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Inferno XXXIV dalla Divina commedia di Dante Alighieri - di Carlo Zacco


Inferno XXXIV

         1-21.  La Giudecca e Lucifero

 

 

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21

   «Vexilla regis pròdeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse 'l maestro mio, «se tu 'l discerni».

   Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l'emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che 'l vento gira,

   veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, ché non lì era altra grotta.

   Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l'ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.

   Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com' arco, il volto a' piè rinverte.

   Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch'al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

   d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,

«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t'armi».

Lucifero. All’inizio del canto parla Virgilio, che annuncia la presenza di Lucifero mediante una parodia di un verso di Venanzio Fortunato: Vexilla regis proderunt inferni: si avvicinano le insegne del re dell’inferno;

 - Poi Dante passa a descrivere brevemente l’ambiente: dice che sente un forte vento, e che in lontananza gli pare di vedere un’enorme macchina, come una specie di mulino a vento;

 - a causa di questo vendo si ripara dietro Virgilio;

Le anime.  Quindi descrive le anime di questa parte dell’inferno, che è la Giudecca: sono completamente sepolte nel ghiaccio, dal quale traspaiono come una pagliuzza imprigionata nel vetro;

 - ogni anima è in posizione differente: alcune sono in piedi, altre distese, altre dritte a testa in giù, altre ancora accovacciate a forma d’arco.

 - Dante e Virgilio avanzano ancora un po’, quel tanto che consente loro di vedere pienamente Lucifero, ovvero quello che un tempo era stata la più bella di tutte le creature di Dio;

 - Virgilio prende la parola e mostra a Dante il demonio, chiamandolo Dite, e lo esorta ad armarsi di coraggio.


        21-35. Descrizione del demonio

 

 

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   Com' io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,

però ch'ogne parlar sarebbe poco.

   Io non mori' e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,

qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

 

 

 

 

  Lo 'mperador del doloroso regno

da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

   che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant' esser dee quel tutto

ch'a così fatta parte si confaccia.

   S'el fu sì bel com' elli è ora brutto,

e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogne lutto.

 

Terrore di Dante.  Dante quindi si rivolge al lettore, dicendo di non avere la possibilità di ridire in che modo egli raggelò letteralmente a quella visione;  dichiara quindi l’inadeguatezza della parola ad esprimere quel terrore provato;

 - e aggiunge: non era morto, ma non poteva dirsi vivo: e invita il lettore a sciogliere, tramite il proprio ingegno, questo paradosso: di uno che può essere una e l’altra cosa;

 

Descrizione del demonio. Poi descrive il demonio:

 - il re dell’inferno sporgeva dal ghiaccio dalla metà del petto in su;

 - è di dimensioni enormi: in proporzione, Dante si avvicina alle dimensioni di un gigante, come un gigante si avvicina alle dimensioni di un solo braccio di Lucifero;

 - la sua bruttezza è inversamente proporzionale alla bellezza che aveva avuto un tempo;

 - e il male che lui fa, e proporzionato alla grandezza della sua ribellione;

 
        37-60. Le tre bocche del demonio

 

 

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Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand' io vidi tre facce a la sua testa!

L'una dinanzi, e quella era vermiglia;

   l'altr' eran due, che s'aggiugnieno a questa

sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

   e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.

   Sotto ciascuna uscivan due grand' ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid' io mai cotali.

   Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

   quindi Cocito tutto s'aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.

 

 

   Da ogne bocca dirompea co' denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

   A quel dinanzi il mordere era nulla

verso 'l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.

 

Continua la descrizione. Dante osserva che il demonio ha tre facce:

- una davanti, di colore rosso;

- le altre due sono laterali, all’altezza della spalla, e si congiungevano nella parte posteriore, dove alcuni animali hanno la cresta;

 - la seconda faccia è gialla;

 - la terza è nera, come la faccia degli abitanti d’Etiopia, cioè la terra in cui le acque del Nilo vanno verso valle;

 - sotto ciascuna faccia vi erano due grandi ali, di dimensioni proporzionate al resto del corpo:  Dante dice si non aver  mai visto vele di navi tanto grandi;

 - le ali non avevano penne, ed erano simili a quelle del pipistrello:  il demonio agitava queste ali in modo da produrre il vento, a causa del quale tutto il Cocito era ghiacciato;

 - Naturalmente aveva sei occhi, dai quali scendevano lacrime, che all’altezza dei tre menti si mescolavano a bava sanguinolenta;

 

I tre dannati. In ognuna della tre bocche stritolava con i denti un peccatore, come una macina;  

lo stritolamento della bocca, della faccia anteriore, non era nulla rispetto ad un’altra pena, che si aggiunge alla prima: cioè le graffiate dietro la schiena;

 

61-69. Giuda, Bruto e Cassio

 

 

 

 

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   «Quell' anima là sù c'ha maggior pena»,

disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,

che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

   De li altri due c'hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;

   e l'altro è Cassio, che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

è da partir, ché tutto avem veduto».

Virgilio prende la parola, e spiega: il dannato della faccia centrale, quello che subisce la pena più dura è Giuda Iscariota, il quale ha il capo nella bocca di lucifero e le gambe fuori;

 - gli altri due hanno il corpo dentro la bocca e le gambe fuori:

- quello nero è Bruto, che si dimena senza parlare;

 - l’altro è Cassio;

 - Ma Virgilio non si sofferma oltre nella descrizione, e dice a Dante di procedere oltre; 

 

 

70-81. la discesa/salita

 

 

 

 

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Com' a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l'ali fuoro aperte assai,

  appigliò sé a le vellute coste;

di vello in vello giù discese poscia

tra 'l folto pelo e le gelate croste.

   Quando noi fummo là dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l'anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,

   volse la testa ov' elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com' om che sale,

sì che 'n inferno i' credea tornar anche.    

   «Attienti ben, ché per cotali scale»,

disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,

«conviensi dipartir da tanto male».

   Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso

e puose me in su l'orlo a sedere;

appresso porse a me l'accorto passo.

 

Quindi Virgilio ordina a Dante di aggrapparsi a lui, e di tenersi stretto:

 - quando Virgilio vede che è il momento giusto, e le ali sono ben aperte, si aggrappa ai peli del demonio, e impugnandogli un mazzo di peli dopo l’altro, scende giù nel fosso in cui il demonio stesso è conficcato;

 - quando si trovarono nel punto in cui finisce l’anca e inizia la coscia,...

 

...Virgilio fa una virata, e si capovolge, proseguendo il percorso in salita; sicché a Dante pare di ritornare dov’era l’inferno;

 - Virgilio dice a Dante di tenersi stretto, poiché per quelle «scale», di quel passaggio è necessario servirsi per uscire dal male dell’inferno.  

 - Quindi Virgilio, sempre con Dante sulle spalle, esce fuori da un cunicolo, e pone Dante a sedere su una roccia; poi gli si avvicina (porse a me) con passo attento.

 

88-126. L’uscita dalla burella.

 

 

Dante si rialza, vede sopra di lui le gambe di Lucifero e se ne stupisce.

 - Virgilio lo invita ad avviarsi;

 - da lì entrano in una galleria naturale,  la natural burella, ma prima Dante chiede chiede a Virgilio:

1) dove sia rimasto il Cocito;

2) perché Lucifero abbia le gambe in su;

3) perché sia già mattino;

 

Virgilio chiarisce che ora si trovano  nell’emisfero australe, e spiega la cosmologia medievale:

 - il Cocito sta ora sotto i loro piedi: Dante e Virgilio si trovano agli antipodi: dove è mattino mentre a Gerusalemme è sera;

 - il demonio si trova conficcato al centro della terra dal giorno in cui è stato scaraventato dopo essersi ribellato a Dio;

 - la terra, per sfuggire al contatto col demonio, ha formato nell’emisfero australe una montagna (il purgatorio), e nell’emisfero boreale una cavità (l’inferno)

 

 

127-139. A riveder le stelle

 

 

 

 

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   Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suono è noto

   d'un ruscelletto che quivi discende

per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,

col corso ch'elli avvolge, e poco pende.

 

 

 

 

   Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d'alcun riposo,

   salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch'i' vidi de le cose belle

che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

   E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

In quella parte della terra c’è un luogo (la cima del purgatorio) lontano dal diavolo tanto quanto il diavolo stesso è lontano dalla superficie terrestre dell’emisfero boreale;

 - Dante sa di questo luogo poiché dove si trova lui giunge un ruscello (il Letè, che riporta all’inferno i peccati lavati dalle anime) che parte appunto dalla cima del purgatorio, e giunge fino a lì poiché ha roso il terreno col suo corso;

 

 - da quel punto Dante e Virgilio riprendono il cammino attraverso quella galleria, fino ad uscire all’esterno;

 - senza preoccuparsi di riposare salgono su, Virgilio per primo, Dante per secondo;

 - finché Dante non vede alcuni astri del cielo, attraverso un foro rotondo.

 - Quindi escono a rivedere le stelle.


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