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Lo sviluppo e la civiltà  antiumana - di Giovanni Ghiselli

Al presidente della Repubblica sta a cuore “garantire lo sviluppo” e, ossimorica-mente, eliminare la violenza. Credo che sia invece necessario opporsi al feroce Leviatano dello sviluppo industriale che violenta la natura, reagire alla fede maligna nella crescita ipertrofica, tumorale dei consumi, contrastare l’imperialismo guerrafondaio e nemico dell’uomo.

A questi mali dobbiamo contrapporrre l’intelligenza e la volontà del progresso, ossia di una crescita in termini morali e umani, mettendo davanti a ogni altra cosa la felicità di tutti gli uomini. Infatti gli interessi dei banchieri, dei finanzieri, delle multinazionali non coincidono con quelli  degli uomini umani.
I poveri dell’Africa, dell’Asia e ora anche dell’Europa e della nostra Italia, forse la parte migliore, certo la maggiore dell’umanità.
 Posso fornire molte testimonianze nobili, antiche e moderne, a sostegno di questo mio credo.
Partiamo dalle moderne, da quella assai nota di Pasolini che ha pagato con la propria vita le denunce rivolte alle mafie del potere.
" E' in corso nel nostro paese…una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d'accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani"[1].
Questa nostra epoca di regresso culturale e di odio diffuso tra gli uomini, ricorda l’età del ferro di Esiodo, l’era della compiuta peccaminosità, quando nel mondo regnava la violenza.
“Abbiamo bisogno di un concetto più ricco e complesso dello sviluppo, che sia nello stesso tempo materiale, intellettuale, affettivo, morale…Il XX secolo non è uscito dall’età del ferro planetaria, vi è sprofondato”[2].
Durante l’età del ferro non c’era niente di buono e bello: nemmeno la giovinezza: i bambini nascevano con le tempie bianche, e, appena potevano, picchiavano i genitori. “Essi disprezzeranno i genitori, appena cominceranno a invecchiare..,usando il diritto del più forte”[3].  
“L’umanesimo non dovrebbe più essere portavoce dell’orgogliosa volontà di dominare l’Universo. Diviene essenzialmente quello della solidarietà fra umani”[4]. Umanesimo è, infatti, amore per l’umanità.
Il Galileo di Brecht, nell'ultima scena del dramma, afferma il dovere morale di rendere il sapere funzionale al bene dell'umanità:"Che scopo si prefigge il nostro lavoro? Non credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare le fatiche dell'esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l'uomo".
Ma torniamo alle fonti della nostra cultura e della nostra civiltà.
Il quinto canto dell’Odissea è quello della zattera di Ulisse ( jOdussevw~ scediva).  L’eroe omerico, l’eroe della curiosità e della conoscenza, costruisce con le proprie mani, e i pochi attrezzi fornitigli da Calipso, una larga zattera con tanto di timone e vela: “e lui fabbricò bene anche quella” (v. 259).
I versi di Omero indugiano nella descrizione degli strumenti e dell’uso che sanno farne le abili mani dell’Itacese. Gli oggetti sono maneggiati con perizia per tre giorni, fino al compimento dell’opera.  
Tolstoj “notò che, nei poemi omerici, perfino la minuta descrizione di un vaso di bronzo o di un particolare tipo di zattera irradia una vitalità che non ha eguali nella letteratura moderna…Hegel si chiedeva se il modo di produzione semi-industriale e industriale non avesse reso gli uomini estranei agli attrezzi, agli strumenti e alle altre suppellettili della loro vita. E' un'ipotesi molto acuta, su cui insiste Lukács. Ma quale che sia la ragione storica, Tolstoj torna a misurare la realtà esterna con una sorta di immediata consanguineità. Nel suo mondo, come in quello di Omero, i berretti degli uomini devono il loro senso, e la loro inclusione in un'opera d'arte, al fatto di ricoprire le teste dei medesimi"[5].
Leggiamo alcune parole dell'Estetica  di Hegel:" Ciò di cui l'uomo ha bisogno per la vita esterna-casa e corte, una tenda, una seggiola, un letto, la spada, la lancia, la nave su cui attraversa il mare, il carro che lo porta in battaglia, il cuocere e arrostire i cibi, l'abbattere la preda, il mangiare e bere-niente di tutto ciò deve essere divenuto per lui soltanto uno strumento morto, ma egli vi si deve sentire vivo con tutta la sua sensibilità, con tutto se stesso, e quindi deve dare a quel che è in sé esterno un'impronta individuale animata umanamente, collegandolo strettamente con l'individuo umano"[6].
E’ la cosa dunque deve avere l’impronta dell’uomo,  non viceversa.
Dopo la zattera, altro oggetto dell’Odissea fatto a mano, dalle mani di un principe, è il letto. In alcune tragedie di Euripide il letto è il mobile più importante della casa: Alcesti in punto di morte gli parla e lo bacia prima di morire[7]. Nel poema di Virgilio, Didone, prima di uccidersi preme le labbra sul letto che conserva l’impronta sua e quella di Enea[8].
Nell’Odissea il letto, quello che Penelope chiama “il nostro letto”[9], è il segno certo di riconoscimento tra i due sposi, dopo venti anni che non si vedevano.
“Il letto racchiude tutti gli aspetti dell’esistenza di Ulisse: il rapporto religioso con Atena, perché egli l’ha lavorato nell’ulivo: l’identità, l’ostinata irremovibilità del carattere: ricorda il matrimonio con Penelope, la fecondità della moglie, la casa cresciutagli intorno, il suo potere di re; fonda natura e cultura, le radici ancora vive e l’opera delle sue mani artigiane. Il letto è il “grande segno” segreto, che soltanto lui, Penelope e un’ancella conoscono. Forse è sfuggito persino agli dèi mascherati che spiano le sue vicende. Ulisse aveva conosciuto un altro centro: Ogigia, l’ombelico del mare, il centro del mondo mitico. Il letto di ulivo è l’ombelico della realtà: lui aveva preferito una volta per sempre il mondo reale, dove si soffre e si muore, a quello mitico dove non si soffre e non si muore…Ora, mentre marito e moglie stanno finalmente per abbracciarsi, Ulisse descrive con un piacere minuzioso come, più di vent’anni prima, aveva costruito il letto. Anche qui, la tensione narrativa viene rallentata. Ulisse descrive, in primo luogo a se stesso, l’oggetto fondamentale della sua vita-che teme perduto per sempre. Mentre lo descrive, il furore si quieta. Con quale piacere racconta il suo capolavoro di artigianato: come costruì la stanza da letto attorno a un ulivo rigoglioso: la coprì con un tetto, vi appose una porta, recise i rami dell’ulivo, sgrossò il tronco, lo piallò, lo fece diritto col filo, traforò il legno col trapano, piallò il letto, lo placcò d’oro, d’argento e d’avorio, vi tese le cinghie del bue…Con questo letto così amorosamente lavorato, ha inizio la corona di oggetti privilegiati attorno ai quali si svolge la cultura occidentale: la ciotola di Robinson, il profumo di Baudelaire, le marmellate di Tolstoj, la madeleine di Proust, la seggiola di van Gogh; oggetti stabili, “solidamente fissati nel suolo”, ai quali abbiamo donato il nostro cuore. Appena Ulisse rivela il “grande segno”, le ginocchia e il cuore di Penelope si sciolgono, come accade nell’amore, nel sonno e nella morte. Il letto costruito nell’ulivo è il segno sicuro, del quale può fidarsi”[10].
Allora il signore si rapportava  direttamente alla cosa, non ancora “in guisa mediata, attraverso il servo”[11]. Il letto di Odisseo è suvmbolon, segno di riconoscimento con-diviso da  due sposi; oggi le cose freneticamente consumate, nella mente dei più devono simboleggiare e significare ricchezza del consumatore, spesso devono nascondere la povertà della quale il consumista si vergogna.  
Insomma, nell’Odissea è la forma umana che si imprime sugli oggetti i quali vengono così umanizzati; nella civiltà industriale, e postindustriale viceversa viene reificato e mercificato l’uomo.  “La forma di merce è la forma dominante che influisce in maniera decisiva su tutte le manifestazioni della vita”, chiarisce György Lukács in Storia e coscienza di classe [12]. Tale  sviluppo metastatico condannato dal filosofo ungherese piace invece molto ai “nostri” politici, a partire dall’autorevole presidente della Repubblica.  Del resto non manca una certa coerenza: Lukács fu ministro dell’istruzione nel governo di Imre Nagy che nel 1956, venne fatto cadere dall’intervento sovietico approvato da Napolitano. Più tardi, caduto il regime sovietico, il futuro presidente si scusò, ma intanto  Nagy e tanti altri ribelli repressi erano stati soppressi, per lo più impiccati.
Adesso però torniamo agli antichi, ché è meglio.
Prometeo, il presunto benefattore tecnologico, è un personaggio negativo in quasi tutti gli autori. Il biasimo dipende proprio dal fatto che il Titano è un latore di sviluppo, lo sviluppo tanto caro al signor Napolitano, di sviluppo dunque senza progresso.
Nel Protagora di Platone, il sofista racconta che Prometeo donò all’umanità il fuoco e ogni sapienza tecnica, ma non diede loro la sapienza politica. Allora i mortali commettevano ingiustizie reciproche (hjdivkoun ajllhvlou" ) in quanto non possedevano l'arte politica (a{te oujk e[conte" th;n politikh;n tevcnhn, 322b). Senza questa, che deve essere fondata sul rispetto e sulla giustizia, gli umani si disperdevano e perivano: quindi Zeus, temendo l'annientamento della nostra specie, mandò Ermes a portare tra gli uomini rispetto e giustizia affinché questi valori costituissero gli ordini delle città: " JErmh'n pevmpei a[gonta eij" ajnqrwvpou" aijdw' te kai; divkhn, i{n ei\en povlewn kovsmoi" (322c). Chi non li avesse accettati, doveva essere ucciso come malattia della polis (322d).
Il personaggio Socrate, nel Gorgia  di Platone, afferma che Pericle e prima di lui Temistocle e Cimone, non hanno reso grande la città, come si dice, in quanto essa è diventata piuttosto  gonfia e purulenta (oijdei` kai; u{poulo~ ejstin, 518e) poiché l’ hanno riempito di porti, di arsenali, di mura,  di contributi e di altre sciocchezze del genere, senza preoccuparsi  dell’equilibrio e della giustizia" (a[neu ga;r swfrosuvnh~ kai; dikaiosuvnh~, 519a).
Quando il bubbone esploderà, gli Ateniesi se la prenderanno con gli ultimi politici, come  Alcibiade o lo stesso Callicle, i quali non sono responsabili dei mali, ma semmai corresponsabili (519b).
Sarebbe stato Pericle infatti a rendere gli Ateniesi pigri (ajrgouv~),  vili (deilouv~)  ciarlieri (lavlou~), amanti del denaro (filarguvrou~), avendo introdotto la misqoforiva (515e)[13].

Il capo della povli~ insomma dovrebbe prendersi cura non solo del benessere materiale ma anche e soprattutto di quello morale e mentale dei governati.

Nel Politico, Platone fa dire allo straniero di Elea che l’arte politica  consiste nell’ avere cura dell’intera comunità umana (ejpimevleia dev ge ajnqrwpivnh~ sumpavsh~ koinwniva~, 276b). Il guidare gli uomini come fanno i pastori con gli animali, dobbiamo invece chiamarla qreptikh;n  tevcnhn, tecnica dell’allevamento, non basilikh;n kai; politikhvn tevcnhn (276c), non arte regia e arte politica. Infatti il re e l’uomo politico è quello che si prende cura (ejpimevleian)  di uomini bipedi che liberamente l’accettano (eJkousivwn dipovdwn, 276d ).
 Questa idea  di humanitas   è stata e sarà ripresa nei secoli dei secoli, perfino da alcuni capi di Stato.
Marco Aurelio, imperatore (161-180 d. C.)  e filosofo, scrive: “noi siamo nati per darci aiuto reciproco (pro;" sunergivan), come i piedi, le mani, le palpebre, come le due file dei denti. Dunque l'agire  uno a danno dell'altro è cosa contro natura (to; ou\n ajntipravssein ajllhvloi" para; fuvsin)[14].
Chi agisce contro il prossimo, chi uccide, danneggia, umilia, calunnia gli uomini, opera contro natura.
Napolitano di recente ha approvato i bombardamenti inflitti al popolo libico. Questo forse per lui era sviluppo e non era violenza.
Sarebbe invece violenza quella dei Valsusini che si oppongono allo sconcio squarciamento della loro valle. Comunque il “nostro” presidente ha dato un’altra prova di coerenza: quella di stare sempre dalla parte del più forte, dato che, come nell’età del ferro, oggi vige il diritto del più forte. Non in mio nome.
In Devotions upon Emergent Occasion di  John Donne[15]  leggiamo:" Nessun uomo è un'isola conclusa in sé; ogni uomo è una parte del Continente, una parte del tutto. Se il mare spazza via una zolla, l'Europa ne è diminuita, come ne fosse stato spazzato via un promontorio..la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io appartengo all'umanità, e quindi non mandare mai a chiedere per chi suona la campana (for whom the bell tolls [16] ); suona per te”. Questo dovremmo pensare tutti, quando si progettano e propugnano bombardamenti, quando gli automobilisti ammazzano pedoni e ciclisti gratis, cioè senza pagarne il fio,  poiché le automobili devono essere vendute ed è più facile venderle, se chi le guida ha licenza di uccidere. Tanti mentecatti e criminali impotenti si sentono potenti quando ammazzano pedoni e ciclisti.
Chiudo l’anello tornando a Pasolini il quale si chiede “Chi vuole lo sviluppo?”[17].  La risposta è che “a volere lo “sviluppo” in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo “sviluppo”, in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui…I consumatori di beni superflui, sono da parte loro, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo “sviluppo” (questo “sviluppo”). Per essi significa promozione sociale…Chi vuole, invece, il “progresso”?...lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato…Il “progresso” è dunque una nozione ideale (sociale e politica) : là dove lo “sviluppo” è un fatto pragmatico ed economico” [18].  L’economia adesso regna sovrana e chi la controlla è il burattinaio della pupazzata pseudopolitica, ma  “per quanto parli di economia, il nostro tempo è un dissipatore: sperpera la cosa più preziosa, lo spirito”[19].
Provate a leggere qualche libro, qualche volta, signori pupazzi della  grande baracca televisiva!

Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it




[1] Scritti corsari, p. 286.
[2] E. Morin, I sette saperi, p. 70.
[3] Opere e giorni, v. 185 e v. 189.
[4] E. Morin, La testa ben fatta, p. 101.
[5]G. Steiner, Tolstoj o Dostoevskij , p. 56.
[6] Hegel, Estetica, pp. 1392- 1393
[7] Euripide, Alcesti, vv. 177-183).
[8] Virgilio, Eneide, IV, 659.
[9] Odissea, XXIII, 226.
[10] P. Citati, La mente colorata, p. 272.
[11] In questo caso cito Hegel  (dalla Fenomenologia dello spirito) in maniera mediata, attraverso Remo Bodei  in Hegel e la dialettica, p. 47.
[12] P.. 109.
[13] Si tratta di una modesta retribuzione delle cariche introdotta verso il 457: due oboli al giorno (la paga di un operaio) per gli eliasti (hJliastikovn), e 5 oboli per i buleuti (misqov~). Un compenso da burla rispetto a quelli che ricevono palesemente e sottobanco gran parte dei nostri parlamentari.

[14] Ricordi , II, 1
[15] 1572-1631
[16] E', notoriamente, il titolo di un romanzo di  Hemingway, 1940
[17] Scritti corsari, p. 219
[18] Scritti corsari, p. 220
[19] Nietzsche, Aurora, p. 130.

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