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Riflessioni sullo stato di crisi del capitalismo - di Lucio Garofalo

Azzardo alcune riflessioni di tipo filosofico ed esistenziale, quindi politico. La realtà, che supera puntualmente ogni più fervida immaginazione, ispira un'elaborazione critica di straordinaria attualità storica. Il sistema creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a decorrere dal secondo dopoguerra, quella che è la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo: la fede cieca ed incondizionata nel mercato, nel totem della finanza. Il culto idiota e mondano del denaro e del successo. Il feticismo della merce e del profitto. La morale utilitarista dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando tutto e tutti. Il corollario finale è l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, egoista e conformista. Quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa ed onnipotente, una mentalità assai pervasiva e totalitaria, più feroce e persuasiva di qualsiasi tipo di fascismo e di assolutismo che si sia mai visto nella storia millenaria dell’umanità. Negli ultimi decenni, alle popolazioni del mondo occidentale si è imposto uno stile di vita iperconsumista: hanno bombardato i cervelli per convincere la gente che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile, con il risultato che gli individui sono nevrotici, insoddisfatti ed infelici. Si potrebbe arguire che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile ed avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi soprattutto a livello umano, affettivo e spirituale. In altri termini, si potrebbe decidere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo tale da permettersi un’esistenza emancipata dal bisogno, libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna. Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il “bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, inseguendo ed assecondando ossessivamente le mode consumiste, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, inevitabilmente non basta uno stipendio e si rischia di essere assoggettati ad un “benessere” fittizio, finendo succubi del bisogno e del lavoro, alienati ed infelici. Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia della “decrescita”, né risponde ad una visione “pauperistica” o “francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi oggi realistica e praticabile, un’attitudine assai pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le difficoltà legate all’attuale fase di recessione dell’economia capitalista. Bisogna rendersi conto che la decrescita è già oggettivamente immanente nella realtà dei fatti, in Italia ed altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere atto che la decrescita o, meglio, il sottosviluppo e la miseria sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico. Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano già in condizioni di estrema (o relativa) povertà, o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a poco. È chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato comr classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente”, bensì come una necessità contingente. Stiamo vivendo una fase in cui occorre misurarsi con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano. È altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era chiamata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è superato, inadatto nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci. Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sulla nozione di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista di segno ottocentesco. È noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, cioè i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalista, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il senso è mutato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali. Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile. È indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sul piano mentale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale recessione produce effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo benestanti, ed immiserisce le classi operaie occidentali. Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale per i Greci, i Portoghesi e via discorrendo) non arriva alla fine del mese, se non alla terza settimana, quando va bene. Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordinamento sociale senza una corrispondente rivoluzione di tipo intellettuale che proceda in senso anti-autoritario, senza un processo di affrancamento mentale dei singoli individui, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non genera un’effettiva emancipazione delle persone, come è già accaduto in altre rivoluzioni politiche-sociali compiute dal genere umano. La trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi paralleli che investono l’assetto sociale e la formazione etica, civile e psicologica delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare a nuove forme di oppressione, di tipo non solo politico e materiale, bensì spirituale.
Lucio Garofalo

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