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Dalla scuola chiusa alla scuola aperta - di Luigi Gaudio

Così come era stata concepita nell'ottocento, la scuola era un apparato chiuso, che aveva in sè la propria ragione di esistere, che perseguiva i suoi scopi senza interagire con altri attori.

Essa era descritta, nell'analisi marxiana di Althusser, come "apparato ideologico dello stato" (da Alex Callinicos "Il marxismo di Althusser" edizioni Dedalo, pag. 90), in quanto era funzionale e organica alla duffusione, a livello popolare, delle ideologie della classe dominante.
La scuola, gentilianamente intesa, sfornava da una parte gli intellettuali destinati ad occupare i posti più prestigiosi della società, dall'altra educava le masse attraverso la scuola di base.
Un primo passo per una apertura della scuola alla società civile fu dato dai decreti delegati del 1974. In questo caso l'autoreferenzialità della scuola veniva scardinata attraverso il dogma della partecipazione, salvo poi rivelarsi come una sorta di palestra politica spesso fine a se stessa, priva di professionalità o di reale condivisione delle responsabilità.
Un secondo passo è stato dato dalla stagione delle riforme dell'autonomia, dalla Bassanini 1 (legge 59 del 1997), alla legge 62 del 2000 (Il sistema nazionale di istruzione costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali.), fino alla riforma del Titolo V della Costituzione. Queste novità legislative rimangono un punto di riferimento ineludibile per chi intende davvero portare una ventata di novità nel moloch della scuola italiana.
Tuttavia, se davvero l'intenzione è quello di aprire la scuola alla realtà della società viva, occorre che finalmente, una volta per tutte, noi italiani prendiamo spunto da quanto avviene all'estero, non per mera esterofilia, o per tradurre nella nostra situazione una formula nata altrove, ma per capire meglio quale vantaggio potrebbe venire alla nostra scuola da un cambiamento.
Un ottimo strumento per allargare gli orizzonti potrebbe essere la lettura del saggio
"La punta di diamante. scenari di scolarizzazione e formazione in Europa"
di Giacomo Zagardo, scaricabile gratuitamente in fondo a questa pagina web:
http://www.disal.it/Objects/Pagina.asp?ID=13301
In questo libro vengono presentati i sistemi scolastici finlandese, inglese e francese, non per farne dei modelli quasi impareggiabili (anche perché comunque diversi fra loro), ma per cogliere spunti di riflessione, utili anche per chi intenda riconsiderare il nostro sistema scolastico italiano sotto una diversa luce.
Anzitutto la Finlandia. Sembra che non si possa parlare di scuola, oggi, senza invocare questo mito della Finlandia. In realtà, c’è da notare, senza trionfalismo, che in nel sistema finlandese, basato sull’inclusione e non sulla competizione, la varianza tra scuola e scuola è minima (a differenza dell’Italia). Questo è dovuto al fatto che la scuola non basta a se stessa. È infatti valorizzata l’educazione tra mura domestiche, sono incentivate e frequentissime le biblioteche, e vi è soprattutto un’attenzione particolare per l’extra-scuola. In una parola, mentre la scuola italiana interviene molto raramente in modo attivo nel tempo libero dei ragazzi italiani, invece le attività, che si svolgono a scuola o con la proposta operativa della scuola, in Finlandia, sono moltissime, anche per lo stretto legame esistente fra le istituzioni scolastiche e le municipalità locali. Quella promessa di rapporto e di alleanza fra scuola e territorio, presagita nel regolamento dell’autonomia scolastica italiana, in Finlandia è compiutamente realizzata.
Ancora più evidente, nella legislazione britannica, è la volontà di aprire la scuola alla società civile. Qui cooperative o gruppi di docenti o associazioni non-profit possono costituire una scuola (le cosiddette fre-schools). Qui le scuole sono fondazioni che si procurano partners nella società civile e i genitori fanno proprio l’ethos della scuola, condividendone impegno e responsabilità di gestione.
Perfino nella Francia, patria dello statalismo scolastico napoleonico, le ultime norme tendono ad aumentare gli spazi di flessibilità, per esempio negli ultimi anni del collège-
La conclusione è che questa “apertura” alla società, alla realtà esterna alla istituzione scolastica, se ben progettata in una legge, che ne ridisegni gli ambiti e i vincoli educativi, non può che far bene ad una realtà come la nostra, che soffre ancora troppo spesso di autoreferenzialità.

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