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Institutio del Libro terzo del Cortegiano di Castiglione capitoli IV - IX - di Carlo Zacco


L’institutio: capitoli IV - IX
Capitolo IV

Il modello per la Regina. Adesso veniamo innanzitutto a considerare come è svolta l’institutio. Ancora all’inizio il Magnifico si schermisce dicendo che si trova in difficoltà, ha un grandissimo dubbio di non poter soddisfare la Duchessa e poi l’uditorio, perché se dovesse parlare di una regina, non avrebbe problemi e difficoltà, ma basterebbe fare il nome della duchessa o parlare di lei. Ma d’altra parte così non è perché non sa da dove possa trarre modello, non sa da chi pigliarne esempio. La Duchesa lo riporta nei limiti del discorso e del compito che gli è stato assegnato: evidentemente quello che riguardava la Duchessa è un encomio, dà un impronta di carattere encomiastico.
Servire la regina. Non è casuale in un certo senso quello che ci viene detto perché consente ala duchessa di mettere in evidenza come la figura della perfetta donna di palazzo che sarà così delineata dal magnifico sarà tale per cui potrà degnamente servire quella regina cui appunto encomiasticamente aveva detto il magnifico. Vi ricorderete che al’inizio del Cortegiano, nel proemio al primo libro del Cortegiano, aveva parlato il Castiglione del cortegiano e del rapporto di servire da parte del cortegiano al principe appunto che pur in un piccolo stato era degno di essere servito dal perfetto cortigiano. Viene riproposto al femminile il rapporto che veniva messo in evidenza all’inizio tra principe e cortegiano, in rapporto tra colei che è la mogli del principe e la perfetta donna di palazzo.

Differenza tra realtà e ideale – approssimazione alla perfezione
Il Magnifico riprendendo il discorso mette in evidenza come la sua costruzione sia una costruzione ideale. attenzione, qui dobbiamo anche in un certo senso vedere se è possibile dare un interpretazione più articolata di quello che dice il magnifico. Se noi prendiamo quello che dice qui e vediamo quello che dirà più avanti quando introduce gli esempi confrontando i due passi potremmo trovare una secca contraddizione, se non cerchiamo di interpretare diversamente. Perché quando comincerà ad introdurre gli esempi il Magnifico si troverà in una situazione del tutto diversa. Qui mette in evidenza con chiarezza che on ha nessun esempio da cui trarre gli aspetti con cui delineare questa sua figura, ma se deve produrre gli esempi, e comincerà a produrre questi esempi al capitolo XXI, in questo capitolo in risposta a Gasparo che lo sfida a trovare esempi di donne eccellenti e virtuose, risponde nella seconda metà del capitolo «atteso che sempre sono state al mondo, ed ora ancor sono, donne cosí vicine alla donna di palazzo che ho formata io, come omini vicini all'omo che hanno formato questi signori» allora, ricordiamoci però che il Magnifico aveva sottolineato (lasciamo un attimo da parte il passo che abbiamo appena letto) aveva sottolineato il divario tra l’idea e quello che è nel modello delineato nel secondo libro, alla fine dei discorsi del secondo libro, nel capitolo C, se noi vediamo come si era chiuso il II libro, il magnifico diceva questo «né sono il, come il Conte e Messer Federico, il quale con la eloquenza sua hanno formato un cortegiano che mai non fu né forse può essere». Quindi a me sembra che si possa interpretare in questo modo: quantomeno l’interpretazione che io vi prospetto, può dare una spiegazione di questi tre passi: questo, quello appunto che riguarda questo capitolo IV e quello che riguarda il capitolo XIX: e cioè una consapevolezza molto forte da parte del Magnifico di quello che è il rapporto di differenza, e potremmo anche dire di diffrazione, tra la realtà e l’ideale. E al tempo stesso il tener presente, sempre, quello che era stato detto fin dall’inizio dallo stesso Castiglione del discorso relativo all’approssimazione. Il discorso può essere inteso dunque così: un idea, un modello ideale formata dalla mente, per quello che riguarda la perfetta donna di palazzo, al contrario, aggiungo, rispetto a quello che aveva detto il Fregoso quando aveva introdotto il gioco, non viene fatto riferimento a coloro che stanno nella corte, ma viene fatto riferimento ad un opera compiuta attraverso l’immaginazione da parte del magnifico stesso, sottolineando anche la novità di questa institutio: una creazione peculiare con l’introduzione di questa parte innovativa rispetto ai trattati tradizionali. D’altra parte se è così difficile, o impossibile, giungere nella realtà alla perfezione della perfetta donna di palazzo, altrettanto lo è per quello che riguarda il perfetto cortegiano, quindi il discorso è reversibile: se non è possibile condurre e produrre degli esempi perfetti per la donna, non è possibile produrre perfetti neanche per l’uomo. E ci sono donne che si avvicinano al modello tanto quanto ci sono uomini che si avvicinano al modello. Ecco teniamo presente che il nostro personaggio è quello che si dimostra nella sostanza, non nella forma, il più sottile ragionatore. E vedremo infatti qual è la posizione dialettiche che assuma e come diventa vincente, nei confronti della disputa filosofica del Pallavicino. Comunque si voglia interpretare è evidente che questo aspetto di confronto tra realtà e ideale affiori ora in maniera significativa e sistematica in più parti del Cortegiano.

Pigmalione. È l’autore stesso che se ne  fa carico, lo sappiamo dalla dedicatoria al De silva, ma si ripropone quasi sistematicamente in modi e forme diverse anche attraverso una articolazione della voci dei personaggi, certamente il magnifico fa pesare molto questo effetto della sua creazione mentale, e addirittura lo fa in modo paradossale, essendo egli il campione e difensore delle donne, è stato così investito di questo compito, citando un mito che è misogino, perché cita pigmalione, cita il mito di Pigmalione facendo riferimento ad un passo di Ovidio, nelle metamorfosi, dicendo per l’appunto che questa sua creazione resterà una creazione propria, come era stato nel mito di pigmalione «e formata ch'io l'averò a modo mio, non potendo poi averne altra, terrolla come mia a guisa di Pigmalione»
• Il mito di Pigmalione in Ovidio. Pigamalione non aveva trovato nessuna donna che gli piacesse e che fosse bella tale da potersene innamorare, Pigmalione è presentato come un personaggio che di fatto è misogino, ma creando una statua di una bellissima donna, che è una donna ideale perché creata con tutte le possibili bellezze della donna s tessa, a questa donna viene misteriosamente infusa la vita mediante un intervento di Venere, e questa donna è una statua-donna che Pigmalione ama. Il fatto che venga evocato qui questo mito introduce un tocco particolare, in un certo senso e non privo di qualche ambiguità nel discorso.

Uomo/Donna. Si entra poi nel vivo della institutio. Gasparo aveva detto che riteneva che le stesse regole date già per il cortigiano dovessero valere anche per la donna di palazzo e subito il Magnifico dice di essere di diversa opinione e mette in evidenza che ci sono delle qualità che certamente la donna condivide con l’uomo, ci sono qualità che sono più convenienti alla donna che all’uomo, e ci sono qualità che non sono affatto convenienti alla donna e riguardano solo l’uomo.
• i modi femminili e quelli maschili. In questo quadro generale si inserisce il seguito del discorso. In seguito con le qualità ci sono gli esercizi del corpo e d’altra parte la sottolineatura dei modi, delle maniere, delle parole, dei gesti e dei portamenti della donna, che devono essere diversi dall’uomo perché la donna è dissimile rispetto all’uomo. E qui c’è un gioco di contrapposizioni: è molto interessante anche dal punto di vista formale il modo in cui è condotto questo discorso del magnifico.
• opposizione di sintagmi. Qui gioca sula contrapposizione degli stessi sintagmi, del modo in cui sono costruiti per sintagmi lessicali, quanto riguarda l’uomo e quanto riguarda la donna. E poi gioca sulla rappresentazione che ci viene data, anche elencando le qualità, in quanto riguarda la donna. La donna non solo è donna ma deve apparire donna, e non dunque comportarsi es essere in ciò che non le compete.
Allora, che cosa conviene all’uomo? Ecco qui appunto ilsintagma che lo riguarda: «una certa virilità soda e ferma» e alla donna invece: «una tenerezza molle e delicata»: sostantivo, e due coppie di aggettivi. Giochiamo dunque in contrapposizione. Questa è un avvertenza di carattere generale che si aggiunge alle regole che sono state date al cortegiano.

Le virtù condivise. Quali sono le qualità che devono essere condivise tra i due? Molte virtù dell’animo sono necessarie alla donna come all’uomo, e tra queste vengono ricordate quelle che costituivano il cardine della rappresentazione del primo libro: «la nobiltà, il fuggire l’affettazione, l’essere aggraziata, l’essere di buoni costumi, ingegnosa, prudente». Allora, questa elencazione che ci viene fatta per asindeto, ingloba adesso, in una posizione centrale, attraverso la ripetizione anaforica della negazione non una costruzione che ci mostra come la figura della donna venga vista specularmente attraverso una immagine negativa, cioè un immagine negativa, che è un modello opposto a quello che deve seguire. Cosa non deve essere? «non superba, non invidiosa, non malèdica, non vana, non contenziosa (cioè litigiosa) non inetta» e poi torna al proprositivo dinuovo ruotando sul tema cardine della grazia: «sapersi guadagnar e conservar la grazia della sua signora e de tutti gli altri, far bene ed aggraziatamente gli esercizi che si convengono alle donne».

Le virtù della donna. Che cosa conviene alla donna in più rispetto all’uomo? Beh, per la donna è più necessaria la bellezza: per la estetica del 500 il tema della bellezza è un tema centrale; diventa un tema centrale anche in termini morali nell’unione di bello e buono, nel IV libro, qui viene ad essere sottolineata la bellezza della donna di corte. Ma oltre che più dotata di bellezza rispetto all’uomo deve anche essere più dotata di cautela, e qui si comincia ad insinuare un tema ed un motivo che diventa poi una sorta di ritornello in tutta la trattazione. La donna deve avere una circospezione estrema perché la sua immagine non sia macchiata da nulla: non soltanto da comportamenti inadeguati, ma neppure dalla apparenza di questi comportamenti, e soprattutto per quello che riguarda l’onestà.

Capitolo V

La professione. D’altra parte entra nel merito su quella che è la sua principale professione: se il discorso deve essere in qualche misura svolto parallelamente, mutando ciò che c’è da mutare, si deve vedere per l’appunto laprofessione principale della donna di palazzo, mentre quella del cortegiano è quella di essere uom d’arme, quella della perfetta donna di palazzo viene definita nel capitolo V è del saper gentilmente intertenere.

La donna di famiglia. Prima di giungere a questo però pone altre due distinzioni: cioè vuole lasciare indietro, perché comuni al cortegiano le virtù dell’animo (temporaneamente). Ecco, attenzione a un fatto: non è che parlando del perfetto cortegiano il Castiglione non avesse sottolineato i caratteri e gli aspetti etico-morali, lo aveva fatto, ma la trattazione relativa al perfetto cortegiano si estende su due libri, dato che la formazione della perfetta donna di palazzo è molto più ridotta come spazio, le notazioni di carattere etico morale finiscono con l’essere molto intensificate e sottolineate, sulla necessità della virtù in relazione alla donna, è fortemente rilevato. Allora, ci sono tutte le virtù che deve avere in comune col cortegiano e d’altra parte lascia indietro nel discorso quello che riguarda tutte le donne, e qui chiarisce la differenza della sua institutio rispetto ad altre institutiones che vengono fatte in altri trattati: cioè qui non si tratta, per le donne che sono sposate di delineare la buona madre di famiglia, per esempio nel nostro terzo libro dell’Alberti veniva delineata la figura della donna di famiglia, e come doveva essere la buona madre di famiglia: qui no, perché il discorso riguarda la donna che vive nella corte.

La donna in rapporto alla corte. E dunque riguarda l’aspetto sociale, in relazione specificamente all’ambiente della corte, la centralità viene assunta in toto dalla corte: «dico che a quella che vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabilità piacevole» vedremo che ci sono anche altri modi di sottolineare il comportamento della donna attraverso coppie di sostantivo e aggettivo. Non solo affabilità, non solo piacevole, ma affabilità piacevole «per la quale sappia gentilmente intertenere ogni sorte d'omo» quindi anche la competenza per così dire, l’intrattenimento da parte della donna deve essere fatto in toto in relazione a coloro che frequentano la corte. E guardiamo anche gli aggettivi che sono riferiti ai ragionamenti ancora una volta: «con ragionamenti grati ed onesti, ed accommodati al tempo e loco ed alla qualità di quella persona con cui parlerà» ecco, lil fatto che le cose che si fanno debbano essere  accomodate al tempo al luogo e alla persona, riprende i modi che erano stati fatti e detti nel secondo libro in relazione al cortigiano.

I costumi della donna. Ma qui viene ad essere specificato ulteriormente in relazione a ciò che riguarda la donna. I costumi come devono essere? I costumi devono essere «placidi e modesti» e d’altra parte però l’onestà deve essere accompagnata da una pronta vivacità di ingegno, senza alcuna grosseria, cioè grossolaità: «accompagnando coi costumi placidi e modesti e con quella onestà che sempre ha da componer[1] tutte le sue azioni una pronta vivacità d'ingegno, donde[2] si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera di bontà, che si faccia estimar non men pudica, prudente ed umana, che piacevole, arguta e discreta» (notiamo i parallelismi!) quindi precisione nelle scelte lessicali, e avrete notato che il campo semantico è quello dell’onestà, dell’affabilità e piacevolezza, della modestia, ma al tempo stesso anche di questa ingegnosità, per cui ci sia una discrezione arguta da parte della donna; e infatti viene a chiarire come ci debba essere uan medìetas, una mediocrità dificile; «e però le bisogna tener una certa mediocrità[3] difficile e quasi composta di cose contrarie, e giunger a certi termini a punto, ma non passargli» dunque un insieme di elementi che sono composti da aspetti in contrapposizione tra di loro che devono essere armonizzati in un termine medio, bisogna giungere al punto in cui bisogna arrivare e non passare oltre il limite. [48:21] E bisong adire che anche nel modo espressivo di tutto quello che segue nell’esemplificazione, il Castiglione attraveso la voce del Magnifico mette ben in evidenza questi elementi attraverso un gioco orchestrato retoricamente tra ciò che la donna non deve ma deve fare.

Non troppo restia. . Ecco guardiamo anche dal punto di vista formale, nella costruzione del periodo, nello stile e nella capacità di esprimere in modo armonico questi concetti, una parte interessante del trattato. Allora, comincia con ciò che non deve: «Non deve adunque questa donna, per volersi far estimar bona ed onesta» attenzione, per volersi far estimar: non solo l’essere, ma è importante l’immagine che deve essere data dalla donna. Quindi la donna deve puntare su quella che è l’immagine che la corte ritrae di lei. Non deve dunque essere ritrosa, non deve aborrire le compagnie, non deve evitare a tal punto i discorsi che vengono fatti anche se un po’ lascivi, perché, che cosa accadrebbe se facesse così? Se fosse troppo ritrosa sarebbe spiacevole, darebbe fastidio. Ma d’altra parte se si astenesse totalmente e si facesse vedere così restia da questi discorsi, allora potrebbe far incorrere nel sospetto che voglia far incorrere in qualcosa di sé.
Non troppo pettegola. D’altra parte non deve incorrere nel vizio opposto: per mostrar di essere libera e piacevole, non deve dir parole disoneste, né usar una certa dimestichezza intemperata, cioè una certa facilità, un modo accomodante privo di moderazione e senza freno e modi, da far credere di sé quello che forse non è.

Il problema è anche questo: l’immagine che dà di sé può essere tale da distorcere la realà di quello che la donna è : la donna è onesta, ma se si comporta così dà l’immagine di essere disonesta e quindi macchia la propria reputazione, e incorre in ciò che la donna non deve fare. Dopo aver detto non deve.. non deve..adesso vediamo che cosa deve: «ma ritrovandosi a tai ragionamenti, deve ascoltargli con un poco di rossore e vergogna» introduce poi un altro errore da cui la donna deve guardarsi, ed è importante che lo dica, perché specifica che ha visto molte donne incorrere in questo errore: «dire ed ascoltare volentieri chi dice mal d'altre donne» e qui si introduce la variazione, perché chi legge potrebbe aspettarsi che ci metta in evidenza prima l’aspetto positivo e poi quello negativo, qui invece inverte: variazione che è una norma retorica fondamentale per evitare la noia del lettore. «perché quelle che, udendo narrare modi disonesti d'altre donne, se ne turbano e mostrano non credere, ed estimar quasi un mostro[4] che una donna sia impudica, dànno argumento[5] che, parendo lor quel diffetto tanto enorme, esse non lo commettano» quindi danno una buona impresisone di sé. «ma quelle che van sempre investigando gli amori dell'altre e gli narrano cosí minutamente e con tanta festa, par che lor n'abbiano invidia e che desiderino che ognun lo sappia, acciò che il medesimo ad esse non sia ascritto per errore; e cosí vengon in certi risi, con certi modi, che fanno testimonio che allor senton sommo piacere».

Conseguenze. Le conseguenze sono rappresentate quasi scenicamente. Da questo la conseguenza che riguara ciò che gli uomini ne pensano, e le tengono in mala opinione, ed invitano quindi gli uomini a comportarsi male nei loro confronti ed avere fastidio di loro. Al contrario non c’è uomo tanto procace e insolente che non abbia riverenza nei confronti di quelle che sono stimate buone e oneste, ciò che dà uno scudo alla donna è una gravità temperata si sapere di bontà.

Qui la contrapposizione non è più nei confronti di altre donne ma nei confronti dell’insolenza e bestialità dei presuntuosi, da cui la conclusione di tutto il discorso che un semplice gesto, riso o atto di benevolenza di una donna onesta, è più apprezzato da ognuno che tutte le dimostrazioni di quelle che mostrano così senza riservo poca vergogna. Se non sono impudiche fanno segno di essere, e incorrono  in ciò che non si deve fare. C’è in qualche  misura una precettistica più minuta in questo, che viene svolta attraverso una serie di osservazioni, e una rappresentazione attentamente orchestrata nel discorso che permette di far capire come voglia fare intendere come debba essere questa mediocrità difficile, che egli stesso vuole raggiungere come scrittore, potremmo dire, in questo modo. Una certa naturalezza di discorso da un lato, e dall’altro una messa in evidenza di tutti qugli aspetti che compongono una sorta di quadro, scenicamente rappresentativo di tutta una serie di atteggiamenti e modi di essere all’interno della corte.

Capitolo VI

I discorsi. E entra poi nelle considerazioni che riguardano le parole; le parole sono espressione di un contenuto e il soggetto di queste parole non può essere vano e puerile, ma deve avere significato: quindi l’intrattenimento deve essere svolto da chi abbia notizia di molte cose, abbia la discrezione della scelta delle cose di cui parla, perché non può né infastidire né offendere né comportarsi in modo indiscreto nei confronti dell’interlocutore.
L’atteggiamento della donna è tutto visto e proiettato all’esterno: cioè l’immagine che la donna dà di sé, ma anche il comportamento che la donna deve tenere in relazione al suo modo di porsi sul piano sociale: l’intrattenimento gentile deve essere tale da portare piacere, soddisfazioni  positive con coloro con i quali parla, quindi deve guardare all’esterno rispetto a sé, cioè l’oggetto di interesse riguarda coloro che stanno intorno alla donna.

Naturalemnte ancora una volta ci sono precetti negativi: «non vada mescolando nei ragionamenti piacevoli cose gravi, non mostri inettamente di sapere di sapere ciò che  non sa, ma conmodestia cerchi di onorarsi di quello che sa, fuggendo come s’è detto l’affettazione in ogni cosa». Qui ilmagnifico fa come al solito una serie di considerazioni che potrebbero sembrare conclusive di questa parte del discorso, e infatti insorge gasparo subito dopo: «In questo modo sarà ella ornata de boni costumi e gli esercizi del corpo convenienti a donna farà con suprema grazia» tema di nuovo che emerge «e i ragionamenti soi saranno copiosi e pieni di prudenzia, onestà e piacevolezza; e cosí sarà essa non solamente amata, ma reverita da tutto 'l mondo e forse degna d'esser agguagliata a questo gran cortegiano, cosí delle condizioni dell'animo come di quelle del corpo».

Capitolo VII

Pausa. Ritorna la cornice diegetica e il magnifico tace e fa una pausa come se avesse posto fine al ragionamento. Questo scandire le pause e i silenzi ha a che vedere con la regia dello scrittore, ci viene messo in evidenza e sottolineato attraverso la cornice diegetica ed è un elemento che si ripete più di una volta.

Interviene il Pallavicino: egli ha il compito di porre obiezioni, questo lo aveva già fatto fin dall’inizio del gioco, pone obiezioni che potremmo dire di merito e di metodo: merito perché non è d’accordo con i contenuti che vengono esposti, ma anche di metodo perché on è d’accordo con il modo con cui viene condotto il discorso: in questo caso di fatto trova che sia stato troppo slle generali e che abbia esagerato, e chiede che si venga più nel merito del discorso: «Voi avete veramente, signor Magnifico, molto adornata questa donna e fattola di eccellente condizione; nientedimeno parmi che vi siate tenuto assai al generale e nominato in lei alcune cose tanto grandi, che credo vi siate vergognato di chiarirle; e piú presto le avete desiderate, a guisa di quelli che bramano talor cose impossibili e sopranaturali, che insegnate» in un certo senso gioca su quello che aveva detto all’inizio il magnifico, che era frutto della sua mente, e allora vuole che si entri nel merito delle questioni: «Però vorrei che ci dichiariste un poco meglio quai siano gli esercizi del corpo convenienti a donna di palazzo, e di che modo ella debba intertenere, e quai sian queste molte cose di che voi dite che le si conviene aver notizia».

E poi c’è un’altra questione: tutte quelle virtù di cui parlava, prudenza, magnanimità eccetera: «e se la prudenzia, la magnanimità, la continenzia e quelle molte altre virtú che avete detto, intendete che abbiano ad aiutarla solamente circa il governo della casa, dei figlioli e della famiglia (il che però voi non volete che sia la sua prima professione), o veramente allo intertenere e far aggraziatamente questi esercizi del corpo» e ovviaemnte lo mette in guardia: «e per vostra fé guardate a non mettere queste povere virtú a cosí vile officio, che abbiano da vergognarsene».

Nota la sproporzione tra queste virtù così grandi che cita e l’occupazione dell’intrattenimento. Il Magnifico trova ed esplicita la punta misogina che c’è nel discorso di Gasparo mettendo in evidenza che  non può evitare il Pallavicino di mostrare malanimo nei confronti delle donne. E si giustifica anche dicendo che visto qual è l’uditorio sembrava a lui che fosse sufficiente quello che aveva detto proprio perché è convinto che l’uditorio sia competente, e sa che alla donna  non si convengono quegli esercizi che sono propri dell’uomo, cioè armeggiare, cavalcare, giocare alla palla, lottare, e molte altre cose che si convengono agli uomini.
E c’è un intervento doppio dell’Unico Aretino, l’Accolti, il Poeta, di cui avevamo visto la voce nei giochi all’inizio del cortegiano, e poi di Cesare Gonzaga sui due piani: l’evocazione dei costumi del passato: ci sono stati un tempo anche costumi presso gli antichi per cui si usava che le donne lottassero con gli uomini, e l’Unico Aretino sostiene che questa sia una buona usanza, e probabilmente il riferimento è a Sparta in questo senso, e il Gonzaga si inserisce (il Gonzaga porta spesso annotazioni relative ai tempi presenti) dice che anche lui stesso ha visto donne che coltivano queste attività, questi esercizi del corpo che il Magnifico sostiene che appunto non vuole per le donne.
 
Capitolo VIII

Le donne guerriero. Tenete presente che c’è una tradizione di questo genere, che troviamo anche elaborata letterariamente, perché se noi guardiamo i poemi epico cavallereschi, ed anche epico-eroici troviamo naturalmente le donne guerriero, però tenete presente che c’è un dato di costume reale: il Petrarca stesso in una lettera trattava del modo che aveva anche trovato molta ammirazione nel regno di Napoli di una nobildonna che sapeva abilmente cavalcare, giostrare eccetera, e per stare al termine più stretto del nostro discorso, un commentatore del Cortegiano ha fatto notare che lo stesso Castiglione aveva in una lettera del 25 lodato la Marchesa di Scaldasole di Pavia che è una donna valente nelle armi: quindi effettivamente donne dedite a quello che è giudicato dal magnifico adatto soltanto agli uomini c’erano.

A modo mio… Il Magnifico esclude questo, come aveva fatto il Canossa dicendo, quando formava il suo cortegiano che fosse nobile, così il nostro magnifico interviene, dicendo che dato che può formare la donna a modo suo, non vuole che la donna si dedichi ad esercizi così robusti ed aspri: «non voglio … mavoglio» quindi sottolinea quello che vuole: «non voglio ch'ella usi questi esercizi virili cosí robusti ed asperi, ma voglio che quegli ancora che son convenienti a donna faccia con riguardo» e qui abbiamo ancora quella sequenza di espressioni che sottolineano sia nel sostantivo sia nell’aggettivo quello che è proprio della donna: con quella «molle delicatura» quindi morbida delicatezza «che avemo detto convenirsele» e questo riguarda tutte le attività e gli esercizi che sono adatti ad una donna: «il danzare, il cantare, il suonare» il tema della grazia è importante ed è tale per cui si escude «che una donna suoni tamburi, pifferi, trombe o altri tali strumenti, perchè questa asprezza si oppone (ed ecco ancora i nostri sintagmi) alla soave mansuetudine» più oltre troviamo la «nobile vergogna» che deve essere mostrata dalla donna che è contraria all’impudenza: nobile vergogna perché la donna deve praticare il canto, la danza, suonare, ma non deve essere lei a proporsi, deve attendere che questo le sia chiesto: «deve indurvisi con lassarsene alquanto pregare e con una certa timidità, che mostri quella nobile vergogna[6] che è contraria della impudenzia» c’è un tema che è tipicamente relativo alle rappresentazioni femminili che riguarda gli abiti.

Gli abiti. Anche in relazione agli abiti questi devono essere accortamente considerati da parte della donna: le è lasciata maggior libertà perché gli abiti sono connessi al tema della bellezza, ma naturalmente la donna deve indossare quegli abiti che acrescono la grazia e deve ben curare anche in questo ciò che accresce quella grazia naturale che è dono di natura: e questo può voler dire anche la capacità di dissimulare quelli che pososno essere  i suoi difetti: «essendo un poco più grassa o più magra del ragionevole, o magra o bruna, aiutarsi con gli abiti. Ma sempre dissimulatamente! e tenendosi delicata e polita, mostrar sempre di non mettervi studio o diligenzia alcuna».

Capitolo IX

Cosa deve sapere la donna. Ecco però diciamo che i colpi da novanta non sono ancora arrivati, e li mette adesso. Adesso deve far capire che cosa deve sapere la donna: infatti Gasparo su questo farà fuoco e fiamme. La donna deve conoscere tutto quello che il cortigiano, come ci è stato detto, deve conoscere: attenzione però, rispetto alla formazione del cortigiano c’è una differenza non da poco, perché anche se il magnifico dice che la donna deve avere cognizione di ciò che questi signori hanno voluto che sappia il cortigiano, e dato che  non può fare gli esercizi dell’uomo conosca comunque qeullo che è necessario per poterne dare il giudizio nei confronti degli altri: «voglio che questa donna abbia notizie di lettere, di musica, di pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando con quella discreta modestia e col dar bona opinion di sé ancora le altre avvertenze che son state insegnate al cortegiano» per il cortigiano però non era soltanto una notizia delle lettere e di altro per quello che riguardava le arti, perché la formazione del cortegiano richiedeva che fosse al tempo stesso uomo di lettere e uomo di armi. Qui la donna deve averne notizia: è di fatto una informazione che viene data.

Evidenza in re. D’altra parte il divario rappresentato in re, cioè nei fatti del dialogo, sul piano della cultura e della competenza sarà tra non molti capitolo messo a fuoco con grande evidenza, le donne presenti non hanno alcuna competenza del discorso filosofico, ma soltanto gli uomini che svolgono questo discorso hanno la capacità di seguire la disputa che tra pochissimo si viene ad intrecciare tra il Pallavicino e il Magnifico.

Le virtù cardinali. E qui bisogna dunque tenere presente che quello che dice il magnifico è da intendersi sì in rapporto al cortegiano ma su un piano che si può considerare minore. Ma comunque sia, conclude, prima che esploda il Pallavicino seppur ridendo, conclude per ciò che riguarda le virtù: il Pallavicino aveva detto che queste virtù che la donna deve avere in comune con il cortigiano che sono poi le virtù morali (naturalmente per la donna si sottolinea di più la continenza) comunque si parla anche di magnanimità, temperanza fortezza d’animo, prudenza, cioè le virtù cardinali ed altre, questo discorso viene ripreso dal magnifico mettendo in evidenza che certo queste per l’intrattenimento cortigiano non sono indispensabili, ma dato che lui forma la sua donna di palazzo vuole che sia ornata di tutte queste virtù. Perché la donna deve essere virtuosa «che meriti esser onorata e che ogni sua operazion sia di quelle composta»

Capitolo X

Le donne al governo. E qui il pallavicino vede una esagerazione, una iperbole, una sorta di mondo alla rovescia. Perchè dice «Maravigliomi pur, - disse allora ridendo il signor Gaspar, - che poiché date alle donne e le lettere e la continenzia e la magnanimità e la temperanzia, che non vogliate ancor che esse governino le città e faccian le leggi e conducano gli eserciti; e gli omini si stiano in cucina o a filare». Quindi il mondo alla rovesica: le donne capaci di fare tutto e gli uomini invece a casa. Il magnifico continuando a ridere dice «Forse che questo ancora non sarebbe male». E cita Platone dicendo che per quanto Platone non fosse tanto amico delle donne, deve pur sapere il Pallavicino quale grande ruolo nella repubblica Platone aveva dato alle donne, e questo lo fa in forma do manda (non sapete voi che Platone.. ).

Non regina, ma donna di palazzo. E poi d’altra parte afferma sempre in forma di domanda che la capacità le donne hanno di ben governare le città e gli eserciti così come fanno gli uomini, ma questa parte del discorso non è pertinente: perché non vuole formare la regina, vuole formare la perfetta donna di palazzo. E allora riconosce nel pallavicino la volontà di rinnovare quella falsa calunnia, cioè che siano animali imperfettissimi «non capaci di far atto alcun virtuoso, e di pochissimo valore e di niuna dignità a rispetto degli omini. Ma in vero ed esso e voi sareste in grandissimo errore, se pensaste questo».
note:




[1] - componer: improntare.
[2] - donde: in modo che.
[3] - mediocrità: equilibrio.
[4] - un mostro: una cosa mostruosa.
[5] - danno argumento: inducono a congetturare.
[6] - nobile vergogna: aristocratico pudore.

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Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…