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Le ragioni della politica hanno prevalso su quelle del diritto - di Giovanni Ghiselli



Nell’Atene arcaica c’era un istituto, l’Areopago,  paragonabile per certi versi alla nostra Corte Costituzionale: fin dai tempi di Solone infatti esercitava la nomofylakía, la custodia delle leggi e della costituzione. Poi, nel 461 a. C. venne in gran parte esautorato dalle riforme di Efialte e Pericle. Ebbene, Eschilo fa cantare al  coro del suo ultimo dramma del 458,  le Eumenidi, questo avvertimento : “Rispetta l'altare di Giustizia, e non disprezzarlo calciandolo con piede ateo in vista del guadagno: infatti poi segue il castigo"(vv.539-541).



“Le ragioni della politica prevalgono su quelle del diritto”, ha affermato qualche giorno fa Antonino Ingroia in una telefonata dal Guatemala. E ha qualificato, anzi squalificato, la sentenza della Corte Costituzionale definendola “bizzarra”. Ciononostante il p.m. non vuole essere considerato un sovversivo, anzi, ritiene di essere rimasto con la schiena diritta per accertare la verità sulla stagione delle stragi, lui come i suoi colleghi di Palermo. Ebbene, queste parole meritano un’esegesi, un commento positivo. La prima cosa da dire è che fino a quando non si rivelerà con chiarezza da apocalisse chi ha voluto, ordinato le stragi, chi le ha eseguite, e con quali complicità, non sarà possibile una vita veramente democratica in Italia. La terra è stata offesa dal sangue versato in quelle carneficine, e il crimine rimane sacer nepotibus[1], una maledizione che grava su tutti noi e sui nostri figli.
L’afflusso cospicuo alle primarie del PD è stata un fatto positivo, per carità, ma rimane una piccola cosa in confronto all’enormità degli eccidi impuniti, crimini orrendi riguardo ai quali già Pasolini, negli Scritti corsari, trentasette anni or sono, aveva denunciato la complicità dello Stato e dei suoi governi.  E’ ancora senza risposta l’accorata domanda lanciata nei secoli dei secoli dai vecchi Tebani nel primo stasimo dell’Edipo re di Sofocle :” Chi è quello di cui la profetica ripe di Delfi disse: ‘ha compiuto infamie su infamie con mani sporche di strage?’ "(vv.463-466)
 Mi sembra che Ingroia stia raccogliendo l’eredità di Pasolini, a proprio rischio, mettendo a repentaglio la carriera, se non anche la vita.
La sua difesa è che oramai non sono pochi gli Italiani che sanno, che conoscono le responsabilità dello Stato nelle carneficine, da Portella della Ginestra in avanti. L’antico massacro è stato ricordato a Servizio pubblico,  da Luigi De magistris, il sindaco napoletano eletto dal popolo suo, non cooptato, ma boicottato dal potere istituzionale.    
Pasolini sapeva, Ingroia sa, e anche “noi  molti, noi sfortunati molti”[2]   sappiamo, e soffriamo per le sorti del nostro martoriato paese.
La verità in greco è alétheia,  “non latenza”, e dove essa invece latita,  rimane nascosta, la democrazia tramonta e nasce la tirannide figlia della menzogna e della prepotenza più o meno camuffata da diritto, il quale, se è falso, è solo l’utile del più forte, come ricorda bene il sofista Trasimaco, personaggio della Repubblica di Platone: “fhmi; ga;r ejgw; ei\nai to; divkaion oujk a[llo h] to; tou` kreivttono~ sumfevron ”, 338c.
I più forti ora sono i più ricchi, i signori  della finanza e dei mercati, quelli che determinano i valori, tutti i valori, compreso quello del denaro.
Aurum lex sequitur, la legge obbedisce all’oro, al denaro, sentenzia Properzio[3].
Nel  Satyiricon  di Petronio leggiamo:"quid faciant leges, ubi sola pecunia regnat? ", cosa possono fare le leggi dove comandano solo i quattrini? (14),
Ma già Virgilio, che pure fiancheggia il potere assoluto del suo patrono Augusto, scrive, a proposito di un delitto nefando: “Quid non mortalia pectora cogis , /auri sacra fames!  ",  a cosa non spingi i cuori umani, maledetta fame dell'oro! (Eneide, III, 55-57).  
Shakespeare nel Timone d’ Atene chiama l'oro "comune bagascia del genere umano"; l'universale mezzana che "profuma e imbalsama come un giorno di Aprile quello che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea" (IV, 3).
C. Marx, commenta queste parole scrivendo che nel denaro il grande drammaturgo inglese rileva:"la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose"[4].
Dobbiamo leggere questi autori quali antidoti al veleno morale che da decenni la propaganda del regime “neoliberista” ci versa nel sangue ripetendo continuamente che denaro, consumo,sviluppo, sono la triade divina cui dobbiamo prosternarci e dobbiamo invocare con preghiere diurne e notturne.
La televisione diffonde giorno e notte  “laidi cantici davanti all'empio tabernacolo delle banche" per dirla con Huysmans[5].
 Pasolini che denunciava il male dello sviluppo senza progresso etico, è stato ammazzato.   

La metafora somatica, e pure  morale, della schiena davvero diritta di questi magistrati coraggiosi fa venire in mente, e contrario, quanto di storto, obliquo, ambiguo, è presente nel mondo politico nonostante le dichiarazioni di pulizia, rinnovamento, palingenesi fatte e ripetute alla nausea dai vari pueri messianici che promettono il ritorno di Astrea, santa patrona della  giustizia, e intanto si preparano a entrare nel governo con intenzioni tutt’altro che chiare.
Di fatto la Virgo Astraea, ultima caelestum, caede madentes terras reliquit[6], la vergine Astrea, ultima dei celesti, ha lasciato le terre sporche di strage.

Con Mario Monti, accigliato qual novello Catone, e atteggiato a “puro” al pari di Lohengrin, der reine,  o di suo padre Parsifal, la nostra nazione uscirebbe dalle difficoltà attuali tornando al modello  dell’immediato dopoguerra, caratterizzato dalla castità, dall' operosità, dalla limitazione temporanea dei consumi. Quelli della gente povera, si intende.  Questa concezione “montana”, della crisi e della sua soluzione viene associata a una visione soteriologica e messianica di più vasta risonanza: il ritorno dei sani costumi, dei sacrifici, della disciplina ascetica. Sempre per i poveri naturalmente, ché lor signori vanno alle prime della Scala con le loro signore ingioiellate. Lì dismettono la solita aria compunta e si compiacciono dei loro posti d’onore tra tale accozzaglia, poltrone molto remote dalla povertà deprecata e imposta oramai alla maggior parte della popolazione. Se avessero un minimo di buon gusto e dignità, non si metterebbero in mostra in mezzo a tale sfarzo mentre la povera gente fuori dalla porta soffre la fame.
Sembra che  Nietzsche descriva proprio certi frequentatori di prime teatrali:  “ la nostra plebe dorata, falsa, imbellettata, anche se si chiama buona società, anche se si chiama “nobiltà”. Ma in essa tutto è ingannevole e marcio” [7].
Monti avrebbe ridato dignità all’Italia. Forse perché non è dissoluto come Berlusconi. Ma la sua castità, vera o presunta, è oscena quanto il libertinaggio del suo predecessore, se è vero che i poveri sono sempre più poveri, e i ricchi sempre più ricchi.


Se fossero comuni a tutti i beni della natura, questa grande madre di ciascun vivente basterebbe al benessere dell’intera umanità . Ma la magna mater viene continuamente espropriata, impoverita in favore di pochi, violentata, inquinata, deturpata dai servi di quei pochi che hanno dimenticato la parentela con questa nostra madre e con tutti i viventi.
I padroni della terra impiantano fabbriche omicide, scavano le montagne, deturpano le vallate, per possente necessità, sostengono loro,  mentre infliggono colpo e contraccolpo, e male su male si posa.
Più avanti, dicono gli asserviti a questi pochi padroni, tornerà il benessere per tutti. Chissà quando. Intanto i piccoli imprenditori rovinati dalle tasse si uccidono, i senza tetto, quelli che dormono in automobile e vanno a frugare nella spazzatura, aumentano di giorno in giorno, i giovani non possono più andare a scuola, non trovano lavoro, si drogano. Le cure ospedaliere un poco alla volta vengono ridotte e negate ai poveri. Il potere dovrebbe essere un dovere, un onore oneroso, non una fonte di lucro e vanagloria, e chi è chiamato a questo compito dovrebbe proteggere i più deboli dai prepotenti, non viceversa.  

Abbiamo visto alcune parole chiave della telefonata di Ingroia.
Ora consideriamone il motivo di fondo: che le ragioni della politica nella recente sentenza della Corte Costituzionale hanno avuto maggior peso rispetto a quelle del diritto.
Intanto il diritto deve essere appunto dritto come la schiena dei magistrati onesti, e, se lo è,  non va subordinato alle ragioni della politica che dovrebbero essere quelle della polis, della comunità. Se queste ragioni non costituiscono il bene comune ma asserviscono il diritto, significa che la politica non è dritta, bensì storta,  fallace e prepotente.
Nella letteratura greca la polis, i suoi cittadini, la terra stessa, vengono resi malati della disonestà dei suoi reggenti: re incestuosi, assassini,  divoratori di doni che emanano sentenze distorte[8]. Altrettanto nelle tragedie di Seneca e di Shakespeare. Il male dei governanti un poco per volta si estende  e contagia tutta la popolazione.
Alla trasmissione di Santoro, giovedì sera, ha parlato anche Ingroia e tra l’altro  ha ribadito con parole sue, molto chiare, questo topos classico. Ha detto che le ferite vanno pulite fino in fondo, altrimenti infettano tutto il paese. Già Seneca aveva scritto terras cruor infecit omnes fusus[9], il sangue sparso ha avvelenato le terre.  


Se la nazione è malata,  le leggi non funzionano e non contano più: corruptissima republica plurimae leges sentenzia benissimo Tacito negli Annales[10], descrivendo la decadenza della vita civile di Roma. Quanto più lo Stato è corrotto tanto più numerose sono le leggi.
Nel Purgatorio di Dante, al centro dell’intero poema, Marco Lombardo ripropone l’argomento delle leggi vanificate: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”[11]. La colpa è  delle cattive guide: “la mala condotta /è la cagion che il mondo ha fatto reo”[12]. Costoro  guastano  la società, la contaminano, piuttosto  che reggerla con rettitudine. Anche i ragazzi sanno che il rex deve agire recte: infatti, quando giocano, dicono: “  sarai re se farai bene:  "at pueri ludentes  'Rex eris ' aiunt/ 'si recte facies" [13].  Insomma il rex deve dirigere, con rettitudine, sulla retta via.  Chi governa dunque non può essere contorto. Nemmeno la virtù può esserlo: “et haec recta est, flexuram non recipit ” (Seneca, Ep. 71, 20), anche questa è diritta, non ammette piegatura.
 Dante mette all’inferno i capi  sviati e fuorvianti, Sofocle li rappresenta capovolti  da re a farmakói, a capri espiatori, una volta che la comunità dei cittadini li ha smascherati.

Scrivo queste parole per dire ai magistrati dalla schiena diritta e ai  sindaci scelti dal popolo anche contro le indicazioni dei partiti, che siamo in tanti in Italia a sperare che non cedano, anzi a contare che non cederanno, e ad auspicare che il loro esempio diventi davvero paradigmatico per la nazione intera.

Bologna 11 dicembre 2012 Giovanni Ghiselli g.ghiselli@tin.it    
   


[1] Cfr. Epodo VII di Orazio dove il poeta ricorda il sangue innocente di Remo, versato dal fratello, un sangue che appunto fluxit in terram, cadde nella terra e rimane dopo secoli sacer nepotibus (vv. 17-20)
[2] Cfr., e contrario, gli happy few dell’Enrico V di Shakespeare
[3] III, 13, 50.
[4] Manoscritti economico-filosofici del 1844, p. 154.
[5]  Controcorrente, p.218.
[6] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, I, 149-150. Il poeta di Sulmona descrive l’età del ferro , l’ultima , la nostra, caratterizzata da omne nefas, ogni infamia.
[7] Così parlò Zarathustra, Colloquio con i re, p.297
[8] Cfr. Esiodo, Opere e giorni  :"basilh'", ijquvnete muvqou", dwrofavgoi, skolievwn de; dikevwn ejpi; pavgcu lavqesqe ", sovrani, raddrizzate i vostri giudizi, divoratori di doni, e dimenticate del tutto i giudizi distorti  (vv.263-264).


[9] Fedra, 553-554.
[10] Annales III, 27.
[11] Purgatorio, XVI, 97.
[12] Purgatorio XVI, 103.
[13] Orazio, Epistulae  I, 1, 59-60.

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