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La badessa e le brache, dal Decameron di Giovanni Boccaccio - di Carlo Zacco


Boccaccio - Decameron - Giornata Nona - Novella Seconda
La badessa e le brache (IX, 2)

Novella precedente. La novella 1 della IX giornata narra di  una donna, Francesca, che è importunata da due uomini che vorrebbero avere il suo amore, e dei quali riesce a liberarsi tramite uno stratagemma ingegnoso:
 - il giorno prima era morto l’uomo più brutto che mai fosse stato visto;
 - Francesca allora manda a dire ad uno  dei pretendenti di sostituirsi al morto, indossando i suoi abiti, ed aspettare che qualcuno lo porti a casa sua;  poi gli spiegherà il perché;
 - all’altro invece manda a dire di recarsi al sepolcro, prelevare il cadavere, e portarlo da lei;
 - ad entrambi viene detto che, se vorranno adempiere  a queste operazioni, la donna vorrà concedersi loro;
 - se non lo faranno, la donna non vorrà mai più sentire parlare di loro;
 - entrambi accettano: il primo si sostituisce alla salma, e getta il vero cadavere in un fosso;
 - il secondo preleva il finto cadavere, che in realtà è l’altro uomo, vivo;
 - durante il tragitto vengono sorpresi dalle guardie:
 - uno lascia il cadavere cadere, e scappa;
 - l’altro si rialza e scappa;
 - in questo modo la donna rinfaccia loro di non aver adempiuto alle richieste, e se ne libera.

La badessa e le brache (IX, 2)

Rubrica

Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de’ veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l’accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.

 

Preambolo

del narratore di 1’ livello

Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato, e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l’ardita presunzione degli amanti, quando la reina ad Elissa vezzosamente disse:

- Elissa, segui.

Premessa

della narratrice (Elissa)

La quale prestamente incominciò.

Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire.

I parte

L’innamoramento della monaca

Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì ad un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò. Ed esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s’accese; e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero.

Incontro degli amanti

 

Scoperta della relazione

Ultimamente, essendone ciascun sollicito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene egli o ella, dall’Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò. E prima ebber consiglio d’accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinione delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa. E così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.

II parte

Il piano delle consorelle

Or, non guardandosi l’Isabetta da questo, né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire; il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a loro parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia del l’uscio della cella dell’Isabetta, e un’altra n’andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l’uscio, a lei che già rispondeva, dissero:

- Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l’Isabetta ha un giovane nella cella.

Intervento della Badessa

 

 

 

l’errore delle Brache

 

 

 

 

 

scoperta dei due amanti

Era quella notte la badessa accompagnata d’un prete, il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose, tanto l’uscio sospignessero che egli s’aprisse, spacciatamente [in fretta] si levò suso, e come il meglio seppe si vestì al buio, e credendosi tor certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamanli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che, senza avvedersene, in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori, e prestamente l’uscio si riserrò dietro, dicendo:

- Dove è questa maladetta da Dio? - e con l’altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l’Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s’avvedieno, giunse all’uscio della cella, e quello, dall’altre aiutata, pinse in terra; ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da cosi subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi.

III parte

 

 

 

L’invettiva della Badessa

La giovane fu incontanente dall’altre monache presa, e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s’era rimaso; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.

La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l’onestà e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce.

La difesa della giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la scoperta della Badessa

e palinodia finale

La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva compassion nell’altre; e, multiplicando [dilungandosi] pur la badessa in novelle [in discorsi], venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo, e gli usolieri [i lacci delle brache] che di qua e di là pendevano.

 

Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse:

- Madonna, se Iddio v’aiuti, annodatevi la cuffia, e poscia mi dite ciò che voi volete.

 

La badessa, che non la intendeva, disse:

- Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli [tu pare che] aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?

 

Allora la giovane un’altra volta disse:

- Madonna, io vi priego che voi v’annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace.

 

Laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, s’accorsero perché l’Isabetta così diceva. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone, e in tutta altra guisa che fatto non avea cominciò a parlare, e conchiudendo [concludendo] venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s’era, disse che ciascuna si desse buon tempo [have a good time] quando potesse.

Conclusione

E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l’Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe’venire. L’altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.



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