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Digitale purpurea Pascoli, Primi poemetti - di Carlo Zacco

Occasione. L’occasione del testo è rivelata da Maria Pascoli, nella biografia che ha scritto dopo la morte del fratello. Qui Maria racconta un aneddoto, che avrebbe appunto ispirato la poesia:

 «Ed ecco la fonte del poemetto Digitale purpurea. Un giorno, dopo la merenda e la ricreazione fatte all’aperto, noi educande con la nostra Madre Maestra c’incamminammo per un sentiero che aveva ai lati due giardini, uno cinto dal bussolo e l’altro senza veruna siepe. In questo scorgemmo una pianta nuova che non avevamo mai veduta, non essendo mai solite a passare da quel luogo. Era una pianta dal lungo stelo rivestito di foglie, con in cima una bella spiga di fiori rosei a campanelle, punteggiati di macchioline color rosso cupo: la digitale purpurea. La curiosità di poterla guardare bene da vicino e di sentire se odorava ci spinse a entrare nel giardino; ma appena ci fummo fermate presso la pianta, la Madre Maestra ci intimò di allontanarci subito di lì, di non appressarci a quel fiore che emanava un profumo venefico e così penetrante che faceva morire. Indietreggiammo impaurite e ci riportammo leste leste sul nostro cammino. Io rimasi per un pezzo con la paura di quel fiore velenoso, e quando si doveva passare nelle sue vicinanze me ne stavo più lontana che fosse possibile senza nemmeno guardarlo. Questo puerile e insignificante mio racconto ispirò a Giovannino il poemetto. Il dialogo tra le due ex compagne di convento, Maria e Rachele (in cui è la sostanza del lavoro), è di sua immaginazione. In Maria ha voluto raffigurare me, ma Rachele l’ha creata lui».

La bionda e la bruna. Fin da subito si delinea un contrasto tra i due personaggi, basato sulla contrapposizione della bionda e della bruna:
 - l’una con gli occhi «semplici e modesti»;
 - l’altra con gli occhi «ch’ardono»;
Alla base di questo c’è uno stereotipo popolare che assegna alle bionde un carattere mite, alle brune invece un carattere più intraprendente e passionale (oggi forse è il contrario).

L’innocenza e il fiore perverso. C’è un altro contrasto: quello tra l’ambiente del monastero e il fiore:
1)      Parte prima. All’inizio viene creato un quadro di candore verginale (il monastero popolato dalle educande);
- questo viene turbato dalla presenza minacciosa e inquietante del fiore;
2)      Parte seconda. Anche nella seconda parte c’è questo contrasto: nei primi versi si parla ancora della situazione di innocenza, segnalato da vari elementi: le litanie, l’incenso, il bianco delle vesti delle educande che rende bianco tutto il giardino;
- nei versi successivi però si fa ancora avanti un elemento di turbamento: si fa riferimento ad un colloquio avuto con un «ospite caro», dopo il quale le ragazze sono tornate nelle loro camere «più rosse e liete» (v.11) e hanno cantato l’Ave Maria «più alto» (v. 13);
 - probabilmente si è trattato un parente, magari giovane per le quali le ragazze provano un’inconsapevole attrazione (è un ipotesi), e per questo tornano tutte eccitate alle camere;
 - l’eros poi si traduce in un’intensificazione del misticismo (e cantano più forte);
 - e poi in un pianto inconsapevole;
 - È da notare la sensibilità di Pascoli nel rendere le contraddizioni dei sentimenti adolescenziali.
3)      Terza parte. Nell’ultima parte torna ancora l’innocenza del commiato tra le due amiche che stanno per separarsi;
- ancora una cora torna il fiore, che ora si presenta in tutto il suo orrore, quasi macabro («dita spruzzolate di sangue, dita umane», vv. 23-24);
-  Insomma, c’è sempre un’insidia misteriosa che incombe sull’innocenza; ed è pronta a turbarla.
- Poi, al momento del congedo, Rachele confessa di aver fatto un’esperienza del proibito.
 
Il fiore. Che cosa significa questo fiore? l’immagine finale è misteriosa, e allude a  un destino di morte scaturito dalla dolcezza del fiore («si muore»); Pascoli è ambiguo, e su questo finale si sono accumulate varie interpretazioni:
1)      Giovanni Getto (ipotesi più plausibile) pensa che il profumo del fiore sia la prefigurazione di alcune esperienze future di «trasgressione» che la ragazza avrebbe compiuto in seguito, e che nel ricordo viene poi a riassumere tutte le altre, ad esempio:
- una passione amorosa che conduce alla morte;
- una malattia, coltivata con morbosa voluttà «morbosamente goduta come mezzo di distruzione e avvio al mistero della morte», secondo uno spirito decadente di culto della malattia e della morte che era proprio anche di Pascoli.
2)       Altri studiosi (Chiménez, e Bàrberi Squatotti), addirittura pensano a esperienze di tossicomania, intese in senso decadente come mezzo per giungere all’ignoto.

Il senso generale. Comunque stiano le cose, è ovvio che il fiore assume un valore simbolico legato all’idea di trasgressione, che nel ricordo, a posteriori, riassume tutte le trasgressioni future;
 - il voler scendere nei dettagli a tutti i costi, ci fa correre il rischio di inventare storie che Pascoli non ha mai raccontato, e può portare fuori strada: il fatto che Pascoli lasci la cosa nell’indefinito evidentemente è voluto;
La storia che Pascoli racconta è solo quella di queste due donne:
 - l’una ha mantenuto un legame di continuità con la propria adolescenza, e la situazione di purezza e protezione del monastero;
 - l’altra invece ha operato una frattura, che l’ha separata per sempre da quella dimensione; quest’ultima è portatrice di una concezione frammentata della vita, o comunque scissa, spaccata.

Stile. L’aspetto che colpisce di più è la frantumazione del linguaggio:
1)      Il tempo del racconto. innanzitutto a livello del tempo narrativo: c’è un continuo andare avanti e indietro: il racconto inizia nel presente, con il ricordo del passato; poi un flashback; poi ancora il presente e il racconto del passato;
 - questo carattere tortuoso del tempo (passato/presente) richiama simbolicamente alla compresenza di due aspetti opposti della vita: il candore / il turbamento;
cioè l’ambiguità della vita, che oscilla tra questi due opposti;
2)      La sintassi. La sintassi è continuamente spezzata e franta
- uso frequente dei puntini di sospensione, che sospendono il tessuto discorsivo;
 - le parentesi;
 - gli iperbati (finale);
 - La continua interruzione dei versi, con punti fermi («Siedono. L’una guarda l’altra.»)
3)      La metrica. Altro aspetto che mostra un’estrema frantumazione è la metrica:
- frequentissimi enjambements, e molto forti; a cavallo tra le terzine;
 - rime frante;
 - totale mancanza di corrispondenza tra sintassi e metro: è il punto massimo di tensione degli schemi metrici tradizionali: oltre questo, la metrica si spezza, e nasce il verso libero.

Digitale Purpurea
testo:


                                     I


3


6


9


12


15


18


21


24


   Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,
   l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti
   più?» «Non più, cara». «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;
   quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?
   i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»
   «morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.
   Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.
   Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;
   e l’una e l’altra guardano lontano.








                               II


3


6


9


12


15


18


21


24
Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.
   Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.
   E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…
   Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate
   oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…
   Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!
   Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.
   In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,
   l’alito ignoto spande di sua vita.


   





                              III

   «Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.
   Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!
   «Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»
   mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a
   ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all'alba, nell’ignara anima, spento.
   Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,
   cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!
   Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta
   con un suo lungo brivido…) si muore!»

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