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Libro terzo del Cortegiano di Castiglione - di Carlo Zacco


Terza Giornata
Per quello che riguarda di proemio di questo terzo libro ho fatto una fotocopia che riguarda soltanto una parte delle fonti, cioè la fonte ciceroniana. Ed è importante il modo in cui è articolato questo proemio per quello che riguarda da un lato il modo di riuso e riattualizzazione delle fonti, e questo è un esempio parlante; e d’altra parte l’impegno da parte di Castiglione di dotare questo libro, dove una questione tradizionale di corte viene svolta in modo innovativo, dotandolo si una struttura (per quello che riguarda il libro) e di un proemio che rispecchia questa struttura che inserisce questo libro pienamente nel contesto di un classicismo maturo qual è quello ormai raggiunto in questa terza redazione.

La citazione da Aulo Gellio. In questa terza redazione, con la diversa impostazione della materia del terzo libro della seconda redazione tutto il cortegiano viene ad assumere la struttura modellata da un punto di vista macro-strutturale, sul trattato ciceroniano, non è un caso che proprio in questo nuovo proemio venga recuperata una citazione classica esplicita, da Aulo Gellio, che già compariva nella redazione precedente, ma non qui.
• lo spostamento. Nella redazione precedente la citazione relativa al calcolo della statura di Ercole era posta alla fina del proemio del secondo libro, quindi dopo quella parte svolta in relazione ai laudatores temporis acti, e al giudizio dei vecchi relativo al tempo passato e alle corti passate. La parte con cui inizia questo libro, molto più brevemente, era messa là, e assumeva un significato differente, perché era come compressa alla fine del proemio del secondo libro. Qui adesso è ripresa, messa come proemio del nuovo terzo libro, che doveva essere dotato di proemio, perché se la redazione precedente era in tre libri, evidentemente questa è in quattro e quindi ci serve un proemio in più, cioè: nuovo terzo libro, nuovo proemio del terzo libro. Quindi quella parte che era là compressa, l’esempio preso da Aulo Gellio relativo al calcolo della statura di Ercole, ci viene ora presa e messa qui.

Le micro-traduzioni di Cicerone. E viene inoltre ripreso in modo allusivo ma tale per cui il lettore competente che riesca a riconoscere il testo ciceroniano, vengano messi qui con un prelievo di micro traduzioni: due passi molto importanti, proemiali, del secondo e terzo libro del de Oratore.

Che cosa succede allora? Il lettore quando legge il proemio si trova di fronte alla voce diretta dell’autore. Prima alla dedicatoria al De Silva, poi al proemio del primo libro, poi finito il primo libro al proemio del secondo, e dunque al proemio del terzo. Il richiamo da proemio a proemio della voce dell’autore ha un evidente funzione di carattere strutturale. Il proemio è una parte dove la voce dell’autore è direttamente presente nel testo, è la parte in cui si impegna con la propria diretta responsabilità nei confronti del lettore, del dedicatario in primo luogo e del lettore in secondo luogo; e d’altra parte in questo modo l’autore esercita un controllo su tutte le parti del suo testo, perché nei proemi si svolge un discorso che riguarda aspetti significativi anche in termini di poetica, relativi sia alla materia che al modo di svolgere la materia.

Pitagora. Allora che cosa succede? Che innanzitutto noi abbiamo in chiara luce questa analogia che ci viene fatta tra quello che aveva saputo fare con sottile intendimento, sottilissimamente Pitagora per calcolare proporzionalmente dal piede la straordinaria statura di Ercole, e quello che è chiamato a fare Alfonso Ariosto, e con Alfonso Ariosto il lettore, nel calcolare in modo proporzionale all’eccellenza dei giochi l’eccellenza della corte di Urbino in tutto ciò che gioco non è, cioè nelle magnanime opeazioni proprie della corte.
 
Evidentemente questo proemio viene dopo quello relativo ai laudatores temporis acti e a quello che era stato detto nel confronto tra le corti del passato e la corte di Guidubaldo, e quindi viene posto con questa grande evidenza all’inizio del terzo libro, viene ulteriormente a a ribadirlo e sottolinearlo con gran forza. E tra l’eccellenza del gioco e il gioco che qui viene fatto della formazione della perfetta donna di palazzo c’è una congruenza evidente, è la parte innovativa del testo che viene così ad essere ulteriormente sottolineata. Inoltre viene ad essere impostato in questo proemio un rapporto significativo da tra un doppio piano temporale: passato e presente per quello che riguarda la corte di guidubaldo del passato e il tempo della scrittura del libro nel presente, con una prospettiva aperta alla lettura da parte dei posteri, che verranno, e sul piano sempre temporale, a più lunga gittata il rapporto che intercorre tra gli antichi e i moderni.

Ora, nel proemio al secondo libro era celebrata in contrasto coi laudatores temporis acti la grandezza e la eccellenza della corte di Urbino, qui questa stessa eccellenza e grandezza viene esaltata attraverso questo paragone, che è un paragone classico, e tale per cui si paragona il mitologico Ercole (tenete presente che Ercole umanisticamente parlando ha  una funzione altamente simbolica in termini di sapienza, si saggezza, non solo di forza) e quello che riguarda per l’appunto la corte di Urbino, che può essere paragonata a quell’esempio, e nella proporzione i giochi eccellenti sono il modo per cui un lettore intendente, da quelli, in proporzione, può trarre la statura eccellente, più grande rispetto a qualunque corte di Italia della corte di Urbino.

Proemio al terzo libro: Ercole

«Leggesi che Pitagora sottilissimamente e con bel modo trovò la misura del corpo d'Ercule; e questo, che sapendosi quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebravan i giochi Olimpici in Acaia presso Elide inanzi al tempio di Iove Olimpico esser stato misurato da Ercule, e fatto un stadio di seicento e vinticinque piedi, de' suoi proprii; e gli altri stadi, che per tutta Grecia dai posteri poi furono instituiti, esser medesimamente di seicento e vinticinque piedi, ma con tutto ciò alquanto piú corti di quello, Pitagora facilmente conobbe a quella proporzion quanto il piè d'Ercule fosse stato maggior degli altri piedi umani» un calcolo basato sulle proporzioni, Pitagora è grande matematico, e il passo è tratto proprio da un capitolo della Noctes Atticae di Aulo Gellio, esplicitamente non viene fatto il nome di Gellio, ma il testo molto noto veniva riconosciuto immediatamente. «e cosí, intesa la misura del piede, a quella comprese tutto 'l corpo d'Ercule tanto esser stato di grandezza superiore agli altri omini proporzionalmente, quanto quel stadio agli altri stadi. Voi adunque, messer Alfonso mio» chiamato a riattualizzare per analogia e a ricostituire la proporzionee il lettore insieme a lui. «per la medesima ragione, da questa piccol parte di tutto 'l corpo potete chiaramente conoscer quanto la corte d'Urbino fosse a tutte l'altre della Italia superiore, considerando quanto i giochi, li quali son ritrovati per recrear gli animi affaticati dalle facende piú ardue, fossero a quelli che s'usano nell'altre corti della Italia superiori. E se queste eran tali, imaginate quali n’eran poi l'altre operazion virtuose, ov'eran gli animi intenti e totalmente dediti». Quindi nella proporzione viene creata una climax di eccellenza: giochi eccellenti, superiori a quelli delle altre corti, che sono una piccola  parte, come il piede è una parte del corpo così i giochi sono una parte della corte di Urbino, quindi da quella parte piccola così eccellente, proporzionalmente si può misurare la straordinaria eccellenza della corte di Urbino nella operazioni che sono le alte operazioni virtuose ove gli animi erano intenti completamente. In questo modo l’eccellenza della corte di Urbino viene ulteriormente messa in primo piano ed altamente celebrata.
 
Riuso delle fonti: Cicerone

La ripresa di Cicerone. D’altra parte viene ricollegata a questa volontà di riattualizzazione del passo dell’autore antico, e dell’esempio fatto dall’autore antico, viene ulteriormente questo preso e riattualizzato e rivivificato attraverso il ricorso a due significativi altri passi che vengono dai proemi al libro secondo e terzo de De Oratore.
Cosa dice Cicerone. Anche Cicerone si rivolge direttamente all’interlocutore che è il fratello, anche cicerone opera mantenendo un controllo, responsabilità diretta sul suo testo attraverso i proemi, oltre che ovviamente come già abbiamo visto attraverso la cornice e la regia dei dialoghi. Attraverso questo il Castiglione denota da un lato di aver ben capito la funzione a livello macro strutturale che ha il proemio in cicerone e il significato di questo proemio e d’altra parte quanto gli è consono, ma che gli può essere utile riprendendolo riscrivendolo e riattualizzandolo anche proprio a livello di micro strutture, perché riprende con micro traduzioni questi passi riadattandoli al prorpio contesto.
Tenete presente che nel primo dei due cicerone sta facendo una commossa rievocazione di quelli che erano stati gli eccellenti oratori ormai scomparsi della generazione precedente. E del debito di gratitudine e di riconoscenza che egli come oratore aveva contratto nei loro confronti e della volontà per l’appunto di mantenerne viva la memoria. Il passo piuttosto ampio viene dal Castiglione ripreso invertendone l’ordine.

Che cosa dice il Castiglione? Partiamo dal testo: «e di questo io confidentemente ardisco di parlare con speranza d'esser creduto, non laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingere, e possendo approvar quant'io ragiono col testimonio de molti omini degni di fede che vivono ancora, e presenzialmente hanno veduto e conosciuto la vita e i costumi che in quella casa fiorirono un tempo; ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sforzarmi con ogni studio vendicar dalla mortal oblivione questa chiara memoria e scrivendo farla vivere negli animi dei posteri» allora nel primo dei due passi di Cicerone riprende in primo luogo la parte ultima del passo, partendo dal fatto che la speranza di poter provare quello che egli vuole far vedere attraverso il suo dialogo, possa essere maggiore perché non sta parlando dell’eloquenza di oratori che sono ormai lontani nel tempo, perché ormai Galba e Carbone ormai appartengono al secolo precedente, cose nelle quali gli sarebbe lecito fingere, se volesse, ma parla invece in modo tale da essere sicuro di non essere confutato, perché parla di fronte a chi conosceva l’eloquenza di coloro di cui parlava, perché spesso lo avevano sentito.

Leggiamo il pezzo della traduzione del passo di Cicerone: «e la mia speranza di riuscire a darne prova, è tanto più grande in quanto non scirvo qualcosa sull’eloquenza di Servio Galba o di Carbone su cui potrei inventare se volessi senza che nessuno mi confuti con i suoi ricordi, ma espongo cose che devono essere note a coloro che ascoltarono spesso quegli uomii di cui parlo. Si può duqnue dire che io raccomando due illustri personaggi [Crasso e Antonio] a uomini che non conobbero né uno ne l’altro prendendo come testimone la memoria di coloro che li conobbero entrambi, e che sono ancora vivi e presenti fra di noi».
liceat mihi fingere. Che è quello che dice Castiglione dicendo «non laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingere» e qui riprende in micro traduzione in quod liceat mihi fingere, riprende alla letterea il testo ciceroniano.
probandum. E d’altra parte anche l’approvare corrisponde probandum  del testo ciceroniano.
• vivotum et praesentium teste. La testimonianza dei molti uomii degli di fede corrisponde al passo finale dove dice vivorum et praesentium memoria teste commendemus.
 
Presente e passato. Quindi riprende proprio il significato del passo ciceroniano anteponendo la parte finale di questo passo rispetto a quella che viene prima e riprendendone proprio anche delle specifiche espressioni. C’è anche nel testo del Castiglione un rapporto tra il presente della scrittura e il passato, meno divaricato rispetto a quello ciceroniano, anche perché Castiglione apparteneva a quel mondo della corte mentre cicerone sta evocando degli oratori ormai scomparsi. C’è una differenza temporale, ma il rapporto tra il presente della scrittura e il passato dell’evocazione della memoria, c’è in entrambi i testi.

Altre riprese. E Castiglione riprende da Cicerone il riferimento sia all’evocazione nostalgica, sia al debito della memoria in questa rievocazione nostalgica, sia al carattere di testimonianza veridica perché le sue stesse parole, la sua stessa testimonianza ha di fatto la possibilità di essere provata da coloro che furono testimoni, e i testimoni sono tuttora viventi. C’è dunque questa volontà di voler riprendere riscrivendo, e attualizzando le parole di cicerone.

Perché attenzione qui non dice ‘come dice cicerone’, qui si appropria delle parole di cicerone attualizzandole e funzionalizzandole al proprio discorso. Al tempo stesso in questo modo crea un parallelismo tra quello che cicerone aveva detto e scritto, tra la celebrazione che cicerone aveva fatto, e quello che egli stesso scrive e dice, cioè le parole del moderno Castiglione possono essere una ripresa delle parole dell’antico celebrato e classico cicerone, la realtà del moderno Castiglione, in riferimento all’immediato passato, può essere tale da essere esaltata e celebrata così come cicerone aveva fatto dei propri stessi personaggi, in questo senso si viene a stabilire una parità di condizioni, una nobilitazione del dettato, ma al tempo stesso anche una rivendicazione per sé, i moderni sono posti in questo senso sullo stesso piano degli antichi: Castiglione, nuovo autore moderno, autore di un maturo classicismo, che fa proprie le parole di cicerone, ma le rifonda e riassorbe totalmente nel proprio nuovo discorso.

Ordine scambiato. D’altra parte riprese in modo inverso nel testo, capovolgendo l’ordine, viene dopo quando Castiglione dice «ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sforzarmi con ogni studio vendicar dalla mortal oblivione questa chiara memoria e scrivendo farla vivere negli animi dei posteri» se voi andate a vedere quello che dice cicerone prima con chiarezza appunto è il riferimento all’inizio: «per questa ragione mi sono indotto molto volentieri a mettere per iscritto il discorso che un tempo questi uomini tennetro tra di loro su questi argomenti» ci sono delle cose che lascia cadere, perché Castiglione sceglie le tessere che gli servono. «sia affinchè si levasse via l’opinion così diffusa che uno di essi abbia posseduto una modesta cultura (che sarebbe il Crasso) e l’altro ne sia stato del tutto privo (cioè Antonio) sia per conservare col mio scritto quelle cose da quei sommi oratori dette divinamente sull’eloquenza, a mio parere, se pure fossi riuscito a trattarne in modo adeguato, e di strappare per quanto dipendeva da me, all’oblio degli uomini ed al silenzio il loro glorioso ricordo che ormai sta per spegnersi. Infatti, se ci fosse stata la possibilità di conoscerli attraverso i loro scritti, io forse avrei ritenuto di non adoperarmi a tanto, ma poiché dell’uno ci sono pervenuto pochissimi scritti, e per giunta composti nel periodo della giovinezza, e dell’altro nesusno, ho pensato che fosse mio dovere nei confronti di uomini di così alto ingegno, adoperarmi a rendere questa loro memoria, che ancora fino ad oggi viva presso di noi, immortale». Quest’ultimo passo è di fatto quello che era stato ripreso, nella dedicatoria al de silva: il debito che si era assunto di celebrare nei confronti di questi uomini.
Ab oblivione vindicare. Ma vediamo che anche qui ci sono delle vere e proprie micro traduzioni: in modo particolare per quanto riguarda il forte latinismo che è «vendicar dalla mortale oblivione» se voi andate a vedere nel testo latino dove dive «vel me Hercule etiam ut laudem eorum iam prope senescentem, quantum ego possem ab oblivione hominum, atque a silentio vindicarem» è proprio usato lo stesso verbo, è un calco.
Presente e Futuro. Ma si apre anche uno spazio diverso però: già questo diverso ordine del discorso ha modificato l’impianto del discorso ciceroniano. Che cosa si apre ora nel contesto di quello che ci dice il Castiglione? Si apre un ulteriore rapporto di carattere temporale in riferimento a quelli che poi verranno: «Onde forse per l'avvenire non mancherà chi per questo ancor porti invidia al secol nostro» quindi quello che sarà celebrato, che sarà invidiato, sarà evocato è il «secol nostro», cioè legato al moderno: «ché non è alcun che legga le maravigliose cose degli antichi, che nell'animo suo non formi una certa maggior opinion di coloro di chi si scrive, che non pare che possano esprimer quei libri, avvegna che divinamente siano scritti. Cosí noi desideramo che tutti quelli, nelle cui mani verrà questa nostra fatica, se pur mai sarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne meriti esser veduta, presumano e per fermo tengano la corte d'Urbino esser stata molto piú eccellente ed ornata d'omini singulari, che noi non potemo scrivendo esprimere; e se in noi fosse tanta eloquenzia, quanto in essi era valore, non aremmo bisogno d'altro testimonio per far che alle parole nostre fosse da quelli che non l'hanno veduto dato piena fede».

Topos Modestiae: insufficiente eloquenza. Qui viene ad inserirsi un altro motivo. Quello che riguarda l’approssimazione di ciò che si riesce a fare attraverso la scrittura: cioè non si riesce a rendere davvero attraverso la scrittura la grandezza di coloro di cui si scrive, si riesce a darne un immagine, ma da questa immagine si può presumerne molto di più di quello che la scarsa eloquenza di chi ha scritto possa far pensare, se non appunto riuscendo a capire che è poco rispetto al tanto che riguarda gli eventi effettivi e le persone di cui si scrive. Per dire questo anche se c’è la solita forma di topos modestiae, e la sprezzatura che porta a Castiglione ad affermare la sua non sufficiente eloquenza, anche per fare questo si avvale di un'altra ripresa ciceroniana, questa volta dal libro successivo, il III libro.
• La situazione di Cicerone. A questo proposito c’è un tipo di operazione nell’uso della fonte ciceroniana che è da parte del Castiglione particolare anche se non è solo il Castiglione che opera in questo modo: di fatto la fonte antica viene ripresa e può venire scomposta in parti diverse, e queste parti riprese e riusate, come se fossero (uso l’immagine albertiana perché mi sembra efficace) tessere di un mosaico, tessere che vengono riproposte e ricollegate nel nuovo mosaico dell’autore. Infatti che cos’è il proemio del terzo libro nel De Oratore di Cicerone? È una commossa celebrazione relativa alla scomparsa di tutti i personaggi che sono evocati nel de oratore, una scomparsa violenta che accompagna ad una condizione di decadenza e di calamità sul piano civile, per le lotte civili e le condizioni in cui versa le repubblica romana, c’è un tono molto mesto, molto dolente, in quel contesto si inserisce la celebrazione della grandezza degli oratori passati e quel passo che qui ho riportato, il 4° capitoletto del proemio del III libro.

Dove il Castiglione si avvale da un punto di vista macrostrutturale del proemio del terzo libro del de oratore? La risposta dovrebbe essere evidente: nella dedicatoria al De silva, con quella serie di rintocchi funebri, ma anche a suo luogo nel proemio dell’ultimo libro, del quarto: lì è ripresa nel proemio del quarto questa serie di morti, perché una parte di questi personaggi sono già indicati come morti nel proemio del quarto libro, poi con la dedicatoria al de silva sappiamo che sono scomparsi anche tutti gli altri ed anche la duchessa. In questa parte utilizzando questa tessera nel proemio del terzo libro, il Castiglione se ne avvale in senso propositivo, cioè la decontestualizza, rispetto al proemio ciceroniano, e la ri-utilizza, nella funzione propria.

Nel rapporto che egli pone adesso della prospettiva futura e per introdurre il tema dell’invidia che si avrà, introduce questo elemento: quello che riguarda il lettore che guardando all’indietro legge quello che concerne le meravigliose cose degli antichi. Vediamo il passo di Cicerone: «trasmettiamo dunque ai posteri il resto del discorso [di Crasso] che si potrebbe dire l’ultimo e a lui paghiamo il debito di riconoscenza che egli ben merita: se non certo pari all’altezza del suo ingegno tuttavia quanto può il nostro zelo, non vi è alcuno di noi infatti quando legge i libri di Platone meravigliosamente scritti, nei quali quasi sempre è Socrate ad essere rappresentato, che benché quelle cose siano scritte in modo divino, non si faccia una maggior opinione di colui di cui trattano, allo stesso modo noi chiediamo non a te, che hai di noi la più alta stima, ma a tutti coloro che leggeranno quest’opera, di formarsi di crasso un concetto più alto di quanto sia da noi espresso». Cicerone, autore latino fa riferimento a Platone, autore Greco, e il rapporto greco-latino in cicerone è fondante, il Castiglione in un certo senso fa la stessa cosa, richiamandosi agli antichi, ma non cita specificamente Platone, amplia il contesto a tutte le cose meravigliose degli antichi, quindi in questo senso pone in un rapporto di confronto che intercorre tra il tempo odierno e tutto il mondo classico, ma il rapporto temporale riguarda il presente del Castiglione, il presente dei moderni del castiglion, l’antico degli scrittori classici.
Ma riguarda a che quello che il futuro, i posteri: cosa diranno i posteri? Avranno invidia al secol nostro. Motivo di invidia è quello che è proprio dell’eccellenza: la corte di Guidubaldo è una corte che fu eccellente, ma per capire meglio questo concetto Castiglione mette in evidenza un progredire dell’eccellenza: eccellente la corte di Guidubaldo, eccellenti gli anni successivi della corte di Guidubaldo. Quindi eccellente per un momento che sarà celebrato non meno di quanto i latini celebravano i greci. Anche qui possiamo vedere con chiarezza la ripresa: «le meravigliose cose degli antichi», il formarsi una certa maggior opinione di quelli di cui scrive, c’è un riuso degli stessi verbi, e poi una micro traduzione: «avvegna che divinamente siano scritti» quamquam illa scripta sunt divinitus. Un riuso e una ripresa che viene ad essere resa funzionale, in questo modo anche quel divario tra antico e moderno che era proprio degli umanisti del quattrocento, e ricordiamo quanto veniva rimpianta la grandezza antica rispetto a quanto era rimasto nel mondo moderno, vediamo adesso il percorso che ormai all’altezza del classicismo cinquecentesco, il classicismo maturo del Castiglione, vediamo un percorso che si è concluso. Viene ridefinito anche il pubblico e in modo funzionale, quando dice «Cosí noi desideramo che tutti quelli, nelle cui mani verrà questa nostra fatica, se pur mai sarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne» quindi il pubblico privilegiato è comunque un pubblico che si pone in modo conforme rispetto a quello che è proprio dell’opera, perché solo un pubblico che è conforme all’opera del Cortegiano, nell’ottica di una delineazione di un cortigiano che corrisponda a un maturo classicismo che vuole essere nell’ottica della terza redazione del cortigiano, europeo, si propone appunto il Castiglione. E non solo dice «presumano» come è nel testo ciceroniano, che era detto, a proposito di quello che esprimeva appunto per se Platone rispetto a Socrate, perché usa suspicatur e poi suspicentur. Non dice solo presumano ma dice «presumano e per fermo tengano» quindi viene ulteriormente rafforzato. E viene rafforzato con questa esaltazione della corte di Urbino. Finisce ovviamente il proemio sempre nell’ottica della sprezzatura e del topos modestiae.

Cambiamenti tra la seconda e la terza redazione

La redazione precedente. A questo punto comincia con la cornice come di consueto il terzo libro. Brevemente, che cosa era lo sviluppo per quello che riguarda la redazione precedente? Nella redazione precedente comincia con i consueti modi di inizio di discorso, ma di fatto il discorso virava immediatamente: sembrava si introducesse la disputa nei confronti delle donne ma veniva bloccata (nella seconda redazione). Subito Ottaviano sosteneva che c’era altro più importante da dire e cominciava nel terzo libro della seconda redazione il discorso sul rapporto tra il cortigiano e il principe. E si dipanava tutta una prima parte su questo tema. Quindi nel terzo libro della seconda redazione c’era una parte sul rapporto tra cortigiano e principe; si inseriva una disputa sulle donne, perché terminata la parte sul principe Ottaviano veniva chiamato da un messo di Guidubaldo e Ottaviano usciva, allora Ottaviano dava il compito appunto al Pallavicino e al Frigio di sostenere la parte della battaglia sulle donne, cominciava questa battaglia, e si interponeva questa battaglia al tema dell’amore, e faceva solo capolino in una parte del libro il tema dell’amore spirituale.
• i cambiamenti della terza redazione. Ecco, che cosa succede adesso? Adesso cambia l’impianto. La prima parte viene interamente dedicata alla formazione della donna di palazzo, su questa si innesta la disputa, ma cambiata di segno, che è costituita prima da una discussione di carattere filosofico, tra il Pallavicino e il Magnifico Giuliano, e poi dalla presentazione di una serie molto nutrita di esempi. Successivamente sul finire del terzo libro, viene trattato il tema dell’intrattenimento amoroso in corte, e su questo tema si chiude il terzo libro. Tutta la parte relativa al rapporto principe-cortigiano, e quella sull’amore spirituale, entrambe sviluppate ulteriormente, sono spostate nel quarto libro.
Sintesi fine libro precedente
Il secondo libro si concludeva rimandando alla sera successiva il discorso che doveva essere tenuto da due incaricati: il Fregoso, che aveva detto che poco gli rimaneva (dicendo che per altro dopo tutta quella spatafiata sulle facezie se ne era dimenticato) e Giuliano de Medici che era stato incaricato, in quanto cavaliere fresco di difendere la posizione delle donne.
Aveva appunto avanzato la proposta di svolgere una istituzione della donna di palazzo se davvero si voleva dare luogo alla disputa, prima che  la disputa sulle donne venisse tenuta, e si riprendesse dopo le schermagli della fine del secondo libro.
La duchessa aveva accolto con favore questo consiglio, questo pensiero, e dunque era stato investito di questo compito d’onore, perché dato dalla duchessa stessa, e per quello che significava nell’economia del Cortegiano dare avvio a questa parte in partenza non prevista.
Giuliano dopo essersi schermito aveva chiesto le stesse condizioni: che ci fosse chi obiettasse e che dunque insieme si conducesse questo discorso.

Capitolo II: la cornice

La parola al Magnifico. L’inizio della cornice ci porta, e viene sottolineato, all’ora consueto, al solito loco, tutti si pongono a sedere, e c’è un attesa su chi deve cominciare a parlare, se Federico Fregoso o Giuliano. La Duchessa che in primo luogo prende la parola, si rivolge al magnifico, e già dalle sue parole si capisce che sarà il magnifico a iniziare il discorso sulla donna, avanzando da parte della duchessa il desiderio di «vedere questa vostra donna ben ornata».

Falso invito alle donne. C’è di nuovo un tentativo, con il solito topos modestiae, da parte del Magnifico di schermirsi, e c’è un indicazione che se fosse davvero tale da aver corso all’interno del libro, cambierebbe la stessa sostanza della presentazione, perché appunto dice che «se queste donne che pur lo san fare non mi aiutano ad acconciarla, dubito che non solamente il Signor Gasparo e il Frigio ma tutti questi altri signori aranno giusta causa di dirne male» ma d’altra parte una funzione delle donne in relazione al discorso svolto su di loro di fatto non c’è: ci sono alcuni interventi ma rimangono marginali. Il discorso sulle donne è interamente condotto da parte degli uomini. Chi dà la regola e la norma nel discorso rimane sempre la duchessa ma la duchessa non partecipa direttamente allo svolgimento del discorso, così anche Emilia Pio, che dà e toglie soprattutto alle donne un ruolo ben preciso.

Le grandi corti d’oriente. D’altra parte il Fregoso invitato dal magnifico perché sia lui di fatto a parlare, schermendosi, di fatto a sua volta si sottrae: dice che quello che aveva in mente di dire non appartiene tanto alla materia trattata, sarebbe quasi un altro argomento: avrebbe voluto parlare degli ordini cavallereschi, degli onori che vengono resi ai principi e cortigiani mediante gli ordini cavallereschi, e seconda cosa, la più interesante (e non casualmente viene modificata da un lato ed ampliata dall’altro nell’ultima redazione) riguarda altre corti: se gli fosse bastato il tempo pensava di occuparsi non solo della diversità dei costumi che si usano nelle corti dei principi cristiani ma di ampliare il suo discorso alla corte del Gran Turco e del Sofì di Persia.
• apertura extra-europea. Allora questo è indicativo innanzitutto di una apertura da parte del Castiglione ad una dimensione che ormai da tempo ha superato la dimensione specificamente cortigiana, della piccola Corte padana, perché Urbino ormai assurge, nella celebrazione ormai all’immagine metastorica, ma d’altra parte qui non ci portiamo solo ad un livello europeo che è quello proprio della terza redazione, ma viene ad essere ampliato in questa terza redazione questa parte nelle considerazioni nelle parti che riguardano queste grandi corti d’oriente: certamente una apertura dal punto di vista culturale da parte del Castiglione l’assumere una dimensione che potremmo dire più universale e d’altra parte anche una sottolineatura del tema della varietà-diversità. Avevamo visto come questo aspetto del variare, del mutare sia significativo e importante e presiede agli stessi fondamenti della scrittura del cortegiano. La varietà non è tale solo nel mutare nel tempo, ma è tale anche nel mutare degli spazi: è interessante questo richiamo, dettagliato in ciò che sarebbe stato interessante secondo il Fregoso trattare.

Il commercio. A differenza di quello che ci viene detto nel Cortegiano, qui il Fregoso non avrebbe potuto dare testimonianza in nessun modo di esperienze dirette: di che cosa si sarebbe trattato? Di riferire da parte sua quello che aveva appreso da mercatanti che lungamente sono stati in quel paese, cioè alla Persia. Anche qui questa tradizione dei mercanti, questo riferimento anche in una forma indiretta, a quella che è la loro attività: cioè al commercio che porta uno scambio, anche di informazioni e di conoscenze dal punto di vista culturale. Il commercio era stato utilizzato come similitudine, comparazione per quello che riguardava lo scambio linguistico tra le varie città di Italia: questo è un piano diverso ma è comunque interessante il riferimento.
Un discorso più conveniente da fare. Fregoso conclude di fatto dicendo che non è conveniente entrare in questi discorsi ma è molto più a nostro proposito quello che riguarda la trattazione che deve fare il magnifico.

Capitolo III: la non necessità e la non pertinenza del discorso

Si pone a questo punto un discorso attraverso una breve schermaglia in relazione alla pertinenza del discorso sulla donna, infatti sia il Pallavicino sia il Frigio non riconoscono né la necessità l’uno né la pertinenza l’altro di questo discorso.

Discorso non necessario. Il Pallavicino interviene dicendo che le stesse regole che erano già state date al cortegiano servono anche alla donna, introducendo la nota misogina che riguarda il suo personaggio e cioè «per quanto comporta la sua imbecillità» che vuol dire debolezza naturalmente, e vorrebbe che si parlasse nuovamente del cortegiano introducendo il tema del servizio personale al principe o del modo in cui si abbiano ad esercitare appunto tutti gli esercizi del corpo come il cavalcare, il maneggiare armi, lottare, eccetera.
• La duchessa blocca il Pallavicino. Interviene non a caso la Duchessa che fa presente che il servizio alla persona del principe non spetta al cortegiano: questo è un elemento innovativo: non lo dice la duchessa ma resta sottinteso, relativo ai servitori veri e propri in questo senso. D’altra parte quello che riguarda gli esercizi del corpo è introdotto nella domanda del Pallavicino nel senso di fare riferimento ad un aspetto tecnico che non riguarda questo discorso, infatti chi potrebbe svolgere questo insegnamento a suo luogo? Chi è nella corte l’esperto di questi questi esercizi, e cioè Pietro Monte. E insinua la duchessa che non si voglia parlare della donna di palazzo perché si abbia paura della rappresentazione della donna stesa.

Discorso non pertinente. Il Frigio non demorde a sua volta e introduce più specificamente il discorso relativo alla mancanza di pertinenza: questo parlare delle donne non è pertinente dato che rimangono cosa dire del cortegiano «perché non si dovria mescolar una cosa con l’altra».
• il Gonzaga blocca il Frigio. La svolta definitiva e il sancire definitivamente la pertinenza del discorso è data da una battuta di Cesare Gonzaga: una battuta presente anche nella redazione precedente del cortegiano ma non in questa collocazione; viene ripresa, ridefinita e ricollocata diventando il cardine su cui ruota il discorso: in che cosa è di fatto incardinato il discorso sulla donna di palazzo in relazione al cortegiano? Sulla concezione chiave del libro stesso, e cioè il tema della grazia: a questo punto vale la pena leggere: «Voi sète in grande errore, - rispose messer Cesare Gonzaga; - perché come corte alcuna, per grande che ella sia, non po aver ornamento o splendore in sé, né allegria senza donne, né cortegiano alcun essere ag-graziato, piacevole o ardito, né far mai opera leggiadra di cavalleria, se non mosso dalla pratica e dall'amore e piacer di donne, cosí ancora il ragionar del cortegiano è sempre imperfettissimo, se le donne, interponendovisi, non dànno lor parte di quella grazia, con la quale fanno perfetta ed adornano la cortegiania» dunque la figura della donna e il modo stesso in cui viene delineata, e portata come figura ideale ad egual perfezione rispetto a quella del cortegiano assume una dimensione fondamentale in relazione a quello che è proprio della perfezione del cortegiano stesso: se accanto al perfetto cortegiano non sta la perfetta donna di palazzo, questo cortegiano non è perfetto come si vorrebbe figurare.

Donna in funzione dell’uomo. Perché sia  un perfetto cortegiano deve essere di fatto accanto a lui la perfetta donna di palazzo sia per quello che riguarda le opere, perché si fatto grazia viene conseguita nella pratica di queste opere in relazione alle donne stesse, sia per quanto riguarda il ragionare. D’altra parte in questo senso di potrebbe dire che la figura della donna assuma una centralità che precedentemente non aveva nel discorso di corte, si può anche dire a giusto titolo che di fatto viene ad essere una funzione del cortegiano: il cortegiano vede la donna in funzione della propria perfezione. Sarà chiarito ulteriormente non a caso dalla voce di Cesare Gonzaga che cosa significa l’amore in relazione alla donna, cioè che cosa significa la donna in relazione al tema amoroso per ciò che riguarda il servizio amoroso del cortigiano nei suoi confronti per quello che riguarda anche ciò che potremmo definire un processo di civilizzazione: in altre parole il ruolo civilizzatore della donna che è visto sotto questo profilo secondo un importanza significativa, ma è evidente che il punto di vista da cui questo è guardato è il punto di vista degli uomini di corte.

La donna formata da uomini. Il discorso della donna e sulla donna è di fatto incardinato in un tema chiave ma è incardinato nell’alveo di un discorso sul perfetto cortegiano e d’altra parte è il discorso sulla donna subordinato al discorso sul cortegiano, e questo lo vediamo con grande chiarezza, se infatti sono gli uomini a svolgere il discorso sul perfetto cortegiano, e al tempo stesso ne danno anche attraverso una accorta regia dell’autore una messa in scena, non sono le donne a svolgere il discorso sulla donna di palazzo, ma le donne hanno come difensore, cavaliere e formatore della loro figura l’uomo, il cortegiano, quindi non c’è indubbiamente una parità di situazioni in questo nell’opera.

Ovviamente sul ruolo della donna nell’opera e su come viene presentata si è molto detto, si è molto scritto con interpretazioni diverse, e questo d’altra parte ha dato luogo soprattutto nel contesto degli studi in America, in relazione a quello che riguarda il genere, ad una serie di saggi e interventi con significati storico-culturali più o meno psicanalitici, su questo non ci soffermiamo, mi interessa mettere a fuoco la doppia situazione di fronte alla quale ci troviamo: da un lato, da un punto di vista storico-culturale la posizione che assume Castiglione e il modo in cui è svolta questa parte sulla donna nell’opera è indubbiamente innovativa e indubbiamente è da confrontare con quella che è la tradizione di questi discorsi nella corte: d’altro canto non può non essere tenuto presente anche ciò che costituisce il limite interno di questo discorso, e cioè tutta quella sorta di elementi di controllo entro cui è posta la donna.

E vedremo molto chiaramente nel modo in cui è delineata la donna di corte come la sua immagine sia sottoposta, qualcuno ha detto anche «ingabbiata» in un reticolo di doveri, di ciò che deve e soprattutto non deve fare. Contrariamente alla rappresentazione del perfetto cortigiano questa institutio è svolta in una  forma non molto ampia, ed è svolta senza che vi vengano dati (per quello che riguarda l’institutio, ben inteso) degli aneddoti o degli esempi che invece punteggiano largamente la rappresentazione della figura maschile del cortegiano. Invece, in relazione alla donna proprio dove ha inizio una parte significativa collegata alla disputa, come poi vedremo, viene introdotta una serie molto ampia di exempla in relazione alle donne virtuose, all’eccellenza alla grandezza e alla virtù delle donne. Non casualmente, anche se non esclusivamente, il tema di fondo riguarda l’onestà delle donne e il sacrificio delle donne, perché molti di questi esempi ruotano intorno a morti eroiche, come avremo modo di vedere in questa serie di exempla.

La struttura del III libro

• Institutio: IV – X. Allora, vediamo come è però costituito innanzitutto questo libro. Adesso abbiamo una serie di capitoli dove viene svolta dal magnifico giuliano la institutio della figura femminile: questa serie di capitolo ha una interruzione alla fine del capitolo X (ricordiamo che la divisione in capitoli è fatta dall’editore, in modo sì intelligente ma che interrompono un a materia che nel’originale è continua) alla fine del capitolo X viene riproposto dal magnifico, naturalmente sempre in un rapporto dialettico con il Pallavicino quella falsa calunnia, per usare l’espressione del magnifico, data Ottaviano Fregoso circa le donne «animali imperfettissimi».

• Disputa filosofica: XI – XX. E allora si innesta una vera e propria disputatio filosofica tra Gasparo Pallavicino e il Magnifico. Questa disputa filosofica che vede vincente (la regia dell’autore non lascia dubbi anche se Pallavicino non lo ammette) che vede vincente giuliano, ad un certo punto interrotta da una battuta provocatoria del Frigio riportata poi ad un discorso che non è più filosofico ma un discorso «storico»: un discorso relativo alla possibilità o meno di produrre esempi che mostrino la grandezza, l’eccellenza, la virtù delle donne e la loro pari dignità ( e questa tesi era già stata sostenuta da Magnifico) con gli uomini.

• Gli Exempla: l'exemplum del Magnifico: XXI – XLV. Da qui inizia un ampia parte tutta dedicata agli exempla, antichi ma anche moderni. Si apre una digressione anche in questo libro, perché questa parte dedicata agli exempla introduce una sorta di trattatello all’interno del terzo libro. La voce di colui che conduce questo discorso è appunto Giuliano: nella redazione precedente è un personaggio che qui è scomparso, cioè Camillo paleotto, quindi non c’è un unico personaggio predeterminato fin dal’inizio.

• Gli exempla: l'exemplum del Gonzaga: XLVI – LIII. Ma giuliano non conduce il discorso fino in fondo, ad un certo punto subentra un altro cavaliere: il Gonzaga, che porta una voce più caustica e che si sofferma soprattutto sugli esempi moderni. E il Gonzaga subentra nel quarantesimo capitolo. Il discorso va avanti ancora a lungo, intorno al capitolo LIII.

• L’institutio: LIV – LX. Conclude il Gonzaga e ricomincia il discorso relativo all’institutio da parte del magnifico. Questa institutio che di nuovo vede un certo numero di capitolo fino al LX, riguarda i ragionamento d’amore. Posto che come vedremo la principale professione della donna di palazzo è di saper «gentilmente intertenere» cioè intrattenere, uno degli aspetti fondamentali di questo intrattenimento nobile, cortese, gentile, è riguardante proprio i ragionamenti d’amore.

• Amore cortigiano: LXI – LXXVI. Svolta questa parte dal magnifico subentra nella parte conclusiva del libro più specificamente il tema amoroso. Tema amoroso che non è svolto entro questo terzo libro in relazione ad aspetti concernenti l’amore spirituale: la parte relativa all’amore spirituale, cioè alle teorie neoplatoniche e alla trattazione dell’amore platonico sarà svolto come sappiamo invece nella seconda metà del quarto libro. Quindi quello che qui vediamo sui temi d’amore corrisponde piuttosto ancora ad una casistica cortigiana naturalmente aggiornata secondo i dettami meno collegati a quell’ottica vetero-cortigiana, cioè tardo quattrocentesca, primo cinquecentesca, ma più aperta, più matura in termini espressivi: perché siamo giunti ad un maturo classicismo, pieno del Castiglione ma certamente un ottica diversa rispetto all’ottica dell’amore spirituale del libro successivo.

Quindi rimane tra i due libri una divaricazione sotto questo profilo per certi aspetti tra la fine del terzo e la seconda metà del quarto che viene recuperata nel discorso da parte del Castiglione ma alcuni aspetti di quelle che sono le matrici precedenti rimangono quanto meno in filigrana ancora visibili. 

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