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Stefano Cucchi - di Giovanni Ghiselli


La questione morale non può prescindere da un ritrovato e rinnovato umanesimo, nel senso di “amore per l’umanità”.
Il decadere dell’umanesimo, il suo tramonto, comportano l’insorgere dell’immoralità appunto, della sopraffazione, della violenza sadica. Come quella di cui abbiamo triste, ripetuta notizia, e che non dobbiamo smettere di denunciare, perpetrata su persone come Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi massacrati al pari dell’Ecce homo dei Vangeli.

 Le loro ferite sono povere bocche tutt’altro che mute. Chissà quante, del resto, sono rimaste silenziose e sconosciute. Temo non siano poche, dato che, in questa folle rabbia antiumana c’è del metodo, e c’è un’abitudine. La parola metodo contiene odós, che significa “strada”. La strada della violenza va vietata per sempre; la mala abitudine deve essere confutata e soppressa. Certe esplosioni di furia peggio che bestiale da parte di chi è arruolato per garantire l’ordine e casomai aiutare gli esseri umani in difficoltà, tali delitti contro l’umanità devono subire castighi esemplari quando hanno già causato morti con lutti, ed essere costantemente prevenuti con un’opera di educazione. “So di essere uomo e in quanto tale mi sento in dovere di aiutarti. Anche io ho sofferto”, risponde Teseo nell’Edipo a Colono al vecchio mendico cieco, vagabondo incestuoso e parricida, che, cacciato da Tebe, gli ha domandato come mai, lui che è re di Atene, ascolti e voglia esaudire le preghiere provenienti dall’ultimo degli uomini. I picchiatori sadici, i sanitari indifferenti o complici, gli addetti alle indagini frettolosi e distratti dovrebbero acquisire proprio questa coscienza di essere uomo senza la quale non c’è fondamento ma  l’abisso del caos. Un’altra creatura di Sofocle, una ragazza, una sorella coraggiosa, Antigone, si ribella al tiranno dicendo: “io non sono nata per condividere l’odio ma l’amore”. E sacrifica la propria vita per dare sepoltura al fratello Polinice inviso al despota, compiendo quell’ atto di pietas estrema rinnovato in questi giorni da Ilaria, la brava sorella di Stefano Cucchi.
I massacratori dovrebbero imparare a  mettersi nei panni degli altri. Andrebbero educati con questo rimedio, una terapia  già suggerita da Pirandello nel saggio L’umorismo. La mancanza di riflessione ci impedisce di immaginare il dolore del prossimo, le sue difficoltà, la sua stessa umanità.

Da una parte  anche i carnefici che massacrano o trascurano i ragazzi ubriachi o drogati possono suscitare una qualche forma di pur riluttante commiserazione, se pensiamo quanta miseria mentale, quali ordini folli e criminali, quale ambiente possono averli indotti a tanto orrore; dall’altra a costoro, anche se non sanno quello che fanno, anche se sono “strumenti ciechi”, e  vittime a loro volta di una colossale ignoranza, deve essere impedito di fare altre vittime quando si trovano tra le mani furibonde  persone deboli e indifese. Vanno puniti con severità e nello stesso tempo educati a diventare persone. Bisogna metterli davanti a  uno specchio perché vedano l’orrore del loro sembiante di belve  capaci di tali  misfatti: Perseo vinse la crudele Medusa ponendo davanti al viso stravolto dell’ibrido mostro  uno scudo lucido come uno specchio. Atena, la dea della sapienza, la dea pensante, guidò la sua mano.    
 Uomini e donne non si nasce, ma si diventa usando sensibilità e intelligenza. Una regressione verso la bestialità è sempre possibile dove manchino educazione, riflessione, comprensione del prossimo, insomma il possesso e l’uso delle facoltà squisitamente umane. La strada che va percorsa ogni giorno è quella che conduce “metodicamente” al riconoscimento della propria umanità e al rispetto di quella degli altri.

Giovanni Ghiselli. g.ghiselli@tin.it

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