sarà la stessa scrittura in volgare successivamente, e d’altra parte se ne difende la nobiltà attuale nell’opera Dantesca pur giudicandola inferiore, come grado, al latino.

Il procedimento per partizioni. Secondo quello che è il modo proprio di strutturare l’opera, che viene dai modi della trattatistica scolastica, viene fatta una struttura per suddivisioni in parti: questo riguarda la strutturazione generale (in 15 trattati) ma anche la strutturazione di ogni singola parte. Si pone unaquaestio, una questione da trattare e da discutere: per trattarla e discuterla bisogna introdurre tutta una serie di partizioni, di suddivisioni; Dante procede attraverso una serie di suddivisioni.
• La quaestioIn linea di massima il procedimento è questo: viene introdotta una massima o una considerazione di carattere generale; questo soprattutto all’inizio del trattato o all’inizio delle sue partizioni interne che sono evidenziate dai capitoli, per quello che riguarda il lettore attuale. Poi si procede alla dimostrazione mediante distinzioni e partizioni per giungere poi alla conclusione.
• Gli interventi personali. Se come ho detto prevale l’andamento logico-dimostrativo, non mancano anche altri tratti, non mancano anche interventi di carattere più personalediretto e passionale. Non è un  caso che proprio nel primo trattato si inseriscono in alcuni punti delle vere e proprie invettive, e così anche si introducono delle notazioni di carattere autobiografico. Dove soprattutto si vedono i toni e modi di carattere più propriamente personale di Dante, proprio attraverso questa inserzioni nel contesto ragionativo, attraverso l’uso di similitudini ed esempi e le connotazioni lessicali date soprattutto attraverso l’aggettivazione.

Le parti iniziali. Cominciamo a vedere come viene introdotto il trattato che ha innanzitutto lo scopo di introdurre l’argomento di cui si tratta, di mettere in relazione la scrittura con l’io dello scrittore, di collegarla dunque al tempo dello scrittore stesso, della biografia dello scrittore, di ricollegarla alle scritture precedenti, più specificamente distinguendo dalla vita nuova, e di identificare scopo e pubblico. Questi sono alcuni tratti che noi troviamo nelle parti proemiali, non necessariamente tutte ma molto frequentemente.
• Il pubblico. Qui non c’è rispetto ad altre opere un dedicatario specifico. Potremmo dire che semmai i dedicatari sono coloro che sono individuati come pubblico di elezione dell’opera, il pubblico di coloro che non sono litterati, che non hanno potuto compiere gli studi che permettono loro di acquisire la scienza e la conoscenza perché hanno avuto nella loro vita vicissitudini, occupazioni, condizioni tali che non hanno permesso loro di acquisire questo. Ma che hanno tutte quelle qualità morali che li rendono del tutto idonei ad essere il pubblico di un’ opera che offre un Convivio, un banchetto di conoscenza. La forma, in generale, della trattatistica al tempo di Dante è quello della Summa, una sorta di Summa Enciclopedica.

 


Trattato I, Capitolo I

Vediamo dunque i modi della scrittura nel primo trattato:

Prima parte
Si introduce una proposizione di carattere generale che introduce una auctoritas: questo è un altro aspetto fondamentale della scrittura che si rifà alla scrittura scolastica, e rientra pienamente in un modo di scrittura scolastica. L’auctoritas è il filosofo per eccellenza e cioè Aristotele. Qui citato direttamente in quanto Dante traduce dalla traduzione latina della Metafisica di Aristotele, (il principio della prima filosofia), ed è stato dimostrato, ma qui non facciamo un discorso sulle fonti, che qui Dante si avvale del commento di San Tommaso alla Metafisica di Aristotele.
1. Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere.
Quindi introduzione di una proposizione di carattere generale con l’auctoritas.
Poi la spiegazione di questa affermazione: parte con una formula ricorrente («la ragione di che») e introduce una generalizzazione:

La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di prima natura impinta, è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.
E dunque ha ricondotto a quello che era l’indicazione di carattere generale che ha fatto. Per intende questo noi ci possiamo avvalere di un passo, certo successivo, di Dnate ma che riprende questi stessi concetti: se prendiamo il discorso che fa Beatrice nel I canto del Paradiso sull’ordine dell’universo, quel discorso trova qui il suo fondamento, in relazione all’inclinazione data dalla natura secondo della perfezione delle varie cose. La scienza è l’ultima perfezione, il massimo dell’anima, e dunque tutti naturalmente per natura, per l’inclinazione naturale, al suo desiderio siamo soggetti.

2. Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l’uomo e di fuori da esso lui rimovono da l’abito di scienza.
Dal piano generale è arrivato a circoscrivere il discorso, perché pur essendo tutti portati dal desiderio della scienza, non tutti possono raggiungere la scienza perché ci sono quelli che ne sono privati, e comincia con le distinzioni. E parte l’andamento binario: dentro all’uomo e al di fuori di esso.

Dentro da l’uomo possono essere due difetti e impedi[men]ti: l’uno da la parte del corpo, l’altro da la parte de l’anima.
Ed ecco che fatta la prima, parte un’ ulteriore distinzione, partendo dal primo punto:

3. Da la parte del corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili.
E conclusa la parte che riguarda il corpo, attacca con la parte dell’anima.

Da la parte de l’anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di viziose delettazioni, ne le quali riceve tanto inganno che per quelle ogni cosa tiene a vile.
E qui era per quello che riguardava ‘dentro dall’uomo’. Conclusa la dimostrazione relativa a quello che riguarda il dentro, incomincia quello che riguarda il fuori. E di nuovo si procede secondo un andamento binario.

4. Di fuori da l’uomo possono essere similemente due cagioni intese, l’una de le quali è induttrice di necessitade, l’altra di pigrizia.
E così via sempre procedendo per distinzioni e partizioni. Il mettere in evidenza i diversi passaggi, come abbiamo visto secondo questa procedura successiva di partizioni binarie, ha un significato innanzitutto eminentemente logico. Ma ha anche un altro significato l’introdurre continuamente il richiamo fatto in questo modo. Introduce tutta una serie di parallelismi che conducono a tutta una scansione appunto nel corpo della prosa che la tiene in modo armonicamente compatto.
Quando ha dimostrato le due cagioni di fuori, che sono l’una la cura familiare e civile, cioè tutte le occupazioni familiari e civili per cui non si può da pere di questi uomini avere tempo dedicato agli studi, l’altra che in duce a pigrizia, che è data dall’uomo: non ovunque infatti è possibile avere a disposizione dei libri che permettono un’acquisizione della scienza, allora se questi libri non ci sono (i libri ai tempi di Dante erano negli Studia degli ordini Domenicani e Francescani, quelli che frequentava Dante), e se non c’era una disponibilità vicina di libri, allora bisognava andare dove i libri c’erano, e Dante dunque dice che per pigrizia questo molti non lo fanno. Ovviamente non giustifica le due ragioni non positive, le quali sono rispettivamente, per ciò che riguarda dentro l’uomo quelle dell’anima: la malizia, e fuori dall’uomo la pigrizia.



 
Ecco un esempio vistoso di disposizione del periodo:

La prima è la cura familiare e civile, la quale convenevolmente a sé tiene de li uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione esser non possono.
C’è un gusto di clausola ritmica che si fa sentire nel discorso: la costruzione è esemplata in modo particolare sul periodare latino, non solo su quello ma è chiaro che il latino è l’esempio più importante per la costruzione della prosa Dantesca, ma tiene molto conto anche di quello che sono le clausole ritmiche del periodo: è il discorso sul cursusche Dante ha certamente presente.

Dopo che ha fatto quelle partizioni torna alle ragioni, perché deve giustificare la sua opera, il discorso sta continuando.
L’altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano. 5. Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte [di dentro e la prima da la parte] di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le due altre, avvegna che l’una più, sono degne di biasimo e d’abominazione. 6. Manifestamente adunque può vedere chi bene considera,
Ed ecco un’altra formula fortunatissima anche per l’uso che ne fa nella commedia, nelle parti dottrinali.
che pochi rimangono quelli che a l’abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi sono li ’mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati.
Allora: dalla proposizione di carattere generale secondo la quale tutti gli uomini desiderano di sapere, siamo arrivati attraverso le partizioni, attraverso la delimitazione dello stato per cui non tutti possono raggiunger la scienza, alla conclusione di questa prima parte del discorso. 

Altro aspetto della scrittura Dantesca è l’uso delle metafore (vivono affamati): qui è il convivio, il banchetto, e questa metafora guida in larga misura questo primo trattato. E si introduce qui quell’andamento di note più appassionate da parte di Dante: esclamazioni in cui Dante celebra la beatitudine di quelli che hanno la possibilità di giungere alla scienza e la miseria invece di quelli che questo cibo non possono raggiungere. E qui, oltre al termine manuca che è colloquiale, abbiamo anche un rimando ad un passo scritturale: il pane degli angioli; tutta la scrittura Dantesca, in più luoghi è ampiamente connotata sul piano scritturale:
7. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!

Seconda parte
Allora abbiamo un ulteriore passaggio, introdotto da un’altra considerazione generale:
8. Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch’elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando.9. E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata.
E anche qui dobbiamo ricordare bene la sete naturale col riferimento evangelico che aprirà il XXI canto del purgatorio.

A questo punto si introduce l’io dello scrittore: la funzione della parte proemiale è di giustificare la scrittura e questo apparato, questo armamentario giustifica scopo della scrittura:

10. E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cadee conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.
Questo ampio periodo è uno degli esempi del modo estremamente complesso costruito e strutturato della prosa Dantesca nel convivio: c’è l’introduzione del soggetto della principale, si apre poi un’ampia parte introdotta dalla relativa, coordinata dalla successiva relativa aperta da e, e non è solo quella perché c’è anche l’avversativa (fuggito….), e poi di nuovo abbiamo due altre frasi che si interpongono prima di giungere alla principale (misericordievolmente mosso, non me dimenticando), e poi appunto al principale (per li miseri alcuna cosa ho riservata). L’ultima inserzione di frase (e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi) per usare un espressione di Segre, conclude il periodo concludendo in modo più armonico la tensione che si è venuta a creare: la tensione nel senso che Dante vuole attraverso la sua prosa mandare in avanti, fa progredire via via il discorso che segue la progressione del pensiero e crea una sorta di tensione in avanti che rischierebbe di sbilanciare il periodo e lo riprende, lo ribilancia, mettendo spesso una coordinata finale che conclude il periodo, in questo caso agganciata alla principale che era stata posposta.

Da qui progredisce ulteriormente spiegando l’intento dell’opera.

11. Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch’i’ ho loro mostrato, e di quello pane ch’è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata.
Qui si introduce il tema del pane e della vivanda: ebbene spiega nel seguito quale sia, oltre all’intento, il carattere stesso dell’opera. E distingue tra un pubblico che non è il suo e invece un pubblico che è quello degli effettivi destinatari: ovvero quelli che devono essere degni del pane.

• La scelta del pubblico: gli esclusi.
12. E questo [è quello] convivio, di quello pane degno, con tale vivanda qual io intendo indarno [non] essere ministrata. E però ad esso non s’assetti alcuno male de’ suoi organi disposto, [malizia] però che né denti né lingua ha né palato; né alcuno assettatore di vizii, [pigrizia] perché lo stomaco suo è pieno d’omori venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe.
E questi non sono i suoi lettori, come a dire: “attenzione, si guardino bene questi lettori a venire alla mia mensa”.

• Il pubblico dei destinatari è questo:
13. Ma vegna qua qualunque è [per cura] familiare o civile ne la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s’assetti; e a li loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia si sono stati, che non sono degni di più alto sedere: e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane, che la farò loro e gustare e patire.

• La struttura dell’opera:
Ma perché parla continuamente di pane e di vivanda? Perché sono i componenti della sua opera:
14. La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d’amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d’alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado. 15. Ma questo pane, cioè la presente disposizione, sarà la luce la quale ogni colore di loro sentenza farà parvente.
Allora questa è la materia dell’opera: la materia ci presenta le vivande, costituita dalle canzoni che erano state composte, ma senza il pane che spiega le canzoni, le canzoni potevano essere gustate più perla loro bellezza che per la loro bontate: lo scopo di utilità delle canzoni quindi sarebbe venuto meno.

L’io e il tempo della scrittura.
Introduce il rapporto con il sé e il tempo della scrittura, che per uno scrittore medievale come Dante non è una cosa secondaria: ci sono opere che sono adatte in un età, e che sarebbero disdicevoli in un’altra e quindi giustifica il fatto di aver scritto ora il convivio, ma dice anche (ponendo un problema critico molto grosso) di non voler derogare in alcun modo dalla vita nuova. Ora, derogare, è un espressione di carattere giuridico, se di deroga vuol dire che si toglie autorità, si toglie valore.

Un’altra caratteristica dell’introduzione al trattato è poi quella di dare il titolo:
16. E se ne la presente opera, la quale è Convivio nominata e vo’ che sia, più virilmente si trattasse che ne la Vita Nuova, non intendo però a quella in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella; veggendo sì come ragionevolmente quella fervida e passionata, questa temperata e virile èsser conviène.
Con clausola finale.

17. Ché altro si conviene e dire e operare ad una etade che ad altra; perché certi costumi sono idonei e laudabili ad una etade che sono sconci e biasimevoli ad altra, sì come di sotto, nel quarto trattato di questo libro, sarà propria ragione mostrata. E io in quella dinanzi, a l’entrata de la mia gioventute parlai, e in questa dipoi, quella già trapassata.

Poi spiega anche qual è l’intenzione in relazione alla materia. Con ciò sia cosa che coincide al cum siclatino.

Qui ci sono poi due tempi di scrittura, e c’è una cosa interessante, che apre un problema critico: le canzoni, come Dante le ha scritte, sono scritte in modo tale che non mostrano la vera intenzione.

18. E con ciò sia cosa che la vera intenzione mia fosse altra che quella che di fuori mostrano le canzoni predette, per allegorica esposizione quelle intendo mostrare, appresso la litterale istoria ragionata; sì che l’una ragione e l’altra darà sapore a coloro che a questa cena sono convitati.
19. Li quali priego tutti che se lo convivio non fosse tanto splendido quanto conviene a la sua grida, che non al mio volere ma a la mia facultade imputino ogni difetto; però che la mia voglia di compita e cara liberalitate è qui seguace.

Excusatio finale.
Dante vuole essere liberale, vuole donare, ma potrebbe non essere in grado di farlo cosi’ come vuole: quindi potrebbe essere imputato alla sua incapacità e non alla sua volontà. 
 
Capitolo II

Le due macule
1. Dante ci dice che in ogni banchetto che si rispetti gli inservienti sogliono prendere il pane che vi è disposto e ripulirlo delle sue macchie; allo stesso modo egli, che in questa scrittura svolge la stessa loro funzione di inserviente, intende prima di tutto ripulire la sua esposizione di due macchie, poiché essa ha la funzione del pane.
2. La prima macula è che parlare troppo di sé stesso per un autore non sembra lecito; la seconda è che in una spiegazione (in esponendo), fare ragionamenti troppo profondi sembra non ragionevole. Con il proprio giudizio Dante intende ora ripulire il non lecito e il non ragionevole.

Prima macula: Il parlare di sé stesso
3.  I maestri di retorica non consentono che si parli di sé stessi, a meno che non ci sia un valido motivo diopportunità; e da ciò ci si astiene, poiché non si può parlare di qualcuno senza che chi parla emetta una lode o un biasimo verso quello di cui sta parlando; ed entrambe queste ragioni, lodare e biasimare, non si addicono al parlare di sé stessi.
4.  E per sciogliere un dubbio che ora sorge, dico che biasimare è peggio che lodare, sebbene entrambe siano cose da non fare. Tutto ciò che per propria natura è da biasimare, è peggiore di ciò che lo è solo relativamente, in una determinata occasione.
Il lodare non è infatti disdicevole in sé, ma solo in relazione al parlare di sé stessi

• Lode e biasimo
5.  Disprezzare sé stesso è di per sé cosa biasimevole, criticabile, poiché all’amico si devono far presenti le sue mancanze solo segretamente, senza testimoni; e siccome l’uomo non ha migliore amico se non sé stesso, ognuno deve riprendere le proprie mancanze in privato dei propri pensieri, e non in pubblico.
6.  E ancora: se l’uomo non può o non sa comportarsi bene, non è da condannare; ma se non vuole, allora lo è sempre: poiché la bontà o la malizia si può giudicare solo dal volere o dal non volere (insomma dal libero arbitrio); chi biasima sé stesso dunque da prova di conoscere la sua copa, e di non essere buono: per tale ragione non bisogna parlare di sé stessi biasimandosi.
7.  E’ ugualmente da evitare la lode verso sé stessi, non perché la lode in sé sia male, ma perché ciò che è lode nel significato primo delle parole, è in  realtà un vituperio nel profondo. Questo perché le parole sono fatte per mostrare quello che non si sa, e dunque chi loda sé stesso mostra di non credere che è ritenuto buono. Il che non avviene se non per consapevolezza di una colpa: lodandosi dunque scopre la colpa, e scoprendola, biasima. (dunque lode = biasimo)
• Giudici di sé stessi
8.  E ancora: lode e biasimo di sé stessi sono da evitare per una ragione comune che le assimila ad una falsa testimonianza: infatti nessuno è un giudice attendibile verso sé stesso, poiché l’amor proprio ci inganna.
9.  Per questo succede che ognuno di noi usa verso sé stesso, nel giudicarsi, le misure del mercantedisonesto, che usa diverse misure per comprare e per vendere. Per cui ognuno stima il proprio difetto con una misura molto larga, e il pregio con una molto stretta; di conseguenza il numero, la quantità e il peso del bene gli appare molto maggiore, e quello del male molto minore di quelle che gli apparirebbe se fosse stato misurato con giusto metro.
• Prima conclusione
10. Insomma, lodandosi o biasimandosi sbaglia comunque: o dice il falso in merito all’oggetto di cui parla, e dunque si dà in buona fede una valutazione errata; oppure si è coscienti di aver detto una menzogna, allora la falsità è doppia: sia in merito all’oggetto che in merito al giudizio.
11.  Per questo, poiché acconsentire equivale a confessare, chi loda o biasima qualcuno compie un’azione scortese, poiché chi riceve lode o biasimo non può acconsentire o negare senza incorrere nella colpa di auto lodarsi o auto biasimarsi; fanno eccezione due cose: a) la debita correzione, che non può essere fatta senza l’additamento dell’errore che si vuole correggere; b) il debito onore, che non può essere fatto senza fare menzione delle opere virtuose o dei meriti acquistati grazie alla propria virtù.
• Le due cagioni
E dopo la digressione sull’opportunità della lode e del biasimo torna alla questione principale sulle circostanze in cui è lecito parlare di sé stessi. Anche in questo caso le cagioni sono due, e sono tratte da altrettante auctoritates: Boezio e Agostino.

12In verità, tornando ora all’argomento principale, dico che, come già anticipato sopra, il parlare di sé stessi è concesso per ragioni necessarie: e tra tutte, due sono le ragioni più manifeste.

• Prima cagione: allontanare l’infamia > Boezio
13. La prima è quando senza il parlare di sé è impossibile allontanare grande infamia o pericolo. In questo caso è concesso, poiché scegliere tra due vie la meno sbagliata corrisponde quasi scegliere quella giusta. Questa necessità è la stessa che mosse Boezio a parlare di sé stesso, perché con il pretesto di parlare della sua consolazione, ha colto l’occasione di denunciare l’infamia del suo esilio, rendendo evidente la sua ingiustizia, dal momento che nessuno ha parlato per difenderlo.

• Seconda cagione: utile insegnamento > Agostino
14. L’altra è quando il parlare di sé è motivo di grandissima utilità per gli altri attraverso l’insegnamento. E questa ragione spinse Agostino a parlare di sé nelle sue confessioni, poiché, per il procedere della sua vita che è stato da non buono a buono, da buono a migliore, e da migliore a ottimo, egli diede a tutti noi esempio che difficilmente avremmo potuto avere da un testimone tanto fedele e veritiero.
15. Per tale motivo, entrambe queste ragioni mi scusano, la prima macchia di questo mio pane è stata sufficientemente pulita. Mi muove il timore d’infamia, come pure il desiderio di diffondere la conoscenza, come difficilmente altri potrebbero fare.
16. L’infamia che temo è quella che può derivare dall’aver seguito tanto la passione, come può comprendere chi ha letto le sopra citate canzoni. Ma questo motivo di infamia si esaurisce in questa mia opera che mostra come causa espiatrice di quelle canzoni la virtù, e non l’amore per una donna.
17. Intendo inoltre chiarire il vero significato di quelle canzoni, che non può essere colto se io non lo espongo chiaramente, dal momento che è nascosto sotto l’immagine di allegoria; è ciò non sarà solo fonte di diletto, ma anche di ammaestramento, utile sia per comprendere che per commentare le scritture di altri che ugualmente usano l’allegoria.

 


Capitolo III

1. Degna di rimprovero è quella cosa che, chiamata a dirimere un danno, a sua volta essa stessa lo procura; come un uomo a cui fosse richiesto di dirimere una rissa, e prima di farlo, ne iniziasse un’altra.
2. Ed ora che il mio pane è stato purificato da un lato, è necessario che il lo purifichi per l’altro, al fine di evitare questo rimprovero, per cui il mio scritto, che può anche definisti commento, ed è finalizzato a eliminare l’incomprensibilità delle canzoni sopra citate, è esso stesso in alcuni punti un po’ ostico.
3. Tale durezza, difficoltà, l’è dichiaratamente voluta per evitare un più grave difetto, e non per inconsapevolezza.
4.  Se solo a Dio, causa prima di tutto ciò che avviene, fosse piaciuto che non si verificasse affatto il motivo per cui io ora mi sto scusando! Se così fosse, nessuno avrebbe sbagliato nei miei confronti, né io avrei sofferto ingiustamente l’esilio e la povertà.
Dopo che i cittadini della famosissima e bellissima erede di Roma, Firenze, deliberarono di cacciarmi fuori dalle sue mura protettrici – entro sono cresciuto fino al culmine dei miei anni, e dove desidero ardentemente riposare il mio animo afflitto fino alla fine dei miei giorni – quasi per ogni luogo in cui è parlata la lingua usata in questo commento, sono andato mostrando la ferita che mi ha procurato la fortuna, e la cui causa solitamente viene attribuita a chi la porta.
5.  E’ vero che io sono stato come una nave senza vela né timone, portato qua e là a diversi porti, foci, e spiagge, dal  vento secco che esala la dolorosa povertà. Sono apparso così a molti in un veste che, forese per fama, avevano immaginato diversamente, e allo sguardo di costoro non solo la mia immagine si svilì, ma anche quella delle mie opere, sia quelle passate che quelle future.
6.  La ragione per cui ciò accade – non solo a me ma a tutti – intendo ora trattare brevemente: sia perché la buona fama si diffonde oltre la verità; sia perché la conoscenza diretta si restringe oltre la verità.
7.  la buona fama è principalmente concepita nella mente dell’amico, e da là proviene; poiché la mente del nemico non concepisce buona fama, anche se ne riceve il seme.
8.  La stessa mente che in un primo momento la concepisce, sia per ornare maggiormente il proprio dono, sia per l’amore verso l’amico che lo riceve, non si mantiene sempre entro i limiti del vero, ma spesso li oltrepassa. E quando li oltrepassa per adornare ciò che dice, parla contro la coscienza; quando a farli oltrepassare è l’inganno del troppo amore verso l’amico, non parla contro di essa.
9.  La seconda mente che ascolta la lode che l’amico del lodato ha primamente espressa, non solo è contenta della prima dilatazione, ma procura ella stessa di adornarla ulteriormente. Così faranno la terza, la quarta e così via.
10.  E così, mutando in negative, le ragioni positive sopra dette, si può vedere come allo stesso modo anche la infamia ingigantisce. Per questo Virgilio nel quarto libro dell’Eneide dice la fama vive per essere mutevole, e si ingrandisce man mano che va avanti.
11.  Chiaramente ora si può vedere come l’immagine generata per sola fama è sempre più ampia di quello che è veramente.

 


Capitolo IV

Resta da mostrare ora il motivo per cui la presenza, al contrario della fama, restringe la verità; fatto questo, si potrà chiarire la prima questione, cioè la giustificazione della durezza. Sono tre le ragioni per cui la presenza sminuisce il valore effettivo di una persona:

a) l’immaturità – la maggior parte delle persone si basa su percezioni e non su ragionamenti, come bambini, e questo le porta a notare solo l’aspetto esterno delle cose; e la loro essenza gli è celata poiché gli occhi della ragione sono chiusi. E poiché si sono fatti una opinione solo sulla base di ciò che hanno udito da altri, quando hanno davanti la persona, confrontano ciò che hanno sentito (ingigantito) con ciò che vedono (solo superficiale) reputandolo una menzogna e di conseguenza svalutando la persona.

b) l’invidia del giudicante – l’invidia è motivo di falso giudizio poiché non consente all’invidioso di esprimere una opinione basata sulla ragione verso l’invidiato. Gli invidiosi, davanti la persona famosa, temono di essere giudicati inferiori, e per questo non solo la disprezzano, ma portano altri a farlo;

c) l’umana imperfezione (morale o fisica) del giudicato – come dice Agostino, nessuno è senza imperfezione: un vizio, una bruttezza fisica, una sventura, il reato di un familiare. Queste piccole macchie gettano ombra sulla virtù di una persona. Questo spiega perché nemo propheta in patria est, e perché conviene, per mantenere la propria fama, non avere troppe frequentazioni.
Per questo, poiché come ho detto mi sono presentato presso molte persone in Italia, la mia presenza ha portato quelli che mi conoscevano per fama  a svalutarmi più del dovuto; e con la mia persona sono state svalutate anche le mie opere: questo è il motivo per cui ho voluto dare autorità alla mia opera aggiungendovi qualche difficoltà.

Capitolo V - X

Dopo che il mio pane è stato ripulito delle macchie accidentali (secondarie, esteriori), resta da ripulire una macchia sostanziale: cioè l’essere scritto in volgare e non in latino; tal che per similitudine si può dire un pane di biado (fatto con cereali inferiori) e non di frumento.
Per questa macchia sono scusato da tre ragioni che  mi hanno portato a scegliere il volgare e non il latino:

a) attenzione alla inopportunità nella finalizzazione: la virtù, per essere tale, deve essere adeguata al fine per cui è preposta. E’ opportuno dunque che questo commento, che è fatto per servire alle canzoni, non debba superare il suo padrone, ma gli deve essere obbediente.

b) la sollecitudine nella generosità: è mossa dal desiderio di giovare ai molti che non conoscono il latino e conoscono solo il volgare, in modo da ammaestrare un pubblico più vasto. E tra questo pubblico, cosa non scontata, ci sono anche le donne.

c) l’amore naturale per la mia lingua: l’amore per la lingua naturale, rispetto al latino, che è lingua artificiale. 
 
Capitolo XI

All’inizio Dante parte con partizioni binarie; tra il V e il X passa poi ad un procedimento per partizioniternarie; per arrivare infine ad un sistema quinario.

Dante inizia qui una invettiva contro i malvagi uomini d’Italia che elogiano il volgare altrui, disprezzando il proprio. A tal fine identifica cinque cause. Ed ognuna di questa ha una setta, una fazione così numerosa, che pochi sono quelli liberi.

1) la cecità di discrezione: come l’anima sensitiva, attraverso lo strumento dell’occhio, è in grado di cogliere le differenze tra le cose, notandone i differenti colori, forme eccetera, così l’anima razionale ha anch’essa un suo occhio che è in grado di cogliere il fine secondo il quale tutte le cose sono ordinate: e in questo consiste la discrezione. E come colui che è cieco negli occhi sensibili, per andare in giro ha bisogno che qualcuno lo guidi, bene o male, così colui che è cieco dell’occhio della discrezione, esprime un giudizio sempre secondo ciò che sente in giro, giusto o sbagliato. Per cui se anche la guida è cieca, oltre al cieco vero, accade inevitabilmente che entrambi facciano una brutta fine; infatti sta scritto «il cieco al cieco farà da guida, e così cadranno ambedue nella fossa». Questa fama è stata fin ora contraria al nostro volgare per le ragioni che spiegherò ora qui di seguito; e i ciechi sopra citati, che sono quasi infiniti, con la mano sulla spalla di questi menzogneri, sono caduti nella fossa della falsa opinione, e non sanno più come uscirne. Soprattutto il popolo è incapace di usare il lume del discernimento, poiché, prese fin dal principio della loro vita dalla necessità di lavorare, rivolgono solo a quello il loro animo, e non vedono altro. E poiché la capacità di agire secondo virtù, sia morale che intellettuale, non si può ottenere all’improvviso, ma si può acquisire solo con la pratica costante, pratica che essi impiegano nei loro mestieri, e non si preoccupano di discernere le altre cose, è per loro impossibile avere la discrezione. Per questo accade molte volte che il popolo gridi «Viva!» la loro morte e «Muoia!» la loro vita, se qualcuno comincia a farlo; e questo è un difetto pericolosissimo per chi è cieco. Per questo Boezio giudica vana la fama popolare, poiché non è basata su discrezione. Queste persone sono piuttosto da chiamare pecore e non uomini, perché se una pecora si gettasse da un dirupo di mille passi, tutte le altre le andrebbero dietro; e se una pecora, per qualunque ragione salta camminando per una strada, tutte le altre saltano, anche se non vedono nulla da saltare. Io stesso ne vidi molte saltare dentro un pozzo per una che vi saltò dentro per prima, forse credendo di saltare un muro, nonostante il pastore, piangendo e gridando, si poneva davanti ad esse con le braccia e col petto.

2) la malizia nel cercare scuse: la seconda fazione si scaglia contro il nostro volgare cercando false scuse. Molti infatti preferiscono di più essere reputati maestri, piuttosto che esserlo veramente, e per evitare una cattiva reputazione, attribuiscono sempre la colpa alla materia usata, e non a sé stessi. Per esempio il fabbro si lamenta del coltello usato, e il cattivo chitarrista si lamenta della chitarra ed entrambi credono di allontanare da sé la colpa imputandola al ferro ed allo strumento. Similmente alcuni, e non sono pochi, vogliono essere ritenuti scrittori, e per giustificarsi del fatto di non scrivere, o di scrivere male, accusano la materia, cioè il proprio volgare, ed elogiano quello altrui, col quale non gli è richiesto di scrivere. E chiunque voglia avere prova di come questo ferro (il volgare italiano) sia da biasimare, osservi le opere che ne hanno fatto i buoni maestri, e vedrà la perfidia di coloro che biasimandolo, credono di giustificare la propria incompetenza. Contro costoro grida Tullio, all’inizio del libro De finibus bonorum et malorum: quando ai suoi tempi si biasimava la lingua latina in favore della greca per motivi simili a quelli per cui oggi si stima vile il linguaggio italico e prezioso quello provenzale.

3) Cupiditate di vanagloria: la terza fazione si scaglia contro il nostro volgare per desiderio smodato di gloria. Sono molti che per il fatto di esporre cose in lingua straniera, e lodare quella, credono di essere maggiormente apprezzati che se lo facessero con la propria. E senza dubbio non è degno di poca lode il fatto di imparare una lingua straniera, ma è biasimevole elogiarla ingiustamente, e gloriarsi di tale raggiungimento.

4) argomento d’invidia: la quarta attacca a causa dell’invidia. Come detto sopra, l’invidia si ha dove c’è parità. Tra coloro che parlano la stessa lingua vi è uno stato di parità; e poiché uno non sa usare la lingua bene come l’altro, nasce l’invidia. L’invidioso poi biasima l’autore dicendo che non sa scrivere, ma biasima la lingua della sua opera, togliendo comunque allo scrittore onore e fama. Come colui che biasima il ferro di una spada, per biasimare indirettamente l’opera del maestro.

5) la viltà d’animo, ovvero la pusillanimità: il magnanimo in cuor suo si stima sempre superiore, e al contrario il pusillanimo si stima sempre inferiore di come è. E poiché l’ingigantire o il diminuire avvengono sempre in relazione ad una cosa per cui il magnanimo si considera grande, e il pusillanimo piccolo, accade che il magnanimo consideri sempre gli altri inferiori rispetto a ciò che sono realmente, e il pusillanimo superiori. E poiché con la stessa misura con cui l’uomo misura sé stesso, misura le sue cose, che sono quasi parte di sé stesso, accade che al magnanimo le proprie cose appaiano migliori di ciò che sono: il pusillanimo invece crede che le proprie cose valgano poco, e le altrui molto. Perciò molti, a causa di questa viltà, disprezzano il proprio volgare, ed elogiano quello altrui. E costoro sono i ripugnanti e spregevoli italiani che considerano vile il nostro prezioso volgare, il quale, se è vile in qualcosa, questo è il modo in cui suona nelle loro bocche prostituite e snaturate. E sotto la loro guida si pongono i ciechi di cui ho parlato prima.

Capitolo XII

Se in modo evidente dalle finestre di una casa uscisse del fuoco, e qualcuno domandasse se in quella casa ci sia del fuoco, ed un altro rispondesse di sì, non saprei davvero giudicare quale tra i due sia da deridere di più. E non diversamente sarebbe se qualcuno mi domandasse se io amo la mia lingua ed io rispondessi di sì, dopo le sopra dette ragioni. Tuttavia intendo mostrare che il mio non è amore, ma amore perfettissimo verso il mio volgare, e voglio altresì biasimare quelli che lo disprezzano  e mostrare come è nata questa amicizia e come si è accresciuta col tempo.
Dico che, come si può anche vedere chiaramente in ciò che dice Tullio nel De Amicitia, nonché ciò che dice Il Filosofo all’inizio dell’Etica, per loro natura la vicinanza e la bontà generano amore; il beneficio, lo studio e la consuetudine inoltre accrescono questo amore. E tutte queste ragioni sono intervenute a formare ed accrescere l’amore che io ho verso il mio volgare, così come mostrerò brevemente.
Più una cosa è vicina a qualcuno più gli è unita, maggiormente rispetto alle altre: per cui tra tutti gli uomini un figlio è più vicino al padre; tra tutte le arti il medico è vicino alla medicina; il musico alla musica, e questo perché gli sono uniti più che verso le altre. Tra tutte le terre l’uomo è più vicino a quella in cui nasce, poiché ad essa è unito. E così, più il volgare è vicino, più gli si è uniti, ed uno solo giunge per primo nella mente di un individuo, e non soltanto vi è unito per questa ragione intrinseca e necessaria (che vi è per primo) ma anche per una ragione accidentale, e cioè che è proprio anche delle persone che gli stanno intorno. E questo è il proprio volgare, che  non solo è vicino, ma è il più vicino in assoluto ad un individuo. E per questo, se, come detto sopra, la vicinanza è causa di amicizia, è chiaro che questa è una delle ragioni per cui io amo il mio volgare, che più di tutti mi è vicino. La sopra detta ragione, cioè l’essere più unito, è la stessa che porta le persone ad essere più affezionate ai primogeniti, poiché sono più vicini, e dunque più amati.
Ancora: anche la sua bontà ha generato in me amicizia. E qui è da sapere che ogni bontà caratteristica di una cosa, è apprezzabile in essa: come nell’essere maschio lo è avere la barba, e l’essere femmina lo è l’esserne prive. E quanto la bontà è più propria, tanto è più amabile. E per questo, nonostante tutte le virtù siano amabili nell’uomo, quella che lo è maggiormente è la giustizia, la quale da sola risiede nella parte razionale o intelletto, che è poi la volontà. Questa virtù è tanto amabile che, così come dice Il Filosofo nel quinto libro dell’etica, persino i nemici amano la giustizia. E vediamo inoltre che il suo contrario, cioè l’ingiustizia, massimamente è odiata, come lo sono il tradimento, l’ingratitudine, la falsità, il furto, la rapina, l’inganno e loro simili, i quali sono peccati tanto inumani, che al fine di discolparsene, si consente all’uomo di parlare di sé, come ho detto sopra, affermando la propria fedeltà e lealtà. Di queste virtù parlerò nel quattordicesimo trattato, e qui per ora torno al proposito. Ho dunque provato che la bontà della cosa più propria è la più amabile in quella cosa; e infatti, per vedere quale sia in una cosa la virtù più caratteristica e specifica, è da ricercare quale sia in essa la più amata e elogiata. E noi vediamo che in qualunque questione che riguardi il linguaggio, la cosa più amata e elogiata è la chiarezza nell’esporre il concetto: dunque la prima sua bontà è proprio questa. E poiché questa è la più vicina al nostro volgare, come ho mostrato sopra, è chiaro che questa è la seconda ragione per cui io provo amore per la mia lingua; poiché, come ho  detto, la bontà genera l’amore.


 


Capitolo XIII
Qui ci sono le ragioni accrescitive, quelle che hanno fatto crescere l’amore per il volgare. Di nuovo Dante parte facendo il punto della situazione, facendo presente al lettore le conclusioni cui è arrivato.

1. Detto come ne la propria loquela sono quelle due cose per le quali io sono fatto a lei amico, cioè prossimitade a me e bontà propria, dirò come per beneficio e concordia di studio e per benivolenza di lunga consuetudine l’amistà è confermata e fatta grande. 2. Dico, prima, ch’io per me ho da lei ricevuto dono di grandissimi benefici. E però è da sapere che intra tutti i benefici è maggiore quello che più è prezioso a chi riceve: e nulla cosa è tanto preziosa, quanto quella per la quale tutte l’altre si vogliono; e tutte l’altre cose si vogliono per la perfezione di colui che vuole.
E fin qui siamo ancora nell’ambito di considerazioni generali – filosofiche.
3. Onde con ciò sia cosa che due perfezioni abbia l’uomo, una prima e una seconda - la prima lo fa essere, la seconda lo fa essere buono -, se la propria loquela m’è stata cagione e de l’una e de l’altra, grandissimo beneficio da lei ho ricevuto. E ch’ella sia stata a me d’essere [cagione, e ancora di buono essere] se per me non stesse, brievemente si può mostrare.

Man mano Dante ha anche già dimostrato al lettore come egli stesso sappia effettivamente esprimere in volgare, e ridire in modo adeguato concetti filosofici.
4. Non è [inconveniente] a una cosa esser più cagioni efficienti, avvegna che una sia massima de l’altre; onde lo fuoco e lo martello sono cagioni efficienti de lo coltello, avvegna che massimamente è il fabbro. Questo mio volgare fu congiugnitore de li miei generanti [avi e genitori], che con esso parlavano, sì come ’l fuoco è disponitore del ferro al fabbro che fa lo coltello; per che manifesto è lui essere concorso a la mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere. 5. Ancora, questo mio volgare fu introduttore di me ne la via di scienza, che è ultima perfezione, in quanto con esso io entrai ne lo latino e con esso mi fu mostrato: lo quale latino poi mi fu via a più innanzi andare. E così è palese, e per me conosciuto, esso essere stato a me grandissimo benefattore.
Cosa importante: per apprendere quella lingua artificiale che è la grammatica, bisogna procedere dalla lingua naturale. Anche il corso dell’insegnamento stesso della scuola era in volgare.
Parte un ragionamento un po’ complicato e in un certo senso un po’ sofistico: nel senso che vuole riconoscere a sé, uno studio nei confronti del volgare, pari a quello del latino, al fine di creare una lingua stabile, e dice che il volgare può raggiungere questo carattere tramite la poesia: perché nella poesia una lingua acquisisce stabilità, perché la poesia crea quelle condizioni che garantiscono la fissità e la stabilità di una lingua nel tempo.

6. Anche, è stato meco d’uno medesimo studio, e ciò posso così mostrare. Ciascuna cosa studia naturalmente a la sua conservazione: onde, se lo volgare per sé studiare potesse, studierebbe a quella; e quella sarebbe, acconciare sé a più stabilitade, e più stabilitade non potrebbe avere che in legar sé con numero e con rime. 7. E questo medesimo studio è stato mio, sì come tanto è palese che non dimanda testimonianza. Per che uno medesimo studio è stato lo suo e ’l mio; per che di questa concordia l’amistà è confermata e accresciuta.
8. Anche c’è stata la benivolenza de la consuetudine, ché dal principio de la mia vita ho avuta con esso benivolenza e conversazione, e usato quello diliberando, interpetrando e questionando.
Espresisoni tecniche:
 - diliberare: è proprio di chi si trova a discutere e decidere in un contesto civile; Dante fa propria anche l’esperienza della vita politica pubblica svolta in Firenze, dove parlava in volgare naturalmente.
 - Interpretare: l’ interpretatio può essere intesa in modo diverso: può essere collegata sempre ad un discorso filosofico, e quindi ad un lavorio di carattere esegetico, e quindi può essere strettamente legato al questionare. Interpretare e questionare erano vicini nella pratica del tempo. Dante aveva potuto avere esperienza diretta di questo modo di procedere, come ci dimostra di aver bene acquisito, erano gli studi domenicano di Santa Maria Novella e quello Francescano di San Pietro.. . C’è anche chi ha visto questo verbo interpretare in un altro senso: per esempio interpretazione è quella che Dante ci dà  dei suoi componimenti nella vita nuova: il lavoro che dante fa quando spiega il significato delle poesia. Le parti in prosa della vita nuova sono sia narrative che esplicative, e tra queste ultime ci sono delle vere e proprie interpretazioni dei componimenti poetici. Questo verbo potrebbe riferirsi a quella attività.
 - questionando: traduce in lingua volgare ciò che è proprio della quaestio filosofica, il modo di porre la questione vera e propria nelle scuole; da una questione iniziale si partiva per la dimostrazione attraverso tutta una serie di partizioni.
9. Per che, se l’amistà s’accresce per la consuetudine, sì come sensibilmente appare, manifesto è che essa in me massimamente è cresciuta, che sono con esso volgare tutto mio tempo usato. 10. E così si vede essere a questa amistà concorse tutte le cagioni generative e accrescitive de l’amistade: per che si conchiude che non solamente amore, ma perfettissimo amore sia quello ch’io a lui debbo avere e ho.
Come volevasi dimostrare.
Da qui l’avvio alla celebrazione solenne nel finale. Un’ intonazione molto appassionata e solenne, e sempre intessuta di richiami biblici.
11. Così rivolgendo li occhi a dietro, e raccogliendo le ragioni prenotate, puotesi vedere questo pane, col quale si deono mangiare le infrascritte canzoni, essere sufficientemente purgato da le macule, e da l’essere di biado; per che tempo è d’intendere a ministrare le vivande.
Finito il proemio duqnue possiamo iniziare a somministrare le vivande.
12. Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce.

Qui ritroviamo anche un afflato scritturale da parte di Dante, e quasi profetico: il riferimento al pane che si moltiplica è un richiamo evangelico, un passo di Giovanni, la famosa moltiplicazione. E l’amplificazione che ci viene data per quello che riguarda il cibare gli altri, e quindi l’utilità. Quel passo del Vangelo di Giovanni per altro veniva interpretato generalmente come il pane della conoscenza: il moltiplicarsi in Cristo del pane della conoscenza. Dobbiamo anche tener presente per capire il senso dell’analogia che cosa intenda Dante per scienza, che è la perfezione verso la quale l’anima razionale mira, e alla corrispondenza che per Dante sussiste tra l’ordine provvidenziale-divino e il fine cui l’uomo è indirizzato che è il fine più alto della scienza come perfezione della conoscenza dell’anima razionale: dunque bisogna capire quello che Dante intende, poiché lui parla di scienza che conduce a perfezione e virtù.
Utilità che si espande: non allude solo al commento, sarebbe eccessivo auspicare tutte queste conseguenze, ma alla più generale ricchezza del volgare, che sempre rimane nella disponibilità, ed aumenta le disponibilità sia per Dante stesso che per coloro che se ne vorranno servire. La fondazione della prosa filosofica in volgare sarà fonte di ricchezza per chi vorrà proseguire su queste stesse orme.
L’immagine della luce e del sole nuovo è a sua volta pure un’ immagine biblica, ricorrente: conoscenza e luce, illuminazione che toglie le tenebre, illuminazione che consente di intendere ciò che prima non si poteva; luce nuova per altro: ed allude alla novità di quello che può portare l’uso del volgare. Sole nuovo, e contrapposizione tra il sorgere del nuovo sole e il tramonto di quello usato: questa espressione il sole usato è stata diversamente interpretata: potremmo intendere, oltre che in relazione al commento di Giorgio inglese (dispensa) questo sole usato non sarebbe tanto la lingua latina quanto la scienza dichiarata in testi latini: la scienza dei testi volgari illumina ora molte più persone, ed è questa la novità. Dante illumina quelli che sono in tenebre ed oscuritate. Questa è dunque una dichiarazione appassionata e solenne con cui si conclude questo primo trattato, che è proemio a ciò cui Dante si avvia.

E come sono disposte le altre parti del Convivio? Nel secondo trattato e nel terzo abbiamo innanzitutto il commento a due grandi canzoni: Voi che intendendo il terzo ciel movete Amor che nella mente mi ragiona. Che cosa avviene di fatto? Per quello che riguarda il secondo il tema fondamentale è quello della battaglia dei sospiri: c’è questo confronto, contrasto, fra il vecchio amore e il nuovo amore. Il problema interpretativo che si pone è su quello che possiamo intendere effettivamente di ciò che dante dice nel primo trattato sul non voler derogare alla vita nuova, poiché questo nuovo amore è quello verso la donna gentile; e la donna gentile è interpretata come la filosofia. Ma la donna gentile nella vita nuova rappresentava uno sviamento di Dante. Il terzo trattato è appunto dedicato alla lode di questa donna gentile, della filosofia, e d’altra parte sono state fatte osservazioni significative, tanto che il terzo trattato è ritenuto il cardine dal punto di vista filosofico di tutto il Convivio.
In questo trattato ci troviamo in un'altra situazione: ed anche per questo si ritiene, oltre a tutta una serie di altri riferimenti possibili, che questo quarto trattato che commenta Le dolci rime d’amor ch’io solia sia successivo. Si affronta il tema della nobiltà, non c’è più un commento di carattere allegorico, poiché le canzone non propone una dimensione di carattere allegorico, e d’altra parte perché la stessa struttura del quarto trattato è diversa: doppia come misura rispetto al secondo e al terzo: la prima parte è una confutazione delle tesi che Dante non ritiene valide in relazione alla nobiltà, e le altre quindici sono una esposizione delle tesi che dante vuole affermare. Aspetti del terzo e del quarto trattato introducono temi e problemi che avranno uno sviluppo con il trattato compiuto che è la Monarchia.

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