Passa ai contenuti principali

Riassunto del diciassettesimo canto dell' Orlando furioso di Ludovico Ariosto - di Carlo Zacco


CANTO XVII

Sommario. - Tiranni crudelissimi, mandati da Dio per punire le -colpe degli uomini — Carlo e i Paladini si scontrano con Rodomonte — Grifone, Orrigille e Martano giungono a Damasco — La storia di Norandino e Lucina — La giostra — Viltà di Martano e valore di Grifone — Martano si appropria le armi di Grifone e riceve gli onori a questo dovuti — Grifone, preso per Martano, è fatto segno ad ogni sorta di vituperi.

Tiranni crudelissimi, mandati da Dio per punire le colpe degli uomini   (1-5) - Quando i nostri peccati passano il segno, Dio ci punisce mandando sulla terra tiranni crudelissimi, come Mario e Siila, Tiberio, Nerone, Caligola, Domiziano, Eligobalo, Massimino, Creonte, Mezenzio, Attila ed Ezzelino; o ci dà in preda ad orde selvagge, come gli Unni, i Longobardi ed i Goti. Anche ora, per castigo delle nostre colpe, siamo governati non da uomini, ma da lupi, i quali, non contenti delle loro infamie, chiamano d'oltralpe altri lupi più rapaci di loro. Ma chissà che anche noi un giorno non siamo chiamati a castigare le loro colpe!
Carlo e ì Paladini si scontrano con Rodomonte (6-16) - Ma di tutti i mali, che i Cristiani soffrirono per opera dei Turchi e dei Mori, nessuno può certo paragonarsi a quello che Rodomonte recò ai Cristiani in Parigi. Quando Carlo vede arsi i palazzi e rovinati i templi, rimprovera aspramente i cittadini per la loro viltà. Poi,
giunto dinanzi alla reggia, in cui il popolo si è asserragliato, trova Rodomonte che, ritto sulla porta, ruota con una mano la spada e con l'altra getta il fuoco. Invano la gente gli scaglia dall'alto merli e torri e lastre e colonne e travi; il Saracino, miracolosamente illeso, continua il suo assalto ed ha già fatto una gran breccia nella porta, attraverso la quale si vede ed è veduto. Allora Carlo, dopo aver esortato i suoi Paladini, fa irruzione contro di lui.
Grifone, Orrigille e Martano giungono a Damasco (17-25) - Intanto Grifone, Orrigille e il falso fratello di lei, Martano, giungono a Damasco.
E' questa la più bella città dell'Oriente, percorsa da due fiumi, ricca di giardini, odorosa di fiori e di acque. Essa è ora tutta parata di drappi, di tappeti e di ghirlande, e rigurgita di belle dame e di prodi cavalieri. Ovunque sono feste, balli e cavalcate.
I tre sono accolti nel palazzo di un gentil cavaliere, che li tratta con larga ospitalità, e che, dopo una sontuosa cena, narra loro che il re Norandino ha indetto la giostra per il giorno seguente, e che l'avrebbe rinnovata ogni quattro lune, per ricordare un grave pericolo, da cui era scampato dopo quattro mesi di pene.
La storia di Norandino e Lucina (26-69) - lì re Norandino — prosegue l'ospite — tornava da Cipro. dove aveva sposato Lucina, la figlia di quel re, che egli amava di ardentissimo amore. La nave, diretta in Siria, portava una ricca scorta di dame e di cavalieri. Ma una terribile tempesta, dopo aver fatto errare la nave per tre giorni, sbattè tutti esausti sul lido. Mentre si preparavano le mense, il re si allontanò in cerca di selvaggina. Ed ecco
giungere lungo la riva un Orco mostruoso, che in luogo di occhi aveva sotto la fronte due coccole d'osso, e, inoltre, zanne porcine, lungo naso, seno bavoso. Esso corse verso i naufraghi, fiutando il terreno, come il bracco segue la traccia della selvaggina. Tutti tentarono di fuggire, ma di quaranta persone solo dieci si salvarono sulla nave. Gli altri furono raggiunti dal mostro, che se li caricò addosso e li portò in una spelonca di marmo, che gli serviva di tana. Qui teneva come consorte una donna, che mostrava un viso addolorato e aveva in compagnia donne di ogni età e condizione. In una vicina spelonca teneva un numeroso gregge, che guidava al pascolo più per diletto che per bisogno, perché preferiva nutrirsi di carne umana. Infatti divorò subito tre uomini, cacciò fuori dalla spelonca il gregge, vi rinchiuse i prigionieri e se ne andò al pascolo.
Intanto Norandino, ritornato alle tende e non trovando nessuno, scese al lido, dove vide i superstiti che stavano per salpare. Costoro lo informarono d'ogni cosa e gli mandarono un palischermo, perché si salvasse con loro. Ma il re non volle in nessun modo partire senza la sua Lucina, e, seguendo le orme fresche del mostro, giunse alla spelonca, dove trovò la moglie dell'Orco. Costei lo esortò a fuggire al più presto, prima che il mostro rientrasse col suo gregge dal pascolo; ma poiché egli, non curando la propria salvezza, le chiedeva di Lucina, essa gli rispose che questa non correva nessun pericolo, perché l'Orco mangiava gli uomini, ma lasciava in vita le donne, punendole soltanto nel modo più aspro quando tentavano di fuggire. E poiché Norandino insisteva nel voler vedere la sua sposa, dichiarandosi disposto a morire con lei, la donna gli insegnò uno scaltro accorgimento. Fra le varie
pelli di animali uccisi, che pendevano dalla volta della spelonca, scelse un grosso becco, e, col grasso che era intorno alle sue viscere, unse il corpo del giovane per togliergli l'odore umano; poi lo fece entrare nella pelle caprina. Così trasformato, lo trascinò carponi fin presso l'altra spelonca, dove l'Orco teneva la preda, e che era chiusa da un grosso macigno. Qui Norandino attese finché l'Orco tornò dal pascolo col gregge; e, quando il mostro levò la pietra dalla soglia per lasciar passare il gregge, si confuse con esso ed entrò nella tana.
L'Orco, dopo aver divorato altri due uomini, chiuse lo speco e se ne andò. Allora Norandino, gettata la spoglia, abbracciò la sua donna, che si mostrò tuttavia più addolorata che lieta, perché vedeva in pericolo il suo sposo, che essa riteneva ormai in salvo. Ma Norandino rivelò la frode che la moglie dell'Orco gli aveva insegnato, e manifestò la speranza di trarre i compagni a salvamento. Allora tutti, uomini e donne, uccisero i più fetidi becchi, si unsero col grasso delle loro viscere e si rivestirono delle loro pelli. Il mattino seguente l'Orco tornò per far uscire il gregge, tenendo la mano presso la soglia per vedere se mai col gregge uscissero creature umane. Tutti, ad uno ad uno, riuscirono a passare; ma quando venne la volta di Lucina, o perché non si fosse unta bene, o perché la più lenta andatura la tradisse, o perché le fosse sfuggito un grido o le si fossero sciolte le chiome, l'Orco si accorse che era una donna, e tosto le trasse la spoglia caprina e la ricacciò nella tana. Tutti gli altri invece si lasciarono guidare al pascolo, e, quando il mostro si pose a dormire, si misero in salvo. Soltanto Norandino, folle di dolore, non volle seguirli.
Alla sera, tornato alla spelonca, l'Orco si accorse della fuga, che lo privava del suo pasto, e, attribuendo ogni colpa a Lucina, la condannò a star in catene sopra un alto scoglio esposto al sole. Norandino, sempre in spoglie caprine, si consumava di dolore; e invano la sposa, vedendolo passare ogni giorno dinanzi allo scoglio, lo esortava a fuggire. Finalmente capitarono a quella roccia il figlio di Agricane e il re Gradasso, che liberarono audacemente la fanciulla e la portarono correndo al mare, dove attendeva il re suo padre.
Quando Norandino s'accorse che Lucina non era più alla roccia, e apprese dalla moglie dell'Orco che anch'essa era salva, fuggì sopra una nave e ritornò in Siria. Ma per quante ricerche avesse fatto, solo da pochi giorni aveva saputo dal suocero che la fanciulla, dopo una burrascosa navigazione, era giunta con lui a Nicosia. Ora, per festeggiare l'anniversario della liberazione, che cadeva appunto all'indomani, Noradino ha indetto una grande giostra; e, per ricordare i quattro mesi passati tra il gregge dell'Orco, ha stabilito che tale giostra si rinnovi ad ogni quarta luna.
La compagnia dopo aver trascorso la sera conversando del grande amore di Norandino, va a dormire; e al mattino seguente si desta tra l'esultanza della città che si prepara alla giostra.
La giostra (70-79) - Grifone si cinge le armi, che sono opera incantata della sua buona fata; e anche Martano si arma, mentre l'ospite fa loro dono di lance e di scudieri, e li accompagna alla piazza dove si svolge la giostra-Essi si appartano un poco per vedere i giostratori, che muovono al torneo con insegne amorose, meste o liete,
secondo l'uso dei Francesi, che in quel tempo occupavano i Luoghi Santi. Allora infatti il mondo cristiano si preoccupava della Fede, mentre nell'età moderna le nazioni europee si combattono tra loro o volgono i loro appetiti contro la povera Italia. Ma il papa Leone X riscuoterà gli Italiani.
Viltà di Martano e valore di Grifone (80 108) La piazza è piena di cavalieri, che volteggiano sui loro cavalli, mentre le donne gettano su loro dai palchi fiori multicolori.
Il premio consiste in un'armatura trovata in istrada da un mercante reduce dall'Armenia (armatura di cui si parlerà a suo luogo) e in una sopravveste, dono del re. tutta intessuta d'oro e di gemme.
Quando giungono Grifone e Martano, la giostra è già incominciata. Otto cavalieri, tra i più cari a Norandino. si sono impegnati a tener testa con la lancia o con la spada a chiunque si presenti, finché al re piaccia di starli a guardare.
Martano, troppo presumendo di sé, entra nello steccato; ma, vedendo che uno scontro si chiude con la morte di un cavaliere, si impaurisce e tenta di ritirarsi. Grifone lo incalza, esortandolo ad accettare la sfida di un gentiluomo; ma Martano, appena in giostra, torce il freno al cavallo e si dà alla fuga, suscitando le più grasse risate.
Allora Grifone, rosso d'ira e di vergogna per la viltà del compagno, entra in giostra; e, mentre gli spettatori si attendono poco da lui, credendolo poco diverso da Martano, affronta ad uno ad uno, prima con la lancia e poi con la spada, tutti gli otto competitori, mettendoli fuori combattimento.
TI re fa allora cessare la giostra, e, per prolungare la festa, istituisce un nuovo torneo, accoppiando a due a due i cavalieri.
Poi Grifone, ancora sdegnato per lo scorno del compagno, ritorna tosto alla sua camera, dove trova Martano che, sostenuto da Orrigille, tenta avanzare scuse. Grifone si lascia persuadere, ma preferisce allontanarsi con essi alla chetichella per evitare i dileggi del popolo. Al primo albergo, che trovano fuori della città, prendono alloggio; e Grifone, deposte le armi, si abbandona presto a un sonno profondo.
Martano si appropria le armi di Grifone e riceve gli onori a questo dovuti (109-114) - Ma mentre Grifone dorme, i due ordiscono un inganno. Martano si appropria le armi e il cavallo del valoroso, e il mattino seguente ritorna con la compagnia in piazza, dove si svolge il torneo. Norandino, credendolo Grifone, lo fa chiamare, lo proclama vincitore della giostra, gli concede l'onore di cavalcare al suo fianco quando ritorna alla reggia, e lo accoglie con la compagna a corte fra onori d'ogni genere.
Grifone preso per Martano, è, fatto segno ad ogni sorta di vituperi (115-135) - Intanto Grifone, risvegliatosi, non trova più né le armi, né i compagni; e, appreso dall'oste ciò che era avvenuto, conosce finalmente tutta la verità.
Facendo di necessità virtù, indossa le insegne del traditore, e, desideroso di vendetta, si avvia verso la città. Giunto presso la porta, dove in uno splendido castello si sta celebrando con una sontuosa cena l'esito della giostra, è visto dal re, che per le insegne lo scambia per Martano.
Norandino, volgendosi al falso Grifone, che gli siede accanto, si meraviglia che egli abbia un simile compagno, e dichiara che solo per riguardo a lui non gli infligge la pubblica ignominia. Ma il falso Grifone asserisce di aver trovato per caso quel vile sulla strada di Antiochia, e che sarebbe ben lieto di vederlo impiccato ad un merlo del castello. Orrigille, a sua volta, rincara la dose.
Norandino non trova motivo sufficiente per la pena capitale, ma dispone di dare nuova festa al popolo a spese del falso Martano. Ordina a un manipolo di armati di prendere quel vile al varco della porta, e di rinchiuderlo in un'oscura stanza fino al mattino seguente. Intanto il vero Martano, temendo che in qualche modo si venga a scoprire la verità, prende licenza dal re, e, carico di onori e di doni, si allontana dalla corte, non pensando alla pena che fra poco lo avrebbe giustamente colpito.
Il mattino seguente il povero Grifone, spogliato delle armi e in semplice farsetto, viene posto su un carro tirato da due vacche magre e sfinite, e vien fatto segno ad ogni specie di insulti da parte di vecchie sfacciate, di donne ignobili, di ragazzacci, mentre le armi, legate alla coda del carro, sono trascinate nel fango. Poi, dopo una specie di processo, durante il quale un pubblico araldo proclama la sua ignominia, vien cacciato a suon di busse dalla città.


Ma non appena Grifone ha liberi le mani e i piedi, impugna scudo e spada, e comincia a menar colpi contro quella stupida turba.

Commenti

Post popolari in questo blog

Un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015

Da oggi fino alla prova preselettiva sulla seguente pagina facebook un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015 (bando previsto entro fine marzo, secondo il decreto Milleproroghe), ogni giorno alle ore 9.  La soluzione verrà pubblicata almeno un giorno dopo. https://www.facebook.com/nuovoconcorsodirigentiscolastici

Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…

Il mattino, da "Il giorno" di Giuseppe Parini - vv. 1-169 - di Carlo Zacco

5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…