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Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda


Autore
Fabio Geda è un giornalista che ha pubblicato parecchi libri e reportage, ma ci interessa notare che nel libro l’autore non scompare, ed è presente, come vedremo, all’interno del testo, come vedremo nelle riflessioni finali.

Immigrati clandestini
Noi abbiamo un’immagine stereotipata di chi è l’immigrato clandestino in Italia, ma questo libro ci permette di assumere il punto di vista di un immigrato clandestino, di chi è giunto nel nostro paese dopo aver viaggiato per chilometri e chilometri.

Il sottotitolo
Storia vera di Enaiatollah Akbari, cioè il romanzo si presenta come il racconto fatto da Enaiatollah allo stesso Fabio Geda, e Fabio ogni tanto interviene, interrompe il racconto per fare osservazioni, domande a Enaiatollah.

Un’odissea contemporanea
In letteratura il modello è sempre quello di Omero: ma stavolta il protagonista parte senza sapere dove andare. Sa solo che non può ritornare in patria, un po’ come Enea nell’Eneide, a differenza di Ulisse, che nell’Odissea sa di voler ritornare in patria.

Gli hazarà e i pashtun
Abbiamo già letto i libri di Hosseini, quindi conosciamo cosa accadeva in Afghanistan durante il regime talebano agli Hazarà. Gli hazarà sono sciti, mentre i pashtun sono sunniti. Da quando i talebani prendono il potere gli hazarà  sono perseguitati, e Enaiat non capisce come si possa odiare altri solo perché sono di un’altra etnia, di un’altra religione, o di una diversa fazione religiosa.

1 Afghanistan
Ebbene Enaiatollah è un hazarà, un bambino di (forse) dieci o nove anni, alto come una capra,  e sua madre fa di tutto perché suo figlio non rimanga in Afghanistan. Così va con lui a Quetta, in Pakistan, e lo lascia lì. Lo saluta di notte prima che si addormenti, fa promettere al figlio che non userà droghe, non userà mai le armi, e non ruberà mai.
La mattina seguente la mamma non c’è più e Kakaraim il responsabile gli spiega che la madre è tornata in Afghanistan.
A questo punto Enaiat incomincia a raccontare a Fabio come si trovava bene a Nava. Vivevano sicuramente in modo umile, ma non sapendo come si viveva da altre parti erano felici di quello che avevano, ad esempio dello yogurt che loro stessi producevano, e che era sicuramente più buono e genuino di quello che si può comprare al supermercato.
Inoltre si divertivano a giocare con un osso di capra a buzul-bazì, o a nascondino, o a costruire aquiloni.
Il problema è che ad un certo punto sono arrivati i talebani anche a Nava.
I talebani avevano deciso che non era necessario che gli hazarà andassero a scuola, inoltre non si fidavano di quello che veniva insegnato in quelle scuole, così un giorno sono venuti nella scuola di Nava ed hanno detto che bisognava chiuderla. Il maestro aveva detto che non voleva chiuderla, così, sono ritornati in massa, hanno chiuso la scuola ed hanno ucciso il maestro.
Enaiat ci tiene a precisare che non tutti i talebani erano afghani. La corrispondenza talebano=afghano non ha senso, perché non tutti gli afghani erano talebani (neanche i pashtun) e non tutti i talebani erano afghani: erano giunti da molte nazioni a riempire le fila della milizia talebana, ignoranti e violenti, che dicevano di mettere in atto il volere di Allah, ma in realtà preoccupati solo di realizzare i loro piani.

2 Pakistan
Costretto ad arrangiarsi, Enaiatollah inizia a lavorare nel samavat di Kakaraim, che lo sfrutta e gli fa fare pulizie immerso nel letame. Malgrado questo Enah fa amicizia con molti afghani, tra cui Sufi, che diventa un suo grande amico.
Osta Sahib è un anziano nuovo direttore che lo tratta meglio, ma Enah non vuole fare per tutta la vita il venditore per strada, e non vuole essere costretto a vendere a tutti i costi, disturbando i passanti, che non dovevano venire loro a comprare, ma dovevano quasi essere costretti a comprare.
Enaiat con Sufi programma così di andare in Iran.
Da questo momento in poi Enaiatollah continua a progettare di andarsene da un posto, e poi da un altro. Egli effettivamente vive in una condizione penosa e crede che spostandosi in un altro paese la sua situazione possa migliorare, ma il più delle volte va a cacciarsi in una condizione altrettanto penosa, spesso rischia di morire o comunque di capitare ancora peggio.

3 Iran
Un trafficante di uomini conduce Enaiatollah dal Pakistan in Iran, e Enaiatollah gli è grato, perché è vero che per quattro mesi dovrà lavorare per lui, ma senza quel trafficante di uomini lui non sarebbe mai riuscito a spostarsi in Iran.
Comunque nel corso del viaggio Enaiat prende la febbre. Enah vuole andare a lavorare a Isfahan, mentre Sufi vuole andare a Qom, pertanto i due si separano fra loro.
Così l’11 settembre 2001 si consuma una tragedia nel mondo, ma Enaiat è tutto preso da una sua tragedia personale: la lontananza di quell’amico.
Giunto ad Isfahan viene così impiegato in una cava di pietre, ed effettivamente dopo il quarto mese incomincia a ricevere uno stipendio, che il più delle volte non sa neanche come spendere.
Un giorno Enah perdendo l’equilibrio, fa rompere una grossa pietra, che gli piomba sulla gamba ferendolo gravemente. Il suo padrone, però, urla ed è più preoccupato per la pietra che per la sua gamba.
I poliziotti iraniani non perdono mai l’occasione per perquisire i sospetti clandestini, cercare di riportarli in Afghanistan, non dopo averli derubati, o spediti in uno dei due famigerati Centri di permanenza temporanea, che assomigliano molto a dei campi di concentramento.
Una prima volta con un po’ di soldi Enah, che era stato scaricato ad Herat, riesce a rientrare in Iran.
Poi grazie ai soldi del suo lavoro riesce a comprarsi un orologio, cosa che per lui è davvero una grande conquista. Ma poi, preso un’altra volta dai poliziotti, riesce nuovamente a pagarsi il suo rientro in Iran (la vita per gli hazarà in Afghanistan è ancora troppo dura), ma intanto il poliziotto gli ha sequestrato l’orologio, del quale magari non se ne farebbe niente, solo per il gusto di prendere qualcosa a quei poveracci.
A questo punto Enah decide di partire di nuovo, questa volta verso la Turchia.
4 Turchia
Si ripropone ancora una volta il rito dei trafficanti di uomini da pagare, del viaggio in camion verso il nuovo paese, verso Istanbul, ma questa volta il viaggio è ancora più tormentato. Enah è schiacciato all’inverosimile, nel doppio fondo del camion, dove è costretto a stare insieme ad altre 70 persone, per sottrarsi alla vista delle forze dell’ordine, dal momento che loro sono clandestini.
Enah quasi muore di sete, fa fatica anche a pisciare in quelle condizioni, ma alla fine arriva ad Istanbul.
Enah racconta anche di gente che nel viaggio si è ritrovata la faccia ridotta come un hamburger di McDonald's.
A questo punto Fabio interrompe Enah e gli fa notare che utilizza termini appartenenti a mondi e culture differenti. Ad esempio adesso cita McDonald's mentre all’inizio del suo racconto aveva detto che era alto come una capra. Enah spiega che evidentemente è il suo mondo è fatto così, nella sua storia sono messe insieme cose apparentemente inconciliabili fra loro.
In un parco di Istanbul Enaiat sopravvive, ma si rende conto che non può restare in un paese in cui non riesce a trovare neanche da lavorare.
Così Enaiat ci rimane davvero poco, e non appena sa di alcuni che stanno per prendere un gommone per fuggire in Grecia, si aggrega.
Certo Enaiat ha paura del mare, che praticamente non conosce.
Anche gli altri suoi amici non avevano mai visto il mare, avevano paura a fare questa attraversata in gommone. Lui prende in giro un amico che pensa che nel mare ci siano i coccodrilli. Enaiat è convinto che i coccodrilli si trovino solo nei corsi di acqua dolce, così deride l’amico.
Oltre tutto nel corso della traversata, un amico di Enaiat cade in mare e non risale più in superficie.
Infatti una nave era passata troppo vicino al gommone, e Liaqat è stato sbilanciato e sbalzato fuori dal gommone, e Enaiat e i suoi compagni non sono riusciti né a salvarlo né a ritrovarlo in mare in seguito, anche se urlando lo hanno chiamato più volte.

5 Grecia
Il primo problema da affrontare a Lesbo per Enaiat è impedire che i poliziotti gli prendano le impronte digitali, perché sa che se avviene questo non riuscirà mai più ad ottenere asilo politico in nessuno stato europeo, sarà sempre e solo un clandestino da rimandare in patria.
Così, quando Enaiat viene catturato dai poliziotti fa di tutto (urlando e schiamazzando con il suo amicio per essere cacciato via dall’ufficio della polizia, pur di non essere fermato lì per accertamenti, con il rischio che gli prendano appunto le impronte digitali.
Poi per puro caso una vecchia signora accoglie Enaiat, gli dà da mangiare e 50 euro, che sono sufficienti ad Enaiat per comprarsi il biglietto della nave che lo ha condotto ad Atene.
Ad Atene si compie la formazione di Enaiat con omosessuali e bordelli. Enaiat per un po’ di tempo riesce a trovare lavoro perché c’era bisogno di manodopera per le olimpiadi del 2004. Poi una volta iniziate le olimpiadi, visto che on c’è più lavoro, decide di emigrare in Italia.

6 Italia
Enaiat viaggia da Venezia a Roma, e da Roma a Torino, dove riesce ad essere “adottato” da una famiglia italiana. È noto che nella nostra società prevale l’egoismo, eppure, malgrado tutto, la nostra gente, per una storia, per un passato che non siamo riusciti, per fortuna a cancellare del tutto, siamo capaci anche di essere molto umani e accoglienti.
Ad esempio una associazione, la ASAI, ASsociazione Animazione Interculturale di Torino, aiuta Enah a studiare.
Così al CTP Centro Territoriale Permanente “Parini” di Torino Enaiat riesce a conseguire il diploma di licenza media.
Enah poi si iscrive ad un corso serale di una Scuola Superiore Professionale per operatori di servizi sociali, dove è aiutato anche da un insegnante di sostegno.
L’ulteriore passo importante per Enah è quello di ottenere un permesso di soggiorno come rifugiato politico, che Enaiat riesce ad procurarsi, mentre la stessa cosa non era riuscita ad un amico afghano.
Il funzionario non fa altro se non ripetere quello che molti pensano, cioè che Enaiat potrebbe tornarsene nel suo paese. Il caso ha voluto che in quell’ufficio ci fosse un quotidiano con una notizia di un bambino afghano che aveva giustiziato un prigioniero, una presunta “spia”. Enah spiega che avrebbe potuto essere lui quel ragazzino. Quindi l’Afghanistan non era proprio un paese normale come pretendeva quel funzionario. Così Enah ottiene il permesso.
Quindi, solo dopo aver ripreso la serenità necessaria per la propria vita, solo allora, Enaiat si dà da fare per comunicare con sua madre, suo fratello e sua sorella.
Quando finalmente Enaiat riesce a comunicare con la madre dopo otto anni, o meglio piange al telefono dopo avere detto per due volte “mamma” percependo dall’altra parte della cornetta lo stesso turbamento, la stessa commozione. La mamma non riesce a parlare, sopraffatta dalla emozione.
Si chiude così ciclicamente il romanzo, riprendendo il dialogo familiare interrotto così bruscamente otto anni prima.
Solo alla fine veniamo a sapere che Enah ha 21 anni quando racconta la sua storia a Fabio (almeno 21 anni secondo la questura, perché è la questura italiana che ha stabilito quando è nato Enah).

Riflessioni finali

La cosa bella di questo libro è l’atteggiamento di Fabio, che ha ascoltato e ha riportato questa storia vera, non ha chiuso il cuore, non ha tappato le orecchie di fronte alla verità. Questa non è una costruzione politica, un “discorso” sugli immigrati clandestini, è la storia vera di un uomo come noi. Come cantava Joan Baez nella famosa canzone “There but for fortune”, insomma ci sarebbe bastato tanto così più a sud o più a est sul mappamondo per nascere in un paese molto più povero o martoriato da guerre e lotte fratricide, per vivere una vita come quella di Enah, per passare la propria giovinezza in una pena e in un rischio continuo di morte, invece che nelle nostre belle famiglie benestanti italiane.

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