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Le isole del dolore - di Laura Alberico

La società del benessere ci ha abituati a proiettare nel futuro aspettative e desideri, a credere che consumismo e virtualità siano beni di ampio respiro, lo specchio nel quale riflettere il presente e da esso poter distillare i principi e gli orientamenti di una vera vita. In questo contesto l' individualismo e il narcisismo si impongono come difese verso una società in crisi che esplode e implode in forme di violenza sempre più estreme. Cultura ed educazione in molti casi sembrano essere strumenti sottoposti ad una profonda e persistente anestesia perché la cronaca registra ogni giorno eventi delittuosi nei quali le vittime sono figure significative e simboliche; genitori, figli, mariti, mogli che rappresentano il nucleo di una collettività primaria ormai sottoposta, negli aspetti relazionali e affettivi, a una lenta e progressiva lacerazione, la perdita di valori e significati. La comunicazione, che per assunto rappresenta un atto di condivisione e partecipazione, e' diventata uno strumento formale privo di scambio, empatia, senso di alterita' e di consapevolezza. La società frammentata ha creato barriere di incomunicabilità, isole lambite da un mare inquinato in cui i sentimenti e le emozioni, i legami, gli affetti appaiono prodotti di scarto, ingombranti bagagli dai quali liberarsi senza ripensamenti o sensi di colpa. La metafora della vita, che ritorna sempre  dopo la morte e il dolore ad essere il banco di prova di un nuovo risveglio, ci spinge a riflettere e a interrogarci sulla fragilità dell'essere umano, sulla possibilità di comprendere e interpretare il disagio, la solitudine, il vuoto, che soprattutto per i giovani rappresentano delle catene invisibili, spesso nascoste in una cornice di apparente e falsa normalità.

Laura Alberico

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5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…

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