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Lettera di De Gasperi a sua moglie - di Giovanni Ghiselli


Voglio commentare la lettera che Alcide De Gasperi scrisse alla moglie Francesca il 6 agosto 1927 dalla clinica Ciancarelli di Roma.
E’ un’epistola che contiene, oltre  ricordi personali con squarci lirici,  il riassunto e il  programma di una vita politica che non può essere disgiunta da quella morale e intellettuale.
In queste poche pagine ho potuto incontrare da vicino, il politico onesto, l’uomo colto, la persona per bene  di cui avevo perduto da tempo l’esperienza diretta ascoltando, con disgusto crescente, i trafficoni e traffichini contemporanei.
Parto dalla cultura di De Gasperi. La sua lettera contiene citazioni in italiano, e in latino, dalla Divina Commedia, dall’Antico e dal Nuovo Testamento.
L’uomo politico non può ignorare la tradizione del popolo che intende guidare, non può non avere una visione d’insieme delle vicende storiche avvenute nei secoli, una conoscenza almeno scolastica[1] dell’arte e del pensiero elaborati, nel tempo, dagli spiriti più elevati della sua madre terra. Chi ha la pretesa di guidare un popolo e non ha sentito la necessità di conoscere tali spiriti, o se li ha letti ma non li ricorda e non li menziona, significa che non appartiene alla loro famiglia, che non è in sintonia con loro, che non è uno spirito elevato, ma è  interessato soltanto al potere e al profitto personale.
 Il demagogo becero, la demagoga arrogante, l’ignorantone astuto, prima o poi vengono sorpresi con le mani nel sacco, a rubare.
Aristofane nelle sue commedie mette alla berlina tali personaggi, come Paflagone che nei Cavalieri [2], rappresenta  l’arcidemagogo Cleone  il quale inganna Demo, il popolo, un vecchietto scorbutico e sordastro[3],  che però alla fine lo smaschera quale ladro e mentitore.
Il prototipo dell’arruffone viene apostrofato dal coro come lo strillone  che rimescola il fango (v. 307), intriga e sconvolge l’intera  città degli Ateniesi (vv. 310-311).
Aristotele descrive Cleone, il personaggio storico che dominò la vita politica ateniese dalla morte di Pericle (429) al 422, come “colui che per primo si mise a urlare dalla tribuna e a vomitare insulti”[4].
Tucidide lo descrive come  “il più violento dei cittadini  e quello più capace di persuadere  la massa”[5].
Nella commedia di Aristofane, Paflagone-Cleone, una volta scoperto nella sua volgarità rapace e violenta, verrà assegnato al ruolo che si confà alla sua natura: schiamazzare in ignobile gara con prostitute e bagnini[6] .
Non vengono in mente certi linguacciuti ciarlieri ubiqui in tutte le televisione dove vengono chiamati  per chiacchierare,  urlare, e confondere le menti?
Altri vanno a schiamazzare nelle piazze, nelle vie e sulle spiagge, ma lo scopo è sempre quello di creare confusione.
Nelle Anime morte di Nikolaj Gogol’ , un farabutto suggerisce di confondere le idee per rendere impossibile il compito di fare giustizia: “Confondere, confondere: e nient’altro…introdurre nel caso nuovi elementi estranei, che coinvolgano altri, complicare e nient’altro. E che si raccapezzi pure il funzionario pietroburghese incaricato. Che si raccapezzi…Mi creda, appena la situazione diventa critica, la prima cosa è confondere. Si può confondere, aggrovigliare tutto così bene che nessuno ci capirà nulla”[7].

De Gasperi si scusa con la moglie e le figlie per il tanto tempo che ha dedicato alla politica togliendone molto alla famiglia,  ma contestualmente non rinnega la fedeltà alla propria natura, di persona che impiega  gran parte della propria vita per la polis, e si dedica al  bene comune.
 Insomma la politica come missione e come parte dell’identità: una volta diventato quello che sei, quello che la tua natura, il tuo carattere ti spingono a essere, non devi arretrare,  non puoi  uscire dall’orbita del tuo destino, per usare le parole dello Statista trentino.
Gli uomini veri, scrive Hesse, sono come le stelle fisse“La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell'aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c'è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino”[8]
De Gasperi denuncia la violenza che minaccia il seme del progresso.
In quegli anni si affermava e consolidava la dittatura fascista “con tristo annunzio di futuro danno”[9].
 Infatti: la violenza genera il tiranno canta il coro dell’Edipo re di Sofocle[10]. Ora la violenza è nell’aria e spesso rimane impunita: faccio l’esempio che, come ciclista esposto a ogni sopruso perpetrato da automobilisti e motociclisti, mi riguarda da vicino: ragazze fiorenti, e pure donne e bambini, vecchi che girano in bicicletta senza fare male a nessuno, e magari, se ci sono ancora, pure gli spazzacamini, vengono ammazzati a centinaia ogni anno da assassini ubriachi o drogati che restano impuniti, o quasi, in ossequio al diritto del più forte di opprimere il più debole, fino a ucciderlo, senza che tale enorme iniquità riceva smentite da chi dovrebbe occuparsi del bene comune. Ma le automobili devono essere vendute, e a chi  le compra  va concessa licenza di uccidere secondo la logica criminale del mercato oramai senza Stato che lo regoli.
La violenza però non è forza, scrive il nostro Statista, poiché la forza è giustizia, verità, libertà, dolcezza, pace.
In queste parole si sente il logos, la ragione e la passione dell’uomo, quel pathos, che Hegel considera elemento della ragione.
Pericle morì dicendo che il trofeo del quale era più fiero, il suo merito più alto era che nessuno degli Ateniesi aveva dovuto portare il lutto per causa sua[11]. Invero quest’uomo politico, uno dei più celebri e celebrati di sempre, volle e iniziò la guerra del Peloponneso che causò rovine e lutti ai suoi nemici e pure ai suoi concittadini, ma la frase è bella lo stesso, e probabilmente il figlio di Agariste che poco prima di partorirlo  aveva sognato di dare alla luce un leone[12], in punto di morte capì che la guerra omicida è male, che mandare la gente a morire è male[13], che il compito dell’uomo politico è salvare le vite, non annientarle. La sua eloquenza era comunque lontana da qualsiasi ciarlataneria banale e volgare[14]. Inoltre era superiore al denaro[15], nel senso che non si impossessò mai di quello pubblico, ma lo impiegò per i monumenti dell’Acropoli, per bellezza subito antichi, e ancora oggi ammirati per la nobile semplicità e la luminosa armonia.  Lo stile aristocratico, la dimensione estetica non gli mancavano.

Questa del resto  non dovrebbe mai essere separata da quella etica che ravviso in diversi punti della lettera in  questione. La somma dell’etica è “lavorare per l’elevazione degli umili”. Questa è “la sorgente della mia vita morale” scrive nobilmente De Gasperi.
Aggiungo Musil e Montaigne
" Sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda"[16].
"Ogni altra scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà"[17];
Ora pare che tale principio sia stato ribaltato in quello anti-morale e antiestetico di  adoperarsi per la sempre maggiore umiliazione degli umili.

Chi è povero, e il numero degli indigenti aumenta di mese in mese, presto non potrà più permettersi non solo alcuno svago, ma addirittura l’istruzione e la salute. E’ una vergogna che la spudoratezza degli avidi cianciatori invitati in televisione non sente e non denuncia.
“Vi sono gli uomini di preda, gli uomini del piacere, gli uomini di buona fede”, scrive il marito prima dei saluti alle moglie Francesca e alle figlie. Gli uomini di preda sono gli spietati che non concepiscono, nemmeno immaginano, l’arricchimento spirituale conseguito attraverso il dare e il donare.
 Gli uomini del piacere sono gli edonisti rozzi che si affaticano involti nel diletto della carne[18].
Gli uomini di buona fede, non solo quella cristiana, sono coloro che hanno dei principi, credono nella difesa della propria identità e della vita, e possiedono un metodo. Questo   è, etimologicamente, cioè in senso proprio, una via (hodós) sulla quale procedere senza lasciarsi sbigottire da ostacoli e difficoltà. Quando le vie  appaiono troppo impervie, erte e  insuperabili, gli uomini di buona fede ricorrono per aiuto ai loro maestri spirituali.
Riporto alcune parole di questo nostro maestro che cita i suoi maestri: “ Non potrei mai narrarti un episodio del carcere. Un giorno, con uno spillo di sicurezza ch’era sfuggito per miracolo alle infinite perquisizioni cor­porali, avevo inciso sulla bianca parete della cella in lettere maiuscole così: «BEATI QUI LUGENT QUONIAM IPSI CONSOLA­BUNTUR». (Beati quelli che piangono perché saranno conso­lati). E in un altro cantuccio avevo incominciato ad incidere l’altra beatitudine: «Beati quelli che hanno sete della giusti­zia...».

Concludo citando alcuni versi di tre antichi  profeti della Giustizia: Esiodo, Solone, Eschilo. Sono tra quegli exemplaria Graeca , modelli greci, che Orazio suggerisce di consultare giorno e notte[19]

Esiodo[20] nel suo poema agricolo afferma “giustizia, quando si giunge alla fine, supera la prepotenza , e soffrendo anche lo stolto impara (Opere e giorni, vv. 217-218).
Purtroppo non va sempre così. Nel senso che quelli davvero  stolti non imparano niente nemmeno dal dolore.

E più avanti:
Prepara mali a se stesso l'uomo che li prepara per un altro
e il cattivo progetto è pessimo per chi l'ha progettato ( Opere e Giorni, vv.265-266).

Per quanto concerne il diritto del più forte, ossia quello affermato dallo sparviero che uccide e mangia l’usignolo:
“Questa legge per gli uomini ha disposto il Cronide,
per i pesci e le fiere e gli uccelli alati
di mangiarsi a vicenda, poiché non c'è giustizia tra loro;
agli uomini invece ha dato giustizia che è la migliore"(Opere e giorni, 276-279).

Per quanto riguarda le difficoltà poste sulla via del valore e della virtù
“Davanti alla virtù hanno messo il sudore gli dèi
immortali: lungo e ripido è il sentiero verso il valore:
e scabroso all'inizio; ma quando uno sia giunto alla vetta,
allora diviene facile, pur rimanendo duro” (Opere e giorni, vv.289-292).

Altrettanto devoto della Giustizia, è Solone, poeta e uomo politico ateniese nominato arconte nell’anno 594 a. C., con  funzioni di legislatore  e pacificatore delle fazioni in lotta:
"Splendide figlie della Memoria e di Zeus Olimpio,
Muse Pieridi, ascoltate la mia preghiera:
concedetemi il benessere da parte degli dei beati, e di avere una buona,
 reputazione da parte di tutti gli uomini sempre;
e di essere in tal modo dolce per gli amici e amaro per i nemici
rispettato dagli uni, temibile a vedersi per gli altri.
Ricchezze desidero averne, ma possederle ingiustamente
non voglio: in ogni caso più tardi è solita arrivare Giustizia[21].

Concludo questa rassegna con Eschilo, un altro uno dei profeti della Giustizia.
"Non c'è difesa- di ricchezza contro Sazietà, per l'uomo- che con arroganza ha preso a calci il grande altare- di Giustizia, con il proposito di annientarla" (Agamennone[22], primo stasimo, vv. 381-384).
Poco più avanti questi versi rendono visibile, quasi con un senso di compassione, l’insensatezza infantile e crudele di chi danneggia la vita che lo punirà[23]: “Ogni rimedio è vano. Non rimane nascosto,/ma risalta, luce di sinistro bagliore, il danno;/e, come bronzo cattivo/per sfregamento e colpi,/diventa nero, se sottoposto a giustizia, poiché/insegue, come un fanciullo, un uccello che vola"(Agamennone, vv 388-394).


Nell ultimo dramma dell’Orestea,   le Erinni, sulla via di diventare Eumenidi, ossia Benevole, prescrivono  "Rispetta l'altare di Giustizia,- e non disprezzarlo calciandolo con piede ateo- in vista del guadagno: infatti poi segue il castigo"( Eumenidi, vv.539-541).


Leggete i classici onorevoli parlamentari, consiglieri e assessori vari, urlatori da piazze e da spiagge, leggeteli e rileggeteli, per favore. Da Omero a De Gasperi, passando per  altri diversi auctores, ossia accrescitori.
Nocturna versate manu, versate diurna. Usate le mani per girare le pagine dei libri dopo averle lette e imparate, usatele per istruirvi e moralizzarvi, non per rubare

  
Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it   



[1] Una volta a scuola si leggevano i classici: alle medie Omero in traduzione, al ginnasio Virgilio in latino, al liceo Solone, Platone, Sofocle, Euripide in greco. Parlo di quella scuola, non di questa di oggi.
[2] La più politica delle sue commedie rappresentata nel 424 a. C.
[3] Cavalieri, v. 40.
[4] Costituzione degli Ateniesi, 28, 3
[5] Storie III, 36, 3
[6] I cavalieri, v. 1400.
[7] Nikolaj Gogol ‘, Anime morte (del 1842) ,trad. it. Garzanti, Milano,  1990,  p.375.
[8] H. Hesse, Siddharta, trad. it. Adelphi, Milano, 1981, p. 98.
[9] Dante, Inferno XIII, 12
[10] Secondo stasimo, v. 873.
[11] Plutarco, Vita di Pericle, 38
[12] Erodoto, VI, 131.
[13] Temo che i nostri politici guerrafondai non lo capiranno neanche in punto di morte. Certamente non l’hanno capito in occasione delle morti atroci di tanti ragazzi mandati in giro a uccidere ed essere uccisi. 
[14] Plutarco, Vita di Pericle, 5.
[15] Plutarco, nella Vita di Pericle (15),  scrive che questo Stratego ateniese rese la sua città da grande grandissima, eppure non accrebbe di una sola dracma il patrimonio che il padre gli aveva lasciato.
[16]R. Musil, L'uomo senza qualità ,  trad. it. Einaudi, Torino, 1972., p. 846.
[17]Montaigne,  Saggi , trad. it. Adelphi, Milano, 1996, p. 185 e p. 199.
[18] Cfr.Dante Paradiso, XI, 8-9
[19] Vos exemplaria Greca-nocturna versate manu, versate diurna. Ars poetica 268-269.
[20] Seconda metà dell’VIII sec. A. C..
[21] Elegia Alle Muse, 1-8.
[22] Prima tragedia della trilogia Orestea, rappresentata nel 458 . C.
[23] "In qualche modo verrete sconfitti. Qualche cosa vi sconfiggerà. La vita vi sconfiggerà" (G. Orwell, 1984, p. 282) dice Winston, il protagonista del romanzo al suo torturatore.

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