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(5) L'amore come "sofferenza che salva": la Passione del Cristo - di Cristina Rocchetto

 Ed eccoci all’ultimo dei  “capitoli” dedicati ad importanti accezioni con cui si può intendere la “passione amorosa”. Partendo dall’epoca omerica, attraversando l’epoca arcaica e classica, siamo arrivati all’epoca ellenistica che continuerà a respirare e trasformarsi anche sotto l’Impero di Roma, la cui cultura è greco-romana.
Durante la crisi d’identità che il singolo ormai “suddito” di un territorio talmente vasto da non riuscire a trasmettergli la sensazione di una autentica possibilità di “identificazione” ed “appartenenza”, come invece era accaduto nell’ambito della piccola pòlis dove egli era “cittadino” e, combattendo, combatteva per la sua gente e città, l’uomo vive smarrimento e disorientamento interiori ai quali sfugge solo apparentemente, con un senso di esteriorità esasperata (ricerca delle forti emozioni, abbiamo detto; immagini e racconti sempre più patetici e strappalacrime; estetismo; raffinatezza; gusto del lusso… insomma, gli psicologi parlerebbero di “attività compensatoria”…).

Ma c’era chi affrontava invece il problema alla radice e cercava di proporre una soluzione “laica” ed alla portata di tutti. Già nei pensatori più antichi, sicuramente esposti anche ad influssi orientali, c’è un’implicazione etica espressa chiaramente durante il periodo ellenistico e poi sotto la Roma imperiale: che il vero “saggio” (che non è il “sapiente”, il “Professore”, diremmo oggi,  che si occupa di un sapere  rivolto agli “oggetti” della sua conoscenza sempre più specialistica, ma colui che riflette sul comportamento umano partendo spesso soprattutto dal proprio) sia l’uomo capace di “distacco” emotivo dalle cose terrene, quindi anche dalle passioni meramente corporali.
Il “distacco” è qualcosa di molto diverso dall’equilibrio e dall’armonia interiori di cui avevano parlato i Greci dell’epoca precedente  (per esempio, il medico Ippocrate; ma anche il filosofo Aristotele):  il “distacco” chiede all’uomo di non curarsi, di non dare valore alle cose che turbano, che destabilizzano; l’ “equilibrio” e l’ “armonia”, invece, gli chiedono solo di mantenere, vivendo, una “giusta misura”. Forzando un po’ il discorso, il primo atteggiamento, che porta alla “trascendenza” dai bisogni del corpo e mira all’ultraterreno, sarà la direzione che prenderà certa tradizione platonica diventando la tradizione neoplatonico-cristiana dominante nell’Alto Medioevo; il secondo atteggiamento, più cauto, razionale, calcolatore e prudente, sarà quello di certa tradizione aristotelica, che ritornerà ad essere dominante in Occidente grazie agli stimoli arabi nel Basso Medioevo, per poi ripassare la palla a Platone… La nostra lunga tradizione filosofica ha, infatti, in questi due pensatori due tra i suoi cardini fondamentali.

Mentre i filosofi si fanno portatori di un messaggio soprattutto morale, però, sia i Regni ellenistici che poi l’Impero si apriranno ad influssi estranei alla cultura classica e provenienti dalle terre lontane con le quali l’estensione territoriale ed i commerci li metteranno in contatto. Fioriscono sette, si riaccende l’interesse verso culti e rituali a divinità spesso legate a miti di morte e resurrezione; molto successo hanno tradizioni legate a “culti soterici” (salvici), legati cioè ad una speranza di salvezza dopo la morte.

Arrivò così anche il messaggio cristiano, nato dal ceppo della religione ebraica, una religione limitata al territorio ed al popolo d’Israele, che invece predicava una salvezza rivolta potenzialmente a tutti. Tale messaggio di salvezza ultraterrena si intrecciò con il valore dato al distacco dal “patire del corpo” di cui ho detto sopra, producendo la sintesi dominante in epoca medievale: una svalutazione della vita terrena per i lunghissimi secoli dei grandi travolgimenti dati da guerre, invasioni, e tendenza a dare “realtà” e “valore” solo ad un’anima piena dell’amore per/di Dio, entità “dell’Altro/Oltre-mondo”.

Di quest’anima “amorosa” è simbolo Gesù, “il Figlio di Dio”, recita la dottrina cristiana, “fattosi Uomo per “patire” e pagare di persona e con il suo dolore il prezzo del Peccato Originale per tutti”, dando loro (ai convertiti) la possibilità, dopo la morte, della resurrezione.

Ora, questo “amore” per un’umanità da salvare pagando/scontando con il proprio sangue la colpa ricorda qualcosa della lontanissima mentalità che vedeva nella divinità qualcuno che chiede sacrifici di sangue. Cristo si è auto-immolato per il bene dell’umanità: in cambio, ai fedeli è chiesto di rinunciare ai piaceri del corpo, di identificarsi, almeno durante certi periodi e cerimonie, alla sua Passione (pensiamo alle processioni dei Flagellanti, per esempio). E la Croce sarà il simbolo fondamentale della loro religione. Io ne parlo, insieme ad altri aspetti di quella poco conosciuta ed affascinante età della nostra Storia, dagli articoli dedicati appunto al Medioevo.

Per concludere questa serie dedicata all'"amore" come sentimento prettamente umano fatto di gioia, di estasi e di tormento dandole un ritmo “circolare”, farò nuovamente risuonare qui quanto ho scritto su questo significato che possiamo dare alla nostra parola-concetto “passione”: “passione” può essere intesa anche  come “sofferenza” (da “patire”), un’accezione profondamente sviluppata dalla cultura cristiana. Gesù, per amore appassionato del suo Dio, patì il dolore e morì. In quanto uomo, egli morì perché non poté rinnegare questo suo “amore verso Dio”, un Dio che egli chiama dalla Croce e che gli appare sì lontano, nel quale però non può fare a meno di credere e per il quale per lui vale la pena morire, perché è in quest’amore che Gesù fonda la sua coscienza ed identità.

Ciò ci può ricordare anche l’atteggiamento socratico di molti altri esseri umani di fronte alla propria condanna a morte: uomini e donne che non hanno potuto tradire se stessi. Io, che nelle mie pagine non arrivo fino al suo tempo, qui vorrei fare il piccolo omaggio di un ricordo ad un altro dei tanti “qualcuno” che nella Storia sono morti e muoiono per affermare la propria libertà di coscienza. Che la loro lezione d’“amore” per un’idea che riguarda tutti e non unicamente i bisogni emotivi di un singolo, ci serva a riconoscere la nostra coscienza ed a rispettare quella degli altri.
Film di Giuliano Montaldo, 1973



("Ch'io cadrò morto a terra, ben m'accorgo - ma qual vita pareggia al morir mio?" - Giordano Bruno, 1548-1600, condannato al rogo a Roma, in Pz. Campo de' Fiori)

Cristina Rocchetto
http://www.atuttascuola.it/collaborazione/rocchetto/index.htm

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