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Naufragium ubique est - articolo sull'affondamento della Nave Concordia della Costa Crociere sull'Isola del Giglio di Giovanni Ghiselli

Non mi stupisce che una nave colossale, con dentro migliaia di persone, venga spinta sugli scogli e fatta naufragare da un comandante a dir poco incapace, in una Italia dove uno degli intellettuali più noti e celebrati sostiene che Pericle offriva agli Ateniesi abbondanti circenses.


"Si bene calculum ponas, ubique naufragium est ", se si fanno bene i conti, il naufragio è dappertutto, scrive Petronio (Satyricon,115, 17). In effetti il disastro della nave Concordia è emblematico della condizione generale del nostro paese.
Leggiamo Hermann Hesse : “Ben presto si scoprì che erano bastate poche generazioni di una disciplina rilassata e senza scrupoli per danneggiare sensibilmente anche la vita pratica…Si sa, o si intuisce, che quando il pensiero non è puro e vigile, quando la venerazione dello spirito non è più valida, anche le navi e le automobili incominciano presto a non funzionare, anche il regolo calcolatore dell’ingegnere e la matematica delle banche e della borsa vacillano per mancanza di vigore e di autorità e si cade nel caos” (Il gioco delle perle di vetro, p. 32).
Il caos è un vuoto immenso: un vuoto di sapere ( tò sofón) e di sapienza (sofía), un vuoto dove volteggiano i mostri dell’ignoranza, dell’indifferenza, dell’egoismo, dell’rresponsabilità.
Un baratro scosceso dove stiamo precipitando a testa in giù. Se non porremo dei rimedi, se non cambieremo rotta, ci saranno altri naufragi, poi si scontreranno gli autobus, i treni, e cadranno gli aerei. Saranno sempre meno rischiose e più plausibili le vacanze in bicicletta, o, meglio ancora, a piedi.
Ma torniamo ai naufràgi. Nelle opere degli autori classici sono diffuse allegorie e  metafore nautiche che descrivono navi senza nocchiero, o con pessimi nocchieri, in mezzo a grandi tempeste. Si sa che  l'allegoria è costituita da metafore continuate e che indica una cosa con le parole, un'altra con il significato generale. La metafora semplice invece trasporta un significato da una parola a un’altra. Alceo dunque descrive una rissa di venti, un rotolare di onde  che flagellano una nera nave con dentro uomini tribolati, mentre l’acqua oramai supera la base dell'albero maestro, e la vela è già tutta trasparente, per i grandi  strappi prodotti dalla furia della tempesta. Un’ode di Orazio (I, 14) riprende questo carme allegorico di Alceo suggerendo al timoniere di raggiungere il porto senza esitare. Quintiliano  ne fa l’esegesi interpretando  come nave lo Stato, come flutti e tempeste le guerre civili, e come porto la pace. La bufera marina, più in generale è uno sconvolgimento morale e sociale. Nelle Rane  di Aristofane il Coro degli iniziati ingiunge di tacere e di allontanarsi ai profani. Tra questi ci sono coloro che, reggendo la città sconvolta dalla tempesta, si fanno corrompere dai doni (v. 361). Come non pochi dei nostri politici.
Un’analoga metafora nautica viene impiegata da Sofocle  nell'Edipo re:"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo già fluttua  e di sollevare il capo dai gorghi del vortice insanguinato non è più capace" (vv. 22-24).
 La polis tra le onde è Tebe, tormentata dalla peste, dalla carestia, dall’infecondità della terra, che non produce frutti, e dalla sterilità delle donne le quali non partoriscono più .  Concludo le citazioni con l'invettiva all'Italia del Purgatorio  di Dante:"Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello! “(VI, 76-78).
Quindi torniamo all’attualità. Intanto queste vacanze babeliche, o babiloniche, con il divertimento organizzato per orde di viaggiatori, sono già una scelta triste, fatta da persone che vanno a cacciarsi in un una confusione rumorosa la quale, anche quando non nega la vita, ottunde o cancella le identità delle persone. E’ la carenza di un impiego significativo del tempo che spinge in tali ammassi caotici. Se le città e i paesi offrissero attività e occasioni culturali, o per lo meno possibilità di incontri in luoghi e locali ameni, a nessuno verrebbe in mente di andare a chiudersi per giorni e giorni in  certi palazzoni precariamente galleggianti, sperando di vivere chissà quali avventure.
I passeggeri del viaggio successivo, partito il 18 gennaio su un altro casermone galleggiante, la Costa Serena, dicevano che stavano realizzando un sogno, e ridevano, tanto due volte di seguito la stessa sciagura non capita. Una strana consolazione, e un sogno davvero povero, di povera gente illusa.
Bruno Vespa poi ha annunciato con sorrisi  larghi che l’enorme nave Serena (nomen omen!) stava passando al largo dell’isola del Giglio, sfavillante di luci e giustamente piena di allegria. Per questi sorrisi infernali che calpestano il dolore di chi ha perso genitori o figli ancora sepolti nella Concordia, l’ineffabile personaggio viene pagato centinaia di volte più di un operaio e di un impiegato! Fatelo bestemmiare ancora!
Il naufragio è davvero dappertutto, è anche dentro di noi!
 La non amenità e l’insicurezza di certi grattacieli sull’acqua si è rivelata con piena evidenza nella fase critica: scarsa l’organizzazione del soccorso, insufficiente la solidarietà tra i naufragati, se una ventina di persone sono state lasciate morire a pochi metri dalla terraferma. Tra questi, bambini e perfino alcuni disabili. Francesco Schettino cui era affidata la Concordia non è stato all’altezza del compito, e viene indicato con esecrazione come l’unico colpevole, mentre l’altro comandante, Gregorio De Falco, quello buono, passa per eroe nazionale solo per il fatto di avere richiamato, da un ufficio del porto, quello cattivo, piuttosto bruscamente, al più ovvio e più naturale dei doveri di un comandante di nave. Additare il criminale unico, il codardo e cialtrone abominevole, e l’eroe perfetto, senza macchia e senza paura, sono entrambe semplificazioni acritiche di chi non vuole esaminare il tragico evento con mente lucida e aperta. Di sicuro Schettino ha sbagliato gravemente. Ma con altrettanta sicurezza bisogna aggiungere che a monte, e a fianco di Schettino ci sono altre responsabilità. E De Falco ha fatto il proprio dovere. Ma se fare il proprio dovere è un eroismo, pensiamo anche e  ai contadini che lavorano la terra, agli operai che faticano nelle fabbriche per poco più di 1000 euro al mese. E se le ingiustizie vanno eliminate, pensiamo alle smisurate, abormi differenze di stipendio tra persone che lavorano,  pensiamo a  gente come Fazio che prende milioni di euro per fare domande con l’inchino del servo e con il  sorriso ambiguo del prosseneta!
 La testimonianza di una donna incinta di cinque mesi dice che la gente faceva a pugni per salire sulle scialuppe. Ha provato a gridare che aspettava un bambino, ma nessuno la aiutava. Rimasta indietro e in bilico sul ponte molto inclinato, con altre donne, con bambini e anziani, ha visto ufficiali della nave già in salvo sulle scialuppe. La signora si è salvata scendendo con una scala di corda non abbastanza lunga e facendo un rischioso salto finale. Anche questo episodio è simbolico. La solidarietà, l’aiuto a chi ne ha bisogno, sono valori scaduti; con l’incapacità, l’approssimazione, l’indisciplina, trionfano l’egoismo e l’ homo homini lupus. Qualche atto di solidarietà, perfino di abnegazione c’è stato, per carità, ma si è trattato di gesti sporadici, mentre dovrebbero costituire la regola, la santa regola dell’homo homini deus.
Gli esempi pessimi vengono dall’alto: la guerra è una delle rare attività per le quali non sono previsti tagli di spesa. L’opera malvagia, deleteria della guerra ha la precedenza rispetto ai servizi sociali, alla scuola, alla cultura e ad ogni  opera buona, costruttiva di bene.
  Lo fa notare don Luigi Ciotti in un suo bellissimo libro presentato poche sere fa allo Stabat Mater di Bologna: “E’ insopportabile l’ipocrisia di chi continua a dire che  non ci sono i soldi per i servizi sociali, che non ci sono i soldi per la lotta alla povertà, che non ci sono i soldi per chi non ha lavoro. Non è vero! I soldi ci sono, ma vengono spesi per acquistare missili e aerei da combattimento, per costruire navi da guerra e carri armati, per disegnare un mondo sempre sull’orlo dell’ennesima guerra, mentre abbiamo tutti bisogno di un mondo di pace” (La speranza non è in vendita, p. 44).  Nietzsche nella quarta e ultima parte di Così parlò Zarathustra scrive: “Non vi è, nel destino tutto dell’uomo, sventura più grande di quando i potenti della terra non sono anche i primi uomini. Tutto diventa falso, obliquo mostruoso, quando ciò avviene”.
La mia speranza è che i prìncipi della terra, o almeno i personaggi esemplari, siano persone della levatura etica di Don Ciotti, dei veri professionisti dell’etica, della solidarietà, dell’umanesimo che è amore per l’umanità.
21 gennaio 2012
Giovanni Ghiselli
g.ghiselli@tin.it

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