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7. L'immortalità delle anime alate

Nello scorso post abbiamo imparato che Platone parlò dell'esistenza di un'anima, nell'uomo, in quanto parte ingenerata ed immortale, quindi eterna ed incorruttibile, sede di quella facoltà complessa che genera, se debitamente educata, il pensiero razionale e le sue conclusioni vere o anche solo verosimili. Il concetto di anima è quindi uno dei concetti cardine di tutto l'edificio del pensiero platonico, indipendentemente dal numero di piani o dimensioni che ad esso si attribuisce: è solo in quanto anima/pensiero che l'uomo può emanciparsi dal piano dell'impura materialità ed elevarsi a quello della realtà superiore, facendo filosofia per l'appunto.


Tale concetto (di anima) è espresso o presupposto dovunque, nell'opera platonica, ma qui io richiamerò (senza affidarmi qui ad un criterio cronologico) tre dei Dialoghi in cui il discorso sull'anima raggiunge anche letterariamente i suoi punti più alti. Si tratta di opere tutte rientranti nel gruppo dei Dialoghi della maturità: darò per ciascuna due link, ricordando che nella raccolta dell'opera platonica pubblicata dal Prof. Reale il testo forse si legge con meno scorrevolezza, ma la sua suddivisione in parti titolate e sintetizzate negli schemi iniziali, la presentazione di ciascuna opera e le note rendono la sua lettura e comprensione molto più facile. Consiglio di usare entrambi i link.


1) Alla fine de la Repubblica, il mito del guerriero Er ci racconta di un guerriero alla cui anima è consentito di avere visione delle Idee per ritornare nel corpo, raccontarla agli uomini.


2) Nel Fedone, Dialogo dedicato alle ultime ore di vita di Socrate e da noi nominato nel post n. 4, Socrate dà voce ad una descrizione della vita delle anime dopo la morte. Riportando tutto il discorso dell'immortalità dell'anima al contesto di quel particolare Dialogo, sembrerebbe che il messaggio di Platone lì si riferisca al problema del senso che può avere per un uomo mortale compiere atti giusti per la propria anima/coscienza, ovvero in funzione del suo destino nell'Al di Là. Faccio qui notare che anche nel Gorgia si trova un mito che la riguarda e che ha una funzione simile, ma qui preferisco concentrarmi su queste tre opere.


3) In tutta la prima parte del Fedro, Platone, sempre facendo parlare Socrate, parla dell'anima eterna ed immortale e la descrive con la suggestiva metafora della biga alata, che serve a Platone per raccontare come l'anima viene a conoscenza delle Idee e del loro luogo-non luogo (l'Iperuranio).


Cercando di seguire il suggerimento di quegli studiosi che ci raccomandano di non leggere Platone per cercare coerenza di affermazioni come parte di un sistema di pensiero perfettamente chiuso e circolare, tenendo anzi presente che, proprio per evitare questa, egli è ricorso ad altre forme di linguaggio pregnanti e fondate su immagini, vediamo cosa possiamo dire di questi tre luoghi in cui si parla di qualcosa che ha a che fare con il mondo oltre la vita, concepito come superiore ad essa e l'esistenza immortale delle anime:


1) IL MITO DI ER si trova alla fine del X ed ultimo libro della Repubblica, un lungo e ricchissimo Dialogo che in generale parla, come sappiamo dal post numero 2 di questa serie, dello Stato buono dandoci di esso una descrizione ideale - che, come abbiamo detto a suo luogo, taluni considerarono e considerano essere l'equivalente dell'idea politica di un autoritario Platone, altri invece essere un modello ideale a cui ispirarsi, ma da adattare alle diverse circostanze umane e sociali ed anzi non tentare mai di realizzare appieno sulla terra. Ora, il luogo in cui è stato inserito il mito in questione è la parte finale del Dialogo, dato di per sé significativo, poiché pare che Platone fosse attentissimo ad ogni dettaglio e che non lasciasse assolutamente nulla al caso.  Il mito racconta del guerriero Er, morto in battaglia, la cui anima, scelta dagli dèi come messaggera, torna nel mondo degli uomini vivi per raccontare quanto succede alle anime dopo una delle loro vite terrene: dopo un ciclo di 1000 anni trascorso nell'Al di Là, destino delle anime è di reincarnarsi nel mondo dei corpi. Alcune cose dette attraverso questo racconto sembrano non corrispondere del tutto a quanto Platone dice nel Fedro, ma noi ci permetteremo di leggere Platone non come un santone il cui obiettivo principale è definire una dottrina dell'anima, bensì come un filosofo che FORSE ha appunto preferito giocare appositamente con leggere incongruenze proprio per evitare di essere percepito in quel modo.
Ciò su cui si concentra il mito è l'importante tema della libera scelta. Anche le anime, viene detto, conservano nell'Al di Là il ricordo della vita che hanno concluso e delle sue sofferenze: la memoria di questa esperienza ed il modo in cui l'anima ha trascorso il suo ciclo millenario le servono al momento della scelta della vita in cui reincarnarsi. Infatti, non è il destino a scegliere l'uomo, ma è l'anima umana che, poco prima di ritornare nel mondo dei corpi, tra i tanti paradigmi di vita terrena (del sapiente, del tiranno, dell'uomo mediocre eccetera...), sceglie quello che preferisce, a scatola chiusa e basandosi sulla sua esperienza, trovandosi poi legata ad una vita di cui ha o non ha saputo prevedere gli affanni, le gioie ed i dolori.

Una lettura espressiva di una parte del mito: https://www.youtube.com/watch?v=ijDeDCGDOEY&t=1s (a cui segue una breve spiegazione che, come si noterà, parte dal presupposto di una certa lettura di tutto il Dialogo platonico: https://www.youtube.com/watch?v=AxaEEUIJCrQ ).
Rimando alla relazione del mancato Prof. Giovanni Reale sul medesimo mito: https://www.youtube.com/watch?v=iQ3cC8cTlXo
L'intero Dialogo, che è molto lungo e di cui parlerò più estesamente di nuovo, al link: http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/PlatoneRepubblica.pdf : il mito di Er si trova in questo testo pag. 130-132 (note relative ad esso, pag 134, dalla nota 22).
Nella raccolta del Prof. Reale,  si trova a pag. 1322-28 (note relative pag 1345, dalla nota 410): https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf).


2) Nel bellissimo Dialogo del FEDONE, già nominato nel post numero 4 su Socrate, Platone racconta per bocca di Socrate una interessantissima visione del mondo dell'Al di Là e del destino delle anime (dei buoni, dei mediocri e dei malvagi) in attesa della successiva reincarnazione (qui si notano influenze orfico-pitagoriche). Questa parte del Fedone ha avuto una fortissima risonanza sulla visione medievale del Paradiso, Inferno e Purgatorio la cui eco si ritrova anche in Dante.
Composto nel periodo non più giovanile, questo Dialogo non riflette più il Socrate storico, ma appunto usa questa figura e la circostanza delle ultime sue ore di vita per sottolineare alcuni capisaldi del pensiero di Platone: l'immortalità dell'anima e l'esistenza del Mondo delle Idee. Questi temi hanno una motivazione ed una riserva: il Socrate di Platone ci vuole dire in nome di che cosa ha senso rispettare le leggi della propria città. L'indicazione data è:  poiché la nostra anima è immortale e poiché da quello che compiamo durante la vita del corpo dipenderà il giudizio degli déi ed il suo destino durante il ciclo del tempo in cui essa si tratterrà nel mondo dell'incorporeo prima di tornare in un corpo vivente sulla terra. A differenza del mito di Er, dove l'anima sceglieva il paradigma della sua prossima vita terrena e poteva sceglierla tra vite umane o animali, qui invece la prospettiva è opposta: il modo in cui noi viviamo la nostra vita mantiene o meno l'anima pura, quindi più o meno capace di godere della vista della Verità durante il ciclo degli anni che trascorrerà nell'Al di Là prima di reincarnarsi in un corpo. Solo le anime dei filosofi, infatti, lasciano la vita terrena: le altre si aggirano sulla terra, affannandosi e dolendosi perché ancora troppo attaccate ai piaceri del corpo ed ai beni terreni, fino a quando il dèmone (non Eros) che ha la funzione di guida non riesca a strapparla dal mondo e portarla nell'Al di Là.
In questo senso, la vita del filosofo è un "prepararsi alla morte", poiché il filosofo impara durante la sua vita il distacco dalle cose terrene (inclusi i piaceri del corpo, che sia qui che nel Fedro sono trattati in maniera sensibilmente diversa rispetto al Simposio).


A conclusione di questa grandiosa visione a cui Dante deve certamente qualcosa, Platone fa esprimere a Socrate una riserva fondamentale:
(LXII) «Quindi, Simmia, dopo questo che ti ho detto, bisogna far di tutto per acquistare nella vita virtù e sapienza: perché il premio è bello e la speranza è grande. Certamente, affannarsi a dimostrare che le cose stanno proprio così come io le ho esposte, non mi pare troppo assennato; ma che sia questa la sorte delle nostre anime, questa la loro dimora o presso a poco, dal momento che s'è indiscutibilmente dimostrato la loro immortalità, mi sembra che valga proprio il rischio di crederlo».


Tale riserva ci dà la cifra della profondità del pensiero di Platone: di queste cose l'uomo in verità non può sapere con certezza, ma che quello che conta, infine, è che una visione del genere gli serva per ricordarsi di evitare di commettere atti riprovevoli ed impuri durante la sua vita mortale, cosa che è un bene in ogni caso. In altre parole, la riserva sembra dirci: la vita dei mortali potrebbe essere un "prepararsi alla vita dell'anima", se l'anima è davvero immortale, ma all'uomo non è dato sapere queste cose con assoluta certezza, anche al di là di un ragionamento impeccabile (che il Socrate platonico svolge nel Dialogo) per dimostrare questa sua immortalità in termini di logica. Se l'anima dovesse non essere immortale, comportarsi secondo giustizia ci aiuta comunque non solo a vivere meglio con noi stessi, ma anche a prepararci a vivere bene il momento del trapasso: momento in cui il Dialogo è radicato, essendo questo il testo in cui si racconta di quando e come Socrate bevve la cicuta e morì.


Un'immagine stupenda chiama le tematiche di questo Dialogo "il canto del cigno" di Socrate prima di morire. Essendo il Dialogo intero dedicato al tema dell'anima, ed essendo un testo bellissimo, consiglierei vivamente di leggerlo tutto - non è lungo e lo si può gustare a più livelli.
Nella raccolta del Prof. Reale, il Fedone si trova a pag. 67: https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf;
aggiungo il link: http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Fedone.pdf (che non ha però in questo caso né presentazione né note). La parte a cui mi sono riferita si trova trova a pag 32-34, dal capitolo numerato LVIII a LXIII.


3) Nel Fedro, altro bel Dialogo, Platone parla di nuovo del ciclo di tempo che l'anima trascorre nel mondo dell'al di là di cui anche nel mito di Er, ma qui il suo obiettivo, dopo aver affermato che l'anima è immortale ed incorruttibile, è descriverla: all'anima viene data l'immagine di una biga alata, condotta da un auriga (la parte razionale dell'anima) alle prese con due cavalli, l'uno mansueto, di colore bianco (puro), l'altro difficile da gestire, di colore nero (impuro e smanioso). Ogni biga, nella sua corsa nel mondo Iperuranio (al di là del cosmo fisico, quindi stiamo parlando di una dimensione che non è neppure quella dove Er si ritrova testimone del destino delle anime, che è il luogo di passaggio tra la vita e la morte), cercando di salire alla sua sommità per deliziarsi della visione di ciò che è superiore (il Mondo delle Idee), sceglie di seguire il dio secondo la sua propria predisposizione (chi Marte, chi Venere, chi Giunone, chi Zeus e così via), che sembrerebbe data dalla diversa proporzione con qui le tre parti dell'anima (auriga e cavalli) raggiungono equilibrio riuscendo a mantenere le ali e non cadere subito lasciandosi trasportare dalle sole e cieche passioni del cavallo nero. Sembrerebbe qui che Platone dica che l'anima che riesce a tenere il passo con gli dèi continua la sua corsa nell'Iperuranio (un luogo "oltre il cielo") per tutto il ciclo del suo tempo in quella dimensione, reincarnandosi poi nel corpo di un umano più sapiente (il filosofo, che è amante del bello al sommo grado), mentre l'anima che non sappia mantenere equilibrio tra le pulsioni dei due diversi cavalli perde le ali e precipita in corpi animali non provvisti della parte razionale, poiché essa non è riuscita a vedere nulla della Verità. A seconda di quanto sia riuscita a vedere di quel Mondo, essa riuscirà a condurre in un corpo umano una vita più o meno giusta. La vista del bello nel mondo la aiuterà però a rifar germogliare l'ala (ne riparleremo).


Ci sono discussioni su cosa effettivamente Platone abbia inteso con questa tripartizione dell'anima, che alcuni collegano ad un'altra tripartizione, molto più dottrinale, fatta in un passo della Repubblica. Io, dalla mia modesta ignoranza, mi spiego la cosa così, liberandola da altri riferimenti: l'uomo ha una natura complessa, non è solo pensiero, ma è anche pulsione che lo spinge verso l'ideale, rischiando il fanatismo ascetico (il cavallo bianco, una "purezza estrema e disumana"), che lo porterebbe a ripudiare tutto il resto, che fa pur parte di sé e della vita; contemporaneamente, in lui esiste un'altra forma di pulsione (il cavallo nero), che è invece irrimediabilmente attratto da tutto ciò che è piacere del corpo e che tende pertanto a cadere giù. La parte razionale non è pulsione: le sue due funzioni sono (1) di mantenere l'equilibrio tra le due forze, in modo da riuscire a guidare la biga (l'anima nel suo insieme) nel percorso determinato dalla corsa del dio a cui va appresso secondo la sua disposizione, (2) di contemplare, una volta giunta oltre la sommità del Cielo, il Mondo della Verità immobile e pura. Qui si adagia e contempla appagata, trasportata dalla Sfera (il dorso del Cielo) su cui si poggia, se riesce a tenere a bada le sue pulsioni (a mantenersi equilibrata).


Se le corse dei diversi dèi fossero per caso simbolo delle orbite dei pianeti da cui traggono il nome (ad ogni pianeta corrispondeva una sfera del cielo), perdere equilibrio significherebbe cadere dall'orbita che si doveva inseguire. Se mi spiego questo passo così, io qui non vedo nessi con la Repubblica. Un'incongruenza, nella mia percezione, ci sarebbe, lo ammetto: qui Platone parla di 12 dèi che hanno ciascuno la sua schiera - qualcuno perciò non ha parlato dei pianeti, ma delle 12 costellazioni. In ogni caso, neppure io credo che qui Platone fosse interessato a fare Cosmologia in maniera sistematica: il suo obiettivo è parlare dell'amore, della bellezza e darci una visione di cosa significhi un autentico rapporto pedagogico formativo (per questo rinominerò il Fedro in altro luogo e non consiglio di leggere per il momento l'intero Dialogo). Alla visione del Mondo delle Idee si arriva andando OLTRE la sommità del Cielo (o dell'ultimo Cielo, se qui ci si riferisse alle Sfere celesti che sorreggono i pianeti): questo sarebbe per l'appunto "l'Iperuranio". Ma andare OLTRE il confine dell'Universo per un Greco era impossibile, essendo inconcepibile l'idea dell'Infinito. Dal momento che quindi stiamo parlando di un non-luogo, quei critici che affermano che il Mondo delle Idee sia una metafora, per quanto mi riguarda perlomeno, hanno le loro ragioni per sostenerlo.

L'intero Dialogo è breve, ma complesso, si trova al link: http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Platone/Fedro.pdf: la metafora della biga alata, nelle pag. 9-10 (note a pag. 25, da 32)
Nella raccolta del Prof. Reale,  la metafora della biga alata e quanto per ora possiamo cominciare a leggere di questo Dialogo si trovano a pag. 555-558 (note a pag. 588, dalla 78):
https://giuseppecapograssi.files.wordpress.com/2015/03/platone_a_cura_di_giovanni_reale_tutti_gli_scribookzz-org.pdf).
Una lettura espressiva di una parte del mito, con una spiegazione che fa un collegamento con la Repubblica, non in realtà completamente privo di problematicità: https://www.youtube.com/watch?v=D9yi2BiPDdE


Paragonando queste tre parti delle opere platoniche, noteremo che esse non sono perfettamente sovrapponibili. Mentre gli esperti si affaticano a cercare cronologie e congruenze, seguendo il suggerimento che qualcuno pur dà parlando di "sistema aperto", potremmo anche timidamente avanzare l'ipotesi, già fatta e portata a questa estrema conseguenza, che per l'appunto le incongruenze sono il segno lasciato dall'autore al fine di continuare a ricordarci quello che dice tranquillamente nel Fedone: che di certe cose non abbiamo conoscenza certa ed è inutile affannarsi a dare all'incertezza una forma che non ha, anche se è bello crederci. Il vero filosofo, "amante della sapienza", ci ha detto e ripetuto Platone in più luoghi della sua opera, conduce una vita dedita alla continua ricerca di una visione sempre più luminosa e colorata della Verità; il vero maestro è colui che stimola una giovane mente alla ricerca, non colui che la riempie di dottrine preconfezionate. Non vedo perché, scrivendo, lui dovesse fare il contrario, salvo suggerire immagini di bellezza accattivante. Ma questa è la mia opinione: una delle migliaia sparse in secoli di ammirata lettura.


Cristina Rocchetto

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