Passa ai contenuti principali

Antigone di Sofocle - di Giovanni Ghiselli


L’Antigone di Sofocle è la storia di una disobbedienza: quella di una ragazza indignata per l’ editto del tiranno di Tebe, Creonte, che ha ordinato di non dare sepoltura a Polinice il quale ha attaccato la città con altri sei duci provenienti da Argo. I sette assalitori sono stati sconfitti e uccisi.

Ma Antigone, sorella di Polinice e orfana di Edipo e Giocasta la suicida sorella dell’autocrate,  manifesta il proposito di trasgredire l’ordine iniquo commettendo una “illegalità santa”. Non sempre le leggi sono giuste.
Lo sono, sostiene Don Milani, quando costituiscono la forza del debole." Quando invece esse "sanzionano il sopruso del forte", è bene "battersi perché siano cambiate".
La giovane non ha paura. Non teme nemmeno la morte. Infatti dice: "io non soffrirò nulla di così grave da non morire nobilmente".
Quindi entra in scena Creonte, presentandosi come un capo efficiente: ha salvato la città dagli assalitori.
Ma una guardia gli porta la notizia che qualcuno ha reso a Polinice l’onore funebre proibito, spargendogli addosso  l’assetata polvere. Creonte allora ordina l’arresto di chi ha compiuto la trasgressione.
Il primo Stasimo (vv. 332-383) è uno dei brani più famosi del teatro greco anche per il rilievo che gli ha dato Heidegger nella Introduzione alla metafisica. Notissimo è lo squillo iniziale: “ molte sono le cose inquietanti (deiná) e niente è più inquietante dell’uomo”. Il filosofo tedesco pone in rilievo la violenza insita nell’aggettivo deinós.
L'uomo è meraviglioso e terribile; è capace di tutto, anche delle peggiori atrocità. [1].
Questo  canto corale mette in discussione lo sviluppo tecnologico che può essere volto al bene oppure al male.
L’uomo  possiede il ritrovato della tecnologia e ha varie possibilità:  colui che unisce le leggi  con la  giustizia,  è grande nella città; mentre è ápolis,  bandito dalla vita della polis, quello con il quale convive il brutto morale.
 Non poche parole di Sofocle sono ambigue.
Per Antigone, nomos, legge, è  altro da ciò che intende Creonte con la stessa parola. Secondo la fanciulla, il termine significa "norma religiosa"; per Creonte, "editto del capo dello Stato". Un editto che la ragazza considera contrario alle leggi della coscienza e della natura. La collisione tragica tra i due non arriva a una composizione: entrambi rifiutano ogni compromesso.
Creonte rinfaccia alla riottosa nipote la benevolenza nei confronti di un nemico della polis, e Antigone risponde con un verso che condensa l’umanesimo di Sofocle: “non sono nata per condividere l'odio ma l'amore".
Il tiranno allora si propone di uccidere la ragazza nonostante sia pure la fidanzata del proprio figliolo Emone:" ci sono campi da arare  anche di altre", dice. La donna è assimilata alla terra.
Creonte ha terrore che la disobbedienza di Antigone diventi un esempio cattivo, latore di quella anarchia che  manda in rovina le città.
La salvezza della comunità, sostiene, risiede nella disciplina.
Egli vorrebbe imporre vincoli soprattutto all’anima disordinata delle donne .
E' l'eterna paura che l'uomo ha dell’indipendenza femminile.
Il figlio lo supplica di non privarlo della fanciulla amata, ma Creonte non vuole cedere e, dopo avere proibito la sepoltura di un morto, ordina di seppellire viva la giovane in un antro di pietra.
 Mentre la ragazza viene condotta nella caverna, il corifeo  le fa notare che tra l’altro  sconta i misfatti del padre Edipo. E’ il grande mistero dell’ereditarietà delle colpe.
Segue uno scontro fra Creonte e Tiresia, il vate che presoffre tutto. Ha individuato segni brutti: gli hanno rivelato che la città è malata per la disposizione mentale del suo capo. 
Il tiranno comincia a spaventarsi. Infine riconosce che contro la Necessità non si può lottare. Quindi spedisce i servi a eseguire le richieste del sacerdote e del figlio.
Ma ha capito troppo tardi.  La catastrofe è già compiuta. Antigone si è impiccata ed Emone si è ucciso vicino a lei. Anche la madre del ragazzo si è tolta la vita. Il racconto finale è pieno di cadaveri.
 Gli ultimi versi esprimono la morale della tragedia:
“Il comprendere  è di gran lunga il primo requisito della felicità; è necessario poi non essere empio”. 
  La pietà suprema in definitiva è l'intelligenza.  

Giovanni Ghiselli g.ghiselli@tin.it 


[1] Cfr. Musil:” "L'umanità produce Bibbie e cannoni, tubercolosi e tubercolina",  L'uomo senza qualità, p. 22.

Commenti

Post popolari in questo blog

Il mattino, da "Il giorno" di Giuseppe Parini - vv. 1-169 - di Carlo Zacco

5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…

Zefiro torna, sonetto 310 del Canzoniere di Francesco Petrarca - di Carlo Zacco

Struttura. È nettamente diviso in due parti: quartine (parte euforica), terzine (parte disforica).  - Nelle quartine il poeta celebra entusiasticamente il ritorno della primavera, e il modificarsi di vari elementi naturali: clima, piante, animali, disposizioni dei pianeti, gli elementi fondamentali;  - Nelle terzine invece mette in contrasto il paesaggio appena descritto col proprio stato d’animo: al ritorno della primavera, ritorna anche il dolore provato da Petrarca pensando sia al giorno dell’innamoramento, sia al giorno della morte dell’amata, avvenuta il 6 Aprile, in primavera appunto.
Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena, e i fiori et l'erbe, sua dolce famiglia, et garrirProgne et pianger Philomena, et primavera candida et vermiglia.    Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;Giove s'allegra di mirar sua figlia; l'aria et l'acqua et la terra è d'amor piena; ogni animal d'amar si riconsiglia.    Ma per me, lasso, tornano i pi…

Sul fondo da Se questo è un uomo di Primo Levi

Apprendimento cooperativo:  qui sopra videolezione del professore su youtube
qui sotto: audiolezione del professore in mp3 approfondimento scritto di un alunno/a
Lettura del brano "Sul fondo" tratto dal secondo capitolo del romanzo Se questo è un uomo di Primo Levi in formato wma
Se questo è un uomoPrimo Levi relazione di narrativa di Emiliano Ventura - Seconda DVITA E BIBLIOGRAFIA DELL’AUTOREPrimo Levi nasce a Torino il 31 luglio 1919 da Cesare Levi e da Ester Luzzati. A partire dal 1934 comincia a frequentare il Ginnasio-Liceo “D’Azeglio” dove mostra una buona disposizione per le materie scientifiche. Ottenuta la licenza liceale si iscrive all’Università torinese dove frequenta la facoltà di Scienze e si laurea nel 1941.
Trova subito lavoro come chimico in una cava d’amianto e l’anno dopo entra in un’industria farmaceutica di Milano, la Wander. Nel 1943 lascia questo lavoro per prendere parte alla Resistenza e partecipa ad un’azione clamorosa ai danni della milizia fascista di Ivr…