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La seduttrice sedotta e abbandonata Armida e Rinaldo


CANTO DECIMOSESTO.


Tondo è il ricco edifizio, e nel più chiuso
Grembo di lui, ch’è quasi centro al giro,
Un giardin v’ha, ch’adorno è sovra l’uso
4Di quanti più famosi unqua fioriro.
D’intorno inosservabile e confuso
Ordin di logge i Demon fabbri ordiro:
E tra le oblique vie di quel fallace
8Ravvolgimento impenetrabil giace.

II.

     Per l’entrata maggior (però che cento
L’ampio albergo n’avea) passar costoro.
Le porte quì d’effigiato argento
12Su i cardini stridean di lucid’oro.
Fermar nelle figure il guardo intento:
Chè vinta la materia è dal lavoro.
Manca il parlar: di vivo altro non chiedi:
16Nè manca questo ancor, se gli occhj credi.

VIII.

     Qual Meandro fra rive oblique e incerte
Scherza, e con dubbio corso or cala or monta:
Queste acque ai fonti, e quelle al mar converte:
60E mentre ei vien, sè che ritorna, affronta:
Tali, e più inestricabili conserte
Son queste vie: ma il libro in se le impronta:
Il libro, don del Mago; e d’esse in modo
64Parla, che le risolve, e spiega il nodo.

IX.

     Poichè lasciar gli avviluppati calli,
In lieto aspetto il bel giardin s’aperse.
Acque stagnanti, mobili cristalli,
68Fior varj e varie piante, erbe diverse,
Apriche collinette, ombrose valli,
Selve e spelonche in una vista offerse:
E quel che il bello, e il caro accresce all’opre,
72L’arte che tutto fa, nulla si scopre.

X.

     Stimi (sì misto il culto è col negletto)
Sol naturali e gli ornamenti, e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
76L’imitatrice sua scherzando imiti.
L’aura, non ch’altro, è della Maga effetto,
L’aura che rende gli alberi fioriti:
Co’ fiori eterni eterno il frutto dura,
80E mentre spunta l’un, l’altro matura.

XI.

     Nel tronco istesso, e tra l’istessa foglia
Sovra il nascente fico invecchia il fico.
Pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
84L’altro con verde, il novo e il pomo antico.
Lussureggiante serpe alto, e germoglia
La torta vite, ov’è più l’orto apríco:
Quì l’uva ha in fiori acerba, e quì d’or l’have
88E di pirópo, e già di nettar grave.

XII.

     Vezzosi augelli infra le verdi fronde
Temprano a prova lascivette note.
Mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde
92Garrir, che variamente ella percote:
Quando taccion gli augelli, alto risponde;
Quando cantan gli augei, più lieve scote:
Sia caso od arte, or accompagna ed ora
96Alterna i versi lor la musica ora.

XIII.

     Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
Di color varj, ed ha purpureo il rostro;
E lingua snoda in guisa larga, e parte
100La voce sì, ch’assembra il sermon nostro:
Quest’ivi allor continuò con arte
Tanta il parlar, che fu mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
104E fermaro i susurri in aria i venti.

XIV.

     Deh mira (egli cantò) spuntar la rosa
Dal verde suo modesta e verginella;
Che mezzo aperta ancora, e mezzo ascosa,
108Quanto si mostra men, tanto è più bella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
Dispiega: ecco poi langue, e non par quella,
Quella non par che desiata innanti
112Fu da mille donzelle e mille amanti.

XV.

     Così trapassa al trapassar d’un giorno
Della vita mortale il fiore, e ’l verde:
Nè perchè faccia indietro April ritorno,
116Si rinfiora ella mai, nè si rinverde.
Cogliam la rosa in sul mattino adorno
Di questo dì, chè tosto il seren perde:
Cogliam d’Amor la rosa: amiamo or quando
120Esser si puote riamato amando.

XVI.

     Tacque, e concorde degli augelli il coro,
Quasi approvando, il canto indi ripiglia;
Raddoppian le colombe i bacj loro:
124Ogni animal d’amar si riconsiglia:
Par che la dura quercia, e ’l casto alloro,
E tutta la frondosa ampia famiglia,
Par che la terra e l’acqua, e formi e spiri
128Dolcissimi d’Amor sensi e sospiri.

XVII.

     Fra melodia sì tenera, e fra tante
Vaghezze allettatrici e lusinghiere
Va quella coppia; e rigida e costante
132Se stessa indura ai vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo innante
Penetra, e vede, o pargli di vedere:
Vede pur certo il vago, e la diletta,
136Ch’egli è in grembo alla donna, essa all’erbetta.

XVIII.

     Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
E il crin sparge incomposto al vento estivo.
Langue per vezzo: e ’l suo infiammato viso
140Fan biancheggiando i bei sudor più vivo.
Qual raggio in onda, le scintilla un riso
Negli umidi occhj tremulo e lascivo.
Sovra lui pende: ed ei nel grembo molle
144Le posa il capo, e ’l volto al volto attolle.

XIX.

     E i famelici sguardi avidamente
In lei pascendo, or si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci bacj ella sovente
148Liba or dagli occhj, e dalle labbra or sugge:
Ed in quel punto ei sospirar si sente
Profondo sì, che pensi, or l’alma fugge
E in lei trapassa peregrina. Ascosi
152Mirano i due guerrier gli atti amorosi.

XX.

     Dal fianco dell’amante, estranio arnese,
Un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese,
156Ai misterj d’Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
Mirano in varj oggetti un sol oggetto:
Ella del vetro a se fa specchio: ed egli
160Gli occhj di lei sereni a sè fa speglj.

XXI.

     L’uno di servitù, l’altra d’impero
Si gloria: ella in se stessa, ed egli in lei.
Volgi, dicea, deh volgi, il cavaliero
164a me quegli occhj, onde beata bei:
Chè son, se tu no ’l sai, ritratto vero
Delle bellezze tue gl’incendj miei.
La forma lor, le meraviglie appieno,
168Più che ’l cristallo tuo, mostra il mio seno.

XXII.

     Deh, poichè sdegni me, com’egli è vago
Mirar tu almen potessi il proprio volto:
Chè ’l guardo tuo, ch’altrove non è pago,
172Gioirebbe felice in se rivolto.
Non può specchio ritrar sì dolce imago:
Nè in picciol vetro è un paradiso accolto.
Specchio t’è degno il Cielo, e nelle stelle
176Puoi riguardar le tue sembianze belle.

XXIII.

     Ride Armida a quel dir: ma non che cesse
Dal vagheggiarsi, o da’ suoi bei lavori.
Poichè intrecciò le chiome, e che ripresse
180Con ordin vago i lor lascivi errori,
Torse in anella i crin minuti, e in esse,
Quasi smalto su l’or, consparse i fiori:
E nel bel sen le peregrine rose
184Giunse ai nativi giglj, e ’l vel compose.

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