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Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome



Premessa
Tutte le volte che abbiamo letto un testo di Jerome K. Jerome abbiamo riso di gusto di noi stessi, e questo ce lo fa sentire vicino, vicino, quasi il nostro autore preferito, se non fosse per il fumo e l’alcol, cui siamo fieramente avversi, e che invece Jerome sembra tollerare, come tollera tutti i vizi della classe medio-borghese.

L’anno di pubblicazione: 1889
Mentre in quell’anno altri portavano alle estreme conseguenze il realismo, il verismo con la pubblicazione di Mastro Don Gesualdo di Verga, il naturalismo (La bestia umana di Zola è del 1990, Bel Ami di Guy de Maupassant è di appena quattro anni prima, del 1885), e altri ancora gettavano le basi della letteratura decadente (mentre À rebours Controcorrente o A ritroso di Joris Karl Huysmans è del 1884, cioè di cinque anni prima, Il piacere di D’Annunzio è di quello stesso 1889, e infine Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde era uscito originariamente su rivista nel 1890, Jerome scrive questo libro del tutto disimpegnato e autonomo da qualsiasi corrente letteraria del tempo. Lui, impiegato alle ferrovie, ma autore di commedie e libri per diletto, è il tipico esempio di intellettuale-non intellettuale.

Struttura
Il testo si suddivide In 19 capitoli. Di questi i primi tre riguardano la decisione e la preparazione del viaggio, come a farci capire una cosa fondamentale della struttura: cioè che il viaggio sul Tamigi è un pretesto, ma non esaurisce tutta la trama.
La gita in barca è una sorta di filo conduttore labile, ma nel testo sono prevalenti le digressioni. Può bastare poco agli amici, mentre sono in barca, per ricordare un fatto, per far partire un flashback, quasi come se il viaggio fosse una semplice cornice, l’ossatura, per mettere insieme tutti i pezzi di narrazione, che costituiscono il succo, la carne di questo libro.
Comunque il narratore nella premessa al libro spiega che possono essere state scritte opere più brillanti o elevate di questa, ma non più veritiere: cioè quello che lui ha messo per iscritto è stata anzitutto una sua esperienza di gita in barca con gli amici, e anche i ricordi e i racconti sono effettivamente ciò che ha colorito la loro esperienza.

Straniamento
Il sottotitolo recita “per non parlare del cane”. In realtà, assumendo il tono ironico tipico di Jerome, potremmo intendere che del cane occorre parlare, eccome.
1.      Anzitutto il nome del cane Montmorency è troppo lungo per essere effettivamente il nome di un cane, cioè quel cane è più ragionevole dei tre uomini, che hanno nomi più corti del suo;
2.      inoltre, il “cane” rappresenta un punto di vista straniato, che osserva l’umanità da un’altra prospettiva, come a dire “guarda quanto sono ridicoli questi uomini”. Certo qui la prospettiva dello straniamento è ben diversa rispetto a quella brechtiana, e la denuncia della stupidità umana è molto più amorevole, benevola e indulgente rispetto all’ironia sveviana. Se certi autori della generazione successiva tenderanno a smascherare con sarcasmo i miti borghesi, Jerome sembra invece condividere e giustificare i vizi della classe sociale, che in fondo è la sua.

Tematiche
Viaggio, ma una sorta di alterego banale e quotidiano del prototipo del viaggio, dall’Odissea in poi. In realtà essi viaggiano vicino a casa, con la preoccupazione di limitare il più possibile l’imprevisto avventuroso del viaggio, dal momento che le rassicuranti certezze borghesi, rappresentate dalla terraferma, sono una presenza costante, sempre a portata di mano, comunque, perché i rischi qui sono limitati a dovere. Tanto è vero che decidono di fare un viaggio attraverso il fiume, non nel mare, e comunque anche rispetto ad altri viaggi per fiume della storia della narrativa o della cinematografia, come Cuore di tenebra o Huckleberry Finn, o Fitzcarraldo, con un coefficiente di difficoltà infinitamente minore.

Amicizia, mi vengono in mente film come Amici miei, anche se nel caso del famoso film di Monicelli i passatempi degli amici sono un pochino meno innocui. Forse occorre invece fare riferimento all’inizio del romanzo, quando i tre (più il cane) riconoscono di essere depressi (la depressione, l’esaurimento nervoso non è mica il male del nostro secolo?).

Eravamo in quattro — George, e William Samuel Harris, e io, e Montmorency. Eravamo seduti in camera mia a fumare e discorrere di quanto stessimo male — male da un punto di vista sanitario, intendo, si capisce.
Ci sentivamo tutti depressi, il che incominciava a innervosirci. Harris disse che a momenti lo coglievano degli spaventosi attacchi di vertigini, tali da fargli perdere la cognizione di quel che stava facendo; allora George disse che anche lui aveva degli attacchi di vertigini che gli facevano perdere la cognizione di quel che stava facendo. Dal canto mio, era il fegato a darmi dei dispiaceri. Sapevo di avere il fegato in disordine perché avevo appena letto le avvertenze di certe pillole per il fegato, in cui erano descritti nel dettaglio svariati sintomi in base ai quali uno poteva stabilire quando avesse il fegato fuori posto. Io li avevo tutti.
 traduzione di Margherita D'Amico, Giunti, 2003

Qui inizia subito la illuminante digressione del narratore Jerry, che lamenta una presunta sindrome pluripatologica, cioè lamenta di essere affetto da tutte le malattie tranne il ginocchio della lavandaia (per forza, un pigro come lui tutto può aver fatto nella vita tranne piegare le ginocchia per lavorare fino a rovinarsele),
I tre ridono l’uno dell’altro perché hanno essenzialmente gli stessi difetti: sono pigri, distratti, buone forchette e bambini un po’ cresciuti.
Certe volte si fanno degli scherzi, ma mai maliziosi, e spesso involontari.
Comunque il bello della vita è anche questo: condividere tutto, sia i difetti, sia i sentimenti, con gli amici (vedi Cicerone Laelius de amicitia)

Humour inglese A cosa serve ridere per ridere? Che differenza c’è fra l’ironia manzoniana, che è utile per denunciare le storture sociali e politiche, un po’ alla Charlie Chaplin de Il grande dittatore con Hitler, e l’ironia di Jerome?

Leggiamo ad esempio:

ogni medaglia ha il suo rovescio, come disse quell'uomo a cui presentarono le spese del funerale della suocera. (III; 1997, p. 23)

Oppure all’inizio del terzo capitolo quando partendo da una riflessione sul carattere indolente di Harris, la storia dello zio che affigge un chiodo per appendere un quadro (come mi sono immedesimato in lui).

Harris disse:
- Ora, la prima cosa da stabilire è ciò che bisogna portarci. Tu, Gerolamo, piglia un pezzo di carta e scrivi; e tu, Giorgio, piglia il catalogo della drogheria, e datemi un pezzetto di lapis, chè farò la lista.
Questo è tutto Harris - così pronto ad assumersi l’onere di ogni cosa e poi di addossarlo agli altri.
Egli mi fa venire sempre in mente il mio povero zio Podger. In vita mia non avevo visto mai tanto trambusto in una casa, come nel momento che mio zio Podger si accingeva a far qualche cosa. Un quadro era ritornato dal negoziante di cornici, ed era stato lasciato ritto contro una parete della
sala da pranzo aspettando d’essere appeso. La zia domandava che cosa si doveva farne, e lo zio diceva:
- Lascia fare a me. Nessuno di voi s’impicci del quadro. Farò tutto io.

In realtà poi coinvolge tutte le sette persone che sono in famiglia, per poi arrivare alla conclusione di dover chiamare un operaio, non dopo aver distrutto mezza casa con la sua goffaggine.

Infine quando verso la fine del romanzo prima prende in giro le lance a vapore e la loro prepotenza quando passano nel fiume e chiedono alle barche a remi di spostarsi, poi, cambiando la prospettiva, assume il punto di vista di chi si trova su una lancia a vapore ed è infastidito dalle piccole imbarcazioni.

Sembra che la comicità di Jerome sia fine a se stessa, cioè che faccia ridere per far ridere, non ridere per far pensare. Ha senso questo? Secondo noi sì, altrimenti non avrebbe senso tutta la commedia da Plauto ai nostri giorni.

Elogio dell’ozio: anche qui si possono trovare riferimenti a illustri come l’ otium ancora di Cicerone e di Orazio. Certo stavolta il taglio è evidentemente medio-borghese, ad esempio

Io ho sempre l'impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmene seduto a guardarlo per ore. (XV; 1997, p. 148)

ma anche qui con garbo e non senza momenti ricchi di intenti più nobili, come il seguente, tratto dal terzo capitolo:

Quante persone, lungo questo viaggio [lungo il fiume della vita], stivano la barca fino a rischiare di farla affondare di cose sciocche che pensano essenziali al piacere e al comfort, ma che in realtà sono soltanto inutile zavorra?
Come riempiono la povera piccola imbarcazione fino all'albero di bei vestiti e grandi case, di domestici inutili e di una miriade di amici alla moda ai quali non importa un fico secco di loro, e dei quali a loro importa ancora meno, di costosi divertimenti che non divertono nessuno, di formalità e mode, di finzioni e ostentazioni, e di – oh, la più pesante, la più folle delle zavorre! – della paura di che cosa penserà il vicino, di lussi che possono soltanto nauseare, di piaceri che annoiano, di vuote mostre di sé che, come la corona ferrea del criminale di un tempo, fanno sanguinare e tramortiscono il capo dolorante che la porta!
È zavorra uomini... tutta zavorra! Gettatela fuoribordo. Rende la barca così pesante che remare vi sfinisce. La rende così lenta e pericolosa da manovrare che l'ansia e la preoccupazione non vi concedono mai un attimo libero; e non avete mai un momento di riposo per sognare pigramente, mai un momento per osservare le nuvole che sfiorano le onde spinte dal vento, o i scintillanti raggi di sole che giocano con le increspature, o i grandi alberi sull'argine che si curvano per fissare la loro immagine riflessa, o il bosco tutto verde e oro, o i gigli bianchi e gialli, o i giunchi che ondeggiano oscuri o i falaschi, o le orchidee o gli azzurri non-ti-scordar-di-me.
Liberatevi della zavorra, uomini! Lasciate che l'imbarcazione della vostra vita sia leggera, carica soltanto di quello di cui avete bisogno: una casa accogliente e qualche semplice piacere, un paio di amici degni di questo nome, qualcuno da amare e che vi ami, un gatto, un cane, e una o due pipe, cibo e indumenti a sufficienza e da bere in abbondanza, perché la sete è una compagna pericolosa.
La barca sarà più facile da governare, e non sarà tanto soggetta a capovolgimenti, e se si capovolgerà non sarà così grave; la merce semplice e di buona qualità sopporta un bagno. Avrete tempo per pensare oltre che per lavorare. Tempo per scaldarvi al sole della vita... tempo per ascoltare le melodie eoliche che il vento divino trae dalle corde del cuore umano tutt'intorno a noi... tempo per...
Scusate tanto. Divagavo. (III; 1997, pp. 21-22)

ecco perché parlavo dell’ “in medio stat virtus” di Orazio

Ma vorrei sottolineare anche il finale Scusate tanto. Divagavo
È tutta una divagazione questo libro: una volta tanto che l’autore si permette un excursus un pochino più elevato, sente la necessità di doversi scusare.

La geografia: il percorso sul fiume fatto, dalla campagna a Londra, con i riferimenti ai luoghi attraversati, che dovevano rappresentare il primo abbozzo del romanzo, che poi si concentrò però più sui fatti, gli aneddoti e i flashback comici, che non sulle digressioni geografiche.

La tecnica della navigazione, a remi, narrata ma in modo semplice, e divertente.


Riferimenti alla storia inglese, dalle conquiste di Cesare, ai tempi della Magna Charta firmata da Re Giovanni nel 1215, da Enrico VIII e i suoi incontri segreti con Anna Bolena, da Oliviero Cronwell alla Regina Vittoria, un bel modo per ripassare una parte di storia che noi italiani non conosciamo molto, dove il fattore libertà ha un posto predominante.

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