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Giovinezza, giovinezza - di Giovanni Ghiselli





Oggi la politica, dati gli pseudo-politici che si occupano degli affari propri e non di quelli della polis , ha disgustato la maggior parte degli Italiani. E’ di gran moda far credere che la gestione della cosa pubblica andrebbe rinnovata e purificata affidandola ai giovani e alle donne, comunque siano costoro. Non importa se ignoranti o farabutti.
 Basta che siano giovani o donne. Il massimo sarebbe venire governati da donne giovani, magari ragazze di 18 anni appena compiuti, a un passo dall’esame di maturità.

Trasformerebbero le aule  sorde e grigie dei due rami del parlamento in un allegro passeraio pieno di lieti cinguettìi e allegri svolazzi.
Voglio andare contro corrente, essere inattuale in maniera provocatoria, e confutare tali idiozie condivise quasi da tutti.

Partiamo dai giovani. Prendo spunto da una lettura del libro Destini personali di Remo Bodei (Feltrinelli, 2009).
L’autore mi ha fatto tornare in mente che la “giovinezza” era un mito dei fascisti e che il loro canto di battaglia inneggiava a questa stagione della vita. Ma sentiamo Bodei:
Sebbene ripreso da un precedente canto goliardico, lo stesso inno Giovinezza, giovinezza, esprime l’ideale della lotta contro la decadenza, sotto la guida di un uomo che rappresenta l’Italia “maschia e guerriera” di Vittorio Veneto, di un politico che nel 1922, a trentanove anni, divenne il più giovane presidente del consiglio che l’Italia abbia mai avuto”.
Più o meno l’età di Renzi.
La Serracchiani l’ha già superata. Ma, rispetto all’età non più così verde, questa quarantenne ha l’attenuante di essere una donna, non stupida e carina per giunta.

Una dotta nota del bel libro di Bodei ci spiega la genesi di questo canto che fu molto popolare: “ ‘La Marsigliese della quarta Italia’ (secondo la definizione del quadrumviro De Vecchi), che veniva eseguita in tutte le occasioni ufficiali, non è originale. Riprende un canto goliardico, composto a Torino nel 1909 con musica di Giuseppe Blanc e testo di Nino Oxilia, riformulato poi varie volte. L’inizio della seconda strofa, nella versione approntata da Salvator Gotta nel 1922, suona significativamente così: “Dell’Italia nei confini/son rifatti gli Italiani/li ha rifatti Mussolini/per la guerra di domani”.
 Questa volta sarà il bellicoso Matteo Renzi a ri-fare
noi Italiani ? Tutto può essere.

Ora non voglio negare che la giovinezza in sé sia una bella età e che la vecchiaia un poco alla volta ci tolga qualche cosa.
Ma, d’altra parte, qualche cosa aggiunge.
Riporto alcuni encomi, non fascisti, della giovinezza, associati a biasimi della vecchiaia. Seguirà una difesa dell’età provetta.
 Mimnermo, un poeta greco della seconda metà del VII secolo a. C.
 considera la vita umana indegna di essere protratta quando la giovinezza è spenta, e i giorni non hanno più l'unica giustificazione che li rendeva desiderabili: quella erotica, in parole povere quella del letto.

"Quale vita, quale piacere, senza l'aurea Afrodite?
Vorrei essere morto, una volta che non mi importi più di questi beni,
l'amore furtivo e i dolci doni e il letto:
che sono i soli fiori fugaci di giovinezza
per gli uomini e per le donne; poi quando sia giunta penosa
la vecchiaia che rende l'uomo turpe e insieme cattivo,
sempre penosi affanni lo consumano nell'animo,
e non prova piacere neppure alla vista dei raggi del sole,
ma è odioso ai ragazzi, spregevole per le donne;
così tremenda  rese la vecchiaia un dio".

Leggiamo qualche altro frammento di questo poeta elegiaco
:"Come le foglie[1] che genera la fiorita stagione
di primavera, quando crescono in fretta ai raggi del sole, noi, simili a quelle, per il tempo di un cubito, godiamo dei fiori
di giovinezza, senza conoscere dagli dèi né il male
né il bene. Destini neri ci stanno accanto
uno che ha il termine della vecchiaia tremenda,
l'altro di morte: un attimo dura il frutto
di giovinezza, per quanto sulla terra si diffonde un raggio di sole.
Ma quando questo termine di tempo sia trapassato,
subito essere morto è meglio della vita:
infatti molti mali sopraggiungono nell'animo: talora la casa va in rovina e ci sono le vicende dolorose della povertà:
 a un altro poi mancano figli, di cui soprattutto
sentendo il desiderio va sotto terra nell'Ade;
un altro ha una malattia che gli consuma il cuore: non c'è nessuno
degli uomini, cui Zeus non dia molti mali".

E ancora
:A Titone , Zeus diede da sopportare, male immortale,
la vecchiaia, che è anche più raccapricciante della morte tremenda.
Ma di breve durata è come un sogno
la giovinezza preziosa; e la tremenda e deforme
vecchiaia subito sul capo è sospesa,
odiosa insieme e spregiata, che rende l'uomo irriconoscibile,
e danneggia gli occhi e la mente versandosi attorno."

La conclusione è l’auspicio di morire a sessant’anni:
 “Vorrei che senza malattie e preoccupazioni tremende
il destino di morte mi cogliesse a sessant’anni”.

D’Alema e  Bersani, per non dire di Napolitano, non hanno più questa uscita di sicurezza, la Finocchiaro se vuole approfittarne, ha ancora qualche anno. Parlo di morte politica naturalmente.

Riporto una difesa degli ultrasessantenni, categoria alla quale appartengo, indegnamente forse ma anche per fortuna, altrimenti sarei morto già da un po’ di tempo.

Solone, il saggio legislatore ateniese dei primi anni del VI secolo, replica a Mimnermo confutando la stanchezza pessimistica che vuol fare punto già a sessant'anni.
"Ma se ora finalmente vuoi darmi retta, togli questo verso,
 e non essere invidioso, per il fatto che ho pensato meglio di te,.
e cambialo, arguto cantore, e canta così:
ottantenne mi colga il destino di morte
Né incompianta mi giunga la morte, ma ai cari
 io lasci morendo dolori e gemiti.
 Invecchio imparando sempre molte cose ".
Ottant’anni per l’epoca non erano pochi. Io però oggi vorrei salvare anche Napolitano e gli altri della sua età: campino pure, magari non politicamente, oltre i cento anni. Che poi non sono chissà che.
Procedo con i biasimi della senilità
 Il secondo stasimo della tragedia Eracle di Euripide contiene un  anatema della vecchiaia che grava sul capo come un carico più pesante delle rupi dell'Etna.
La giovinezza-cantano i vecchi compagni d’arme di Anfitrione-  è preferibile alla ricchezza, ed è bellissima tanto nella prosperità quanto  nella povertà” ( vv. 647-648).
Poi: “La giovinezza è il dono più grande degli dèi, e, se questi avessero intelligenza e sapienza (xuvnesi"-kai; sofiva) riguardo agli uomini, donerebbero una doppia giovinezza (divdumon h{ban) come segno evidente di virtù a quanti la posseggono” ( vv.661-662).
Al “sacrilego Euripide” obietto che tutto sommato gli dèi hanno intelligenza e sapienza: chi vive in maniera moralmente e fisicamente sana porta bene l’età.
Marziale afferma che l’uomo buono vive senza rimorsi, gode del frutto della sua vita e ne accresce lo spazio fino a raddoppiarlo: “ampliat aetatis spatium sibi vir bonus: hoc est/vivere bis, vita posse priore frui” (X 23, 7-8).

Gli anatemi della vecchiaia pullulano e il giovanotto Renzi è in buona compagnia. Forse ha imparato dai libri alcune cose tra quante ne dice.
Il terzo stasimo dell’ Edipo a Colono di Sofocle che peraltro scrisse questa tragedia dopo i novant’anni, canta:"Non essere nati (mh; fu'nai) supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/ donde si venne,/  è certo il secondo bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere (kouvfa" ajfrosuvna" fevron), /quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia, discordie, contesa battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata vecchiaia impotente (ajkrate;") ,/ asociale (ajprosovmilon), priva di amici (a[filon) /dove convivono tutti i mali dei mali"(vv.1224-1238).

  Di questa maledizione dei Greci arcaici e classici della vecchiaia, possiamo trovare  echi innumerevoli in letteratura successiva: un frammento di Menandro  (seconda metà del IV sec.a. C.) fa:" o{n oiJ qeoi; filou'sin ajpoqnhvskei nevo", colui che gli dei amano, muore giovane".

Virgilio  chiama la vecchiaia "tristisque senectus  "(Eneide , VI, 275) e la situa in faucibus Orci (v.273), sulla bocca dell'Orco in compagnia di pianti, rimorsi vendicatori, pallidi morbi, e  diverse altre presenze inamene.
 Leopardi è un dichiarato nemico dell’età avanzata: in Le Ricordanze  del 1829 scrive:"E qual mortale ignaro/di sventura esser può, se a lui già scorsa/quella vaga stagion, se il suo buon tempo,/se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?"(vv.132-135). Quindi premette il verso di Menandro citato sopra, come epigrafe ad Amore e morte  del 1832.
In Il tramonto della luna , del 1836, il poeta di Recanati poco prima di morire compone l'anatema definitivo della vecchiaia: "estremo/di tutti i mali, ritrovàr gli eterni/la vecchiezza, ove fosse/incolume il desio, la speme estinta,/secche le fonti del piacer, le pene/maggiori sempre, e non più dato il bene"(vv.45-50).

Adesso però a così forti biasimi voglio contrapporre qualche elogio della senilità cui tutti siamo avviati e alla quale arriveremo se non moriremo prima, forse schivando qualche incomodo, ma certamente perdendo parecchie occasioni, se non altre di "imparare molte cose", come ci ha  insegnato Solone.
Un elogio della vecchiaia si trova già nell'Iliade.
 Menelao, per fare un patto con i Troiani, esige la presenza del vecchio re Priamo poiché non si fida dei figli del re di Troia, e dice: “ sempre svolazzano gli animi dei giovani, ma quando un vecchio (oJ gevrwn) è con loro, vede insieme il prima e il dopo (a}ma provssw kai; ojpivssw-leuvssei), come sia meglio per gli uni e per gli altri” ( III vv. 108-110).

 Cicerone nel De senectute (del 44 a. C.)  compone l'elogio più articolato della vecchiaia, facendo dire a Catone ottantatreenne:"in moribus est culpa, non in aetate ", il difetto sta nei costumi, non nell'età; e la pena deriva dai sensi di colpa dovuti a una vita mal vissuta:"quia coscientia bene actae vitae multorumque benefactorum recordatio iucundissima est ", poiché la coscienza di una vita impiegata bene e il ricordo di molte buone azioni fatte sono fonti di dolcissima gioia.
Vengono portati esempi di vecchiaie vigorose e produttive: Platone che morì a ottant'anni "scribens ", scrivendo ancora, Isocrate che a novantatré anni compose il Panatenaico, poi visse altri cinque anni, e il suo maestro Gorgia che compì centosette anni, studiando e lavorando, tanto che disse:"Nihil habeo quod accusem senectutem " non ho niente da rimproverare alla vecchiaia. Insomma, secondo l’Arpinate, c'è una montatura negativa nei confronti della terza e quarta età. Gli indebolimenti, almeno quelli mentali, sono dovuti alla mancanza di esercizio.
"At memoria minuitur ", ma la memoria diminuisce; ebbene a questa anteoccupatio, anticipazione dell’obiezione, l'autore risponde:"credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior ", lo credo, se non la si esercita, o anche se sei piuttosto stupido di natura, e fa l'esempio di Sofocle che"ad summam senectutem tragoedias fecit ", compose tragedie fino alla vecchiaia estrema, e anzi si difese dall'accusa di demenza senile contestatagli da un figlio che voleva venisse interdetto, leggendo l'Edipo a Colono ai giudici i quali naturalmente lo assolsero a pieni voti. Poco più avanti il De senectute  ricorda anche Solone "qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri ", che dice di diventare vecchio imparando ogni giorno qualche cosa; non solo, ma a Pisistrato che gli domandò in che cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia, rispose "senectute ", nella vecchiaia .
 I piaceri che scemano, eventualmente, sono quelli volgari del corpo: “epularum aut ludorum aut scortorum voluptates” , dei banchetti o dei giochi o delle prostitute certo non paragonabili a quelli dello spirito che invece crescono. Chissà se Berlusconi e la Minetti sono d’accordo?
Quanto alle solite accuse di essere bisbetici (morosi ), ansiosi (anxii), iracundi , difficiles, avari, questi sono difetti dei caratteri, non della vecchiaia:"sed haec morum vitia sunt, non senectutis ".
Anche la vicinanza della morte non è terrificante, infatti"omnia quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis", tutto quello che avviene secondo natura deve essere considerato tra i beni .
 E noi uomini:"in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus ", in questo siamo saggi che seguiamo la natura ottima guida come un dio e le obbediamo.
J. Hilman è d’accordo con Cicerone: “I fatti dimostrano che, invecchiando, io rivelo più carattere, non più morte”[2].
Purtroppo non posso soffermarmi oltre sull'argomento, che mi sta a cuore, anche per ragioni anagrafiche oramai, però voglio menzionare un moderno: Italo Svevo nella cui opera, il protagonista di Senilità , Emilio Brentani, è un trentacinquenne dall'anima stanca, mentre la vecchiaia anagrafica di altri personaggi è, come nota Magris:" libertà dall'obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore, la propria capacità e vitalità"[3].
Concludo con alcune riflessioni di Umberto Galimberti: “Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l’inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.
Eppure nel Levitico (19, 32) leggiamo: “Onora la faccia del vecchio”…La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hilmann può scrivere che, per il bene dell’umanità, “bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità”, perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte. A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è: il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all’inutilità, e l’inutilità all’attesa della morte. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità…La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l’isicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia. Se smascheriamo il mito della iovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del “carattere” e quella dell’ “amore”. La prima ce la segnala Hilmann ne La forza del carattere (Adelphi): “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama “faccia” perché la “faccio” proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, le peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato”[4].

Ora, molto in breve, voglio confutare la moda di anatemizzare la scarsa presenza di donne al potere. Se il potere fosse una cosa bella e buona, gestita da persone per bene, come Cristo, o suo cugino, l’onesto Giovanni Battista, o l’amante della poverà  Francesco d’Assisi, e non prevalentemente da profittatori senza scrupoli, senza morale, senza cultura, senza stile, sentirei anche io il desiderio delle donne al potere, come sento il desiderio, anzi addirittura il bisogno  della presenza femminile in molti altri luoghi. Ma il potere adesso è u nucleo irriducibile di male: è come lo hanno presentato Seneca, un uomo che ha avuto grande potere, e come appare in molte tragedie di Shakespeare.
Il potere è razionale e morale solo se esercitato al servizio dei sudditi: nelle Epistole a Lucilio  il maestro di Nerone, già ripudiato dal discepolo imperiale, ricorda che nell'età dell'oro governare era compiere un dovere non esercitare un potere assoluto:" Officium erat imperare, non regnum" (90, 5).
Luogo simile  si trova nel grande romanzo di Manzoni  :"Ma egli[5], persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo può negar con la bocca, non ci esser giusta superiorità d'uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di scansarle" ( I promessi sposi, cap. XXII). Provino a pensarci i politici sedicenti cattolici come il pio Celeste o Casini il devoto e divorziato alfiere della famiglia.
Concetto analogo nella Psicanalisi della società contemporanea  di E. Fromm:"Il capo non è soltanto la persona tecnicamente più qualificata, come deve essere un dirigente, ma è anche l'uomo che è un esempio, che educa gli altri, che li ama, che è altruista, che li serve. Obbedire a un cosidetto capo senza queste qualità sarebbe una viltà" (p. 299).
Ma ora, e forse da sempre, arrivare al potere e rimanerci significa essere fuori dalla morale. Sentiamo Riccardo III , il principe che ha letto il Principe di Machiavelli
La politica per il protagonista della tragedia di Shakespeare, come per tanti dei nostri uomini di potere, è pura pratica, un’arte il cui fine è governare. Un’arte, anzi una tecnica amorale come quella di costruire i ponti o come una lezione di scherma. Le passioni umane sono argilla, e anche gli uomini sono un’argilla di cui si può fare quel che si vuole. Riccardo si presenta confessando a se stesso questo programma : “Mi incitano a vendicarmi… ma allora io sospiro, e, con un brano della Scrittura, dico loro che Dio ci ordina di rendere bene per male. Io rivesto la mia nuda scelleratezza con occasionali vecchi scampoli della Sacra Scrittura, e sembro un santo quando più faccio il diavolo (and seem a saint, when most I play the devil)[6].
E ora sentiamo direttamente Machiavelli“ Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro umanità, contro alla relligione…Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione”[7].
I nostri politici pii e devoti hanno appreso la lezione del segretario fiorentino con minore grandezza, ma ben maggiore diligenza del duca di Gloucester, che, divenuto Riccardo III morirà ammazzato, combattendo.
Questi nostri pseudopolitici, quando l’inverno del nostro scontento sarà passato, finiranno con un singulto piuttosto che con uno schianto.
Il quotidano “la Repubblica” del 17 gennaio del 2006 recava il titolo in prima pagina “Solo 11 le donne al potere”.
 Ebbene, una mente non fuorviata dai luoghi comuni attualmente di moda, può pensare che questa rara presenza potrebbe anche fare onore ai miliardi di donne, e di uomini, che non sono al potere.
Trovo esemplare, almeno per il mio carattere, quello che, secondo Erodoto, disse il nobile persiano Otane il quale, mentre poteva farlo, non entrò in lizza per diventare re, dicendo parole belle assai, una specie di manifesto dell'antisadismo:"ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw" (Storie,  III, 83, 2), infatti non voglio comandare né essere comandato .
Secondo me l’assenza delle donne dal potere fa solo onore al genere femminile, alle donne che quando sono buone, belle e fini, hanno di meglio da fare che intrigare per comandare ed essere comandate. Credo che finire come la Minetti non si addica alle donne per bene, come agli uomini onesti non si confanno le vicende di Fiorito, per dire solo del peggiore. Del resto questi tre sono personaggi emblematici  

Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it

[1] Cfr. Iliade VI, 146-149 (Glauco a Diomede). Glauco chiede a Diomede:
"Tidide magnanimo, perché mi domandi la stirpe?
quale è la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini.
Le foglie alcune ne sparge il vento a terra, altre la selva
fiorente genera quando arriva il tempo di primavera;
così le stirpi degli uomini: una nasce, un'altra finisce".

[2] La forza del carattere, p. 27.
[3] L’anello di Clarisse, p. 198.
[4] U. Galimberti,  la Repubblica 29 febbraio 2008, p. 53 : Quando essere vecchi significa saggezza.
[5] Il cardinal Federigo Borromeo.
[6] Riccardo III, I, iii.   .
[7] Machiavelli, Il principe, XVIII, 5.

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