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Dedicato all’insegnante che sorrise tre volte dicendo: “Io sono cattiva” - di Cristina Rocchetto

Sul Web sono rintracciabili tanti miei articoli: alcuni sono di argomento sociale, altri culturali (cerco di fare il mio meglio per rendere accessibili i tesori della nostra tradizione occidentale a chi li sta cercando); in molti mi sono occupata dell’educazione dei ragazzi; in alcuni, di denunciare casi particolari. Qui scrivo appunto un articolo-denuncia. 

Capita che una piccola famiglia italiana abbia vissuto in questi tempi già tanto difficili un episodio con la scuola del nostro Paese che non sarebbe giusto lasciar passare in sordina. Giudicherà chi legge. Inutile raccontare una cronaca intera: qui, le fasi salienti di una partita tutta giocata tra l’11 ed il 28 settembre, 17 giorni dall’inizio della scuola inclusi i weekend. Comincio.

Famiglia di disoccupati riparati in un luogo nuovo già dalla scorsa estate; figlio unico iscritto in una scuola nuova di un completamente nuovo contesto per concludere il ciclo della scuola media inferiore. Ragazzino con certificato 104 sul quale è attestato un livello intellettivo con punteggio molto alto, con crolli sul piano  dell’esecuzione che sfiorano quasi il minimo del “livello normale” a seconda della concentrazione investita al momento della prova. Situazione molto comune: chi ha figli con queste difficoltà lo sa; gli altri non possono capire del tutto il disagio quotidiano legato a queste realtà. Famiglia disoccupata, arrangiata in una situazione d’emergenza. Tanta gente rischia il suicidio, di questi tempi… In Presidenza, la famiglia espone più volte apertamente sia il problema economico che quello riguardante le difficoltà del figlio. 

Primo giorno di scuola, 11 settembre 2012. L’insegnante a cui mi riferisco in questo articolo incontra il ragazzo in corridoio e si presenta: “Io sono cattiva”, dice. La frase suona come una battuta ed il ragazzo entra nella sua nuova classe. Angosciosa reazione del minore al rientro dalla scuola: il figlio, pur non essendo dislessico, ha un rifiuto potente contro la lettura: in sostanza, non legge libri. Nella nuova classe tutti hanno letto, durante l’estate, un minimo di 9 libri a testa, più uno in lingua inglese; ma c’è anche chi fieramente ha detto di averne letto ben 45. Per lui è panico.

La famiglia è preoccupata: non solo chiede aiuto agli opportuni servizi; non solo contatta psicologi o educatori specializzati nel campo delle difficoltà scolastiche; ma chiede anche alla detta insegnante un colloquio d’urgenza. Lei rifiuta:  “La scuola è appena iniziata, non saprei cosa dire: non so neanche se si tratta di un ragazzo intelligente”, è la risposta data nel corridoio scolastico alla madre in attesa davanti ad un altro genitore.

Intanto a scuola (terzo giorno di frequenza) la stessa insegnante chiedeva al ragazzino davanti a tutta la classe la differenza tra l’aggettivo “intelligente” e l’aggettivo “deficiente”. L’aneddoto è da raccontare interamente, abbiate pazienza: il ragazzino risponde che “deficiente” è colui che presenta dei deficit, “intelligente” colui che non li ha. L’insegnante incalza: “Bene. Ma vorrei che mi spiegassi la cosa con quest’esempio: sei in una stanza vuota, con un solo tavolo sopra il quale si trovano una radio ed uno scatolone; la porta sbatte… Che fai?”. Il ragazzino risponde pronto: “Chiudo la porta!”. L’insegnante: “Giusto… ma se non puoi chiuderla… che fai?...” “La fermo con lo scatolone!”. L’insegnante spiegherà in seguito davanti a famiglia, Dirigente scolastico ed assistente sociale di aver posto la domanda per “avviare il nuovo ragazzo alla conoscenza del lessico utilizzato in classe”. Me ne compiaccio e riporto.

Poi, accade qualcosa: il ragazzino si fa vedere spavaldo con sigarette fuori dall’edificio scolastico e la famiglia viene d’urgenza convocata a scuola. Presente anche  un altro insegnante (di sostegno) della classe. Vi è nuovamente una frase riferita al “non sapere ancora se il ragazzo è intelligente”; vi è il suggerimento di inserire il ragazzino “in una scuolina” più adatta a lui, dove un domani egli possa imparare “almeno un mestiere”.  E’ venerdì 21 settembre: 10 giorni di scuola… Ma non finisce qui, racconta la madre: lei stessa (la madre) chiede sia chiamato il figlio, al quale l’insegnante chiede finalmente come si trova nella sua nuova classe. Il ragazzino è ingenuamente spontaneo e racconta del senso di smarrimento avuto davanti alla notizia dei 45 libri letti in una sola estate da una coetanea: “Io non ne ho mai letto uno”, confida.

Il lunedì, viene consegnato al ragazzino il suo primo libro di lettura:  “Matilde”, di Roald Dahl. Si tratta di un bel racconto per ragazzi, ma, in questo particolare caso, è una scelta alquanto curiosa e la madre, trovando il libro nello zaino del figlio, se ne accorge subito. Innanzi tutto, la pagina di apertura (da lei fotocopiata) effettivamente potrebbe suonare come un pugno allo stomaco alla sensibilità esasperata di una mamma che per ben due volte già si è sentita definire il figlio come un “non si sa se è intelligente” dalla nuova insegnante: con ironia divertita, in tale pagina infatti l’autore finge di essere un’insegnante cattiva che si lamenta di quanto spropositati e patetici sono i genitori di quei piccoli e veri mostri considerati da loro dei piccoli genii, al punto da aver bisogno di una bacinella per… (implicito: “vomitare”). Le parole usate dallo scrittore sono letteralmente queste: dopo il colloquio del venerdì, non sembrano casuali. Ma questa, dice con ragionevole cautela la madre, è un’opinione: può anche darsi che l’insegnante non si ricordasse di quella pagina nel consegnare il libro al ragazzino.

Rimane però la questione della delicatezza rispetto alla scelta del tema generale del libro. Un ragazzino in piena esplosione ormonale, infatti, non è portato ad identificarsi con una bambina di quattro anni (la protagonista); tale bimba ha inoltre una caratteristica: è appassionatissima di lettura… Il particolare colpisce, se lo si collega all’ammissione del venerdì precedente del medesimo ragazzino riguardo al suo problema con la lettura di libri... Il racconto parla sì del trionfo della giustizia contro la direttrice “cattiva”, Mrs. Spezzindue: ma, tra i tanti libri possibili, perché scegliere proprio questo come primo libro di lettura, si chiede la madre, che gira con quel libro in borsa mostrandolo agli operatori sociali a cui si rivolge spaventata e sconcertata? 
L’insegnante, in presenza della famiglia, del Dirigente scolastico e dell’assistente sociale, spiegherà in seguito il motivo della sua “scelta”: è un libro che dà regolarmente da leggere ai suoi allievi poiché lei spesso si diverte ad identificarsi con la Signorina Spezzindue…  

Ma non finisce qui. L’apoteosi è raggiunta venerdì 28 settembre. E la cosa è degna di essere riportata in un articolo. Il ragazzino, con due nuovi compagni, si trattiene oltre la fine dell’orario scolastico nel giardino della scuola e fa una scommessa (sconveniente): deve mostrare di avere il “coraggio” di tirarsi giù i pantaloni sul di dietro. Lo fa. Un’insegnante che sta accompagnando una classe intera fuori dall’edificio lo vede. I ragazzini ridono; lui viene accompagnato dalla sua famosa insegnante, che lo riprende, gli chiede il perché del gesto, infine esce con lui e sgrida anche i suoi compagni. Testimone quindi della loro presenza in giardino. Il ragazzino, al rientro dalla scuola, racconta tutto ciò a tavola, dicendo di non aver ricevuto note. Il discorso sembra finito qui.

Il lunedì seguente la madre capita a scuola e riceve dall’ignaro Dirigente scolastico notizia della cosa in termini del tutto diversi. Non solo: scopre l’esistenza di ben tre relazioni protocollate sul figlio tutte basate sul pre-giudizio o facoltà predittiva di questa insegnante che, a poco più di due settimane dall’inizio della scuola, già sa scrivere così tanto su questo suo nuovo studente, descritto come un elemento che identifica i ragazzini più vulnerabili inducendoli a fumare (la descrizione sembra quella di un potenziale futuro “spacciatore”); come un elemento che ha atteggiamenti da “bullo” (ha chiesto 2 euro ad un compagno: dalle “indagini” svolte dalla stessa ad insaputa COMPLETA della famiglia, risulta che nessuno dei compagni lo ha visto ricattare o chiedere soldi con atteggiamenti aggressivi;  ma nuovamente nella relazione si fa notare che sceglie di proposito "compagni vulnerabili" - e giù una lunga relazione su uno di questi, ovviamente non fotocopiata per rispetto alla privacy). La terza relazione riguarda la descrizione del minore come, di fatto, di un ragazzino sessualmente turbato, colto in giardino, sulle scalette della Scuola Materna, solo e con i pantaloni abbassati…. (???). 

Qui, la relazione protocollata di cui io visiono la fotocopia consegnata dal Dirigente, preoccupato per il ragazzino perché ignaro dei fatti, alla madre per l'appunto. La riporto testualmente omettendo solo i nomi:

 “28 settembre 2012. Alla cortese attenzione del Dirigente. Alle ore 13:10, all’uscita della Scuola Media, sulle scalette vicine che portano alla Materna, mentre uscivo con la mia classe vedevo l’alunno (nome+classe frequentata) che si era abbassato i pantaloni e al mio arrivo se li tirava su velocemente. Si giustificava dicendo che era fuori scuola, per cui poteva farlo. PS: La classe (specificata) non ha visto la scena. Firma.”

Omessa quindi la presenza degli altri compagni (attestata in Presidenza poi dalla stessa insegnante di classe, che ha dovuto ammettere di aver sgridato il ragazzino e di averlo accompagnato fuori per sgridare anche i detti compagni). Non è vero che la classe accompagnata non ha visto la scena: qualcuno ne ha riso e ha raccontato la cosa in famiglia – le voci, in una città non grandissima, girano. Omessa la ragione data dal ragazzino come spiegazione del suo gesto (una scommessa): anche la nostra insegnante, che pur lo ha ricevuto e riaccompagnato fuori per sgridare i compagni (sua ammissione), nega di avergli fatto domande: muta, ella avrebbe preso in consegna un ragazzino riportato dentro l’edificio scolastico da una collega, riaccompagnandolo dagli amici, sgridando loro e non informandosi con la collega sulla relazione da questa preparata per il Dirigente (!). Con la famiglia, in presenza dell’assistente sociale, la scuola tenterà poi di chiudere “l’equivoco” dicendo che è stato infine chiarito… Ma questo NON è un “equivoco”: è un “falso”; e, come “falso”, chiarito non è stato mai. La domanda, infatti, rimane: “PERCHE’?”….  

Io il “perché” non lo conosco, né scrivo per parlare di quello. A me qui interessa il “come”: perché il “come” tocca il comportamento sociale, ovvero la nostra capacità di convivere ed accogliere il “nuovo”, ciò che si presenta “diverso” dal noto. Su temi di etica sociale mi sono varie volte pronunciata: chi mi conosce lo sa. Quindi, cosa dire di questo “modo”?

E’ uno strano mondo, il nostro: un mondo dove la bassa diffamazione è utilizzata in tutti i campi, anche e non solo come strumento politico, sfiorando troppo spesso la sfera privata degli avversari del caso, ed in modo privilegiato la loro vita sessuale. L’abitudine è già un fatto grave quando coinvolge adulti e sconvolge famiglie. Ma quando la si sperimenta su un minore a disagio per vari umanamente comprensibili motivi al 17° giorno di frequenza scolastica … cos’è?...

Ogni cosa può essere vissuta come opportunità di crescita, ed io non sto parlando di persone che si ritengono solo “vittime”.  Ma ci sono casi in cui “calare un velo pietoso” e tacere significa riconoscere che la forza è del più "socialmente forte". “Forte” invece deve essere il senso civico di una comunità che con coraggio ed onestà di coscienza prova ad interrogarsi sul cosa è “giustizia (uguale per tutti)”. Ci sono famiglie a cui questo non sarebbe mai successo: è successo ad una famiglia vulnerabile di disoccupati nuovi del posto. Questa famiglia intende “giustizia” desiderando rendere più nota possibile la propria perplessità sui fatti: qui i nomi non servono, ma essi saranno conosciuti dal Provveditorato agli Studi del luogo, dal Sindaco e dal Ministero dell’Istruzione. In privato, c’è una diffida che tenterà di annullare la gravità di una relazione che, protocollata e conservata in un cassetto di una Segreteria scolastica, ha il valore di un “precedente” pericoloso per l’inserimento futuro di un ragazzino portatore di (altri) problemi nella nuova città e nelle sue scuole. Chiunque orbita attorno a questa famigliola è al corrente di tutto e dei nomi, inclusi i Servizi Sociali del luogo, che sono stati coinvolti dalla famiglia stessa per ottenere aiuto e protezione: uno di quei casi in cui il loro intervento, sebbene ritardato dai tempi burocratici, è significato un sollievo. Anche questo si vuole fare presente qui. Io, dal mio canto, faccio ciò che sono in grado di fare per dare voce a chi voce non avrebbe avuto se non ci fosse chi sceglie di scrivere.

Cristina Rocchetto

Commenti

  1. Per salvaguardare la privacy del minore coinvolto, inserisco qui, dal mio account, il segno della rabbia della madre, che, finalmente dopo mesi, mi dice, è sollevata di potersi esprimere. Intanto, da parte di questa famiglia ringrazio chi sta avendo la gentilezza di leggere la loro storia e mandare tramite me che la ho scritta parole di solidarietà. Lascio quindi spazio libero a chi ha diritto di far sapere quanto è colpito e cosa prova.
    _______________________
    Professoressa,
    so che ha ricevuto la segnalazione di questo articolo insieme alla diffida contro la falsa relazione su mio figlio e alle altre e-mail indirizzate al Sindaco, al Provveditorato ed al Ministero di competenza.
    Grazie a chi lo ha scritto, la nostra storia sarà pubblicata intanto anche sul sito di Giù-le-mani-dai-bambini e sul giornale web italo-tedesco per cui scrive da anni la sua autrice. Ma io non mi fermerò qui: ho intenzione di fare volantinaggio in città per richiamare attenzione sull’articolo, specificando che la storia di cui parla è una storia locale, come locale è il fatto che da settembre a novembre qui si sono già suicidate due ragazzine (di 13 e 15 anni). E non mi fermerò, stia sicura, fino a che non mi si darà modo di raccontare per filo e per segno tutto intero l’iter scolastico di mio figlio a chi ci deve riconoscere quello che abbiamo passato, perché non è possibile che la scuola possa significare questo per le famiglie di bambini non disabili, ma comunque problematici. Io ho sempre conservato tutti i suoi quaderni, ed i diari, e le note… Le scuole da noi attraversate ci faranno una pessima figura, mi creda… Ma tra quelle, Voi rappresenterete, e ne sia fiera, la ciliegina sulla torta: perché tanto avevamo vissuto, ma spudorate menzogne che giungessero a tal segno mai.
    Io con Lei non ho intenzione di parlare, ma desidero costringerLa a leggermi mossa dall'ansia di dover controllare se in quanto scrivo c'è traccia del Suo nome. Io ho retto l’IMPERDONABILE in una situazione già terrificante che non so con quale forza d’animo sarebbe stata capace di affrontare Lei senza ricorrere a degli psicofarmaci. Un ennesimo disoccupato proprio oggi si è ammazzato… Regga questo: ora tocca a Lei... A Lei, che non ha pensato che una povera forestiera senza lavoro potesse avere modo di scoprire in Presidenza relazioni sul figlio dipinto addirittura come un perverso esibizionista già a 14 anni; che non ha mai pensato che nella vita non ci è garantita la certezza di essere sempre noi dalla parte di chi dà i colpi e mai li para… Lei ora regga il peso del sapere che io farò di tutto perché questa meschinità si RIconosca senza bisogno di abbassarmi a fare nomi: io non ho nulla da perdere o di cui vergognarmi a rivelare il mio – è mio figlio che difendo non firmando, badi bene: da perdere ha tutto Lei, professoressa… Perché questo comportamento è ingiustificabile da qualunque parte lo si voglia guardare, ed io La porterò fino al punto di doverne dare - e non a me - una spiegazione che tenti di stare in piedi senza aggrapparsi ad altre fantasie. Io vorrò leggerla, quella spiegazione: sarò IMPLACABILE pretendendo che chi di dovere me la interpreti da capo a piedi insieme alle scuse che ci sono dovute dal Sistema al quale Lei appartiene anche per tutto il resto delle conseguenze che la Vostra cattiveria - una cattiveria che non sarebbe stata mai se non avesse avuto dietro il Suo “potere” in quella scuola, ed io lo so - ci è costata e che qui non è stato scritto, e Lei lo sa. Ora avrà occasione di sapere anche dove giunge l’eco del “potere” di un genitore che sa difendersi lealmente ed a testa alta, ma non si piega.
    Nel frattempo, io non Le taglierò le gomme dell’auto, non Le farò piazzate, né mai L’aggredirò. Ma Lei ha toccato la dignità di chi io amo di più in tutto l’universo approfittando di saperci vulnerabili... Ci sono genitori che mi dicono che non sanno cosa avrebbero fatto al posto mio. Io farò questo: farò in modo che Lei di me non si dimentichi mai più e che, ricordando me ed il bel viso di mio figlio, diventi rossa.
    La mamma

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  2. COMUNICAZIONE GENERALE A FAMIGLIE SOTTO PRESSIONE ED A CHI DI LORO SI OCCUPA:

    Sto pubblicando (anche in forma di brevi aneddoti) storie di ingiustizia sociale o discriminazione subite da minori - a scuola e non - a causa dei pre-giudizi di chi chiama "fatti" le sue percezioni personali di situazioni umane di cui non si preoccupa di verificare nulla.
    Ne conosco già tante, tutte relative ad un livello medio di responsabilità civica alquanto discutibile e demoralizzante; ma mi rendo disponibile per renderle note nella forma di pubblica denuncia, che, pur salvaguardando i minori quanto ad identità, pubblicate sul Web, non spariscono e possono perlomeno tornare utili a chi legge come spunti di riflessione etica. La qual cosa è sempre stata il reale obiettivo della mia azione di scrittrice.
    Oggi ne ho pubblicato due esempi: una vecchia intervista tratta dal mio "Appartenenze straniere" ed un aneddoto raccontatomi in questi giorni. Rimango contattabile tramite questo blog o il mio indirizzo di profilo Facebook https://www.facebook.com/cristina.rocchetto?ref=tn_tnmn

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