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Alla primavera di Giacomo Leopardi - parafrasi interlineare di Carlo Zacco


Canti

VII - Alla primavera

1
Perché
il sole ristori
i celesti danni,
e perché
zefiro
avvivi
l'aure inferme
Benché
il sole ripari
i danni prodotto dall’inverno
e benché
il vento primaverile
dia vita
all’insalubre aria

onde
la grave ombra
delle nubi
s'avvalla
fugata, e sparta;
gli augelli
credano
dal quale (Zef.)
la pesante cortina
delle nubi
scende a valle
messa in fuga e dispersa;
benché gli augelli
affidino

il petto inerme al vento
e la diurna luce
induca
alle commosse belve
novo d'amor desio,
nova
il petto indifeso al vento
e la luce del giorno
infonda
nelgli animali agitati
un nuovo desiderio amoroso,
nuova

speranza
ne' penetrati boschi
e fra le sciolte pruine;
forse
alle menti umane
stanche
speranza di vita
nei boschi penetrati (dalla luce)
e fra la brina sciolta;
forse per questo
allementi umane
stanche

e sepolte
nel dolor
riede
la bella età,
cui
la sciagura
e l'atra face
del ver
consunse
e affondate
nel dolore
torna
l’età giovanile,
che
la sciagura
e la cupa fiaccola
della verità
consumò

innanzi tempo?
non sono
al misero
i raggi di febo
ottenebrati e spenti
in sempiterno?
ed anco

prematuramente?
non sono forse
al mortale
i raggi del sole
oscurati e spenti
per sempre?
e ciò nonostante


primavera odorata,
inspiri
e tenti
questo gelido cor,
questo
ch(e) impara
nel fior
primavera odorosa,
vuoi ispirare
e mettere alla prova
questo gelido cuore,
questo
che sperimenta
già nel fiore

degli anni suoi
vecchiezza amara?
dei suoi anni
una vecchiaia insopportabile?

2
Vivi tu, vivi,
o santa natura?
vivi e il dissueto orecchio
accoglie il suono
della voce materna?
Già
Vivi tu, vivi,
o divina natura?
vivi e l’orecchio disavvezzo
accoglie il  suono
della tua voce materna?
Un tempo

i rivi
furo
albergo,
i liquidi
fonti
albergo
e specchio placido
di candide ninfe,
arcane danze
i fiumi
furono
sede.
e le limpide
fonti
sede
e specchio tranquillo
per  candide ninfe,
misteriose danze

d'immortal piede
scossero
i gioghi ruinosi
e l'ardue selve
(oggi nido romito
de' venti):
di creature divine
percossero
le cime scoscese dei monti
e le selve intricate
(oggi dimora solitaria
dei venti):

e il pastorel
ch(e) adducea
le agnelle sitibonde
all’ombre meridiane
incerte
ed al fiorito margo
e il pastore
che conduceva
le agnelle assetate
sotto l’ombra pomeridiana
tremolanti
e sotto il fiorito margine

de' fiumi,
udì sonar
arguto carme
d'agresti Pani
lungo le ripe;
e vide l'onda tremar,
e stupì
dei fiumi,
udì suonare
un canto sonoro
di divinità silvane
lungo le rive;
e vide le acque muoversi,
e si meravigliò

che
la Diva faretrata
scendea
ne' caldi flutti
non palese al guardo,
e tergea
poiché
la dea portatrice di frecce (Diana)
si immergeva
nelle acque tiepide
senza manifestarsi alla vista,
e puliva

il niveo lato
e le verginee braccia
dall'immonda polve
della sanguigna caccia.
il bianchissimo fianco
e le gravvia vergini
dalla sporcizia
della cruenta caccia.

3
Un dì
i fiori e l'erbe
vissero,
vissero i boschi.
Le molli aure,
le nubi
e la titania lampa
fur conscie
Un tempo
i fiori e l’erba
vivevano,
vivevano i boschi
L’aria leggera,
le nubi
e il Sole (f.di Titano)
conoscevano

dell'umana gente,
allor che
il viator
seguendo
con gli occhi intenti
alla notte deserta,
gli affanni degli esseri umani,
come quanto
il viandante
seguendo
con gli occhi assorti
nella notte deserta,

te
ignuda
ciprigna luce
immaginò
per le piagge
e i colli,
te compagna
alla via,
te  pensosa
te
o limpida
luce lunare
immaginò
per le pianure
e i colli,
te compagna
per la sua via,
te preoccupata

de'mortali.
Che se
altri
fuggendo
gl'impuri cittadini consorzi
e le fatali ire
e l'onte,
delle vicende umane.
Che se
qualcuno
per fuggire
la corruzione della vita sociale
e gli odi mortali
e le turpitudini,

nell'ime selve,
remoto,
accolse
al petto
gl'ispidi tronchi,
credè
viva fiamma
nel profondo delle foreste,
lontano dal mondo,
strinse
al petto
gli ispidi tronchi,
credette che
una fiamma viva

agitar
l'esangui vene,
le foglie
spirar,
e nel doloroso amplesso
[credè]
segreta
scorresse
nelle vene esangui,
che le foglie
vivessero,
e in questo suo doloroso abbraccio
[credette che]
là rinchiuse

palpitar
Dafne
o la mesta Filli,
o la sconsolata prole
di Climene
pianger
quel che
palpitassero
Dafne
o la triste Filli,
o le sconsolate figlie
di Climene
piangessero
colui [Fetonte] che

sommerse
il sole
in Eridano.
fece precipitare
il sole
nel Po.


4
i luttuosi accenti
dell'umano affanno
ferìr
negletti
voi,
rigide balze
mentre
le voci dolorose 
del dolore umano
colpirono
inascoltate
voi,
rupi scoscese
almeno fino a ché

abitò
le vostre paurose latebre
Eco solinga,
non
vano error de' venti
ma misero spirto
abitò
i vostri tenebrosi recessi
la solitaria Eco,
la quale non fu
effetto ingannevole dei venti
ma sventurato respiro

di ninfa
cui grave amor,
cui duro fato
escluse
delle tenere membra.
Ella
insegnava
di una nifa
che il disperato amore,
lo spietato destino
fece uscire
dal delicato corpo.
Ella
faceva ripetere

al curvo etra
le non ignote ambasce
e l'alte e rotte nostre querele
per grotte,
per nudi scogli
e desolati alberghi.
alla volta celeste
i dolori a lei ben noti
e i nostri lamenti profondi
per grotte,
per rocce nude
e luoghi solitari.

E te
musico augel
la fama
disse
esperto
d'umani eventi,
che
or vieni
cantando
E te
usignolo
la fama
disse
che eri conoscitore
delle sventure umane,
te che
ora vieni
cantando

il rinascente anno
tra chiomato bosco,
e lamentar
nell'alto ozio
de' campi
all'aer muto e fosco
la primavera
nel bosco frondoso,
e ti lamentavi
nella profonda quiete
dei campi
nel cupo silenzio notturno

antichi danni
e scellerato scorno
e il giorno pallido
d'ira e di pietà.
le sventure sofferte
e l’infame vendetta
e il giorno fattori pallido
per l’orrore e lo sdegno.

5
Ma
il gener tuo
non cognato
al nostro;
non dolor
forma
quelle tue varie note,

Ma
il tuo genere
non è consanguineo
al nostro;
non è il dolore
che ispira
il tuo canto,


e
la bruna valle
asconde
te,
di colpa ignudo,
men caro assai.
Ahi ahi,
poscia che
e
la valle scura
nasconde
te,
privo di colpe,
e molto meno compassionevole.
Ahi ahi,
da quando

le stanze d'Olimpo son vote,
e il tuono,
cieco,
errando
per l'atre nubi e le montagne
le stanze dell’Olimpo sono vuote,
e il tuono,
mero fenomeno naturale,
vagando
per le nubi scure e i monti

dissolve
in freddo orror
a paro
gl'iniqui petti e gl'innocenti,
e poi che
il suol nativo
estrano
annichilisce
in freddo spavento
ugualmente
sia i malvagi che gli innocenti,
e poiché
la terra
estranea

e ignaro
di sua prole
educa le meste anime;
tu vaga natura
ascolta le cure infelici
e i fati indegni

e indifferente
agli uomini
fa crescere le anime infelici;
tu bella natura
ascolta gli infelici dolori
e l’ingiusto destino


de' mortali,
e rendi allo spirto mio
la favilla antica;
se tu pur vivi,

degli uomini,
e restituiscimi
l’antica capacità di illudermi;
ammesso che tu viva ancora,


e se in ciel,
se nell'aprica terra,
o nell'equoreo seno
s'alberga
cosa veruna
pietosa no,

e ammesso che in cielo,
nella terra assolata,
o nel profondo del mare
si trovi
una qualche traccia
non dico pietosa,


ma spettatrice almeno
de' nostri affanni.


ma almeno testimone
del nostro dolore.




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