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La peste in Manzoni



Prima parte dell'ipertesto "La peste in Manzoni e non solo"
creato dalla 2^E Liceo Scientifico "D. Bramante" – Magenta  a.s. 97/98 con la supervisione del prof. Gaudio Luigi

Nel capitolo XXVIII
Nel cap. XXVIII, passata la carestia, il passaggio dei lanzichenecchi mette in apprensione il tribunale della sanità di Milano, che già intuisce che in quell' esercito poteva covare il germe della peste. Invano Tadino e Settala proposero di proibire ogni contatto e compravendita di robe dai soldati che stavano per passare.
Nel XXXI capitolo
Dai paesi che circondano Milano, giungono le notizie delle prime morti, ma, solo dopo una visita sui luoghi della malattia, si stabilisce che si tratta di peste.
Nel XXXI capitolo
Le autorità, ed in particolare il governatore Ambrogio Spinola, rimangono piuttosto indifferenti al problema; ma anche la popolazione rifiuta l'idea del contagio.
Nel XXXI capitolo
Finalmente, il 29 novembre 1629 viene pubblicata una grida che vieta l'ingresso in città di coloro che provengono da paesi ove si è verificata l'epidemia:
Nel XXXI capitolo
ma ormai la peste è già entrata in Milano. Vengono prese misure per evitare il contagio, ma la gente, per avidità e paura, riesce ad eluderle.
Nel XXXI capitolo
L'epidemia si diffonde, ma in modo non rapido: la gente rimane scettica e si scaglia contro i medici che mettono in guardia contro la peste, giungendo ad aggredire il medico Lodovico Settala.
Nel XXXI capitolo
Si moltiplicano le morti e diviene impossibile negare l'esistenza del morbo. Invece di dichiarare la presenza della peste, si parla però di febbri pestilenti: ciò induce a trascurare i pericoli del contagio. I malati trasportati al lazzaretto si fanno sempre più numerosi, tanto che il lazzaretto stesso diventa ingovernabile: solo l'intervento e il sacrificio di alcuni frati riuscirà a riportare l'ordine in quel luogo.
Nel XXXI capitolo
Si parla finalmente di peste, ma si diffonde al tempo stesso l'idea che all'origine del male non vi sia il contatto con gli ammalati, bensì quello con unguenti velenosi.
Nel XXXI capitolo
A rafforzare la psicosi dell'untore concorrono due episodi di presunta unzione: l'uno verificatosi in duomo, l'altro lungo le strade cittadine. Malgrado il tribunale di Sanità non creda allo spargimento di veleni, le autorità non smentiscono pubblicamente l'esistenza delle unzioni; mentre vi è addirittura chi continua a negare la pestilenza: l'esposizione di alcuni cadaveri nel corso di una processione convincerà tutti del contrario.
Nel XXXI capitolo
Manzoni riflette infine sulle mistificazioni di fatti e di parole che hanno condotto ad uno sviluppo così ampio del contagio.
Nel XXXII capitolo
L'Autorità cittadina si rivolge nuovamente al governatore Ambrogio Spinola, ma questi, impegnato nell'assedio di Casale, nega ogni aiuto. Si anticipano le notizie circa l'esito della guerra: il duca di Nevers rimane signore di Mantova, ma la città viene saccheggiata dai lanzichenecchi.
Nel XXXII capitolo
Gli amministratori cittadini chiedono al cardinale Federigo di far svolgere una processione per assicurarsi la protezione divina, ma Federigo rifiuta. Intanto crescono i sospetti sulle unzioni e si verificano episodi di linciaggio come quelli ai danni di un vecchio e di tre francesi.
Nel XXXII capitolo
Dopo nuove pressioni del governo milanese, il vescovo acconsente a far svolgere la processione e a far venerare la reliquia di san Carlo. Il lungo corteo vede la partecipazione di popolani, di borghesi, di nobili e di ecclesiastici.
Nel XXXII capitolo
Il giorno successivo alla processione si moltiplicano i casi di peste, ma invece di cercare la causa nel contatto tra tanta gente, si dà la colpa agli untori. I lazzaretti si affollano al limite della loro capacità e cominciano a fare la loro comparsa i monatti (il Manzoni apre una parentesi etimologica sul termine monatto).
Nel XXXII capitolo
Solo con l'opera dei cappuccini, dei sacerdoti, del vescovo e delle poche persone di buona volontà, si riesce a far fronte, fuori e dentro i lazzaretti, alla terribile situazione sanitaria. Nella confusione generale si moltiplicano le violenze commesse dai birri e dai monatti.
Nel XXXII capitolo
Cresce anche la pazzia generale e la psicosi dell'unzione. Si sospetta di tutti, e vi è persino chi, magari delirando, dice di essere untore. Vengono inventate storie diaboliche e fantasiose cui anche i medici sembrano dar credito.
Nel XXXII capitolo
I dotti chiamano poi in causa congiunzioni di astri ed altre teorie pseudo-scientifiche. Anche il cardinale comincia a credere alle unzioni, e gli scettici sono ormai pochi e silenziosi.
Nel XXXII capitolo
I magistrati iniziano a cercare e a processare i presunti untori: si eseguiranno molte condanne atroci e ingiuste di cui il Manzoni parlerà più diffusamente in Storia della colonna infame.
Dal XXXIII in poi
Dopo i cap. XXXI e XXXII, il narratore riprende a interessarsi dei protagonisti del romanzo. Nei capitoli seguenti, la peste farà da sfondo alle loro vicende e sbloccherà la situazione statica che si era venuta a creare dopo la fuga di Renzo nel bergamasco e il trasferimento di Lucia a Milano.
Dal XXXIII in poi
Renzo infatti potrà lasciare il cugino Bortolo, dopo aver preso in maniera leggera la malattia, ritornare al paese (cap. XXXIII) e da lì alla ricerca di Lucia a Milano (cap. XXXIV) e nel lazzaretto, dove incontrerà prima Fra Cristoforo e Don Rodrigo moribondo (cap. XXXV), poi Lucia (cap. XXXVI). Il contagio sarà spazzato via dal temporale provvidenziale (fine agosto-inizi settembre 1630) che accompagnerà il lieto cammino di Renzo verso Lecco all'inizio del XXXVII capitolo.
Cronologia della disposizione e dei fatti relativi al diffondersi della peste
20 Ottobre1629: Scoppia la peste a Chiuso, e da lì a Bellano, Lecco e in Valsassina
14 Novembre 1629: Il tribunale della sanità prende provvedimenti (bullette)
Cronologia della disposizione e dei fatti relativi al diffondersi della peste
29 Novembre1629: Un soldato porta il contagio a Milano
Primi mesi del 1630: La peste cova in Milano
Cronologia della disposizione e dei fatti relativi al diffondersi della peste
30 Marzo 1630: I Cappuccini assumono l’ organizzazione del lazzaretto
17 Maggio 1630: Esplode la prima furia contro gli untori
18 Maggio 1630: Dilaga il delirio collettivo (compaiono strane macchie sulle case)
Cronologia della disposizione e dei fatti relativi al diffondersi della peste
21 Maggio 1630: Grida contro gli ignoti che hanno generato il terrore
22 Maggio 1630: I decurioni si rivolgono al governatore, senza otttenere aiuti
11 Giugno 1630: Processione con la reliquia di S.Carlo
Cronologia della disposizione e dei fatti relativi al diffondersi della peste
Dopo la processione: Il contagio si diffonde mietendo centinaia di migliaia di vittime
Fine agosto-inizi settembre 1630: fine del contagio
La peste in Manzoni... i personaggi
Come la peste cambia i personaggi, come i personaggi giudicano la peste, la folla, gli intellettuali, i monatti, i Cappuccini, Federigo Borromeo, Ludovico Settala, Ambrogio Spinola
Come cambiano i personaggi
Soprattutto nel XXXIII capitolo si attuano strani capovolgimenti. La peste modifica i rapporti tra Don Rodrigo e il Griso: il primo sembra ritrovare, nel dramma della fine, una coscienza sopita, mentre il suo "fedelissimo" servitore si rivela in realtà un traditore.
Come cambiano i personaggi
Anche Bortolo e Tonio subiscono un netto cambiamento: il primo rivela un certo egoismo ed il secondo, colpito dalla peste, assomiglia addirittura al suo fratello Gervaso. Renzo poi sarà vittima di fraintendomenti e verrà scambiato per untore o per monatto.
I personaggi come giudicano la peste
Paradossalmente, due personaggi molto diversi tra loro, Renzo e Don Abbondio, interpretano allo stesso modo la peste come castigo di Dio, giusta punizione contro i malvagi (Don Rodrigo) che mostravano tracotanza e disprezzo delle leggi divine. In tal modo essi riducono la provvidenza ad uno strumento di "giustizia" (Renzo nel XXXV capitolo) o, che è sostanzialmente lo stesso, ad una "scopa" (Don Abbondio nel XXXVIII).
I personaggi come giudicano la peste
Viceversa, per Fra Cristoforo, che del resto morirà di peste anche lui senza certo meritare alcun punizione, essa è "insieme castigo e misericordia" (cap.XXXV) perché aiuta certo l' uomo a comprendere il suo limite , ma nel contempo gli offre una straordinaria occasione di conversione e di riavvicinamento a Dio.
La folla e la peste
Ancora più che in altre occasioni del romanzo, la folla, che le autorità non hanno saputo adeguatamente guidare, è dominata da passioni irrazionali: 1) i pregiudizi superstiziosi che impediscono anche solo di pronunciare la parola "peste"; 2) il malinteso desiderio di giustizia, di trovare e punire i colpevoli della calamità che travolge tutti
Gli intellettuali e la peste
L' attività dei dotti (medici e non medici) non consiste nel tentare di darsi ragione dei fatti, quanto piuttosto nel ricercare nei testi antichi citazioni di fatti analoghi senza verificarne l' esattezza o la pertinenza con la situazione attuale.
Gli intellettuali e la peste
Il loro lavoro è dunque una pura attività erudita incapace di proporre soluzioni praticabili al presente disagio. Emblematico al proposito è l' atteggiamento di Don Ferrante.
I Monatti
MONATTO un tempo nome dato agli addetti al trasporto e alla sorveglianza degli appestati. Il termine "monatto" indicava originariamente nell’Italia settentrionale il becchino.
I Monatti
Più tardi indicò più semplicemente coloro ai quali era affidato il compito (secondo le parole del Manzoni che nel capitolo 32° dei "Promessi Sposi" ne fa una celebre descrizione) di "levar dalle case dalle strade dal lazzaretto gli infermi e governarli; bruciare purgare la roba infetta e sospetta".
I Monatti
Era fatto loro obbligo di portare legato alla caviglia un campanello che avvertisse i passanti del loro avvicinarsi. L’origine del nome è incerta: secondo il Manzoni; (il quale riporta anche le opinioni del Ripamonti che lo derivava dal greco "monos" = solo, e di Gaspare Bugatti che si riferiva al latino "monere" = avvertire) l’ipotesi più probabile è che venisse dall’aggettivo tedesco "monatlich" = mensile in quanto gli ingaggi fatti prevalentemente in Svizzera e nei Grigioni avevano per lo più una scadenza mensile.
I Cappuccini e la peste
Quest' ordine religioso, che segue la regola francescana così come era stata riformata nel 1525 e approvata dal papa Clemente VII NEL 1528, è ampiamente rappresentato nel romanzo a tutti i livelli, dai più semplici cappuccini a contatto quotidiano con la gente al padre provinciale, preoccupato di difendere gli interessi dell' ordine durante il colloquio con il conte zio.
I Cappuccini e la peste
Nel lazzaretto si assumono il compito di sostituire l' autorità là dove essa si dimostra impotente. In questo caso Manzoni fa assumere a Padre Felice Casati, che doveva garantire l'ordine nel lazzaretto coadiuvato dal padre Michele Pozzobonelli, i connotati di un condottiero che ricordano quelli con cui era stato presentato l' Innominato.
Federigo Borromeo e la peste
Federigo Borromeo, come si narra nel XXII capitolo, è nato nel 1564 da una delle più illustri famiglie milanesi. Fu nominato sacerdote dal cugino Carlo Borromeo. Improntò la sua vita alla povertà, rifiutando gli agi del suo ceto.
Federigo Borromeo e la peste
Quando divenne arcivescovo di Milano, utilizzò parte dei suoi beni di famiglia e le rendite ecclesiastiche per aiutare i poveri. Si mostrava severo solo con i suoi subordinati rei d' avarizia o di negligenza. Istituì inoltre la biblioteca ambrosiana cui tutti potevano accedere.
Federigo Borromeo e la peste
Unica ombra in un uomo così ammirabile fu che aderì a opinioni del tempo strane o malfondate (per esempio riguardo le streghe e gli untori).
Federigo Borromeo e la peste
Fu anche autore di innumerevoli scritti, tuttavia dimenticati. Dimostrò il suo spirito caritatevole sia in occasione della carestia del 1629 (capitolo XXVIII) sia durante la peste dell' anno successivo, dimostrando ancora una volta che le istituzioni religiose, o in generale la solidarietà cosiddetta "privata", assumono funzione di supplenza quando i poteri civili sono indeboliti.
Federigo Borromeo e la peste
Egli incitò i preti ad operare attivamente nella difficile situazione e visitò di persona gli ammalati nelle case e al lazzaretto, tanto che si stupì anche lui, alla fine della pestilenza, di esserne uscito illeso.
Ludovico Settala
(1552-1633) Professore di medicina all' università di Pavia e di filosofia morale a Milano era uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Purtroppo la sua fama, annota Manzoni nel XXXI capitolo, fu accresciuta quando cooperò a torturare e bruciare come strega una povera infelice sventurata,
Ludovico Settala
e fu invece messa in crisi quando , ormai quasi a ottant' anni, cercava di convincere i milanesi dell' arrivo della peste in città; al punto che coloro che lo trasportavano in carrozza riuscirono a malapena a salvarlo, conducendolo in casa di amici per sottrarlo alla folla inferocita.
Ambrogio Spinola
Ambrogio Spinola, governatore di Milano nel 1629-30, sostituisce Don Gonzalo per portare a termine l' assedio a Casale Monferrato, e, come il suo predecessore, si dimostra molto più preoccupato di conquistarsi fama con la guerra che di governare con accortezza.
Ambrogio Spinola
Infatti, per esempio, emanò una grida in cui ordinava pubbliche feste per la nascita del principe Carlo, primogenito del re di Spagna Filippo IV, il 18 novembre 1629, proprio mentre il contagio incominciava a diffondersi; oppure mostrò ripetutamente indifferenza nei confronti delle richieste di intervento da parte delle autorità milanesi.
Ambrogio Spinola
Il 22 maggio 1630 due decurioni lo raggiunsero sul campo di battaglia, da cui non si allontanò mai, per esporgli i problemi della città ormai in preda alla peste e priva di risorse economiche per fronteggiarla, ottenendo come risposta solo inconcludenti promesse.
Ambrogio Spinola
Morì dopo pochi mesi, ammalato e amareggiato per i dispiaceri dovuti anche all' ingratitudine degli spagnoli nei suoi confronti.
Storia della colonna infame
Già nel "Fermo e Lucia" Manzoni lascia ampio spazio alla ricostruzione dei processi contro gli untori, per formare successivamente l’attuale "Storia della colonna infame" che costituiva l’appendice del romanzo nell' edizione del 1840.
Storia della colonna infame
In essa si narra come due donne vedono un tale, poi riconosciuto da loro nella persona di Guglielmo Piazza, imbrattare i muri di una sostanza untuosa.
Storia della colonna infame
Egli poi, nel tentativo disperato di evitare i supplizi, fece il nome del barbiere Giangiacomo Mora. I due furono poi pubblicamente torturati e bruciati su un rogo ed infine fu eretta una colonna chiamata "infame" sullo spiazzo ricavato dalla demolizione della casa del Mora.
Storia della colonna infame
La nuova stesura della Storia lasciò un po' tutti delusi per la sua secchezza e aridità. Le critiche misero anche in discussione l’esattezza delle opinioni manzoniane sugli untori, sui giudici, sulle procedure giudiziarie del Seicento (vedi al proposito le sviste manzoniane).
Storia della colonna infame
La Colonna infame resta comunque per noi la visione di un mondo cieco e la dimostrazione di un' ostinata sete di giustizia e ripugnanza per l’oppressione da parte di Manzoni.
Le sviste di Manzoni
1) Manzoni si affida ai testi di storiografia di Ripamonti e di Tadino, ma il secondo spesso era la fonte del primo. I fatti concordanti nei due scrittori erano ritenuti validi da Manzoni, per questo nel testo ci sono dei dati storicamente scorretti.
Le sviste di Manzoni
2) Per la peste, oggi si ritiene che si diffuse per la negligenza e per la cattiva organizzazione della pubblica sanità; ma avendo dei dati lacunosi, la tesi dell' arretratezza giuridica e culturale seicentesca, la denuncia del disinteresse dei potenti e l' analisi della follia popolare di Manzoni risultano parzialmente errate.
Le sviste di Manzoni
3) Manzoni dubita del fenomeno delle unzioni, mentre ora lo si accetta come vero.
La follia
Manzoni ci presenta la peste come una perversa e progressiva follia che travolge tutti. Egli non vuole descrivere dei semplici fatti ma rendersi conto di come nella storia dello spirito umano una serie ordinata d'idee possa essere scompigliata da altre idee . Propone due soluzioni al suo problema :
La follia
1) Alla gente piace attribuire i mali ad una perversità umana.
2) La follia nella peste non fu il risultato di condizioni storiche ma derivate dall'animo dei singoli e dalla società ; infatti si tende a voler trovare ciò che l'opinione comune desidera perché solo così si potrà essere onorati .
La follia
Per tutto ciò l'uomo sarebbe disposto a cambiare le proprie idee e da questo meccanismo si genera la follia. A questo si può opporre solo chi non fonda la propria vita sulle idee ma sui fatti.
La morte
Nel romanzo la morte si presenta con una compostezza ineffabile. Essa sveglia una penosa gravità di riflessioni acquisisce il senso delle responsabilità solleva l'anima a Dio ed ai nostri impegni con Lui ma non ha nulla di orrido di spasmodico di oscuro di terrificante.
La morte
I morti di pestilenza quando non sono segno di un'estrema pietà e quando sono segno di un disfacimento drammatico hanno sempre qualcosa di composto che muove il sospiro e la pietà e non dà neppure la ripugnanza fisica.
Il male e il bene
Nella ricostruzione della vicenda della peste Manzoni non si limita a riferire i fatti , ma va alla ricerca delle ragioni che hanno motivato quelle drammatiche vicende. Viene portato alla luce il giudizio sulle problematiche della storia umana nel suo complesso teatro di scontro tra il male e il bene
Il male e il bene
MALE VORTICE DI DISGREGAZIONE Rende inefficienti le istituzioni. Distrugge i vincoli affettivi. Trova conferma nei dotti. Si insinua nei medici, nel cardinale, in Ferrer e nei tribunali.
Il male e il bene
BENE FONTE DI ORDINE Potenzia le capacità organizzative nei Cappuccini. Stimola la carità privata. Anima l’ opera del cardinale e degli ecclesiastici.
La peste di San Carlo
Scoppiata nel 1576 è da sempre direttamente collegata al cardinale Carlo Borromeo, morto poi per il contagio dopo aver soccorso gli appestati.
La peste di San Carlo
La carità del santo non ha semplicemente mostrato che è possibile vivere una tragedia con obiettivi diversi ma ha scritto una storia che gli storici non hanno saputo scrivere: essa non è stampata sui libri ma nella memoria e nel cuore della gente.
La peste di San Carlo
Ciò che resta memorabile è il bene operato dalla carità: essa ha fissato nelle menti di tutti che S. Carlo si è prodigato come guida, soccorso, esempio e capacità di sacrificio di sè; la carità ha potuto far diventare quella calamità generale un titolo d' onore per il Borromeo; dare il nome del santo alla peste come si fa per una conquista o una scoperta.
I capitoli in coppia
I capitoli scandiscono il romanzo generalmente in singole unità ritmiche di azione (vedi l' VIII della "Notte degli imbrogli") o di digressione (come il XXII sul Cardinale Federigo Borromeo).
I capitoli in coppia
Talvolta, però, intensificano i rapporti tra di loro, come nei cap. IX e X sulla monaca di Monza, o fanno scattare un sistema di rimandi a distanza, come accade, emblematicamente, per i cap. XI e XXXIII (le due entrate in Milano di Renzo).
I capitoli in coppia
Il XXXI e il XXXII costituiscono una coppia di capitoli, collegati tra loro da fatti raccontati nel primo e ripresi nel secondo (storie di alcuni personaggi, il lazzaretto, i cappuccini, gli untori, le processioni, ecc…). All' inizio del XXXII cap. il gerundio "Divenendo" riprende esplicitamente il discorso là dove era stato interrotto
Il metodo storico
I Promessi Sposi sono un romanzo storico, quindi l'autore costruisce la vicenda del suo romanzo all' interno di un preciso contesto storico, ricostruito sulla base di una serie di riferimenti, che contribuiscono a rendere piu' "reale" la vicenda.
Il metodo storico
La parte del romanzo riguardante la peste in Milano e' molto ricca di detti riferimenti. In questo caso il suo intento e' duplice: da una parte egli espone l'ambiente, lo scenario in cui si trovano i personaggi, dall'altro vuole farci conoscere un fatto storico la cui fama e' spesso "uscita" dalla verità.
Il metodo storico
Ma come si muove nel realizzare il suo resoconto? Prima di tutto, egli esamina in modo critico i vari documenti dell'epoca riguardanti la peste (si basa,in particolare su quelle del Ripamonti, del Tadino, del Rivola, del Borromeo), affermando che persino la più veritiera di queste, quella del Ripamonti, manca d'ordine, completezza storica e capacità critica.
Il metodo storico
Poi, cerca di confrontare quei resoconti, cosa che nessuno aveva fatto prima. Più che altro, però, cerca, con la sua opera, di mettere in evidenza i fatti più importanti e significativi, di disporli nell'ordine reale della loro successione, di esporre i rapporti causa/effetto. L'autore, tuttavia, ci invita a leggere i testi originali, per non perderne la "forza viva".
Le ripetizioni
La parola "peste", nel capitolo XXXI, viene ripetuta più volte in un modo particolarmente significativo.
L'uso della ripetizione, uno dei procedimenti caratteristici dello stile epigrammatico, produce un effetto dinamico di corrispondenza ascendente o di intensificazione progressiva (climax).
Le ripetizioni
Un aggregato di sostantivi e di litoti, che mascherano un unico concetto fingendo di negarlo, può tracciare la traiettoria di un processo intellettuale quando quest'ultimo si riduce ad una "trufferia di parole", un catalogo dialogato di proposte successive e discorsi, che hanno in comune uno stesso orrore da esorcizzare.
Le ripetizioni
Il senso del mutamento viene espresso dalla sequenza nominale delle formule, dal linguaggio che si deforma e si adatta via via per poter eludere una verità che non si vuole o non si sa capire : "In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo.
Le ripetizioni
Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasti".
La trufferia di parole
Il teatro dell'esistenza è, in questo caso, il linguaggio, la mente distorta dell'uomo.
Nel romanzo di Manzoni le parole occupano un ruolo fondamentale in due occasioni: -1) in seguito ai fatti di S.Martino
2) con l’ arrivo della peste.
La trufferia di parole
1) Durante le giornate di S.Martino, infatti, la popolazione di Milano era in preda alla confusione totale e la città era diventata una "babilonia di discorsi".
La trufferia di parole
2) Con l’ arrivo della pesta a Milano , invece, Manzoni esprime il suo concetto di "Trufferia di parole". Infatti inizialmente tutta la popolazione derideva i pochi che credevano nell’ arrivo della peste e di questa parola era stato addirittura vietato l’uso.
La trufferia di parole
Anche i medici non osavano pronunciarla e, al momento della diffusione, iniziarono a definirla come "febbre pestilenziale". Una volta giunti a conclusione che si trattasse effettivamente di peste si incominciò a pensare che fosse un malefizio e questa idea confuse il significato della parola. Lo stesso accade ad altre parole dal significato tremendo e spaventoso.
L'uomo: la riflessione e il giudizio sui comportamenti umani
Nei capitoli dedicati alla peste tornano i grandi contrasti fra istintualità e ragione, fra ignoranza e cultura illuminata, fra apparenza e realtà, tra potere e servizio, fra parola intesa come strumento di menzogna o come veicolo di verità e, soprattutto, fra malvagità e amore nel misterioso guazzabuglio del cuore dell’ uomo.
L'uomo: la riflessione e il giudizio sui comportamenti umani
Quindi , nonostante l’ interruzione del filo narrativo in alcune parti del romanzo, al centro è sempre l’ accorata ricerca della dignità umana.
La città di Milano, il lazzaretto
Milano: La città appare a Renzo completamente trasformata rispetto a quella che aveva conosciuto nel corso dei tumulti di San Martino. Prima ancora di entrarci vede alzarsi una colonna di fumo scuro per i vestiti e le suppellettili che vengono bruciate. Le strade sono deserte (vi passano quasi solo i monatti) e piene solo di cenci e, persino di cadaveri.
La città di Milano, il lazzaretto
Il lazzaretto di Milano, come ricorda Manzoni nel cap.XXVIII, è una costruzione a pianta rettangolare, ai cui lati sono poste 288 stanze; è stato costruito nel 1489, come si deduce dal nome stesso, per ricoverare gli ammalati di peste, ma all' occorrenza serviva per altri scopi.
La città di Milano, il lazzaretto
Per esempio raccolse gli accattoni e i moribondi durante la primavera del 1629 (in seguito alla carestia). Durante la peste di S.Carlo del 1576 e quella del 1630 arrivò a contenere fino a 16.000 appestati: era persino possibile trovare trenta persone in un'unica stanzetta.
La città di Milano, il lazzaretto
All' inizio del XXXV capitolo appare sovraffollato di malati, diviso in due da una strada, al centro della quale sorge una cappella ottagonale, il resto è suddiviso in quartieri. In quella cappella, nel XXXVI capitolo, padre Felice radunerà i guariti dalla peste per condurli fuori dal lazzaretto in convalescenza, dopo una breve, ma solenne predica. Nei quartieri, invece, Renzo troverà prima Don Rodrigo e poi Lucia.

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