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Terza parte del commento e dell'analisi della Prima Ecloga dalle Bucolic...


Me.  
Et quae tanta fuit
Romam tibi causa videndi?

E quale fu il motivo (quae fuit causa) così importante per
te di vedere (videndi) Roma?

Ti.

Libertas, quae sera tamen respexit inertem,
candidior postquam
tondenti barba cadebat,
respexit tamen et longo post tempore venit,
postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit.
Namque (fatebor enim) dum me Galatea tenebat,
nec spes  libertatis
erat nec cura peculi.
Quamvis multa meis exiret victima saeptis,
pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,
non umquam gravis
aere domum mihi dextra redibat.

La libertà, che, anche se tardi (sera), tuttavia, volse lo
sguardo (respexit) verso di me, nonostante la mia indolenza (inertem), dopo che
la barba cadeva brizzolata (candidior) quando la tagliavo (tondenti), mi guardò
tuttavia (respexit tamen, chiasmo) e sopraggiunse dopo molto tempo (longo post
tempore, anastrofe), da quando mi ha in suo potere Amarillide e Galatea mi ha
lasciato (reliquit). Perché (Namque), lo devo confessare (fatebor enim), finchè
(dum) mi teneva avvinto Galatea, non vi era speranza di libertà né cura di
risparmio (peculi). Sebbene (Quamvis) molte vittime (multa victima, iperbato)
uscissero (exiret) dai miei recinti (meis saeptis) e formaggio grasso (pinguis
et caseus, anastrofe di et) fosse pestato (premeretur) per l’ingrata città
(ingratae urbi), mai (non unquam) la mia mano destra (dextra) tornava a casa
(domum redibat) pesante per il denaro (gravis aere).

Me.

Mirabar quid maesta
deos, Amarylli, vocares,
cui pendere sua
patereris in arbore poma;
Tityrus hinc aberat. Ipsae te, Tityre, pinus,
ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.

Mi chiedevo con stupore (Mirabar) perché (quid) mai triste (maesta),
Amarillide, invocavi gli dei (vocares deos), per chi (cui) lasciavi pendere
(patereris pendere) i frutti (poma) dal proprio albero (sua in arbore,
anastrofe). Titiro era estraneo (aberat) a ciò (hinc). 
Te, Titiro, perfino (poliptoto di ipsae, ipsi, ipsa) i pini,
perfino le fonti, perfino questi alberetti chiamavano.

Ti.

Quid facerem? Neque
servitio me exire licebat
nec tam praesentis
alibi cognoscere divos.
Hic illum vidi
iuvenem, Meliboee, quotannis,
bis senos cui nostra
dies altaria fumant;
hic mihi responsum primus
dedit ille petenti:
“pascite ut ante
boves, pueri; summittite tauros”.

Che cosa avrei dovuto fare? Né mi era possibile (licebat)
uscire (exire) dalla schiavitù (servitio), né conoscere altrove (alibi)
divinità tanto benevole (divos tam praesentis, praesentes). Qui vidi quel
giovane, Melibeo, in onore del quale (cui) i nostri altari (nostra altaria,
iperbato) fumano dodici giorni (bis senos) ogni anno (quotannis); qui lui per
primo diede risposta (responsum) alle mie suppliche (mihi petenti, a me che
pregavo): “pascolate come prima (ut ante) le vacche, ragazzi; allevate i tori”.

Me.

Fortunate senex, ergo
tua rura manebunt
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus
limosoque palus obducat pasqua iunco.
Non insueta gravis temptabunt pabula fetas,
nec mala vicini
pecoris contagia laedent.
Fortunate senex, hic
inter flumina nota
et fontis sacros frigus captabis opacum;
hinc tibi, quae
semper vicino ab limite saepes
Hyblaeis apibus
florem depasta salicti
saepe levi somnum
suadebit inire susurro;
hinc alta sub rupe
canet frondator ad auras,
nec tamen interea
raucae, tua cura, palumbes
nec gemere aeria
cessabit turtur ab ulmo.

O fortunato vecchio, dunque i campi (rura) rimarranno tuoi e
a te grandi cose (magna) a sufficienza (satis), benchè la nuda pietra (lapis
nudus, iperbato) e la palude ricopra (obducat) di giunchi fangosi (limosoque
iunco, iperbato) tutti i pascoli (omnia pasqua, iperbato). Pascoli non consueti
(Non insueta pabula) non attaccheranno (temptabunt) le femmine gravide (fetas
gravis, graves, appesantite dalla gravidanza) né le danneggieranno le malattie
contagiose (mala contagia, iperbato) del gregge vicino (vicini pecoris). O
fortunato vecchio, qui fra fiumi noti (inter flumina nota) e fonti sacre
(sacros fontis, fontes) cercherai (captabis) di godere il fresco dell’ombra
(frigus opacum, iperbato); di qui dal vicino confine (vicino ab limite,
anastrofe) la siepe (saepes), di cui sempre le api iblee (Hyblaeis apibus,
dativo d’agente) succhiano (depasta, valore attivo) il fiore del salice (florem
salicti), ti inviterà (suadebit) spesso a prendere (inire) sonno con il suo
lieve ronzio (levi susurro); di là (hinc) sotto l’alta rupe (alta sub rupe,
anastrofe) il potatore (frondator) canterà (canet) al vento (ad auras), né
tuttavia intanto (interea) le roche colombe (raucae palumbes, iperbato), a te
care (tua cura), né la tortora (turtur) smetteranno (cessabit) di tubare
(gemere) dall’alto olmo (aeria ab ulmo, iperbato).

Ti.

Ante leves ergo pascentur
in aethere cervi
et freta destituent
nudos in litore piscis,
ante pererratis
amborum finibus exsul
aut Ararim Parthus
bibet aut Germania Tigrim,
quam nostro illius
labatur pectore voltus.

Dunque (ergo) i cervi pascoleranno leggeri nell’aria, e i
flutti (freta) abbandoneranno nudi sulla riva del mare i pesci (piscis,
pisces), dopo aver vagato (pererratis finibus, ablativo assoluto) entrambi
(amborum) esuli fuori dalle loro terre, o il Parto berrà l’Arari e il Germano
(Germania, metonimia) il Tigri, prima che (ante quam, anafora di ante) il suo
volto (illius voltus) svanisca (labatur) dal nostro cuore (nostro pectore,
iperbato).

Me.

At nos hinc alii sitientis ibimus Afros,
pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen
et penitus toto divisos orbe Britannos.
En umquam patrios longo post tempore finis
pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?
Impius haec tam culta novalia miles habebit,
barbarus has segetes ; en, quo discordia
civis
produxit miseros ; his nos consevimus agros!
Insere nunc,
Meliboee, piros, pone ordine vitis.
Ite meae, felix
quondam pecus, ite capellae.
Non ego vos posthac
viridi proiectus in antro
dumosa pendere procul
de rupe videbo;
carmina nulla canam;
non me pascente, capellae,
florentem cytisum et salices carpetis amaras.
Noi, invece (At), di qui (hinc) andremo alcuni (alii) fra
gli Afri assetati (sitientis, sitientes), altri (pars) in Scizia e perverremo
all’Oasse fangoso (rapidum cretae, che trascina fango) e ai Britanni del tutto (penitus)
separati dal resto del mondo (toto orbe, iperbato). Ah! Dopo lungo tempo (longo
post tempore, anastrofe) tornerò mai (umquam) ad ammirare (mirabor) il suolo
della patria (patrios finis, fines) e il tetto (culmen) coperto (congestum) di
zolle erbose (caespite) della (mia) povera 
capanna (pauperis et tuguri, anastrofe di et), mio regno, vedendoli
(videns) dietro alquante spighe (aristas)? Un empio soldato (Impius miles,
iperbato) avrà questi maggesi (haec novalia) tanto coltivati (tam culta), un
barbaro queste messi (has segetes)? Ecco, dove (quo) la discordia ha condotto i
miseri cittadini (miseros civis, cives): per costoro (his) noi abbiamo seminato
(consevimus) i campi! Innesta (Insere) ora i peri (piros), Melibeo; disponi in
filari (pone in ordine) le viti (vitis, vites)! Andate, o mie caprette, gregge (pecus)
un tempo (quondam) felice, andate! Non io d’ora in poi (posthac), sdraiato
(proiectus) in una grotta verdeggiante (viridi in antro, anastrofe e iperbato),
vi vedrò sospese lontano (procul) a una rupe coperta di rovi (dumosa de rupe,
anastrofe e iperbato); non canterò (canam) nessuna canzone (nulla carmina); non
brucherete (carpetis), caprette, il citiso in fiore (florentem cytisum) e i
salici amari (salices amaras, iperbato), mentre io vi conduco al pascolo (me
pascente).

Ti.

Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem
fronde super viridi;
sunt nobis mitia poma,
castaneae molles et pressi copia lactis,
et iam summa procul villarum culmina fumant
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

Qui, tuttavia, potevi riposare (requiescere) con me questa
notte (hanc noctem, iperbato) su verdi frasche (fronde super viridi, anastrofe):
ho frutti maturi (mitia poma sunt nobis, sum pro habeo), morbide castagne
(molles castaneae) e abbondante (copia) formaggio (pressi lactis), e già
lontano fumano le sommità dei tetti (summa culmina) dei casolari (villarum) e
più grandi cadono le ombre dagli alti monti (altis de montibus, anastrofe).

Paradigmi:

doceo, es ui, doctum, ere                                           insegnare
permitto, is misi, missum, ere                         permettere
volo, is volui, velle                                                     volere
meditor,
aris, atus sum, ari                                         meditare
cerno, is, crevi, cretum, ere                                        vedere
conitor, eris, nixus sum, niti                                       sforzarsi
insieme
relinquo, is, qui, ictum, ere                                        lasciare
tango, is, tetigi, tactum, ere                                       toccare
memini, isti, isse                                                        ricordarsi
soleo, es, solitus sum, ere                                           essere solito
nosco, is, novi, notum, ere                                         sapere
effero, effers, extuli, elatum, efferre                         portar fuori
respicio, is, spexi, spectum, ere                                  guardare
indietro
cado, is, cecidi, (casurus), ere                                    cadere
fateor, eris,
fassus sum, eri                                        confessare
exeo, is,
ii, itum, ire                                                   uscire
premo, is, pressi, pressum, ere                                    premere
redeo, is,
ii, itum, ire                                                  tornare
pendeo, es, pependi, ere                                            essere sospeso
absum, afui, afuturus, abesse                                     essere
lontano
licet, licuit,
(licitum est), ere                                      essere lecito
peto, is, ivi, itum, ere                                                 chiedere, dirigersi verso
pasco, is, pavi, pastum, ere                                        pascolare
pascor, eris,
pastus sum, pasci                                   nutrirsi
submitto, is, misi, missum, ere                                   allevare
laedo, es, laesi, laesum, ere                                        danneggiare
suadeo, es, suasi, suasum, ere                                    esortare
ineo, is, ii, itum, ire                                                    cominciare
bibo, is, bibi, (bibitum), ere                                        bere
produco,
is, duxi, ductum, ere                                   far uscire
consero, is, sevi, situm, ere                                        seminare
insero, is, sevi, sertum, ere                                         innestare
pono, is, posui, positum, ere                                      porre
cano, is, cecini, cantum, ere                                       cantare
requiesco, is, quievi, quietum, ere                              riposarsi


Storia di Virgilio:

L’epoca di Ottaviano:

-         
battaglia di Azio, nel 31. d.C.;
-         
vittoria di Ottaviano contro Bruto e Cassio

Il paesaggio:

-         
oltre al tipico “locus amenus”, paesaggio “bucolico”,
cioè prospero e ricco di vita, tipico del lavoro pastorale fiorente, la Natura
si manifesta anche come ambito difficile, la palude, tipica della pianura
padana;
-         
l’ambiente si rifà alle caratteristiche della regione
greca dell’Arcadia e allo stereotipo del paesaggio idillico descritto da
Teocrito, modello di Virgilio;

La stagione:

Da elementi come le piante, il clima, l’ombra, gli animali,
i tetti fumanti, le castagne, si può pensare ad una tarda estate, come ad un
autunno. Il periodo sembra quello settembrino.

Titiro:

-         
“lentus”: tranquillo, grazie alla condizione economica
e sociale agevole;
-         
“Fortunate senex”: così lo definisce Melibeo, a
proposito della sua sorte favorevole;
-         
“inertem”: indolente;
-         
“recubans”: sdraiato, quasi sempre all’ombra di grosse
piante
-         
innamorato di Amarillide e critico nei confronti di
Galatea;
-         
tratta Augusto come un “deus”, come del resto farebbe
Virgilio

Melibeo:

-         
rassegnato al destino che gli spetta, cioè quello di
dover andarsene dalla propria terra;
-         
affaticato dal lavoro non semplice della pastorizia;

Le figure retoriche:

-         
iperbato:                     lontananza
dell’aggettivo dal suo corrispondente sostantivo
-         
anastrofe:                   preposizione
posta in mezzo tra aggettivo e sostantivo
-         
poliptoto:                    ripetizione
di termini con desinenze diverse ad inizio verso o frase
-         
anafora:                      ripetizione
di termini uguali ad inizio verso o frase

Gli elementi autobiografici:








































































































































































































































































































































































Virgilio si identifica con la figura di Melibeo, poiché
anche a lui, sono stati confiscati i terreni da dare ai veterani di guerra, ma
in seguito all’aiuto di una persona eccelsa, sonon riusciti a riaverli. Anche
il paesaggio della pianura padana si riconduce al luogo dove viveva Virgilio,
cioè nella pianura vicino a Mantova. 

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