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La lirica francese nel medioevo - di Carlo Zacco

La lirica
I Trovatori

La fondazione della lirica moderna

L’arco cronologico. Tra la fine XI - fine XIII secolo si colloca la produzione della lirica trobadorica, che continuerà anche nel trecento, ma come forma cristallizzata. Guglielmo IX di Aquitania (1071-1126) è il primo trovatore di cui ci sia giunta l’opera; l’ultima è una poesia di Giraut Riquier del 1292. Già a metà del XII secolo si può parlare di una vera koinè trobadorica e vengono fissati i tratti essenziali di questa poesia che continuerà ad essere prodotta fino ai primi decenni del trecento, ma come mera imitazione, senza tratti originali.
Lo spazio geografico. L’ Occitania, cioè la Francia meridionale, ma presto i trovatori che compongono poesie in lingua d’oc saranno nativi anche di altri luoghi: Catalogna, e Italia (ne abbiamo 30).
Tra il 1208 e il 1229 ha luogo la crociata contro gli albigesi che vede la diaspora dei trovatori dalle corti occitaniche. In quel periodo si era già da tempo diffusa la lirica provenzale in catalogna e in Italia, e si erano già sviluppate delle forme di poesia lirica di stampo trobadorico in lingua locale in Francia, in area renano-danubiana, e nella penisola iberica. Verso gli anni ’30 del duecento sarà la volta dell’Italia, con i poeti siciliani.
Il codice poetico. La straordinaria fortuna della poesia occitanica è dovuta a caratteristiche riconducibili al codice poetico:
a) la corte. elaborata in ambiente di corte, da poeti ad essa strettamente legati e che ad essa si rivolgono come ad un pubblico esclusivo, fornendogli consapevolezza culturale e politica; aristocratica, ma anche laica, portatrice dei valori di un feudalesimo evoluto; il fine non è decorativo, ma didattico;
b) la lingua. Il volgare illustre; non quindi il latino dei litterati, espressione di una classe chiusa ed accademica, né il volgare interclassista dell’epica o dell’agiografia;
c) la diffusione. Concepiti, per la loro complessità, in forma scritta, sono diffusi oralmente, col canto e l’accompagnamento di strumenti musicali. La diffusione è dunque svincolata dalla scrittura appannaggio di pochi intellettuali, ed affidata a cantanti, artisti, professionisti.
d) il contesto culturale. Il carattere internazionale ed omogeneo delle corti, la forza innovativa di questo modello e la tendenza tutta medievale di conferire ad esso autorità riconosciuta saranno gli altri fattori a permettere una diffusione così straordinaria.
Primi esempi di lirica moderna. La moderna poesia europea tuttavia si distingue per alcuni caratteri specifici: si esprime in una lingua compresa da tutti, è lirica, ed è opera di individui la cui identità è riconosciuta (Frank); la poesia dei trovatori è la prima a farsi portatrice di questi caratteri.
Il rigore formale. Frutto di un lungo apprendistato finalizzato a raggiungere l’«eccellenza» del mestiere e che si presta spesso anche a delle trattazioni metapoetiche, questa poesia è rigorosamente isosillabica e rimata, e sapientemente variata nei metri e nelle melodie.
Monotematismo. Alla ricchezza delle forme si contrappone l’uniformità dei contenuti: poetica della forma e della variazione in cui il tema è solo un pretesto per giocare sul ruolo incantatorio del linguaggio.

L’invenzione dell’amore cortese

I trovatori inventano ciò che noi siamo soliti definire col termine introdotto da Gaston Paris di amore cortese (amour courtois), ma che i contemporanei hanno chiamato fin’amor, amore perfetto. Nasce nell’ambiente ristretto dei trovatori e del loro pubblico, ma grazie ai romanzi questo concetto di fin’amorsi diffonde in tutta la società divenendo cifra di un intera civiltà letteraria.
L’equazione feudale. L’idea centrale è quella di una sproporzione ineliminabile tra amante e amata: ostacolo in re alla realizzazione del desiderio, dezirier, ma fonte di affinamento individuale e sociale. Formulazioni esplicite, ma anche spie lessicali, indicano delle equazioni ben precise:
 - l’amante = vassallo;
 - l’amata (domna < DOMINA) = il suo signore;
 - l’amore dell’amato = servizio del vassallo al signore;
 - l’amore dell’amata = auto, auxilium, e protezione, consilium del signore al suo vassallo;

La gerarchia del rapporto implica una reciprocità che si inserisce in un preciso quadro merceologico:
 - l’ umilitat e l’obediensa dell’amato vengono ripagate con la mercede, la ricompensa di lei;
 - la non disponibilità di lei ad accettare l’amore, o la disponibilità ad accettarne più d’uno, liberano l’amante da ogni vincolo di fedeltà e lealtà;

Il paradosso amoroso. Ma l’incolmabile distanza tra amante ed amata implica che l’accettazione non comporti la realizzazione, poiché questo causerebbe l’annullamento della stessa distanza gerarchica: l’accettazione comporta unicamente l’adeguamento del desiderio di entrambi; un amore che mentre pone sé stesso, pone i suoi limiti: non è un desiderio platonico, anzi, è estremamente sensuale, ma perennemente, costantemente frustrato, e pago soltanto del segno di benevolenza ed accettazione: un amore che si realizza sul piano ideale di due volontà, ma non su quello materiale; il «paradosso amoroso» che traspone sul piano laico, la contraddizione cristiana fra desiderio di possedere non possedere.
Cortezia, sen, mesure. La fin’amor tuttavia è solo apparentemente un fatto privato; il fatto che il piacere sessuale non sia la sua naturale conclusione, che altrimenti lo renderebbe fals’amor, implica l’accettazione di quell’universo di regole sociali: la fin’amor diventa quindi espressione di un microcosmo di valori mondani che prende il nome di cortezia; per ciò che riguarda l’amore, i valori che rientrano nella cortezia sono mesura sen, misura e ragionevolezza. La mezura si concretizza in una gestione consapevole del desiderio, lontana dall’oltracotanza e dal folle amore; il sen si concretizza in un atteggiamento di superiorità sia all’orgoglio, orguelh, che ai possibili cedimenti.
L’esercizio alla cortesia. E’ lecito dunque definire la fin’mor con l’espressione amore cortese. La pratica della fin amor educa all’esercizio della cortesia ed è fonte di gratificazione, joi, sia individuale che sociale. Un’educazione permanente, una continua tendenza al raffinamento della cortezia per mezzo dell’esercizio dell’amore cortese.
Gli ostacoli all’amore. Una volta definita la natura della fin’amor, occorre precisare il contesto in cui si pone. E’ stato detto che l’esperienza tra i due amanti è uno specchio delle dinamiche sociali, se è così, anche l’amore allora è segnato da una moltitudine di ostacoli. In primo luogo il lauzengier, il lusingatore, colui che per invidia o per altri motivi cerca con le sue maldicenze di impedire la relazione amorosa (svelando gratuitamente o per gelosia il segreto oppure perché innamorato anche lui  ) sminuendo il valore dell’amante agli occhi della donna. Di qui la necessità di mantenere segreto il proprio amore, di celar, che sommato al disagio dell’amato di fronte all’immensa superiorità della donna, è causa di ammutolimento, di vergogna, di impossibilità ad esprime questo amore, tutti ostacoli che allontanano dalla joi e fanno di essa un equilibrio sempre precario.
Esibizione del soggetto desiderante. L’atteggiamento dell’amante oscilla continuamente tra momenti di euforia caratterizzati dalla joi, e momenti di disforia caratterizzati dal desiderio frustrato, senza che sia possibile stabilire una linea evolutiva ne tra i vari poeti, né nel singolo poeta. E’ un canto solipsistico in cui l’unico protagonista è l’amante che dialoga con sé stesso e i propri fantasmi, e dove il nemico numero uno è l’oggettività e la concretezza: questa lirica è dunque una esibizione del soggetto desiderante. Più che un discorso con un io e un tu, siamo di fronte ad un’istanza evocativa in cui da un lato a) il tu della donna è proiezione dell’io del poeta; b) l’io è una categoria grammaticale che può essere rivestita di sostanza autobiografica sia da chi canta che da chi ascolta, come una sorta di abito che chiunque può all’occorrenza indossare.
La teoria di Erik Köhler. In questa prospettiva la metafora feudale che vorrebbero ridurre la lirica trobadorica a mero «panegirico politico sotto forma di omaggio al signore feudale» va rivalutata e non va presa come unica chiave d’accesso a questo mondo poetico. La teoria più convincente, proprio perché più filologicamente corretta, è oggi quella di Eric Köhler, e della sua scuola.

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