Passa ai contenuti principali

Libro primo del Cortegiano di Castiglione - di Carlo Zacco


Prima dedicatoria ad Alfonso Ariosto

Vediamo questo primo ampio paragrafo. «Fra me stesso lungamente ho dubitato» ecco qui tra l’altro c’è la combinazione, una micro tessera, perché è l’inizio famosissimo del De Oratore ‘cogitanti mihi saepe numero’.  «messer Alfonso carissimo» rapporto affettivo privilegiato con l’interlocutore che non è un superiore ma è un pari grado, è un cortigiano della corte ferrarese. «qual di due cose piú difficil mi fusse; o il negarvi quel che con tanta instanzia piú volte m'avete richiesto, o il farlo: perché da un canto mi parea durissimo negar alcuna cosa, e massimamente laudevole, a persona ch'io amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato; dall'altro ancor pigliar impresa, la quale io non conoscessi poter condur a fine, pareami disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano» quindi qui pone con la disgiuntiva in modo dicotomico le due alternative del dubbio: o il negare ciò che con così tanta sollecitudine ciò che Alfonso Ariosto aveva richiesto, o il farlo. E poi spiega il perché delle due alternative: anche qui potremmo dire: anche qui c’è un  andamento dilemmatico ma il senso è completamente diverso rispetto a Machiavelli. Questo è proprio esemplato sul dettato ciceroniano. Sul dettato ciceroniano è esemplata anche l’articolazione del discorso nel parallelismo, vediamone soltanto uno: «a persona ch'io amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato» tra l’altro anche con questo chiasmo, parallelismo da una parte, chiasmo dall’altra.
Alla fine scioglie questa riserva: «In ultimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo quanto aiuto porger possa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso di compiacere, che nell'altre cose tanto sòle accrescere la industria degli omini» quindi per affetto per amorevolezza, per voler compiacere ad alfonso ariosto si è messo a fare una cosa di cui conosce bene le difficoltà, il cui esito non è scontato è e che può portare più biasimo che lode.

Poi l’attacco, a sua volta sull’orator: «Voi adunque mi richiedete» sull’oratore è ‘queris igitur’. Che cosa gli aveva richiesto Alfonso ariosto? Qui le parole sono pesate: «ch'io scriva qual sia, al parer mio» quindi il giudizio dell’autore, «la forma di cortegiania» ‘forma che corrisponde al latino genus loquendi, «piú conveniente a gentilomo che viva in corte de' príncipi per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole» il compito del cortigiano è servire il principe, non i tutto, perché bisogna seguire la ragione, la ragionevilezza. «acquistandone da essi grazia e dagli altri laude» il rapporto con il principe è da inferiore a superiore. Se il servizio del cortigiano è il servizio che deve essere reso, il cortigiano deve a sua volta conseguire grazia da parte del principe; c’è questo rapporto corresponsivo: la grazia del principe da un lato, e la lode degli altri cortigiani; perché il cortigiano non ha un rapporto solo col principe ma un rapporto con tutta la corte. La corte è da vedere nel suo ambito sotto il profilo di vita associata nella corte. «in somma, di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi» per quale ragione costruire questa figura è considerato tanto difficile da considerare temerario il nostro autore? Perché il nostro autore è ben consapevole della difficoltà di individuare una figura di questo genere quando vi è una estrema verità di costumi. Il fatto che si riferisca al costume fa ben chiaro riferimento a quello che è l’ambito operativo del Castiglione e del nostro trattato: al contrario di quello ciceroniano non si tratta di stabilire una rapporto che là era stabilito tra retorica ed eloquenza da un lato e possibilità di investigazione filosofica dall’altro; ma si tratta di definire il perfetto cortigiano in relazione ai costumi delle corti della cristianità. Come c’è molto forte il senso del tempo, con il variare del tempo, così il Castiglione ha molto forte il senso del variare degli usi e dei costumi. La varietà porta cambiamento, il fissare la figura del perfetto cortigiano significa individuare al massimo grado nella persistenza i valori più altri, da cui una diffrazione, un rischio, e un paradosso: perché la variazione non si ferma, nel momento in cui l’opera viene messa sulla pagina, i costumi continuano la loro variazione e potremmo anche dire, visto il modo della rappresentazione e della corruzione della corte di Urbino di quel tempo è evidente che l’opera stessa si fonda su un paradosso che è ben presente all’autore, non è fuori dall’ottica dell’autore, è su questo che viene ad essere costruita. «come difficil cosa sia, tra tante varietà di costumi che s'usano nelle corti di Cristianità, eleggere la piú perfetta forma e quasi il fior di questa cortegiania, perché la consuetudine» l’uso, la moda, continua a cambiare «la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere» da cui una relatività che non si può governare «onde talor procede che i costumi, gli abiti, i riti e i modi, che un tempo son stati in pregio, divengono vili, e per contrario i vili divengon pregiati» un rapporto di contrapposizione e di rovesciamento tra ciò che è in pregio e ciò che è vile e viceversa. E d’altra parte ciò che è l’uso più che la ragione ha la forza di introdurre cose nuove e cancellare le antiche. E duqnue qui si tratta di giudicare ciò che per l’appunto continua a cambiare. «delle quali chi cerca giudicar la perfezione, spesso s'inganna» l’opera dunque  insidiata dal rischio. E qui ritorna alla excusatio in cui coopta il proprio interlocutore privilegiato, «Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficultà nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un poco di escusazione31 e render testimonio che questo errore, se pur si po dir errore, a me è commune con voi» concludendo dunque che se c’è biasimo questo è diviso con chi glielo ha chiesto: non è minor colpa del Castiglione l’aver accettato questo in carico che l’altro per l’appunto gli ha proposto un incarico superiore alle sue forze.

Dopo questa introduzione ed excusatio viene a spiegare che cosa farà e come svolgerà la materia. «Vegniamo adunque ormai a dar principio a quello che è nostro presuposto e, se possibil è» c’è sempre questa indicazione che ci viene data della consapevolezza della difficotà e del fatto che sia sempre relativo come compito «formiamo un cortegian tale, che quel principe che sarà degno d'esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore» anche questa è una cosa importante: la dignità del principe non dipende dalla grandezza dello stato, e d’altra parte il nostro perfetto cortigiano non può che essere un cortigiano che serve un principe degni di questo nome. Questa ulteriore connotazione ci riporta a quello che è proprio dell’origine del trattato: ovviamente Guidubaldo da Montefeltro, il Principe della corte di Urbino, è principe sì di una corte significativa nel contesto delle corti italiane del primo cinquecento, ma certo lo stato della corte di Urbino non rendeva la corte di Urbino una grande corte sotto il profilo della estensione.
E poi c’è la spiegazione della modalità che è esemplata su Cicerone: «Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regula di precetti distinti» cioè non c’è una trattazione che viene fatt ainmodo sistematico «che 'l piú delle volte nell'insegnare qualsivoglia cosa usar si sòle» contrariamente alle forme del trattato svlte in forma precettistica. «ma alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra omini singularissimi a tale proposito» quindi l’eccellenza di coloro che svolsero questi dialoghi. «e benché io non v'intervenissi presenzialmente» quindi viene dichiarata subito, in limine al’opera, l’assenza dell’autore «per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fidelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia omini degni di somma laude ed al cui giudicio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede» prima di leggere l’ultima frase fermiamoci un momento.  Una serie di elementi significativi: il riferimento a un modello che muove dai modelli antichi, Cicerone; non vuole seguire una trattazione di carattere sistematico e precettistico ma vuole avvalersi della grata memoria di quanto avvenuto tempo prima alla corte di Urbino. Al contrario di cicerone il nostro autore non era presente sotto un profilo di temporaneità: cioè Cicerone non poteva appartenere al mondo degli oratori della passata generazione, non poteva per ragioni di età; il Castiglione invece partecipa del mondo della corte, di Urbino, dove furono svolti questi ragionamenti, in quel momento non era presente perché si trovava in Inghilterra. Questa indicazione, che corrisponde effettivamente al tempo in cui il Castiglione si trovava in Inghilterra:  i dialoghi si svolgono in quattro sere, come ci dice Castiglione, nel Marzo el 1507. Nel marzo 1507 Castiglione si trovava in Inghilterra per un incarico diplomatico di carattere onorifico: in relazione ad una onorificenza che era stata attribuita a Guidubaldo dal re di Inghilterra Arrigo VII: quindi il Castiglione non soltanto ricorda se stesso qui, ma ricorda se stesso in relazione ad un incarico che gli aveva dato il suo signore che dà onore anche al Castiglione stesso oltre che al signore e a tutta la corte. Assente temporaneamente ma di fatto partecipe in pieno della corte di Urbino che rappresenta. Essendo assente il Castiglione deve, nella finzione, recuperare i dialoghi dal racconto che gli è stato fatto. Quindi c’è un testimone partecipante a questi dialoghi che poco tempo dopo il suo ritorno gliene aveva parlato, allora il Castiglione dice che «persona che fedelmente glieli aveva narrati». A sua volta si deve sforzare, per quanto la memoria comporterà, ricordarli. E questi non sono elementi casuali: perché quella che è la memoria del Castiglione è una memoria di secondo grado: chi glieli ha narrati lo ha fatto fedelmente ma a sua volta secondo il ricordo che ne aveva in mente; a sua volta il Castiglione si sforza di ricordare quello che gli è stato detto e raccontarlo. In questo spazio ci viene fatto intendere, si pone la riscrittura dell’autore. La responsabilità della sua opera è dell’autore stesso; la responsabilità di quello che era stato detto viene lasciato a coloro che avevano parlato nei dialoghi. In questo modo gioca in relazione alla propria assenza: non partecipa direttamente, quindi è più libero nella sua funzione autoriale, ovviamente funzione e finzione nei confronti del lettore: non è lui che prende parola direttamente ma sono i suoi personaggi che parlano, apparentemente l’autore li fa parlare come essi effettivamente avevano parlato, però di fatto la fissazione sulla pagina è dell’autore, così come dell’autore è la messa in scena dei dialoghi. L’autore mantiene in pieno la propria responsabilità dell’opera intera ed è il regista della messa in scena. È stato giustamente detto che in questi dialoghi è la corte che parla, è la corte che parla perché il Castiglione la fa parlare, quindi in questo senso c’è una rappresentazione della corte che al tempo stesso è una rappresentazione di carattere memorialistico, una rappresentazione che è al tempo stesso una celebrazione della corte, e una idealizzazione mediante la scrittura. Quindi un operazione di fatto piuttosto complessa e che ha come esito una scrittura studiata e che al tempo stesso secondo gli ideali del Castiglione vuole nascondere l’artificio e presentarsi nella forma più naturale possibile anche nella rappresentazione dei cuoi dialoghi. Subito dopo ci spiega che bisogna mettere in evidenza come fu la causa di questi ragionamenti e la introduzione della cornice: «Né fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragionamenti» e questo comporta l’introduzione della cornice narrativa.
 
La cornice: paragrafi II - XII

Un precedente negli Asolani. Una cornice che nella parte iniziale dell’opera è estremamente ampia, molto più ampia di quella ciceroniana e di altre su di esso esemplate e che può aver avuto uno spunto semmai in un'altra opera, cioè gli Asolani di Bembo, stampati nel 1505 per la prima volta. Che cosa c’è in comune con gli Asolani? Alcuni aspetti della presentazione del luogo, il fatto che ci sia la corte; il fatto che i personaggi cono personaggi in una corte; il fatto che si tratti di argomenti di corte. Poi però ci allontaniamo in modo notevole: l’unico che rimante forse è solo l’ampiezza.
Viene molto sfruttata dal Castiglione nelle sue potenzialità narrative: ricorderete che negli Asolani abbiamo una cornice di gusto decameroniano, c’è la centralità del giardino, qui invece il dialogo è in interni, nel palazzo, ricorderete anche che ci sono nomi fittizi negli Asolani non della regina ma dei personaggi. Qui invece siamo in ambito storicamente individuato con personaggi storici, come era nella cornice decameroniana per altro.

Il territorio di Urbino. Allora, come ci viene presentata questa cornice? È una cornice piuttosto elaborata. Innanzitutto ci viene presentato il luogo, Urbino. Abbiamo una sorta di visione per momenti successivi. In primo luogo il luogo stesso da un punto di vista generale, Urbino, che cosa si dice di Urbino? Si dice quello che riguarda la bellezza e l’amenità del luogo, la fertilità della terra, la salubrità dell’aria.

Gli ottimi Signori. Si passa subito a celebrare la maggior felicità del luogo stesso che dipende dall’aver avuto ottimi signori, qui si introduce una dimensione che riguarda il tempo: nelle coordinate spazio-temporali abbiano, primo: il luogo in generale; poi il tempo in una duplice prospettiva: il passato e il tempo in generale dei dialoghi. Nella prospettiva del tempo per quello che riguarda il passato innanzitutto, per la celebrazione degli ottimi signori, c’è la celebrazione di colui che nel mondo umanistico-rinascimentale era considerato per eccellenza uno dei grandi principi, e cioè Federico da Montefeltro, qui delineato nei tratti propri umanistici del principe ideale. Federico da Montefeltro morto nel 1482. Allora: rassegna di virtù del principe ideale: prudenza, umanità, giustizia liberalità.
• Le Armi. E d’altra parte principe grande e prudente d’animo, ma grande e prudente dal punto di vista militare: grande condottiero; animo invitto grande nella disciplina militare. Allora, un principe paragonabile ai grandi modelli antichi, quindi come una sorta di riproposizione nell’attuale dei grandi modelli antichi.
• Le lettere. Secondo la prospettiva del principe ideale del mondo rinascimentale accanto alle armi ci stanno le lettere. Grande conoscitore il nostro Federico da Montefeltro, uomo colto.

Il Palazzo di Urbino. D’altra parte che cosa si deve a Federico da Montefeltro? E qui abbiamo un ulteriore avvicinamento per quello che riguarda il luogo: lo splendido palazzo di Urbino, che si potrebbe definire una città in forma di palazzo. Splendido palazzo costruito dal Laurana, le lodi sono più che giustificate se qualcuno conosce il palazzo di Urbino che è veramente una cosa straordinaria; il palazzo di urbino viene celebrato per la sua bellezza architettonica, per la sua funzionalità e per i tesori che racchiude. Bellezza per ciò che riguarda gli ornamenti, ma bellezza anche per gli aspetti dell’arte.
• il mecenatismo. Un altro degli aspetti importanti di Federico fu il suo mecenatismo che qui viene appunto celebrato: si tratta di una celebrazione che riguarda le arti ma riguarda anche le lettere: una cosa importante che ne conclude il ritratto è in relazione ai libri: «Appresso con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d'oro e d'argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenzia del suo magno palazzo». Abbiamo una costruzione continuata a climax ascendente che conclude così il ritratto di Federico da Montefeltro. Teniamo presente che questi bellissimi codici sono pressochè quasi tutti attualmente conservati presso la biblioteca vaticana. Sono i preziosi codici Urbinati.

Guidubaldo da Montefeltro. Questo elogio di Federico lascia subito dopo il passo all’elogio del figlio Guidubaldo che era quello cui si doveva venire in questo processo di avvicinamento, abbiamo visto da un un punto di vista geografico Urbino nell’insieme e poi il palazzo di Urbino; poi da un punto di vista cronologico il padre, e poi il protagonista del tempo in cui sono ambientati i dialoghi. Il ritratto di Guidibaldo in una certa misura corrisponde a quello del padre nella delineazione del principe ideale però si contrappone a quello del padre perché tanto ebbe successo e fortuna il padre Federico da Montefeltro, tanto fu soggetto ad insuccessi e colpi della sfortuna il nostro Guidubaldo.
• colpito dalla sfortuna. Il nostro Guidubaldo è di nuovo rappresentativo nel tema che avevamo visto nella dedicatoria al De Silva, dell’intervento negativo della fortuna, contro la virtù: la fortuna si accanisce contro Guidubaldo e contro la sua virtù. Si accanisce da un punto di vista fisico, poiché Guidubaldo è gravemente malato tanto da essere impossibilitato a muoversi, ormai anche quando era di fatto poco più che un ragazzo colpito dalla gotta, e Guidubaldo è molto sfortunato nelle proprie azioni, anche quelle dotate di maggiore virtù. Ciononostante, stoicamente (questa è la rappresentazione di una figura di fermezza stoica) resiste ai colpi della sfortuna e si mette in luce con le proprie virtù militari e di animo e ingegno.

Circondato da uomini eccellenti. Uno dei meriti grandi di Guidubaldo è l’essersi circondato da uomini nobili ed eccellenti: il principe grande ed eccellente nella sua corte ha un concorso di nobilissimi ingegni. Ci viene delineato in quello che l’editore ha messo come capitolo III quanto accade nella corte di Guidubaldo: non entra in particolari, ma sono indicati alcuni aspetti che riguardano quello che potremmo definire il il tempo del negotium, cioè le attività, e dell’otium durante il giorno.
Durante il giorno. Allora, il principe esercita il proprio ruolo e la propria presenza durante il giorno perché durante la sera a causa delle sue condizioni di salute è costretto a ritirarsi presto nelle proprie stanze. Durante il giorno egli dà regola e norma, quello che non può più fare negli esercizi di cavalleria, lo può fare esercitando il proprio giudizio e la propria funzione attraverso le parole e la propria presenza in relazione all’agire degli altri. Questo si traduce in una serie di enunciazioni relative ad esercizi cavallereschi. Su cui non entro nel merito e sono aspetti che facilmente si deducono dalla lettura. Questo riguarda le ore del giorno che sono suddivise in occupazioni e in divertimenti (convenienti, onesti e piacevoli).

La sera. Quando Guidubaldo però a causa della malattia e della stanchezza la sera si ritira nella propria stanza allora di fatto la corte si riunisce nelle stanze della duchessa. È la duchessa che presiede al tempo dell’otium per eccellenza: quello del desinare, dopo cena, e quello in cui si sono i veri e propri intrattenimenti cortigiani. Questa è la consuetudine nella corte di Urbino. Consuetudine che per quello che riguarda la duchessa ha uno spazio nella rappresentazione della cornice che ci dà l’autore piuttosto ampio. Si concentra sulla figura della duchessa, come il principe è nei confronti dei cavalieri durante il giorno, così la duchessa è per tutta la corte durante la sera: la duchessa rappresenta la norma e la figura regolatrice dei divertimenti serali. Il modello, al massimo grado gerarchico naturalmente, di comportamento, colei cui si ispirano tutti quelli che sono nella corte. Quindi, onestà e convenienza, dignità e maestà di comportamento, e al tempo stesso anche piacevolezza: tutti sono tra loro legati da un' onesta catena di affabilità reciproca e il mondo di Urbino in questi divertimenti serali rappresenta un mondo di concordia e di amore cordiale. Sempre nella massima onestà: c’è una libertà dei rapporti, perché ci sono uomini e donne, senza alcuna licenza: e non è necessario che ci siano stabiliti dei freni, perché basta la presenza della stessa duchessa per essere per tutti regola e norma: nessuno mai si periterebbe ad un comportamento disonesto in relazione a quello che è proprio di questa situazione di cui è regina a pieno titolo la duchessa.
• La condizione della Duchessa. Non soltanto la duchessa ha queste connotazioni esemplari che diventano modello e regola per tutta la corte, ma a sua volta ha prudenza e fortezza d’animo che sono significative importanti, rare virtù. Massimo esempio di ciò che in una donna può essere di virtù e di animo. Si chiarirà meglio, e questo emergerà con chiarezza nel nostro terzo libro, la condizione peculiare in cui si trova la duchessa: sposata a Guidubaldo malato è come se fosse vedova ancor con il marito in vita. Una sorta di vedova bianca, perché ovviamente date le condizioni di Guidubaldo non è possibile che ci sia la vita di relazione comune tra marito e moglie. La duchessa a sua volta ha sempre a sua volta voluto condividere pienamente la condizione del marito. Anche nel tempo in cui le condizioni stesse del marito e dello stato avrebbero reso possibile un suo allontanamento. Quindi la fedeltà è uno degli elementi di fondo che connotano la duchessa e la virtù oltre che prudenza e grandezza d’animo.

I divertimenti di corte. Dopo aver introdotto questo allora viene a spiegarci nella cornice quali erano i divertimenti di corte , e qui abbiano una sorta di spaccato di quello che poteva essere fatto nelle corti: giochi, danze, ragionamenti, questioni amorose, anche una sorta di giochi a indovinelli, allegorie ed altro. E ci vengono presentati i personaggi: a questo punto abbiamo l’idea di un ampiezza di presenze piuttosto notevole. Ci sono i cortigiani residenti e quelli che spesso sono attirati li dalla corte e frequentano molto spesso la corte di Urbino. Rispetto ad altri trattati in forma di dialogo qui i personaggi si moltiplicano. Si potrebbe vedere in questo, e in parte anche è stato visto, un altro modello, oltre che la volontà di dare un idea di ciò che significa la corte, ci spiò essere anche un rimando specifico al mondo effettivo delle corti, però se vogliamo vederne un altro modello la presenza di un numero rilevante di personaggi che parlano è il modello del trattato in forma conviviale: ricordiamo che il modello di carattere conviviale, che presenta un notevole numero di personaggi ed anche introduce la possibilità di una notevole varietà di argomenti.

I personaggi

Qui ci sono presentati i personaggi. I personaggi che ci sono presentati sono in una certa misura messi in ordine di entrata, cioè noi abbiamo in primo luogo i personaggi principali, quelli che saranno di fatto i portavoce dell’autore in diverse parti dell’opera. Tra questi nobilissimi ingegni celeberrimi sono: (io qui mi limito ad enunciarne i nomi, poi le connotazioni dei personaggi e le loro caratteristiche le ricavate nelle notazioni):

I personaggi principali:
• il signor Ottaviano Fregoso: a lui spetterà nel quarto libro una delle trattazioni capitali: il rapporto tra il principe e il Cortegiano. Gli spetterà perché il Fregoso fu tra l’altro, non nel tempo fittizio dei dialoghi ma in anni successivi, doge di Genova, e avrà di fatto una posizione molto importante.

• Il fratello: messer Federico, a sua volta un personaggio significativo ed importante, che divenne prima arcivescovo poi cardinale; Federico Fregoso è di fatto il personaggio che introduce il gioco del perfetto cortigiano, e è quello a cui è affidata la trattazione principale del secondo libro.

• Il magnifico Giuliano de' Medici (nostra vecchia conoscenza!) è colui al quale in prima battuta viene affidato (non è l’unico interlocutore né l’unico che svolge questa trattazione) nel terso libro il compito della formazione della perfetta dama di palazzo: il difensore delle donne per eccellenza.

•  Messer Pietro Bembo: non ha bisogno di presentazioni, Bembo, personaggio pure principale del quarto libro a sua volta, condivide con Ottaviano Fregoso la funzione principale nel quarto libro, nella seconda metà del quarto libro è il Bembo che tratta il tema dell’amore spirituale. Il Bembo non interviene nella discussione sulla lingua: nel secondo libro c’è un ampia digressione sulla lingua ma li il Bembo non ne ha parte.
• Messer Cesare Gonzaga: uno dei personaggi più spiritosi e brillanti. È personaggio molto caro al Castiglione, era suo cugino, il Gonzaga è il secondo campione delle donne nel terzo libro.
• Il conte Ludovico da Canossa, è un personaggio dalla carriera ecclesiastica e gli è affidata la trattazione principale del primo libro dell’opera.
Gasparo Pallavicino: questo è un personaggio particolare, uno dei più giovani tra i personaggi di corte qui presenti ed è quello che per eccellenza ha il ruolo di contraddire, è potremmo dire il bastian contrario di questi dialoghi, ed è anche quello che ha la funzione di misogino: lo troveremo spesso nel terzo libro perché è colui che di fatto sostiene una tesi già di fatto sostenuta nel secondo libro, secondo la quale le donne sono non animali (esseri animati) perfetti ma piuttosto imperfetti. Il nostro Pallavicino introduce nel dialogo la voce dell’aristotelico, non dello sciocco aristotelico, ma dell’aristotelico comunque, e anche su questo lo vedremo.
Ce ne sono anche degli altri che mi limito a citare:
Morello da Ortona: il più anziano e che diventa quasi una macchietta in questo suo essere anziano;
• al contrario messer Roberto da Bari è il più giovane in assoluto e poi ce ne sono degli altri. Queste sono le punte indicate perché la corte aveva molti altri nobilissimi cavalieri. C’è poi la schiera di quelli che non erano sempre presenti perché non erano residenti alla corte: ci sono i cortigiani che sono al servizio del signore e che possono essere o direttamente stipendiati dal signore o che per rapporti di carattere feudale appartengono alla corte; poi ci sono personaggi nobili che sono attratti dallo splendore della corte e molto spesso partecipano a quello che sono le attività della corte: tra queste ultime cito Bernardo Bibbiena. Con il Gonzaga è uno dei personaggi più brillanti e arguti e per questa ragione al Bibbiena viene affidato nel secondo libro il compito di trattare delle facezie: il Bibbiena lo abbiamo ricordato in quanto autore della fortunatissima commedia «la calandria» ce fu rappresentata ad Urbino nel 1513 per l’allestimento curato dallo stesso Castiglione. Tra questi ultimi personaggi non residenti ricordo l’ultimo citato: Nicolò Frisio, il Frigia, che avevo citato ieri; di origine tedesca, l’altro nemico delle donne ma molto meno elaborato nel discorso e fine rispetto al Pallavicino e quello per il quale Castiglione aveva scritto in origine quella lettera al Frisia che è il nucleo originario, la matrice del trattatello sulle donne. Adesso nell’ultima redazione, le parole più vivaci, più pittoresche del frigio sono tagliate ma qualcuna ne rimane.

Questa schiera di personaggi è conclusa per l’appunto da un indicazione di carattere generale che dice che sempre «sempre poeti, musici e d'ogni sorte omini piacevoli e li più eccellenti in ogni facultà che in Italia si trovassino, vi concorrevano» alla corte di Urbino. Abbiamo così definito il luogo in generale e il tempo in generale: la corte al tempo di Guidubaldo.

Ulteriore restringimento: l’occasione

Abbiamo anche circoscritto il luogo: abbiamo visto Urbino, il palazzo, le stanze della duchessa: ora ci viene circoscritto il tempo: queste occupazioni che si svolgevano, occupazioni piacevoli che si svolgevano sempre ebbero un esito particolarmente significativo e superiore addirittura al consueto in quattro sere consecutive nel Marzo 1507: viene introdotta l’occasione: come vedete è una cornice molto elaborata, molto ampia, costruita con una serie di cerchi concentrici possiamo dire, e siamo arrivati adesso al centro dei nostri cerchi.
Allora, le circostanze quali sono? Innanzitutto viene ricordato un dato sotto il profilo storico e politico: dell’anno precedente il Papa Giulio II aveva dato luogo alla spedizione di riconquista di Bologna. Aveva concluso la propria conquista nel corso del 1506 e all’inizio del 1507 si era trovato, ormai conclusa la spedizione, a ritornare indietro e a ritornare alla propria corte a Roma, ed era passato con la propria corte da Urbino. Addirittura si erano trovati nella corte il Papa i cardinali e tutto il seguito del papa e questi personaggi erano stati soddisfatti della corte di Urbino. Quando il papa e la sua corte erano ritornati, una parte di personaggi erano rimasti, attirati dalla bellezza della corte di Urbino, ed erano rimasti li per molti giorni. E oltre ai divertimenti ordinari i cortigiani della corte di Urbino avevano voluto onorare gli ospiti eccellenti con giochi e divertimenti superiori al consueto e al tempo stesso avevano voluto dare un ulteriore prova della propria eccellenza. In questo contesto si inserisce il gioco per perfetto Cortegiano.

In cerchio. Ci viene appunto detto che il giorno dopo alla partita del papa, riunitisi ogni sera si trovano i cortigiani e come ogni sera la Duchessa ha fatto sedere in un cerchio tutti i cortigiani presentei: sedere in cerchio, motivo già decameroniano ricordiamo e ripreso anche negli Asolani. Questo indica che tra i cortigiani c’è una parità di condizioni. D’altra parte c’è un'altra cosa che viene specificata: vengono messi alternati uomini e donne finché il numero delle donne era sufficiente ( ma c’erano più uomini che donne, ed anche questo viene specificato).

Il ruolo di Emilia Pio. Come ogni sera la duchessa deve dare l’inizio e lascia il carico come ogni sera ad Emilia Pio. Allora, dopo la duchessa, la donna che ha  il ruolo più significativo nella corte per quello che riguarda questi intrattenimenti serali è appunto Emilia Pio, citata in precedenza tra le presenze presso la duchessa, e la Pio (a sua volta rimasta vedova di uno dei Montefeltro) aveva l’incarico di proporre per prima il gioco. Allora Emilia Pio dopo aver rifiutato l’impresa di proporre il gioco, dato che  la duchessa vuole che sia lei a proporlo, ha l’idea di proporre come gioco: il proporre un gioco che non sia mai stato fatto prima.

Un gioco continuo di raddoppi. Aveva già accennato ieri che c’è qui in gioco di raddoppiamenti, una virtualità che viene messa in atto specularmente per cui di fatto in questo senso si viene a creare un immagine che virtualmente ci rappresenta la corte e il suo doppio: con il gioco che consiste nel proporre un gioco, cioè questa ottica di raddoppiamento che è un' ottica interna importante e significativa, propria della messa in scena della corte.

La schermaglia. In questo senso allora, Emilia Pio passa la parola a quello che aveva prossimo, e qui c’è una schermaglia: inizia come se fosse una gustosa schermagli di corte; il modello potrebbe davvero essere quello degli Asolani, infatti il Pallavicino cui toccherebbe parlare naturalmente subito si lamenta perché la proposta reale toccherebbe farla ad Emilia. Allora interviene la duchessa ridendo e dice che si deve ubbidire ad Emilia Pio che viene nominata Luogotente della duchessa: quindi sarà Emilia Pio a svolgere per conto della Duchessa 8quindi anche qui abbiamo due figure: la duchessa che è gerarchicamente più altra che incarica ad Emilia pio di controllare lo svolgimento) quindi Gasparo è costretto a parlare e a proporre il gioco dicendo che appunto le donne sempre si sottraggono e lasciano la fatica sempre agli uomini. Allora Gasparo propone un primo gioco.

Allora, i giochi che come dicevano erano nella prima redazione ancora più ampi, nella seconda erano ancora 14, qui si dimezzano di numero e sono ridotti. I giochi ruotano quasi tutti intorno a tematiche amorose varie, brevemente:
 
1) per Pallavicino si tratterebbe del gioco che ciascun dicesse di che virtù soprattutto volesse fosse ornata la donna amata e quale vizio avesse che fosse meno da biasimare. Teniamo presente che finché non interviene Emilia Pio a dire che il gioco va bene, tutti devono proporre un gioco. Essendo accanto al Pallavicino dall’altra parte un'altra donna, che è Costanza Fregosa, dovrebbe parlare Costanza, ma dato che è stato sottratto questo compito ad Emilia pio, viene sottratto a tutte le altre donne: solo gli uomini hanno il compito di proporre il gioco. Allora dopo il Pallavicino, non parlando la donna che è di fianco, la parola passa a Cesare Gonzaga. Troviamo qui introdotto un altro motivo: il paradosso.

2) Cesare Gonzaga che è personaggio molto brillante e arguto ha in mente il tema della pazzia. E qui noi ci troviamo specularmente al tema della perfezione di cortigiania: il paradosso della perfezione della pubblica pazzia. Dato che ciascuno ha in sé un seme di pazzia, che sollecitata viene a manifestarsi pubblicamente, così facendo riferimento a questo spunto, il gioco che propone il Gonzaga è questo: «vorrei che questa sera il gioco nostro fusse il disputar questa materia e che ciascun dicesse: avendo io ad impazzir publicamente, di che sorte di pazzia si crede ch'io impazzissi e sopra che cosa» eccetera. (cap IX) E questo naturalmente suscita vivacemente i cortigiani, tutti ridono di questo gioco e non c’era nessuno che si trattenesse dal proclamare di quale genere di pazzia sarebbe egli stessi impazzito, c’era chi diceva che impazzirebbe nel pensare, chi nel guardare, chi diceva io sono impazzito in amare eccetera.

3) Interviene a questo punto il personaggio che ha la funzione del buffone: Fra Serafino. Ora, la parte del buffone era molto più ampia precedentemente ed è ora molto ridotta, e come vi ricordavo qui c’è una riconsiderazione più rigorosa della funzione dei personaggi e viene immediatamente tacitato da Emilia, perché che cosa vorrebbe fare? Vuole introdurre delle ciance relative al parere che ciascuno può avere del fatto che quasi tutte le donne hanno in odio i topi e amano i serpenti, e solo lui ritiene di averne la soluzione. Interviene Emilia Pio in maniera piuttosto secca poiché ci viene detto «ma la signora Emilia gli impose silenzio». Allora la parola passa ad un poeta di corte presente: bernardo accolti detto l’unico aretino.

4) Qui si inserisce una sorta di siparietto: questo Accolti mostrava di essere segretamente innamorate della Duchessa, la quale naturalmente non corrispondeva, e allora, l’accolti metteva in campo il tema della sofferenza in amore proprio e della crudeltà in amore, nei confronti di cortigiani che l’amavano da parte della duchessa. Quindi introduce una questione di carattere più personale e propone «che ognun dica ciò che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte». A questo punto il siparietto conclude poiché questa cosa la poteva sapere solo lui, e nell’invito di fatto a dire un sonetto che egli finge di improvvisare. Un sonetto apprezzato dalla corte ma che per la sua eccellenza non è creduto improvvisato come l’Unico voleva fingere che fosse. Dunque, il motivo anche della poesia recitata nella corte che ci ridà effettivamente uno dei costumi della corte.

5) Intervengono ancora con una questione amorosa, sia Ottaviano Fregoso sia il Bembo. Ottaviano Fregoso vuole che si dica, avendo ad essere sdegnata seco con se quella persona che egli ama, quale causa vorrebbe che la inducesse a tale sdegno.

6) Bembo si inserisce sulle parole del Fregoso e a sua volta vuole che si dica da chi vorrebbe che nascesse la causa: una casistica amorosa.

7) L’ultimo che parla è appunto Federico Fregoso che sposta il discorso in un'altra direzione e propone un gioco del tutto diverso un gioco che riguarda la lode stessa della corte: «chi volesse laudar la corte nostra, lasciando ancor i meriti della signora Duchessa» ben potrebbe, e parafraso, senza essere sospettato di adulazione dire che in nessun’altra corte di Italia si possano trovare dei cortigiani così eccellenti. Eccellenti oltre quella che è la principale professione del cortigiano che è la cavalleria: perché in primo luogo il cortigiano come sua professione doveva essere uom d’arme, vale a dire cavaliere. «se in loco alcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortegiani e che sappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegiania s'appartiene, ragionevolmente si ha da creder che qui siano» dunque questo gioco della perfezione della cortigiani a pieno titolo si introduce in questa corte che è rappresentata come la più eccellente possibile fra tutte le corti di Italia. E questo vale a rintuzzare chi non è cortigiano e vuole acquistarne il nome pur non avendone le competenze e le capacità. Allora gioco proposto qual è? «Vorrei che si formasse con parole un perfetto cortigiano». Formar con parole, che riprende in micro traduzione oratione fingere, quindi formare con il discorso il perfetto cortigiano. Il fatto che ci si avvalga di questa espressione non è secondario: l’ambito in cui qui ci si pone è il formar con parole, l’ambito dunque di carattere retorico: discorso. Così come il modello, che è il De Oratore, si pone in un ambito retorico e argomentativo nel’ambito di un più ampio rispondere.

I motivi della scelta. Il gioco è considerato tra i migliori proposti da Emilia Pio con naturalmente l’approvazione di tutti i circostanti. Abbiamo notato l’impostazione diversa fatta data al gioco fin dall’inizio da parte del Fregoso. Mentre le altre questioni proposte erano amorose, qui ci si rivolge all’ambiente stesso della corte. Il formare con parole il perfetto cortegiano pone un particolare rapporto tra reale e ideale. Perché il Fregoso aveva introdotto le sue considerazioni con una grande lode della corte di Urbino. In questo senso il gioco pone un rapporto nell’enunciazione che è stata fatta tra il formare con parole la figura ideale del perfetto cortegiano e quello che è di fatto nella rappresentazione che ci viene data dallo stesso autore del Fregoso della corte di Urbino. D’altra parte abbiamo visto come la formazione della figura del perfetto cortigiano era giustificata anche in relazione a la volontà di controbattere chi pretendeva di giudicare se stesso un buon cortigiano e invece non ne aveva in nessun modo la capacità e le competenze.

Le regole del gioco. Il gioco viene proposto anche con delle modalità: viene proposto che si scelga uno dei cortigiani presenti che formi il perfetto cortigiano e tutti gli altri in quelle cose che non pareranno convenienti possono contraddirlo.
• La contraddizione. In questa contraddizione si introduce, ma è una per così dire un richiamo analogico (perché non è un discorso filosofico che qui viene fatto) «come nelle scole de' filosofi a chi tien conclusioni» introduce in questo senso un procedimento dialettico che qui però è in funzione della conversazione. In alcuni punti vedremo la discussione verte su temi di carattere più propriamente filosofico e allora c’è un dibattito che introduce anche elementi di disputatio in questo senso.
Il contraddire d’altra parte ha anche la funzione di rendere il gioco più vivace, perché altrimenti riuscirebbe freddo. Interviene Emilia, dicendo «piace, sarà il nostro gioco per ora». Il richiamo della Duchessa non è da sottovalutare: è la Duchessa che investe Emilia Pio del compito di essere la luogotenente; ma il potere delle serate è sempre nelle mani della duchessa, che ha si investito Emilia pio come luogotenente, ma è sempre la Duchessa cui si fa capo per l’autorità che la duchessa rappresenta. Emilia Pio si rivolge alla duchessa perché sia lei a scegliere chi debba condurre questa trattazione sul perfetto cortegiano. Vorrebbe sottrarsi Emilia Pio alla scelta per non fare torto a nessuno. Ma la duchessa la richiama ai suoi doveri e dunque sarà lei a decidere.

Il “Paradosso”. Un altro aspetto è il paradosso: il carattere del gioco apre il campo da un lato del divertimento (gli aspetti ludici legati al gioco) e dall’altra la possibilità e virtualità nel discorso. In questo si inserisce anche quello che è proprio del paradosso. Noi ci dovremmo aspettare da parte di Emilia la scelta del cortegiano migliore in assoluto che possa trattare del perfetto cortigiano. E invece la scelta di Emilia Pio è proprio giustificata al contrario: sceglie il conte Ludovico da Canossa dicendo per l’appunto che scegliendo lui ci sarà uno spazio alla contraddizione senza la quale il gioco diverrebbe freddo. Se si scegliesse un altro che potesse dire la verità sul perfetto cortegiano non lo si potrebbe contraddire. Quindi colui che ha scelto è scelto apposta perché venga contraddetto: è un motivo di carattere paradossale, e di carattere ludico che dà luogo d’altra parte a scherzi, poiché il Canossa dice per esempio che essendo Emilia Pio una che sempre contraddice non c’è pericolo che la contraddizione possa venire meno.

Ma c’è anche l’introduzione di una chiave di lettura che per quanto possa essere interpretata anche nell’ottica della sprezzatura, che più oltre sarà enunciata dallo stesso Canossa, cioè da parte dell’autore l’introdurre un argomento serio e significativo, come se fosse il più bel gioco del mondo, la scelta sul Canossa che è identificato da Emilia Pio come personaggio meno adeguato a svolgere questo compito, è indicativa proprio perché il Canossa può dire di se che per l’appunto quello che per burla ha detto Emilia Pio è in realtà verissimo, nel senso che c’è differenza tra quello che egli sa, e quello che sa operare: e cioè potrà dire qual è il miglior cortigiano, ma non come diventa tale. Quindi viene sottratto lo spazio a quello che è un vero e proprio insegnamento: non sarà infatti un libro di precettistica, anche se qualche indicazione di tipo precettistico pur sarà data, ma una trattazione relativa alla figurazione del perfetto cortigiano, cui saranno date delle regole universalissime.

E d’altra parte il nostro Canossa spiegherà che è ben difficile identificare la vera perfezione: bisogna investigare in modo ragionevole cercando la perfezione nascosta: ci sono molti che pensano di parlare di una virtù in realtà utilizzando il vizio propinquo, vicino a questa virtù. È difficile trovare la verità, investigare. Non è un investigazione quella che verrà qui fatta, ma l’espressione del giudizio di chi parla: infatti il Canossa dice che non vanterà di avere questa cognizione di questa cosa così occulta e difficile che è la vera perfezione ma non potrà altro nel suo discorso se non lodare quella sorte di cortigiani che più apprezza, e approvare da parte sua quello che gli sembra più simile al vero, secondo il suo poco giudizio.

Questo ha a che fare con il topos modestiae e col paradosso di cui sopra, ma ci riporta anche a quell’ottica, quella concezione di approssimazione che abbiamo visto nella dedicatoria al de silva, e d’atra parte anche a ciò che c’è di relativo al giudizio, non soltanto di relativo del giudizio del canossa nei confronti dei giudizi degli altri; ma anche di relativo del giudizio del canossa di oggi rispetto a quello che potrebbe essere domani il giudizio del Canossa. Infatti dice: «il qual seguitarete, se vi parerà bono, o vero v'attenerete al vostro, se egli sarà dal mio diverso. Né io già contrasterò che 'l mio sia migliore del vostro; ché non solamente a voi po parer una cosa ed a me un'altra, ma a me stesso poria parer or una cosa ed ora un'altra». Non è dunque una trattazione fatta per da un insegnamento determinato, volutamente qui si pone uno dei cortigiani, tra gli altri cortigiani della corte, che esprime i propri giudizi. Giudizio che è giudizio dell’oggi. E questo evidenzia ulteriormente quali sono i termini in cui si muove il trattato. Ben consapevole il Castiglione della difficoltà dell’individuare questa figura di perfetto cortigiano, della variazione dei giudizi, della variazione di questi nel tempo, e di quanto vi sia di spazio, di confronto, di tensione tra le parole che vengono dette e la figurazione del cortigiano, quindi l’approssimazione all’ideale nelle parole e al tempo stesso al rapporto di tensione tra ciò che è nella realtà e ciò che è dell’ideale.

Per mettere più in evidenza l’ambito di questo ragionamento, ho omesso un passo che precede quello or ora letto e che ci interessa da un altro punto di vista, e cioè per quello che riguarda la struttura e l’impostazione. Secondo anche qui il modello ciceroniano che poi è seguito come abbiamo visto nei tratti che si rifanno al de oratore, si vuole iniziare la trattazione, nell’ambito della prima parte del libro, nella prima serata in questo caso, senza che vi sia una predisposizione del discorso: questo aspetto qui è esplicitato con chiarezza, perché quanto questo compito è attribuito al Canossa il Gonzaga interviene facendo presente che l’ora è già avanzata ed essendoci altri piaceri predisposti sarebbe possibile rimandare alla serata successiva, in maniera che il Canossa abbia tempo di pensare ed impostare bene il suo discorso.
Ma il Canossa rifiuta, e anche qui c’è una voluta dissimulazione e una finzione della naturalezza di questi dialoghi, e non vuole fare la figura di quello che si toglie gli abiti che non gli consentono di saltare, e poi salta meno che con l’abito che lo impacciava. E quindi vuole dare prova di sé e iniziare subito a parlare, impostando un discorso non preordinato: e questa è una finzione di naturalezza che viene messa in atto scenicamente dall’autore. Il modo di procedere del Canossa è un modo in cui il Canossa prende l’arbitrio del proprio discorso, si assume l’arbitrio delle scelte di quello che vuol dire: «io voglio adunque che sia». È una formazione fatta con parole.

Inizia la formazione del cortegiano

Nobile e Generosa famiglia. Allora  ci sono alcune cose che dobbiamo ricordare di questo libro, determinanti per questa figura del cortegiano: la scelta che fa il Canossa è in primo luogo relativa alla condizione di origine del cortigiano: vole che sia nobile, nato nobile e di generosa famiglia. Mette in evidenza i motivi di questa scelta sia di quello che riguarda la convinzione del Canossa che la nobiltà di origini sia uno stimolo ed una spinta a fare cose lodevoli, sia quello che riguarda il nome, la fama, l’impressione che questo elemento di origine porta con sé.

Primo contenzioso. Sul fatto che il perfetto cortigiano debba essere nobile si apre immediatamente il contenzioso. Perché il Pallavicino si assume immediatamente il ruolo del contraddittore per eccellenza. Ora non entriamo nel merito delle ragioni dell’uno e dell’altro ma il Canossa ad un certo punto fa presente che quella è la sua scelta e va avanti, poiché è lui che sta formando il perfetto cortegiano. Scelta che si basa non solo sulle sue convinzioni ma anche proprio in relazione di quel tema della fama e di ciò che è importante in termini di apparenza.
• L’apparire. Teniamo presente che il mondo della corte è il mondo di ciò che appare, l’essere per il cortigiano non è sufficiente: l’avere buone qualità non è sufficiente se queste qualità non si manifestano e non sono riconosciute. Questo non significa che al Castiglione interessi l’apparenza e non la sostanza, non è così in effetti, però è vero che viene sottolineato questo motivo dell’apparire, l’impressione che viene data; anzi, addirittura la prima impressione: se un cortigiano va in una corte dove non è mai stato prima è importante. Ed è importantenon solo in relazione al principe, ma in relazione all’opinione universale che si ha di lui.

La grazia. D’altra parte si connette a quello che fin dall’inizio dice il Canossa, il tema cardine della grazia: la grazia può essere un dono del tutto naturale. Qui viene collegato a quello che viene ben accetto, grato, il cortigiano a partire dal suo essere nobile, e viene appunto collegato questo dicendo poi in conclusione: «voglio che il cortigiano abbia una certa grazia e un sangue che lo faccia a chiunque lo vede grato ed amabile». L’essere pieno di grazia può essere un dono totale della natura, ma c’è anche chi non si trova in queste condizioni: quindi con fatica e studio deve correggere i difetti della sua natura.

Un esempio: Ippolito d’Este. Quindi, chi viene riconosciuto tra coloro che sono illustri nelle corti, si trova in una condizione elevata, ma non nella corte di Urbino bensì nella corte di Ferrara, è il cardinal Ippolito, che a sua volta era reggente del ducato di Ferrara. Si introduce nell’esempio anche una serie di motivi di carattere encomiastico. L’uso degli esempi è funzionale: in linea di massima gli esempi però non sono solo esempi positivi, come in questo caso, molto spesso sono esempi di atteggiamenti e attitudini da evitare, e danno anche la concretezza e la vivacità dell’aneddoto.

Dovendo però e volendo scegliere ciò che è proprio del perfetto cortigiano gli attribuisce anche una certa grazia naturale venuta lui dalla natura, il tema della grazia ritornerà poi oltre, e vi si soffermerà perché è un tema cardine di tutta l’opera.

La professione del Cortegiano. Passa poi a mettere in evidenza quelle che sono le professioni del cortigiano: che cosa deve essere e saper fare il cortigiano. E la pria professione è la professione delle armi: il cavaliere. Uomo d’arme è colui che esercita la professione delle armi a cavallo, è il cavaliere. E anche qui si mette in evidenza come questa professione delle armi si colleghi anche a ciò che è proprio del modo di essere del cortigiano che deve essere dotato di coraggio e forza d’animo e al tempo stesso, in relazione alla professione delle armi viene messo in evidenza come la manifestazione dell’essere il nostro cortigiano competente e abile, pronto, capace nella professione delle armi, debba essere manifestato a luogo e tempo debito: e qui abbiamo una serie di esempi molto gustosi sull’eccesso di non curanza che viene esibito, come quello che essendo stato trapassato dalla lancia nella coscia, fingeva di essere stato colpito da una mosca; oppure quello che sosteneva che non si poteva guardare nello specchio quando era armato perché sennò si sarebbe fatto paura da sé.

La medietas. Attraverso anche aneddoti di questo genere si mette in evidenza la misura. La concezione propria della medìetas  che è un concetto naturalmente oraziano, ma ancora prima aristotelico per la verità, ripreso ampiamente nell’umanesimo: la misura e il controllo; l’evitare gli eccessi. Eccessi che possono venire da un eccesso di esibizione da un lato, ed un eccesso di mancata esibizione dall’altro. Gli eccessi del tropo e del troppo poco.

I commenti e le facezie. Prima di procedere oltre teniamo presente qual è la funzione degli altri personaggi: abbiamo visto la funzione di contraddizione del Pallavicino. Ma ci sono anche altre funzioni che sono quelle del fare commenti, dell’introdurre osservazioni, e in questo modo si aggiungono anche altri elementi e considerazioni. E poi c’è quello che è proprio del gioco di corte: l’elemento faceto, le battute facete. E in questo i due personaggi più brillanti sono il Bibbiena, e Gonzaga. Questa parte legata al riso, presente e sottolineata anche attraverso elementi di carattere diegetico, che noi troviamo nella terza redazione è sotto l’attento controllo dell’autore.

Anche in questo senso non ci devono essere eccessi, anche su questo la regia dell’autore ha esercitato la sua potatura rispetto alle redazioni precedenti. Anche nella messa in scena dei suoi personaggi il Castiglione è estremamente attento ad evitare gli eccessi: se ci fosse una trattazione continuata e condotta per voce dello stesso personaggio in modo tale da non dare adito all’intervento degli altri personaggi, o non fosse la trattazione del personaggio principale fatta in modo piacevole, oltre che utile, incorrerebbe in un eccesso negativo, che colpirebbe negativamente il lettore, così si deve evitare l’eccesso degli elementi faceti, scherzosi del riso. La medietà deve essere anche proprio in un conguaglio attento in modo che la nostra sia rappresentata come un conversazione piacevole, varia, dignitosa ed adeguata a quello che è proprio il pubblico interno della corte. E c’è un attenzione da parte del Castiglione dal punto di vista stilistico all’eleganza e al decoro nello stile, ma al tempo stesso una capacità notevole a riprodurre una finzione elegante di oralità, in modo che  non si incorra nel vizio dell’affettazione.

Le domande. Abbiamo detto che ci sono delle regole nel gioco: la regola è che Canossa parli, e quando Canossa dice qualcosa che non viene giudicato conveniente e condiviso dagli altri si intervenga. Non è previso il fare domande all’inizio.
• La trasgressione del Bibbiena. Ma a questo punto c’è una trasgressione, una prima trasgressione fatta da Bibbiena che laddove si parla degli esercizi del corpo che sono collegati con tutto quello che è esercitazione per diventare abili nelle armi (perché per diventare abili nelle armi ci sono tutta una serie di esercizi) il Bibbiena introduce una battuta faceta che riguarda anche il corpo e la prestanza del corpo del cortigiano, e d’altra parte anche la bellezza del cortigiano stesso, visto che il Bibbiena non è particolarmente prestante. Su questa domanda del Bibbiena, e cioè su come si possa fare se la prestanza fisica del cortegiano non corrisponde con quello che ha detto, il Canossa aveva risposto e subito dopo interviene il Gonzaga rilevando l’infrazione commessa da Bibbiena che aveva fatto la domanda, e rivendicando dunque a sé lo stesso diritto. Ma a questo punto non gli viene passata questa, perché la duchessa non può consentire che le regole del gioco vengano infrante.
•  la nuova regola. Allora interviene come mediatrice Emilia Pio che consente che si introduca questa ulteriore regola che modifica la prima: non più soltanto contraddire, ma anche fare domande. E qui si vede bene il gioco delle parti: Emilia pio luogotenente ha a sua volta il compito di rappresentare la duchessa, ed investita del ruolo di luogotenente riesce ad ottenere dalla duchessa che si modifichi in parte la regola posta. Quindi si introduce la possibilità di domandare e non viene punito il fallo commesso.

Questo consente di dare ulteriore vivacità al dialogo, mettere a fuoco i ruoli rispettivi, ma anche di introdurre un elemento che è proprio del dialogo diegetico, anche nella matrice ciceroniana, quello che il Tasso aveva indicato come la maniera più facile: che domanda chi non sa. Qui viene introdotta la possibilità di fare domande, e il Canossa dunque non continua solo per la sua strada rispondendo alle obiezioni, ma deve anche rispondere anche a specifiche questioni che gli vengono poste. E questo ampia il campo della trattazione.

Come si acquista la grazia? Qui viene introdotta proprio dal Gonzaga una domanda cruciale: è il fatto che  il Gonzaga, molto attento (presentato come uno dei personaggi più acuti) ha notato che nelle cose dette dal Canossa la parola grazia ricorre quasi «come se fosse un condimento di ogni cosa». E allora che cosa vuol saper eil gonzaga? «con quale arte, con quale disciplina e in quale modo i cortigiani possono acquistare questa grazia» e mette in evidenza il fatto che secondo lui da come è stato investito del ruolo di svolgere il compito di formare con parole il perfetto cortegiano al Canossa spetti dare anche questo insegnamento.

Come è non come si diventa. Il Canossa si sottrae: non è obbligato a fare questo, il suo compito non è insegnare, quindi quello che il Canossa non è obbligato a fare è il come si possa essere perfetto cortigiano ma il suo compito è stabilire quale sia il perfetto cortigiano. «Così come un soldato può spiegare al fabbro quael sia l’arma che vule ma non dire al fabbro come deve essere fatta l’arma» in questo senso si sottrae anche alla possibilità di fare tutto, ci sono cose che non può fare, lui può solo dire come deve essere: può dare solo delle regole universalissime, rifiuta l’insegnamento e una specifica precettistica.
• i migliori maestri. Tornando agli esercizi del corpo tra queste regule universalissime troviamo in primo luogo, fermo restando che la grazia non si possa imparare, e che ci debba essere quantomeno una attitudine ad avere la grazia, sugli esercizi che riguardano il corpo la prima delle regole universali è che bisogna avvalersi fin dall’inizio della propria formazione dei migliori maestri. E dai migliori maestri bisogna apprendere le cose migliori che questi insegnano: e qui introduce una similitudine che è quella dell’ape, l’ape che sugge il nettare da diversi fiori e poi appunto produce il miele.
Regola universalissima: evitare l’affettazione. Ma la regola universalissima, la cosa più importante che riguarda la grazia nel capitale capitolo XXVI è quella dell’evitare come uno scoglio l’affettazione e invece dare di sé, usare in ogni cosa una certa sprezzatura, per usare una parola nuova, una disinvoltura nel fare le cose che nasconda l’arte: l’arte deve essere acquisita ma nascosta. Quello che si fa deve essere mostrato come se fosse proprio, dato dalla propria natura, deve essere semplice e naturale, non deve essere mostrata l’arte.
[Parentesi: anche il Valerio usa l’articolo in modo diverso rispetto a quanto prescritto dalle prose. C’è tra l’altro qui un esempio «evitare il sforzare»]
Un esempio: la danza. La facilità genera grandissima meraviglia. L’apparenza, ciò che appare è fondamentale: non si deve manifestare la fatica e lo studio con cui si sono acquisite le capacità, ma queste devono apparire come se fossero naturalmente appartenenti a chi le manifesta; evitando tassativamente di mostrare l’artificiosità.
• l’affettazione di messer Pierpaulo. L’artificio è il nemico numero uno del perfetto cortigiano. L’esempio che viene fatto è proprio del mondo cortigiano nella sua concretezza, l’esempio della danza. E viene viene posto in evidenza che quando «il nostro messer Pierpaulo danza alla foggia sua, con que' saltetti e gambe stirate in punta di piede, senza mover la testa, come se tutto fosse un legno, con tanta attenzione, che di certo pare che vada numerando i passi?» Quindi questo è un esempio che mostra bene l’effetto di ridicolo, di caricatura, esempio di affettazione, caricata naturalmente.
• l’eccesso di sprezzatura di messer Roberto. D’altra parte anche la sprezzatura è una forma di equilibrio, di controllo di sé: al tempo stesso non deve essere esibita un eccessiva disinvoltura. Questa è un’affettazione all’opposto: è altrettanto affettato esibire una noncuranza assoluta delle cose. Tra i due esempi, di chi è affettato per eccesso mostrando lo studio e la fatica che fa per compiere il ballo, e dall’altra parte chi mostra di non curarsi affatto (altra caricatura) messer roberto da bari (introdotto dal Bibbiene) che quando «per mostrar ben di non pensarvi si lascia cader la robba spesso dalle spalle e le pantoffole de' piedi, e senza raccórre né l'uno né l'altro, tuttavia danza» si comporta come se fosse così naturale per lui ballare che non controlla assolutamente nulla dei movimenti del proprio corpo, ecco, tra questi due eccessi del troppo e del troppo poco si inserisce non casualmente la grazia di molti nella corte di Urbino nel ballare.

La rappresentazione in atto della sprezzatura: Urbino. Guardate alla fine del cao XXVI: «Qual occhio è cosí cieco, che non vegga in questo la disgrazia della affettazione? e la grazia in molti omini e donne che sono qui presenti, di quella sprezzata desinvoltura (ché nei movimenti del corpo molti cosí la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non estimar e pensar piú ad ogni altra cosa che a quello, per far credere a chi vede quasi di non saper né poter errare?» dunque la corte di Urbino in sé, e tutti i suoi personaggi [fuorché messer Pierpaolo!] sono espressione di questa grazia.

In definitiva. Questa grazia che è acquisita nello studio delle cose; nasce da un attitudine naturale che se non c’è non possibile acquisire quelle capacità, che però una volta acquisite vengono mostrate come se fossero un dono naturale: si tratta di un lavoro di nascondere l’arte: la vera arte è quella di sapere nascondere l’arte. In questo modo si viene ad acquisire anche una maggiore Fama. La fama che si ha nella corte è legata alla manifestazione di sé che fa vedere le capacità di ciascuno e le fa supporre superiori rispetto a quelle che ciascuno abbia; se si sa nascondere bene l’arte, si dà prova di sé per cui si fa pensare che se si è così capaci naturalmente, se si è così abili nel fare le cose, molto più si otterrebbe se si facessero con studio. Su questo punto il discorso dell’illusione, della finzione scenica della corte assurge a dei livelli ulteriori. La grazia però attraverso la sprezzatura include non solo quello che riguarda il corpo ma anche ciò che riguarda il controllo di sé e l’equilibrio della persona. Non è soltanto un elemento collegato ad aspetti e connotazioni esteriori, ma richiede anche capacità interiori da parte del cortigiano.
Prima digressione: la lingua
Signor, far mi convien come fa il buono
sonator sopra il suo istrumento arguto,
che spesso muta corda, e varia suono,
ricercando ora il grave, ora l'acuto.

Verso la prima digressione. Una dimostrazione di sprezzatura ulteriore ci viene data dall’autore attraverso il modo in cui introduce quella che è la digressione più importante di questo primo libro: attraverso esempi di affettazione per ciò che riguarda la musica: perché l’eccesso di perfezione è affettazione (e questo riguarda tutto il campo di operazioni dell’uomo, e del cortigiano specialmente): per questo la variazione, l’introdurre delle variazioni nelle note in maniera tale che non vi sia un suono continuamente perfetto; così pure la pittura e tutte le altre operazioni.
• introdurre arcaismi. Questo ci porta quasi insensibilmente a parlare della lingua. Un modo di affettazione del cortigiano è quello di introdurre le parole antiche toscane. Così come al tempo stesso era stato introdotto nel discorso l’uso, quando si viene da una corte straniera, l’uso di parole che appartengono a quella corte. Viene introdotto con questo il tema della lingua.

Le digressioni nel cortegiano. Abbiamo qui la prima ampia digressione ed è questa una delle altre carattereistiche del Cortegiano: le digressioni, le questioni che comportano elementi da discutere partitamente e che introducono uno spazio che interrompe il filo del discorso che si sta svolgendo. Anche questo aspetto di introdurre digressioni è legato anche solo parzialmente al modello ciceroniano. Questo si vede molto di più nel secondo libro, perché la più ampia digressione del secondo libro riguarda le facezie, ed è molto esemplata sul modello ciceroniano.

Fregoso: il contraddittore. Noi non ci soffermiamo sulla discussione della lingua, mi limito a dire che in questo caso il ruolo di maggior contraddittore è preso da Federico Fregoso. Canossa è di fatto il portavoce del Castiglione, il Fregoso è colui che si contrappone al Canossa e al Castiglione.

Canossa: portavoce dell’autore. E come facciamo a dire che Canossa è portavoce del Castiglione? Su questo non ci possono essere dubbi perché la posizione del Canossa è analoga a quella che ci ha espresso in apertura di libro nell’edizione a stampa il Castiglione e cioè nella seconda parte della dedicatoria al De Silva: quindi non possono sussistere dubbi sul fatto che il Canossa costituisce la voce del Castiglione.

Le ‘Prose’. Il Fregoso, vi ricorderete che è a sua volta un personaggio delle Prose della Volgar Lingua del Bembo, libro che è nella sua genesi in costituzione parallela alla scrittura del Cortegiano, così come personaggio delle Prose comune al cortegiano (sono due) è il De Medici. Questo due personaggi, Federico Fregoso e Giuliano de Medici sono entrambi presenti sia nelle Prose che nel Cortegiano e in tutti e due i luoghi parlano della lingua.

Portavoce del Bembo. La figura del Fregoso qui è quella del contraddittore: viene detto in più luoghi che rappresenterebbe la posizione del bembo. Rappresenta solo in parte la posizione del Bembo il Fregoso, però il Fregoso è di fatto un amante degli arcaismi in  termini di gusto, quello che il Bembo non è: cioè il Bembo introduce arcaismi perché si rifà alla lingua del trecento (Petrarca per la poesia, Boccaccio per prosa) come modello, ma perché il Bembo ritiene questo l’oro della lingua; invece il preziosismo dell’arcaismo è nel gusto del Fregoso, c’è differenza.
Parlato e scritto. L’altro aspetto molto importante è la distinzione netta che viene fatta dal dal punto di vista del Fregoso, al contrario per quello che riguarda il Canossa tra il dire e lo scrivere: il Fregoso fa una netta distinzione fra l dire e lo scrivere, dice che non si possono usare nel parlare parole antico toscane ritenendo che si tratti di una affettazione; ritiene invece che questo vada fatto nello scritto perché questo impreziosirebbe lo scritto. Il Canossa rifiuta questa distinzione e pone in un rapporto molto stretto il parlare e lo scrivere: lo scrivere è la vita delle parole che rimane dopo che si è parlato: non pone differenza da un punto di vista linguistico, lo pone certamente da un punto di vista delle scelte stilistiche che si fanno nella scrittura.

Digressione troncata. Ma il filo del discorso è stato interrotto a lungo in questo senso e deve essere ripreso. Il filo del discorso viene ad essere ripreso parecchi capitoli dopo: la questione della lingua viene introdotta nel capitolo XXIX e dopo il capitolo XL viene ripreso il filo del discorso: la discussione viene troncata tra l’altro, perché il Fregoso non si dà per vinto.
• mancata conciliazione. Questo è un altro aspetto da tenere presente e lo troveremo anche nel terzo libro quando ci sono posizioni incompatibili il termine di mediazione non viene trovato, ma viene bloccata la discussione da parte della signora Emilia Pio che perentoriamente interrompe il Fregoso che vorrebbe continuare a parlare e invita il Canossa a riprendere il filo del discorso. Il Canossa si rammarica dicendo che è difficile riprenderlo; lo riprende comunque e continua il suo discorso per quello che riguarda gli ornamenti.

Il filo riprende. Continua a mettere in evidenza quali sono gli aspetti più significativi che devono riguardare il cortigiano introducendo le condizioni che non devono essere solo relative al corpo ma anche sotrattutto all’animo, e introducendo elementi e motivi qui solo accennati di carattere etico-morale, e poi introducendo altri elementi.

Le competenze del cortegiano? Che cosa deve avere come competenza il cortegiano? Teniamolo presente perché poi la perfetta donna di palazzo viene commisurata alla figura del cortegiano. Umanisticamente il cortegiano deve essere formato, deve avere una formazione di carattere anche letterario. Ma non un informazione soltanto, una vera e propria formazione: deve conoscere bene le lingue classiche, anche il greco, e deve essere versato sia nella letteratura antica che nella moderna e volgare.

Armi o lettere? Si apre a questo punto un'altra questione: il Bembo non era intervenuto a discutere per la lingua, interviene ora a discutere su questa questione: se sia maggior ornamento per il cortigiano quello dell’arme o quello delle lettere. discussione fra l’altro di un tema largamente trattato fin dai tempi classici, su cui Canossa e Bembo hanno opinione opposta. Se il Bembo vuole che il cortegiano sia competente di lettere e formato artisticamente il Canossa attribuisce la palma alle armi, mente il Bembo alle lettere.
• altro troncamento. Anche in questo caso la disputa viene troncata dal Canossa che dice che non vole proseguire la disputa più a lungo, è lui che sta formando il cortegiano, e così resta interrotta la questione. Il cortegiano non solo deve avere competenza nelle lettere ma anche nella musica. Non solo in questa ma tra le altre cose deve avere capacità nel disegno e competenze nella pittura. Si fa dunque anche dell’ironia perché viene rappresentato come un vaso in cui si mettono dentro troppe cose.

Uno spaccato delle discussioni cinquecentesche. Tra le altre questioni che vengono fuori c’è anche una discussione pure umanistica se sia superiore tra le arti la statuaria o la pittura: e vengono confrontati tra di loro Michelangelo e Raffaello. Cioè ci viene dato qui uno spaccato anche della varietà delle questioni discusse nelle corti.
 
Dalla pittura: la bellezza femminile. Introdotte come se fosse una cosa naturale proprio attraverso questa presentazione della figura del cortegiano e questa varia discussione che dunque in ciò si apre. Il tema della pittura fa introdurre il tema della bellezza, che è prossimo a quello dell’amore. Perché si discute in modo acceso se sia più piacevole vedere di fatto una bella donna o vedere una pittura in cui la donna figurata sia figurata come al perfezione di bellezza. Quindi se faccia più piacere la visione di ciò che è reale o la visione ideale della bellezza femminile. E qui naturalmente il faceto Gonzaga propende per la bellezza della donna reale: si introduce questo motivo che introduce a sua volta anche a tematiche fatte a schermaglie di carattere amoroso.

Un’interruzione: l’arrivo di F.M. Della Rovere

Arriva gente. Il discorso non viene ulteriormente condotto avanti perché c’è un interruzione: anche qui la matrice rimane ciceroniano, l’interruzione è data dall’intervento della presenza di altri personaggi che arrivano sulla scena della nostra conversazione di corte.
• la partenza del Papa. Nella cornice si diceva che la prima serata è quella successiva alla partenza del papa. Sono rimasti a corte alcuni cortigiani del seguito del papa, ma altrettanto altri erano andati ad accompagnare il papa, come si usava: cioè da Urbino erano partiti per accompagnare per un tratto di strada il papa una serie di personaggi ed anche un personaggio di cui viene fatto l’encomio, importante per la corte di Urbino perché è colui che viene ad essere l’adottato di Guidubaldo da Montefeltro, quello che sarà il duca dopo la morte di Guidubaldo e cioè Francesco Maria Della Rovere.

Canossa si interrompe. Arriva Francesco Maria e il movimento stesso dell’arrivo è realisticamente rappresentato: le voci, i suoni, le persone, fanno sì che si interrompa il filo del discorso. Il Canossa dichiara che il discorso è stato interrotto ormai è stanco e quindi vuole porre fine al ragionamento. E qui abbiamo il modo in cui viene ad essere introdotto il passaggio da questo primo libro al secondo libro. Perché il discorso del Canossa ha portato avanti la figurazione di quelle che sono le condizioni del perfetto cortigiano, ma non ha concluso il discorso sul cortigiano.

Interviene a questo proposito nel capitolo LV il magnifico Giuliano: dice che non vuole che il Canossa sottragga quella parte che era rimasta. E cioè che cosa doveva ancora dire il Canossa? In che modo siano da usare quelle buone condizioni che sono convenienti al cortigiano. Francesco Maria della Rovere non vorrebbe che per causa sua si interrompesse il discorso, ma il Canossa si sottrae dal continuare il discorso: aveva già detto prima che era stanco e ancora qui si apre uno scherzoso dibattito-schermaglia con Emilia pio: il Canossa accusa Emilia Pio di essere parziale, di pretendere che voglia continuare lui a svolgere questo compito, avere lui questo carico mentre gli altri non ce l’hanno. Emilia risponde celiando, dicendo che il Canossa vuole ascrivere a fatica ciò che in vece gli è ad onore (cosa non secondaria): è quindi onorevole il compito svolto da Canossa.

Nuova regola per il Fregoso. Anche qui attribuisce una parte ad altro personaggio e chiama in campo il Fregoso: se il Fregoso era stato quello che aveva introdotto il gioco del perfetto cortegiano, allora si chiama il Fregoso a farsi parte in causa: sarà il Fregoso a continuare il discorso. Il Fregoso vuole sottrarsi perché dice che il discorso è stato avviato, e dovrebbe essere chi l’ha condotto fino a quel momento ad andare avanti. Qui c’è un ulteriore paradosso introdotto da Emilia Pio che dice: «Fate voi cunto d'essere il Canossa e dite quello che pensate che esso direbbe» quindi al Fregoso viene fatto assumere il ruolo, potremmo dire la maschera, del Canossa. Come se ci fosse tra loro due una intercambiabilità dei ruoli.
La virtualità di tutto il discorso. Ma questo è paradossale: perché il Fregoso come abbiamo visto non aveva le stesse opinioni del Canossa e qui invece è chiamato in causa e dovrà parlare come se fosse il Canossa. Infatti all’inizio del libro successivo il Fregoso dirà che non vuole contraddire in niente di quello che ha detto sulle condizioni del perfetto cortigiano il Canossa e continuerà sulla falsa riga di quello che ha detto. Ma anche questo è un modo anche sottile di mettere in gioco e di rendere paradossale, di aprire il campo della possibilità, della virtualità e della negazione stessa di ciò che si sta facendo, quello di insinuare ciò che è nel rischio stesso del gioco che si sta compiendo.

È tardi. È un altro cortigiano, tra quello che sono appena arrivati, il Calmeta a far notare che si è fatto troppo tardi, ormai si può passare ad altri divertimenti e sarà meglio differire all’indomani. Questo stabilisce i giorni, il fatto che non si finisce in questa serata e si produrrà a lungo il discorso e il gioco si protrarrà nella serata successiva.
• il congedo della Duchessa. È necessario che intervenga la duchessa: è lei che deve dare conferma, è lei che riprende il proprio ruolo di autorità: la Duchessa impone dunque che si passi ad altro. Impone a madonna Margherita e a madonna Costanza Fregosa che danzassero. Allora alle donne spetta la gestualità: la rappresentazione in atto della grazia. Della grazia della danza. Le danze di corte che vengono indicate con il loro preciso nome e vengono danzate con estrema grazia e singular piacere di chi le vide. Poi dato che la notte è ormai avanzata la duchessa si alza: è la duchessa che scandisce il tempo. Alzandosi significa che dà il congedo per cui «e cosí ognuno reverentemente presa licenzia, se ne andarono a dormire» con ciò finisce la prima serata.

Fine prima giornata

Commenti

Post popolari in questo blog

Un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015

Da oggi fino alla prova preselettiva sulla seguente pagina facebook un quiz al giorno per il Concorso Dirigenti Scolastici 2015 (bando previsto entro fine marzo, secondo il decreto Milleproroghe), ogni giorno alle ore 9.  La soluzione verrà pubblicata almeno un giorno dopo. https://www.facebook.com/nuovoconcorsodirigentiscolastici

Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…

Il mattino, da "Il giorno" di Giuseppe Parini - vv. 1-169 - di Carlo Zacco

5 10 15 20 25 30 35 40 45 50 Giovin Signore, o a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori E le adunate in terra o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d'amabil Rito ascolta.     Come ingannar questi nojosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t'insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a' versi miei.     Già l'are a Vener sacre e al giocatore Mercurio ne le Gallie e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi: Ora è tempo di posa. In vano Marte A sè t'invita; che ben folle è quegli Che a rischio de la vita onor si merca, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti de la D…