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De Re Uxoria di Francesco Bàrbaro - di Carlo Zacco


Francesco Bàrbaro – De Re Uxoria
Il dialogo del Bruni non ha un impianto trattatistico mentre da questo momento in poi i nostri dialoghi avranno un fine trattatistico. Certamente la forma del dialogo è quella privilegiata per il trattato quattro-cinquecentesco ma non è certo l’unica, rimane la forma tradizionale del trattato monologico, anche in forme che hanno una certa fissità nel tempo; oppure il dialogo monologico viene rinnovato negli argomenti, nei modi e nell’impostazione, sia con innovazioni che con la presenza di caratteri tradizionali.

Trattato sul matrimonio. Per dare un esempio quattrocentesco di un altro trattato che riporta un argomento significativo ed ebbe una fortuna non da poco, ho scelto alcune pagine del De Re Uxoria del Francesco Barbaro. Altro umanista, conoscitore del greco, il quale sceglie una forma diversa per la sua opera. E questa volta un vero e proprio trattato; tratta di un argomento che include tutte le tematiche che riguardano il matrimonio, e lo tratta dal punto di vista della voce dell’autore che scrive intorno a questo tema.
Tema tradizionale. L’argomento ha notevole fortuna nel mondo antico, medievale, umanistico eccetera; ci troviamo di fronte a temi che ci possono sembrare terribilmente passatisti vista la centralità della figura del marito, ma in relazione alla cultura del tempo, l’opera del Barbaro non può essere affatto definita tradizionalistico-conservatrice: un filone portante delle opere sulla donna è quello misogino, e Barbaro non è affatto misogino. D’altra parte valorizza molto il rapporto d’amore tra i coniugi, e Barbaro ha in questo un intento di carattere civile e morale insieme. Teniamo presente che Francesco Barbaro viene da una famiglia patrizia di Venezia, e quindi il matrimonio è incardinato in un discorso che rimanda a sua volta ad un discorso sulla società, e quindi l’importanza di un fondamento morale del matrimonio, il fatto stesso che sia richiamato l’amore dei coniugi come fondante il matrimonio è di primo piano per il Barbaro; e così anche il fatto che in un matrimonio così fondato sia incardinato il tema sia dell’educazione dei figli, sia dell’amministrazione della casa.

Brevemente, quest’operetta fu scritta nel 1416. In Barbaro è più giovane del Bruni, nacque nel 1390, scrisse quest’operetta a 26 anni. Non era sposato, e non parla per esperienza personale. Quando scrive quest’operetta si era già dottorato, cioè aveva preso la laurea, aveva a sua volta studiato il greco a Venezia con Guarino Veronese, ed era stato, l’anno prima di scrivere quest’operetta, a Firenze. Infatti nella prefazione ricorda gli stessi personaggi del dialogo del Bruni, e cioè il Bruni stesso, Roberto de Rossi, e il Niccoli.

Le fonti. Questa operetta ebbe notevole fortuna; ha una stampa parigina importante del 1513, significativa perché materia che ha una pertinenza per quello che riguarda alcune fonti cui fece riferimento il Barbaro per trattare della donna, anche nei confronti del terzo libro del cortegiano. Le fonti di questa operetta sono in larghissima misura classiche, e in buona misura greche: possiamo dire che in larga parte sono fondate su plutarco (Coniugalia praecepta - Precetti coniugali,  e l’opuscolo scritto sulla virtù delle donne) e d’altra parte anche per quello che riguarda l’organizzazione domestica l’Economico di Senofonte.
 
Prefazione

Il dedicatario. Come per gli altri trattati anche questo si apre con una prefazione che in realtà è una dedicatoria. Anche questo è ovviamente in latino, e si rivolge ad un fiorentino di importante famiglia in quanto è uno dei Medici: è il fratello di Cosimo. Teniamo presente che siamo nel 1416, e Cosimo salirà al potere nel 1434, quindi sono anni precedenti; ma la famiglia Medici era una delle famiglie di primissimo piano in Firenze. Si rivolge ad un illustre che aveva la sua stesa età per altro, e questo è un dono di nozze.

La prefazione. In questa prefazione ci troviamo di fronte a dei motivi, che non andiamo ad esaminare partitamente, ma che abbiamo già visto in altre lettere, motivi in alcuni casi totalmente presenti, in altri solo prevalentemente. In primo luogo il rapporto col destinatario: anche qui un rapporto personale. Naturalmente c’è la dichiarazione della novità dell’argomento; c’è naturalmente il solito topos modestiae; c’è la sottolineatura dello scopo del componimento nella duplice chiave di portare diletto e di recare utilità; c’è naturalmente in conclusione le richiesta di ascolto. In tutta questa dedicatoria c’è una continuata captatio benevolentiae, il che è proprio anche della forma stessa della dedicatoria.

Un dono nuziale. Quello su cui è interessante soffermarci in quanto specifico, riguarda appunto le specificazioni che ci vengono date riguardo alla giustificazione della scrittura: quest’operetta viene messa in relazione con il dono nuziale: non dona altro, ama ritiene che il dono più liberale che possa fare sia questo trattato sul matrimonio in relazione a chi appunto è colui che si sposa. Il dono è legato sia all’oggetto specifico sia all’amicizia che ha legato il dedicatario col dedicante nell’anno precedente quando erano a Firenze. Per altro il nostro commento fa un commento abbastanza graffiante sull’esito del matrimonio dei medici: pag 130, vedi nota.

La novità. Questo rapporto con il dedicatario e con il dono nuziale: che cosa c’è di nuovo in questa materia? Perché naturalmente il trattare di matrimonio non è affatto nuova come materia. Il nuovo consiste nel fatto che si distingua dai precetti degli altri: la novità è nel modo di trattare e nel modo di porre, nei loro rapporti specifici, i contenuti. E per spiegare come ciò possa avvenire nonostante il topos modestiae della pochezza del suo ingegno, il nostro pone la sua opera sotto il baluardo e la difesa di un eminente cittadino della repubblica veneta: teniamo presente che l’età del Barbaro è la stessa di quella del Medici, quindi viene chiamato un personaggio di più alta posizione che è questo messer Zaccaria, illustre cittadino di questa patria, definito uomo rilevante per prudenza, ingegno, giustizia, esperienza di cose grandi e per opere memorabili singolare.
[La traduzione. Devo dire che la traduzione che abbiamo qui, è una traduzione di un autore del 500, Alberto Loglio, del 1548. Questo per dire che c’è ovviamente un modo di scrittura che risente del modo cinquecentesco anche dal punto di vista linguistico e stilistico, ma va anche aggiunto che il nostro traduttore non traduce letteralmente, e tende molto ad amplificare il dettato: una delle amplificazioni riguarda anche questo personaggio, che nella traduzione italiana viene ulteriormente magnificato.]
 
La doppia autorità. Questo Zaccaria trevisano è figura di grande autorità che ha potuto discutere di questo tema con il Barbaro e che in queste conversazioni ha parlato facendo una serie di esempi e di citazioni di precetti tratti dagli autori classici. Quindi ci sono questi due poli: il mettersi al riparo di questa autorità nell’ambito dei cittadini di Venezia, autorevole da un punto di vista diverso da quello culturale; sottolineare l’importanza della provenienza delle fonti antiche: poiché come vi ho detto la maggior parte dei precetti vengono da fonti classiche, in particolare greche. Barbaro non dice che tutto ciò che ha appreso, lo ha appreso da Zaccaria, ma dice che per la maggior parte questo discende a quello che ha ricavato dai colloqui con lui. E sottolinea appunto quello che ha raccolto dagli antichi.
Il rapporto autore-dedicatario. C’è poi un altro aspetto della cosa: se dicesse al destinatario che gli scrive cose sul matrimonio perché lui non le sa, potrebbe sembrare un po’ superfluo, perché Barbaro ha la stesa età del destinatario, non è sposato a sua volta, e dunque non può fare appello alla propria esperienza, e allora c’è in un certo senso un modo di palliare questo discorso dicendo che sa benissimo che il dedicatario ha a sua volta una conoscenza non inferiore alla sua, che per di più il Barbaro può ricevere insegnamenti anche superiori a quelli che può dare da parte dei personaggi della famiglia del destinatario: e fa il nome del padre e del fratello cosimo; e per di più dice che a Firenze ci sono anche dei dotti che possono dare un insegnamento certamente significativo e superiore: e cita il Bruni, il Niccoli e il De Rossi. Ciò non toglie che attraverso la figura del destinatario, egli possa avvalersi del destinatario stesso per dare istruzione ai giovani: e quindi ritiene che il suo insegnamento possa essere utile e significativo. E insiste sul piano dell’utilità. E sottolinea poi l’importanza dell’argomento stesso: in quella chiave morale, sociale e civile. Che cosa intende esporre? Parla prima della moglie, delle qualità della moglie; dell’educazione dei figli e arriverà a parlare della amministrazione della casa, e dell’economia domestica: poiché l’economia domestica, come diceva Senofonte, spetta in larga misura alla moglie.

Precetti alla buona moglie

Nell’ambito del trattato riportato in dispensa c’è un capitoletto tra quelli che riporta lo stesso Garin (commentatore) e in questo capitoletto si tratta una delle qualità della moglie, la qualità essenziale a cui riagganciare il discorso di tutto il resto che segue secondo l’autore. Questa è una parte, è un capitoletto tra quelli delle qualità della moglie. All’inizio ci spiega quali sono gli altri temi e i cardini del discorso sulle virtù della moglie, e delle qualità essenziali che ci devono essere nel matrimonio, e spiega che prima di parlare del primo punto, che riguarda l’amore dei coniugi, parlerà appunto della facilità da parte della donna di compiacere il marito, poiché da questo dipende tutto il resto.

«Tre cose sono le quali con diligenza osservate dalla mogliera … » però in realtà non è riguardante soltanto la moglie « … la rendono laudabile e ammirabile appresso ognuno: …» il traduttore mette tutto collegato ma in realtà quel la rendono  non è relativo alla moglie perché nel testo noi abbiamo rendono il matrimonio lodevole e ammirabile. «… il caritatevole amore verso il marito , la modestia e la mansuetudine dei costumi e la modesta e laboriosa cura della cose di casa. Noi diremmo della prima, tosto che della facilità del compiacere il marito …» il marito è indicato come Dux, ma anche Comes: ed in questo senso c’è uno scarto rispetto alla tradizione.

I precetti. E poi parte con lo spiegare che  cosa deve fare la moglie per compiacere il marito. E come lo svolge? Qui il tema è svolto secondo una sequenza di precetti, l’andamento di questo trattato è precettistico: cioè spiega via via come deve essere il comportamento della moglie, che cosa deve fare e che cosa deve evitare. Per darvi un idea naturalmente c’è la divisione dei ruoli per cui al marito spetta comandare ed alla moglie l’eseguire i desideri del marito.
• Alcuni precetti. Che situazioni ci vengono presentate dunque? Per esempio: che cosa deve fare la moglie se il marito è adirato; che cosa deve fare se il marito invece  è rattristato; che cosa deve fare per non discordare dal volere del marito; per proteggere le orecchie del marito dalla accuse e menzogne nei suoi confronti, imitando in questo la prudenza di Alessandro Magno. Ma se ha il sospetto che il marito la tradisca, non deve essere subito facile a credere, e non deve agire contro il marito anche se lo crede in modo tale da creargli ingiuria, per essere gelosa non deve essere fastidiosa e deve evitare di cambiare atteggiamento per ogni minimo sdegno. Deve invece riconquistare a sé il marito con grazia e con accorgimenti, e soprattutto deve evitare che entri in casa la discordia, e se vuole mantenere la pace e la tranquillità, e non vuole che nella sua famiglia i componenti (figli, servi) litighino tra di loro, è lei a dover dare l’esempio. Non deve discordare dal marito e quindi deve fare in modo che ci sia la pace in casa. Dopo aver fatto questo quindi può passare all’altro argomento che riguarda l’amore coniugale, cioè il debito amore coniugale per cui usa il termine caritas.
Il modo di procedere è dunque precettistico ed alternato ad esempi. Citavo prima l’esempio di Alessandro Magno, sono esempi per la maggior parte tratti dalla storia antica, romana e greca, e fatti per inverare i precetti dati nel corso della trattazione.

Gli esempi. L’uso degli exempla, in modo particolare nella seconda parte, diventa molto ampio ed insistente e proprio con il riuso dell’opuscolo sulla virtù delle donne di Plutarco. Infatti sono delineati dei veri e propri medaglioni di donne virtuose, in larga misura tratti da Plutarco ma anche da altri. Attenzione perché l’opuscolo di Plutarco sulla virtù delle donne, così come i suoi precetti coniugali, sono ben presenti anche a Castiglione: c’è per esempio uno degli exempla, che vedremo, di donne virtuose, di assoluta fedeltà al marito, ovvero l’esempio di Camma, tratto da Plutarco, riusato dal Barbaro, presente nel terzo libro del Castiglione, il quale dimostra di aver letto anche il trattato del Barbaro; si viene a creare una sorta di trafila in questo senso. Anche per questa ragione tra i trattati che avrei potuto scegliere ho scelto per l’appunto questo.

L’autore di trattati nel quattro-cinquecento poteva scegliere tra forme diverse oltre quella dialogica. Chi scelse forme diverse per esempio fu l’Alberti il quale usò il dialogo nella cosiddetta trattatistica «morale» o meglio quella comprensiva del carattere morale, sociale, economico come i libri della famiglia, e scelse invece la forma monologica per quello che riguarda i trattati artistici su pittura, scultura, architettura eccetera. Ma nel caso dell’Alberto c’è anche una tendenza ad una specializzazione di ambiti per quanto riguarda la tipologia di scelte, ma la decisione di scrivere in forme diverse, monologica e dialogica, può essere pertinente ad ambiti disciplinari analoghi in un certo senso.

Fra gli autori che scrissero trattati nel primo cinquecento c’è per esempio il Valla: alcuni dei suoi trattati più importanti sono scritti in forma di dialogo. Ma naturalmente quando si tratta di svolgere in senso ampio un trattato che sia uno studio linguistico, grammaticale, retorico della lingua latina usa un trattato monologico (le Elegantie, in 6 libri). Proprio il Valla ci dà in uno dei suoi trattati più interessanti la misura della complessità nella nell’articolazione del trattato filosofico: un trattato che ebbe più redazioni nel tempo e che poi con il titolo definivo è il De vero falsoque bono; la prima redazione si intitolava De voluptate, proprio perché uno degli assi portanti di questo dialogo filosofico riguarda le tematiche epicuree. C’è un confronto di posizioni del Valla tra posizioni diverse: tra posizioni platoniche, aristoteliche e epicuree confrontate nell’alveo del dialogo filosofico. Con quel margine di possibilità ed anche difficoltà interpretative circa le varie posizioni. 

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