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“Strange fruit”, la canzone che ha sfidato le discriminazioni - di Marcello Flamini

Era il 1939, Billie Holiday si esibisce al “Caffè Society” di New York, uno dei pochi locali che permette alle persone di colore di entrare. Qui la cantante incontra per la prima volta Meeropol, poeta, scrittore, compositore e proprio sui tavoli di questo locale,  scrivono la canzone “Strange Fruit”. In quello stesso anno in Europa, la Germania nazista invade la Polonia. Il suo autore la scrive dopo aver visto una fotografia relativa al linciaggio di due uomini: Thomas Shipp e Abraham Smith, due neri delle piantagioni del sud; questa immagine  lo ha  scosso profondamente e per lungo tempo.  La denuncia razziale è ancora un tabù per l’epoca:  “Gli alberi del sud producono uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero che ondeggia nella brezza del sud, uno strano frutto che pende dai pioppi ….qui c’è un frutto che i corvi possono beccare, che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca, che il sale marcisce, che l’albero lascia cadere, qui c’è uno strano e amaro raccolto”.  Gli strani frutti sono i poveri corpi martoriati, impiccati,  che penzolano dai pioppi. La stessa cantante Billie  Holiday  ha  una vita segnata da tristi esperienze, dal razzismo, dal carcere, dall’ abuso di alcool e droghe:  forse proprio per questo, sa interpretare al meglio le vicende  ed i sentimenti descritti in questa canzone. Dimostra inoltre un forte  coraggio, durante la seconda guerra mondiale, in cui si  combatte  per riportare nel mondo la libertà,  a parlare e cantare di neri linciati ed  appesi  come “strani frutti” ,  ricordando che l’ America deve e dovrà  confrontarsi ancora con degli enormi problemi da risolvere, come la discriminazione razziale.

di Marcello Flamini della  classe terza A anno scolastico 2015/2016. IC Sinopoli Ferrini Roma

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5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…

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