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Un compito per tutti i cittadini - di Stefano Portioli

Scuola statale o non statale? Il problema, come emerge dal seguente articolo, è la sussidiarietà
Un compito per tutti i cittadini di Stefano Portioli
Agesc - Milano
L’Italia è da sempre il Paese degli opposti estremismi: Orazie e Curiazi, Guelfi e Ghibellini, Fascisti e Comunisti ecc. ecc. Non ci dobbiamo stupire se ancora oggi, dopo le evidenze storiche dei tracolli dei regimi che hanno fatto dello Stato il fondamento del proprio perpetuarsi, dopo i disastri umanitari che hanno caratterizzate le ideologie del secolo scorso, vi siano persone che sacrificherebbero volentieri la libertà altrui sull’altare dello Stato. E’ il dramma di chi ha vissuto per una idealità palesemente sbagliata e non riesce ad affrancarsi da essa perche altrimenti dovrebbe ammettere che la propria vita è stata spesa nella ricerca di una utopia fallita.
Negli ultimi decenni le battaglie degli opposti estremisti hanno comunque avuto un obiettivo comune: la Chiesa e ciò che la Chiesa comunica all’uomo. Tutto ciò che ha origine o può essere collegato alla Chiesa diventa dunque oggetto di bersaglio, delegittimazione, derisione. Perché? Il motivo è semplice: la Chiesa afferma il Cristianesimo e il Cristianesimo da duemila anni è all’origine del riscatto dell’uomo rispetto al potere dominante. Il Cristianesimo in fondo non è una dottrina contro il potere costituito, anzi, insegna ad essere buoni cittadini.
Il problema è che essere buoni cittadini non significa automaticamente essere “sudditi” del potere, ma interlocutori capaci. Cosa significa essere interlocutori capaci? Significa che ogni cittadino ha il dovere di prendere coscienza di ciò che è, dei propri diritti e dei propri doversi, verso se stesso e verso gli altri, e se possibile di mettere in atto quanto in suo potere per offrire una risposta ai propri bisogni e a quelli degli altri. In buona sostanza il Cristianesimo non è per i dormienti ma per coloro che non attendono che altri pensino ed agiscano in propria vece.
E lo Stato allora? Lo Stato, e l’esercizio del potere da parte di quanti sono deputati a governarlo, deve intervenire laddove i cittadini non riescono con le proprie forze a porre in atto delle soluzioni, ma deve agevolarli ogni volta che la risposta ad un bisogno messa in atto da un cittadino o da un gruppo di cittadini diventa una soluzione per molti cioè diventa pubblica. E’ l’attuazione del principio di sussidiarietà. Allora la società acquista vigore perché si attua quel movimento virtuoso per cui la risposta ad un bisogno non rimane pretesa ma diviene ricerca del bene comune.
Le equazioni Stato uguale buono e privato uguale cattivo oppure Stato uguale servizio scadente e privato uguale servizio adeguato, sono entrambe sbagliate. Chi ragiona così è perlomeno in preda ad un pregiudizio ideologico se non in chiara malafede.
La realtà dice che oggi in Italia ci sono servizi pubblici erogati dallo Stato (e dalle sue diramazioni territoriali) e servizi pubblici erogati da privati. La realtà dice che vi sono servizi pubblici che funzionano e servizi pubblici che non funzionano, indipendentemente da chi sia l’erogatore del servizio.
Anche nel settore della scuola è così: vi sono scuole statali con insegnanti che svolgono un ottimo lavoro e scuole statali con pessimi insegnanti, così come vi sono scuole non statali ottime e scuole non statali molto discutibili.
Non è con gli slogan degli statalisti e degli antistatalisti (a corrente alternata) che si risolvono i problemi seri che caratterizzano la scuola e più in generale l’educazione nel nostro Paese. Non è un caso che la CEI dedichi 10 anni di lavoro al tema dell’educazione: l’emergenza educativa si manifesta in tutte le fasce di età, in tutte le categorie di persone, nei luoghi di lavoro e nei luoghi di svago, nel pubblico e nel privato.
Ecco perché a chi dice che la scuola statale è da buttare non c’è risposta peggiore di chi dice che i problemi della scuola statale derivano dall’esistenza della scuola non statale. Sono affermazioni ideologiche che non aiutano a costruire il Paese, tanto più gravi se fatte da affermati studiosi o da personaggi con incarichi istituzionali.
Noi non ci accodiamo ne agli uni ne agli altri, ma non restiamo neanche inerti ad aspettare un “illuminato” che ci porti un domani migliore. Continuiamo a costruire, a riparare, ad abbellire. Sì ad abbellire perché le cose belle attraggono l’uomo un quanto riverbero di una Verità più grande.
Dove? Dappertutto: nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle nostre scuole, tra quanti incontriamo. E’ il nostro modo per testimoniare, è il nostro modo per dare risposte. E’ il compito dei cristiani: lavoriamo perché diventi il compito per tutti i cittadini.
Stefano Portioli
17 aprile 2011

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