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Gli Asolani di Pietro Bembo - di Carlo Zacco


Datazione. Ci spostiamo in tutt’altro ambito, in tutt’altro mondo, a rigore si potrebbe obiettare sulla disposizione cronologica che ho messo: perché la prima edizione degli Asolani precede il principe. Però l’edizione che qui vi ho dato, è quella definitiva degli Asolani ed è del 1530, la prima edizione degli Asolani è del 1505. Quindi qui noi vediamo un testo rivisto dal Bembo, anche  stilisticamente.

Una cornice ampia. Allora, in quale linea si inserisce un opera come questa? Ecco, qui noi trattiamo soprattutto per quello che riguarda da un lato la tematica, che però in questa parte che  qui ho riportato è solo introdotta, sia per quello che riguarda il modo in cui è costituito e strutturato il trattato soprattutto per quello che riguarda la cornice e l’ambientazione. Infatti come avremo modo di vedere questo trattato ha una cornice molto ampia.
Il titolo. Il titolo gli Asolani è di fatto ricalcato sulle Tusculanae di Cicerone: Tuscolo per Cicerone, Asolo per il Bembo. Ha una cornice estremamente estesa che potremmo anche definire ipertrofica rispetto a quello che è lo status che abbiamo visto fin qui.

La trattatistica d’amore. Brevemente, il contesto in cui si inserisce: il contesto è duna trattatistica relativa all’amore che ha a sua volta una ampia tradizione. Una tradizione classica, medievale e umanistica. Le radici nelle quali si radica l’opera del Bembo sono radici ficiniane, neoplatoniche.
• La concezione ficiniana. Il riferimento è alla cultura dell’ambiente laurenziano in modo particolare appunto all’opera del Ficino: teniamo presente che anche laddove opere non erano state pubblicate, il Bembo poteva, per ragioni di frequentazione, poteva averle personalmente acquisite nella diffusione e nella conoscenza dei manoscritti. Certamente ci sono legami precisi. La tradizione di fatto rinnovata nei temi dell’amor platonico fatta dal Ficino ci porta ad una celebrazione ed esaltazione dell’amore laddove si giunga alla perfezione dell’amore stesso, in una scala ascensionale: dalla bellezza della donna, creatura, fino alla contemplazione di Dio. Ricordiamoci che secondo il Ficino Amore, platonicamente, è desiderio di bellezza. E dal desiderio della bellezza e dalla sua contemplazione, in una scala ascensionale che porta al suo vertice la contemplazione divina.
• la linea contraria. C’è però nella tradizione un opposta linea deprecatoria relativa all’amore che mostra come l’amore sia un male, questa linea è presente per essere confrontata e discussa nell’opera del Bembo.

Patrizio veneziano. La sua formazione originaria è in anni in cui il Bembo non aveva definito ancora del tutto la sua posizione sociale, teniamo presente che il Bembo era di importante famiglia veneziana, e in quanto patrizio veneziano aveva una serie di diritti, e doveri, dopo la sua formazione che gli spettavano per nascita.

La predilezione per la dimensione cortigiana. Ma già attraverso questa opera il Bembo mostra con chiarezza come le sue attitudini e disposizioni vanno in una direzione non cittadina ma cortigiana. Le date sono interessanti: il Bembo aveva già frequentato corti importanti, e tra l’altro si parlò anche di un suo pericoloso amore per Lucrezia Borgia, pericoloso per Lucrezia Borgia, sorella del Valentino, era la moglie di Alfonso I, duca d’Este. La prima fase della scrittura si situa tra il 1497 e e il 1502, l’ultima revisione è tra il 1503 e il  1504, e infine l’opera fu stampata da Aldo nel 1505. E proprio a questa data risalgono i presunti amori del Bembo con la Borgia.

Rottura con gli impegni veneziani. Nel 1506 Bembo avrebbe lasciato definitivamente la sua condizione di patrizio a Venezia, e questa è una rottura indicativa per gli Asolani, per quello che significa il contesto in cui si pone la scrittura. Gli Asolani hanno una significato nel modo di porsi nel contesto della scrittura cortigiana a nell’orientare la scrittura cortigiana in una direzione già chiaramente definita per quello che riguarda gli aspetti poetici, perché ci sono parti in versi, e sotto questo profilo potrebbe rientrare nella definizione di prosimetro, in una direzione non  più eclettica come era proprio della scrittura poetica cortigiana, ma petrarchesca, che poi diventerà sempre più chiara ed evidente, fino ad essere canonizzata nelle prose; e d’altra parte mostra nella prosa la volontà di adeguarsi nella scrittura, sotto il profilo linguistico, a Boccaccio. Boccaccio maggiore, il Decàmeron, ma anche Boccaccio delle opere minori.

La collaborazione con Manuzio. Teniamo presente un aspetto importante che completa questo quadro e che ci interesserà per le Prose: Aldo Manuzio era stato per Bembo un personaggio di grande importanza per la stessa collaborazione del Bembo con Aldo Manuzio. Il Bembo ha nei confronti dell’opera di stampatore di Aldo Manuzio un ruolo tutt’altro che secondario. Che cosa stava facendo Aldo in quel tempo tra fine 400 primissimi anni del 500: non solo pubblica opere in latino e in greco, ma anche in volgare. E dobbiamo tener presente che curò la pubblicazione in volgare sia di Dante e dello stesso canzoniere, che curò il Bembo. Il modo di operare del Bembo nel contesto della stamperia del Manuzio lo mette anche di fronte ad un problema rilevante per la stampa, e per quello che l’introduzione dell’arte della stampa significa e dei nuovi sviluppi che ormai la stampa aveva, lo mette di fronte al problema del rapporto tra l’opera stampata e del pubblico a cui si rivolge. Il problema della lingua, dell’uniformità stessa delle pubblicazioni a stampa non è secondario. Anche l’attività del Bembo come collaboratore nella opera editoriale del Manuzio, è importante da tener presente. Dobbiamo considerare la notevole variazione dei volgari in quel tempo.

Una discussione filosofica. Fatte queste premesse torniamo agli Asolani. Come avevo detto gli Asolani è titolo che richiama le tuscolane di cicerone, e lo vogliono richiamare anche perché l’impostazione che viene data è quella di un dialogo filosofico: la posizione di Bembo è più quella i un retore che di un filosofo: non possiamo certo riconoscergli profondità e originalità di un filosofo.

La struttura

I ragionamenti d’amore. Come sono strutturati gli Asolani? In tre libri, che ci riportano i ragionamenti che secondo l’autore furono svolti nel contesto di una festa di nozze tenuta ad Asolo, in quella che era l’unica corte possibile che il Bembo poteva individuare nello stato di Venezia, e cioè quello della ex regina di Cipro, Caterina Cornaro.
Caterina Cornaro. Il nostro commento mette in evidenza gli estremi di questo: la Cornaro che era stata regina di Cipro, e dopo la morte del marito aveva lasciato a Venezia i suoi possedimenti. Venezia in cambio di questo nel 1489 le aveva consentito di avere, all’interno della repubblica di Venezia, una propria corte ad Asolo, che è località amena nel trevigiano dove Caterina Cornaro teneva corte. Caterina Cornaro, come detto all’inizio della cornice, era imparentata con il Bembo, un legame diretto con l’autore.

Il proemio

Una ricerca di aulicità e artificiosità. Prima di venire a questa ampia cornice, vediamo brevemente come impostato il proemio. Qui è da dire che se noi guardiamo ai modi, allo stile, alla forma, riconosciamo subito una intenzione aulica da parte del Bembo che in questa parte (e la parte proemiale è sempre la più ricercata comunque, la più in vista nelle opere) qui si può manifestare con chiarezza una ricerca di una aulicità molto alta da parte del Bembo: il dettato è qui artificiosissimo. Nella ricerca di uno stile per altro, dove ci sono molte amplificazioni, e dove ricerca in modo tale da mostrare con chiarezza l’artifizio, in modo da mostrare con chiarezza, è stato detto, una certa concinnitas, un gusto dell’armonia, che però sarebbe un po’ arduo definire effettivamente ciceroniano, perché è come un’oltranza di artificio molto caricato.
• la semplicità nei temi. A questa oltranza, artificiosità, questa complicazione dal punto di vista formale, non corrisponde però una complicazione, o una complessità nell’esposizione dei punti che tratta il Bembo: il discorso si segue chiaramente nel suo articolarsi in diversi punti ed è posto in modo tale che il lettore lo segua chiaramente.

Viandanti e Naviganti. Il succo che riassumo è questo: si parte da una doppia ampia comparazione il cui carattere sarà evidenziato successivamente. Si imposta in una chiave metaforica attraverso quella che è la condizione dei naviganti, e la condizione dei viandanti: metaforicamente il viaggio per mare ma anche per terra, il viaggio travagliato, complicato, difficile, rimanda al viaggio della vita, al cammino della vita.
• il desiderio dei viandanti. Allora che cosa si dice in queste due comparazioni iniziali? Che i naviganti hanno caro, che ai naviganti giova, che i naviganti desiderano avere questo, cioè il poter ritrovare mediante la pietra mediana, ovvero la calamita, il nord; ritrovando il nord ritrovano la direzione per poter giungere in port ed uscire dai pericoli della tempesta.
il desiderio del viandante. Così il viandante ha altrettanto caro che quando giunge in un punto intricato di vie, trovi chi gli indica la strada.

Il ruolo dell’autore. Allo stesso modo, con la stessa valenza che ha la calamita da un lato, e la guida dall’altro, così altrettanto l’autore ha sempre giudicato un grazioso ufficio, quindi un compito, un assumersi un compito che è gradito a coloro per cui è assunto, ma che anche è un dono, da parte di chi aiuta chi si trovi nelle proprie condizioni di vita in una situazione di difficoltà e pericolo.
• maggior pregio per chi aiuta. Se da lodare è chi esce da solo da pericolo; ancora di più lo è non solo chi conosce questo per sé ma chi  conoscendo questo per sé se ne avvale per aiutare gli altri. E qual è quella forma di travaglio maggiore che può accadere a sconvolgere la vita dell’uomo? Naturalmente la passione amorosa, e dunque che cosa è necessario per dare questo ufficio grazioso agli uomini? Il conoscere e dunque indicare agli altri quale amore sia buono e quale sia reo. L’oggetto degli Asolani ha dunque come tema l’amore. Il ritrovare, cioè il trattare quale amore sia buono e quale sia reo. Mostrando le cose che di debbono seguire e quelle che si debbono fuggire.
 
L’occasione. L’autore si assume questo compito, e per questo ha voluto raccogliere dei ragionamenti fatti nell’occasione che avevo anticipato. Detti, ragionamenti: non abbiamo una indicazione cronologica precisa, ma l’autore dice che erano stati fatti pochi giorni prima che egli li raccogliesse, senza altre indicazioni. Discussi poi da tre giovani in tre giornate: i personaggi in realtà sono sei: tre giovani donne e tre giovani uomini. Ma quelli che discutono, che questionano sono gli uomini. In presenza delle tre donne, e l’ultima giornata vede anche la presenza del nume del luogo, della regina, la più alta autorità in questa piccola corte.

Il pubblico. Allora, il pubblico a cui si rivolge il nostro autore scrittore qual è? Come opera che giova si rivolge naturalmente a tutti. L’amore è una passione propria della vita di tutti, ed è inevitabile che in un momento gli uomini incontrino la forza dell’amore, però in particolar modo ritiene che possa esser utile da parte di lui che giovane era, ai giovani: e questo è il pubblico di elezione in maniera tale che possano far giudizio sull’amore, avere un giudizio sull’amore, prima che l’amore faccia prova di sé su di loro.
Elogio della letteratura. Questo discorso relativo al giovamento che si ha quando si può avere un’esperienza fatta attraverso quanto altri hanno provato e detto, porta lo scrittore a fare un elogio delle lettere e della scrittura: nella parte conclusiva di questo proemio infatti il Bembo afferma che «bellissimo ritrovamento delle genti è da dir che sieno le lettere e la scrittura, nella qual noi molte cose passate, che non potrebbono altramente essere alla nostra notizia pervenute, tutte quasi in uno specchio riguardando e quello di loro che faccia per noi raccogliendo, da gli altrui essempi ammaestrati ad entrare nelli non prima o solcati pelaghi o caminati sentieri della vita, quasi provati e nocchieri e viandanti, più sicuramente ci mettiamo». Ritorna la metafora iniziale. Il peso, il significato, la forza, l’importanza della letteratura. specchio di ammaestramento, ma anche diletto. L’importanza della lettura è dato da quello che attraverso la lettura possiamo conoscere ma certo anche attraverso il piacere che ne ricaviamo.

Necessità della cornice. Su questo tema però non vuole svolger un discorso più ampio, cosa che potrebbe fare, ma lasciando questo vuole venire a ragionar di cose d’amore: i discorsi sull’amore svolti in questi tre giorni. Ma prima di giungere a questi sottolinea come sia necessario che si spieghi come il ragionare avesse luogo: in quest’ultima parte del proemio sottolinea la necessità della cornice in una qualche misura giustifica anche l’ampiezza della cornice.

Analisi del periodo iniziale. Un aspetto dello stile da questo breve passo potete averlo avuto, però almeno un esempio lo facciamo per quello che riguarda l’apertura, che più è fatta in alto stile. E che più mette in evidenza il modo di procedere da un punto di vista anche di ricerca di ritmo e suono delle parole: la ricerca di quelle clausole ampullose e magnifiche cui Machiavelli assolutamente si contrapponeva. Dato che gli Asolani furono pubblicati in prima edizione nel 1505 non è da escludere che Machiavelli avesse anche in mente cose di questo genere. Allora, è esemplato il passo iniziale su un passo di un opera minore del Boccaccio: la Fiammetta. Anche le opere minori del Boccaccio sono ben presenti al Bembo. Ed è esattamente articolato su due parti, è un ampio periodo strutturato in due parti uguali tra di loro: è talmente ricco di incidentali che a una prima lettura il lettore se non fa pause dovute rischia di perdersi; tornando a legger e trova poi l’organismo di questo periodare, che è retto nella sostanza nelle due parti del periodo da due forti iperbati:

I navicanti. «Suole a' faticosi navicanti esser caro [e qui parte per la tangente], quando la notte, da oscuro e tempestoso nembo assaliti e sospinti, né stella scorgono, né cosa alcuna appar loro che regga la lor via, col segno della indiana pietra ritrovare la tramontana [e questo è quello che ci serviva per finire l’iperbato: essere caro … la tramontana]. in guisa che [+ qui adesso riparte il periodo con di nuovo un iperbato] quale vento soffi e percuota conoscendo, non sia lor tolto il potere e vela e governo là, dove essi di giugnere procacciano o almeno dove più la loro salute veggono, dirizzare» [ed ecco che troviamo il nostro infinito da collegar a potere: il potere dirizzare e vela e governo]. Iperbato naturalmente anche anastrofi nella anteposizione di parti che se seguissimo l’ordo naturalis sarebbero diverse. Dirizzare, verbo in clausola che conclude la prima parte del periodo, il primo paragone; prima di vedere la seconda parte vediamo un altro aspetto dell’articolazione di questo periodare: l’uso dei parallelismi che scandiscono questo periodare è che si rifanno al gusto per la dittologia: c’è la presenza, pur nella prosa, di un gusto petrarchesco: oscuro e tempestoso; assaliti e sospinti; e vela e governo; eccetera.

I viandanti. L’altro periodo è articoalto in un modo parallelo: «e piace a quelli che per contrada non usata caminano, qualora essi, a parte venuti dove molte vie faccian capo, in qual più tosto sia da mettersi non scorgendo, stanno in sul piè dubitosi e sospesi, incontrare [piace a quelli… incontrare] chi loro la diritta insegni, sì che essi possano all'albergo senza errore, o forse prima che la notte gli sopragiunga, pervenire [possano…pervenire]». Di nuovo il verbo che chiude tutto il periodo con clausola finale. Vediamo i nostri infiniti: ritrovare – dirizzare – incontrare danno un eco fonica, sonora: sono tutti e tre della prima coniugazione e sono in omoteleuto. Abbiamo poi una variatio, necessaria perché senza varietà c’è un eccessiva sazietà. Si vede lo studio, è ricercatissimo: il Castiglione direbbe che è una scrittura affettata, un esempio di affettazione: non implica che il Bembo vada giudicato partendo da Machivelli o Castiglione: è per mettere in evidenza le differenze: il gusto del Bembo è un gusto diverso: storicamente gli Asolani hanno avuto a loro volta una funzione significativa nella prosa cinquecentesca, linguisticamente prima che stilisticamente.
Esempio di clausola. Per quello che riguarda le clausole, vi è fatto notare dal commentatore che è Dionisotti, un esempio sulla base degli studi della retorica antica: nella nota 9, pg 183: «senza fallo molte volte a molti uomini di molto giovamento è stato» clausola sonante, ampollosa.

La cornice

Situazione: le nozze in Asolo. Come è articolata la cornice? È molto ampia, vediamo i punti chiave: innanzitutto come sempre nelle cornici viene presentato il luogo, la situazione in cui sono poi collocati i dialoghi e vengono presentati i personaggi e qui si parte da una rappresentazione che riguarda il luogo, Asolo, nella sua bellezza, vago e piacevole castello (ricorre costantemente, in tuta questa cornice, di espressioni dell’area semantica della bellezza, della leggiadria, della soavità, della dolcezza della piacevolezza); la collocazione in Asolo è correlata con la regina di Cipro perché qui c’è la corte della regina di Cipro: non solo una collocazione cortigiana, ma una collocazione nella festa di corte: festa di nozze, che ci porta dunque in un contesto in cui ci sono tutta una serie di intrattenimenti di corte: la corte si manifesta al suo grado di eccellenza nel modo in cui si propone anche nei confronti di quelli che estranei ed esterni alla corte sono qui accolti per i festeggiamenti. festeggiamenti di nozze legati alla regina: perché si marita una delle sue damigelle.

Giovani nobili cavalieri. I personaggi che ci interessano per il nostro dialogo sono i personaggi che sono venuti qui per la festa di corte. In primo luogo sono presentati i tre interlocutori del dialogo, e sono definiti come veneziani, nobili, personaggi di alto livello, sia da un punto di vista sociale sia per quello che ne riguarda la nobiltà d’animo, sia per quello che ne riguarda la formazione: sono letterati e hanno avuto caro lo studio fin dai loro primi anni e lo hanno continuato. Ma oltre a questo hanno anche acquisito sul piano dei costumi e sul modo di essere, il pregio di ogni bel costume. Insomma sono nobili cavalieri, che hanno tutto ciò che a nobili cavalieri si appartiene: una rappresentazione che ci dà una connotazione, diciamo, molto puntuale di ciò che vuole essere rappresentato di questi giovani.

Le donne. Non altrettanto si dice, se non in termini generali, delle tre donne, se non che sono belle (vaghe giovani), ornate nei gentili costumi: si dice che erano imparentate, e sposate ma qui senza i mariti. In una cornice che in realtà è molto stilizzata e ha molti tratti di verosimiglianza, questo è uno dei pochi elementi che vorrebbero ricondurre ad una verosimiglianza del discorso. Sono presentate come giovani che hanno caro nello stare con questi uomini, sempre in ragionamenti sollazzevoli, espressione boccacciana quant’altre mai, appunto conducendo il loro tempo in modo al tempo stesso piacevole ma anche onesto.

Il primo personaggio: Perottino. I personaggi non ci vengono presentati tutti insieme per nome, e questa è un'altra della peculiarità di questa cornice, ma via via. Il primo ci  viene presentato con il nome di Perottino. Ed è personaggio dell’amante infelice: è colui che svolgerà nel primo libro il tema dell’amor doloroso, e dell’amore come male e come danno.

Gli pseudonimi. Non è chiamato col suo nome, viene usato uno pseudonimo, e qui subito noi ci ritroviamo in un clima che ci fa capire, se non l’avevamo già capito, che è quello della cornice decameroniana: usa pseudonimi giustificandolo allo stesso modo con cui lo aveva giustificato il Boccaccio: sia nella introduzione alla narrazione nel ritrovo dei giovani nella chiesa di Santa Maria Novella, e d’altra parte, in relazione a quello che lo stesso Boccaccio dive nella volontà di evitare il cattivo giudizio dei malevoli. Boccacciana è la giustificazione che viene data che questa: «non pochi sogliono esser coloro che le cose sane le più volte rimirano con occhio non sano». Quindi per difendere la onestà di questi giovani, e l’onestà dei ragionameti non dice i loro nomi.

Vicinanza e lontananza con Decameron. Se questo ci introduce in una imitazione-emulazione decameroniana, segna però bene anche le differenze: innanzitutto sono presentati prima i giovani uomini e saranno loro a presentare il discorso: c’è dunque una posizione di disparità, nel modo in cui vengono presentati i personaggi. (qui sono presentati invece pari come numero, tre più tre). E d’altra parte subito emerge con chiarezza la disparità di collocazione di queste che non saranno novelle, ma ragionamenti: siamo nel clima della festa, un contesto del tutto diverso rispetto a quello della cornice decameroniana.

Festa che richiama, nel modo in cui sono rappresentati i diletti di questa cornice alcuni tratti che sono rappresentati in modo stilizzato, il modo di vivere dei giovani nella cornice decameroniana, per quello che riguarda i diletti della musica, i diletti del canto: in questo senso sono introdotti qui dei componimenti poetici, ma riportati pur con una analoga stilizzazione, nel gusto della festa rinascimentale: viene fatta dunque una attualizzazione. Dopo aver presentato i personaggi ed aver fatto il nome di uno solo di loro, e il fatto che si astraeva, tendeva ad astrarsi dai discorsi degli altri per la sua condizione di tristezza, per cui si poteva notare questa sua connotazione, torna alle nozze della regina.

La due canzoni. Torna alle nozze e alla festa che si svolge su più giorni: in un giorno tra gli altri, alla fine del desinare splendido, entrano due fanciulle, una di maggiore una di minore età, una delle due, sulle corde di un bellissimo liuto, suonando intona e canta; canta quella che verrà detta canzone, e in realtà la sua forma metrica è quella della ode-canzonetta. Anche qui naturalmente il suono è piacevole, la voce soave, e il modo di cantare è dolcissimo. Quando questa ode-canzonetta è terminata, e torna la melodia, perché sul liuto, dopo che era conclusa le melodia della canzone ritornano le note sullo stesso motivo della propria ode, allora interviene al seconda fanciulla che canta, una canzonetta su melodia identica ma di differente significato nel testo.
Amore doloroso – amore lieto. Il dolore dell’amore nella prima, l’amore come elemento doloroso che si insinua in una vita lieta e di gioia, e invece l’amore che in una vita che invece era di dolore e travaglio, ha introdotto la felicità: entrambe le canzonette sono articolate parallelamente e entrambe sono concluse da un mito: un mito negativo: quello di Medea da un lato; e dall’altro uno positivo: quello di Andromeda.
La terza canzone. Questo bilanciamento, questo gioco di opposti negativo-positivo, vede un ulteriore incremento in una terza canzone, questa volta è una vera e propria strofa di canzone, e per volontà della regina viene chiamata una damigella che canta questa canzone su una sua viola di meraviglioso suono: liuto e viola sono strumenti aulici, e strumenti che accompagnavano i canti del Decameron. Questa strofa di canzone invece svolge il motivo dell’amore che è giudicato malamente perché non è conosciuto. Il mondo non consoce l’amore, nel modo in cui l’amore dovrebbe essere conosciuto, perché la gente, da viltate offesa (Dante!) segue il suo danno e fugge sua salute. Ma se davvero conoscesse l’amore vero, allora le cose starebbero in modo diverso: la nostra vita prenderebbe cammino dritto e sicuro e tornerebbe il tempo dell’età dell’oro.

I tre libri: l’ascesa dell’amore. Questa è la terza tappa di un cammino ascensionale: la prima è l’amore come dolore e sofferenza, la seconda l’amore come gioia, e sarà svolta nel tema della felicità nel senso del’amore sensuale ( sarà svolta nel secondo libro) , il terzo è l’amore puro, ascesa in una chiave neoplatonica e religiosa, e sarà svolta nel terzo libro: una anticipazione dei temi, fatta informa poetica. Allora, questi componimenti poetici non sono alti, ma sono tuttavia rigorosamente richiamati in una chiave petrarchesca. Ci sono anche spunti danteschi: la pargoletta, e il richiamo alla viltate offesa, ma il tessuto espressivo è già fortemente orientato in una direzione di adesione petrarchesca. Questo vale come introduzione-anticipazione dei temi.

Il resto della cornice come si svolge? Anche qui per certi aspetti sul modello della cornice decameroniana. La regina si ritira nelle ora più calde del giorno (ma è settembre) e viene aggiornata la festa alle ore verso il vespro. Mai nostri giovani si sono attardati nell’attraversare le sale, e nel compiere questo cammino nelle sale del palazzo, si sono affacciati da un balcone e hanno visto uno splendido giardino, ricco di ombre, che attira anche per la sua frescura per quello che riguarda l’ora ormai più calda del giorno.

Il secondo personaggio: Gismondo. Viene introdotto per nome il secondo personaggio maschile: Gismondo, quello di umore festevole, quello cui sarà dato lo svolgere nel secondo libro la parte relativa all’amore sensuale. Di questo Gismondo nel secondo libro ci darà una indicazione dell’età: 26 anni, che sarebbe in coincidenza con quella che avrebbe avuto il Bembo nel tempo della composizione. E questo Gismondo è in parte esemplato sulla figura di Dionèo; è Gismondo che propone di non andare a passare le ore dormire ma di andare nel giardino, e propone di passare il tempo prima che cominci la festa prima che ritorni la regina, occupando il tempo novellando o di cose dilettevoli ragionando.

Il giardino. Mentre si innesta sullo sfondo la cornice decameroniana, ne mette in evidenza anche le differenze: non il novellare, ma lo svolgere il dilettevole ragionamento. Le donne sono d’accordo, i giovani anche, e tutte liete festose le donne vanno con lui e insieme gli altri giovani. Tutto il paragrafo 4 è dedicato alla descrizione del giardino: una descrizione ampia che mette in evidenza gli elementi cardine del giardino: la bellezza data dalla disposizione ad arte delle sue parti, e il rigoglio di carattere naturale. Tra l’altro qui presumibilmente c’è anche una descrizione che riguarda il giardino effettivo della reggia di Asolo: ci sono particolari che fanno pensare a questo. Il giardino è il locus amoenus: fiori, cespugli, ruscelli, fiori. È Gismondo che stabilità come argomento quello dell’amore.

Nella seconda ode canzonetta al verso due: le mie scorte vuole dire letteralmente ‘guide’ è da interpretare col verso due della canzone precedente. Le scorte sono a loro volta i pensieri che accompagnano la giovinetta. Ed è espressione petrarchesca.
Altro aspetto è la presenza della parola amore in tutte e due le odi canzonette in tutte le quartine. Nella terza, la strofa di canzone, la parola ‘amor’ è in posizione iniziale di verso, in apostrofe.
Amore reo la prima canzone; amore che porta gioia la seconda; amore che se conosciuto e potesse risplendere alle genti condurrebbe al giusto cammino la vita degli uomini riportandoci all’età dell’oro.

Una bellezza data sia dalla disposizione ad arte delle sue parti sia dal rigoglio della natura. Giunti nella parte più ombrosa, i giovani trovano un pratello pieno di fiori, una fonte e tutti gli elementi del locus amoenus. Qui iniziano i dilettevoli ragionamenti.

Gismondo coordina il gruppo. Questo luogo piace a tutti e interviene, sul modello decameroniano, la maggiore delle fanciulle: il nome è Berenice, loda il luogo e l’avvedimento, il giusto consiglio di Gismondo e gli affida l’arbitrio delle decisioni da prendere: sia dove sedersi, sia pe ril ragionamento: sarà Gismondo a decidere di cosa si ragioni. E cosa fa Gismondo? In primo luogo lietamente (Gismondo rappresenta un po’ Dionèo, opposta a quella di Perottino, il triste per eccellenza, che può essere assimilato a Filostrato).
In  cerchio. Gismondo lietamente appunto accetta questa decisione, questa maggioranza, questa posizione di superiorità, e in primo luogo fa sedere in cerchio gli altri giovani. Disposizione a corona che corrisponde a quella dei giovani del Decameron: indicativa si una parità e mancanza di subordinazione gerarchica. Il Bembo poi come autore giustificherà la presenza delle donne dicendo che esse sono pertinenti all’argomento trattato, dicendo che è ben consapevole delle possibili critiche, e si lancia in una sorta di celebrazione della parità di virtù tra uomini e donne.

Ruolo delle donne. Anche qui questo lo vediamo nella disposizione a corona: ma anche qui le donne, come nel Cortegiano, hanno una parte di contorno: intervengono ma non svolgono la trattazione, che è interamente svolta dai maschi.

Prima proposta:  l’amore triste. Gismondo piacevolmente introduce il discorso per proporre l’argomento: si riferisce ai canti fatti prima: ricorda che due di quei canti lodavano l’amore, e il primo si doleva del’amore. Allora introduce come argomentare il fatto che se vi sia qualcuno che abbia la stessa convinzione negativa relativa ad amore della prima canzone dovrebbe farsi avanti a parlarne. In modo da potere rispondere: «che io gli risponderò, e dammi il cuore di dimostrargli quanto egli con suo danno da così fatta openione ingannato sia. La qual cosa se voi farete, e doverete voler fare, se volete che mio sia quello che una volta donato m'avete, assai bello e spazioso campo aremo oggi da favellare -. E, così detto, si tacque».

A questo punto c’è, sempre nella parte diegetica della cornice, l’introduzione di un motivo che pure riprende informa più attenuata uno spunto decameroniano, una esitazione da parte delle donne: il parlare d’amore potrebbe far introdurre argomenti inadatti alle donne.

Spingere Perottino a parlare. Ma sapendo quale era la indole di Gismondo e degli altri, si rassicurano e questo dubbio viene cacciato via. Si rendono subito conto di quale si al’intenzione di Gismondo: che voglia spingere Perottino a parlare: «perciò che sapevano che egli di cosa amorosa altro che male non ragionava giamai.» a questo punto ci si aspetterebbe una  risposta, ma nessuno parla. Interviene Gismondo: giustifica le donne sostenendo la convinzione che se le donne parlassero loderebbero anch’esse l’amore. D’altra parte però pensa che sia la vergogna a trattenerle quantunque d’amore sai possa per ciascun sempre onestissimamente parlare. Se duqnue giustifica le donne mostra di stupirsi che  non intervengano gli altri due, o meglio «essendovene uno per aventura qui, che siede, il quale male d'Amor giudicando tiene che egli sia reo, e sì si tace -.» Perottino, chiamato in causa, vorrebbe sottrarsi. Invece intervengono le donne, lo sollecitano nonostante i suoi rifiuti: alla fine tutte le donne cercano di persuaderlo, e alla fine, vinto, dichiara che lo farà. Annunciando che la materia che tratterà è una materia che  non induce affatto diletto ma dolore. Ed annuncia in questo modo quello che sarà il tono che  il lettore, come il pubblico interno, troverà: «Perciò che né voi udirete cose che piacevoli sieno ad udire, e io di noiose ragionerò, e esso per aventura ciò che egli non cerca sì si troverà; il quale, credendosi d'alcuna occasion dare a' suoi ragionamenti col mio, ogni materia si leva via di poter, non dico acconciamente, ma pure in modo alcuno favellare. Perciò che ravedutosi, per quello che a me converrà dire, in quanto errore non io, cui egli vi crede essere, ma esso sia, che ciò crede, se egli non ha ogni vergogna smarrita, esso si rimarrà di prender l'arme contra 'l vero; e quando pure ardisse di prenderlesi, fare no 'l potrà, perciò che non gli fia rimaso che pigliare». Dunque i miei argomenti saranno così forti che non gli sarà in nessun modo possibile combattere con me. La risposta è fatta sulla stessa falsa riga: «O armato o disarmato - rispose Gismondo - in ogni modo ho io a farla teco questa volta, Perottino» e dice che le cose non stanno come dice Perottino eccetera.

Gusto cortigiano per la battaglia. Allora, mi sono soffermata su questo passo perché qui più che altrove emerge un aspetto proprio di una messa in scena cortigiana: la metaforica battaglia: i giovani come cavalieri che si confrontano a battaglia su due campi opposti che riguardano due opposte concezioni dell’amore: anche nel Cortegiano si affaccia il tema della battaglia. Il peso degli Asolani in questo senso si fa sentire sul Castiglione.

D’altra parte su questo tema si va avanti nella parte della cornice che segue: le donne ridono, il contesto è scherzoso, metaforico. Interviene la seconda donna, Lisa (la terza è Sabinetta) e la seconda delle donne nominate tira in campo il terzo giovane: Lavinello. Questo cerca a sua volta di sottrarsi al combattimento: dichiarando che non sarebbe cortese intervenire perché essendo due i contendenti sarebbe costretto a schierarsi con uno dei due ed il combattimento sarebbe fatto ad emi impari, e non sarebbe giusto. Scusa non accolta: questi non sono combattimenti di maniera, e non nuore nessuno in cosiffatte battaglie (scherzosamente).

E come risponde Lavinello? Altro aspetto di sottolineatura del gusto del gioco, degli scherzi prima che inizi il dibattito vero e proprio: «Lisa, Lisa, tu hai avuto un gran torto - rispose allora Lavinello, così con un dito per ischerzo minacciandola giochevolmente». Insieme con le parole sono introdotti i gesti, «Indi, all'altre due giratosi disse: - Io mi tenni, testé, donne, tutto buono, estimando, per lo vedervi intente alla zuffa di costor due, che a me non doveste volger l'animo, né dare altro carico di trappormi a queste contese. Ora, poscia che a Lisa non è piaciuto che io in pace mi stia, acciò che almeno doler di me non si possano i miei compagni, lasciamgli far da loro a lor modo; come essi si rimarranno dalla mischia, non mancherà che, sì come i buoni schermidori far sogliono, che a sé riservano il sezzaio assalto, così io le lasciate arme ripigliando, non pruovi di sodisfare al vostro disio». A questo punto può cominciare la trattazione che viene svolta interamente, nel primo libro, affidata a Perottino. [21:51 - ]

I primi due libri si svolgono di fatto come una disputa in utramque partem: perché l’una è sull’amore-amaro, e nell’altro l’amore felice.

La trattazione viene svolta da Perottino, con inserzione di versi ancora. Il primo libro si conclude con un gesto che ha un significato simbolico che corrisponde ad un giusto di celebrazione di gestualità vera e propria e teatrale: Perottino termina piangendo, e si trae fuori dal seno un drappo, che si intende donato dalla sua donna. Questo drappo serve per asciugare le lagrime, e porta il tema dell’amore infelice sulla scena simbolicamente. Talmente rattristato Perottino che non riesce più a partecipare alla festa che poi riprenderà. I due altri giovani passano con lui il resto del tempo confortandolo.

Nel secondo si rovescia specularmente. Gismondo tratta dell’amore felice con carattere sensuale: e quasi non riesce a concludere il discorso perché la festa sta per ricominciare: all’opposto, Gismondo cessa di parlare lasciano ciò che si poteva ancora dire a Lavinello. C’è una variante, un effetto trascinamento della cornice, perché la conclusione della cornice della seconda giornata non è alla fine del secondo libro, il terso libro inizia con il proemio e di fatto accade che la regina viene a sapere dei discorsi fatti: tutti accorrono e si stabilisce che Lavinello dovrà svolgere la sua trattazione ma alla presenza della regina. Significato simbolico per l’importanza del discorso di Lavinello.

Nella parte proemiale l’autore con voce sua sottolinea che nella sua opera non lascia il discorso aperto né contraddittorio: avrebbe potuto lasciarlo aperto in utramque parte: amore negativo e positivo, ma non è così. Il discorso di Lavinello che è il culmine, in realtà sposta il piano del discorso in altra direzione:
Il terzo libro è bipartito: lavinello riprende alcune considerazioni di Gismondo, ma ne confuta al tempo stesso gli estremi, che si ponevano in una direzione di carattere sensuale. E dà una impostazione di carattere neo platonico alla impostazione. Ma non conclude il discorso, Lavinello dice che mentre era immerso in queste considerazioni aveva incontrato un eremita e questi gli aveva fatto una sorta di lezione: la lezione dell’eremita comporta una correzione di rotta: l’impostazione di carattere neoplatonico che aveva dato viene ulteriormente ripresa e reindirizza vero un platonismo cristiano. Con la conclusione di Lavinello il discorso si chiude.
In questo discorso che è ascensionale, l’ultima parte non è una sintesi dei primi due, ma è un portare il discorso in un’ altra direzione.

Lo stile

Gli Asolani sono testo nuovo anche per quello che riguarda la lingua: questo effetto ci viene dato in relazione a quei tratti di artificiosità. Quell’oltranza stilistica indubbia che percepiamo. Ma, i contemporanei del Bembo non ne avrebbero avvertito solo questi aspetti, ma avrebbero avvertito ciò che a noi, abituati a leggere testi dei primi secoli, toscani, non fa la stessa impressione: il Bembo era veneziano e quando parlava, parlava in modo diverso: questo è il primo esempio di prosa toscana scritta da un non toscano. Quindi da un punto di vista linguistico è un effetto importante. Al di là dell’artificio.
Alcuni esempi, perché anche il Castiglione  non è toscano, è Mantovano. Qual è di fatto la morfologia di Bembo? I veneziani non scrivono nella loro lingua abituale per esempio:
• non abbraccio  ma > abbrazzo
• non trecce ma > trezze
E al contrario:
• non pazzia ma > paccia
• non anzi ma > anci
Per le forme del verbo, nella seconda plurale non dicono per esempio vedreste, ma vedresti, potresti, eccetera. Oppure un personaggio che parla alla terza singolare del congiuntivo dirà: dichi, naschi. Forme lontane da quelle toscane. Una volontà di adeguarsi da un punto di vista linguistico, ma anche retorico e stilistico.

Ora la prosa degli Asolani è arcaizzante, sia sintatticamente ma anche per altri aspetti: soprattutto perché è esemplata sul Boccaccio. Ma il problema di dare norma alla lingua scritta, una norma che facesse raggiungere il grado maggiore di perfezione possibile, è ciò che il Bembo cerca di fare. E questo dice anche nelle prose della volgar lingua. 

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