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Inferno XXVI dalla Divina commedia di Dante Alighieri - di Carlo Zacco

Inferno XXVI
1-12. Violenta invettiva contro Firenze e la sua corruzione, scaturita da ciò che Dante aveva visto nel canto precedente, nella bolgia dei ladri.
 - Segue una oscura profezia su una sventura che colpirà la città.

 

 

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Godi, Fiorenza, poi che se' sí grande,

che per mare e per terra batti l'ali,

e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai di qua da picciol tempo

di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E se già fosse, non saría per tempo:

cosí foss'ei, da che pur esser dee!

ché piú mi graverà, com piú m'attempo.

Godi: in senso ironico: rallegrati;   

batti l’ali: voli, estendi la tua fama;   cotali:  famosi;  

onde: valore consecutivo;   

Ma se:  credenza sui sogni mattutini;

quel che Prato: profezia sibillina: varie ipotesi: in ogni caso Dante vuole dire che la corruzione di Firenze è tale da condurla presto alla rovina;

più mi graverà con più m’attempo: mi sarà più duro da sopportare quanto più attendo > ambiguo: che tu venga/ non venga punita;


Questa invettiva rientra in un percorso tematico che percorre tutta la commedia:
 - If VI, Ciacco: la descrizione di Ciacco dei mali di Firenze: «superbia, avarizia, invidia»;
 - If XV, Brunetto: «gent’è avara, invidiosa e superba»;
 - If XVI Dante a Iacopo Rusticucci: dove accusa i «sùbiti guadagni»;
 - Tocca il culmine in Pd XV, XVI, XVII con il lungo discorso di Cacciaguida.
Dante, nella Commedia, traccia una storia morale di Firenze, in chiave negativa, e ne denuncia la degenerazione morale.

13-24. Inizia il racconto. Dante-personaggio risale faticosamente sul ponte che sovrasta l’ottava bolgia.
 - c’è una importante affermazione di Dante-autore, che riflette sulla necessità di mantenere il proprio ingegno entro i limiti importi dalla morale cristiana.

 

 

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Noi ci partimmo, e su per le scalee

che n'avean fatte i borni a scender pria,

rimontò 'l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,

tra le schegge e tra' rocchi dello scoglio

lo piè sanza la man non si spedía.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,

e piú lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtú nol guidi;

sí che, se stella bona o miglior cosa

m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

iborni: due interpretazioni: eburnei/i borni (rocce);

lo scoglio: la parete rocciosa della VII bolgia;

spedìa: latinismo: non si liberava;

ora: Dante fa autocritica, sia sull’io di allora, si sul l’io del momento in cui scrive: sa che deve mantenere l’ingegno entro i limiti della rettitudine cristiana, senza sconfinare nella superbia;

stella bona: costellazione dei gemelli;

‘l ben: la salvezza, che Dante rischierebbe di perdere tramite un uso errato dell’Ingegno;

m’invidi: lat. Me ne privi;


Introduzione morale. Il dolore provato da Dante-Personaggio nel vedere le sofferenze di coloro che sono puniti per aver rivolto il  proprio ingegno in azioni scorrette, porta Dante-Autore ad attualizzare quel ricordo, e fare in modo che agisca freno morale, sia per lui, che per i lettori.
 - l’intelligenza è un dono di Dio ma comporta rischi se usata male, cioè fuori dalla virtù morale; l’uso scorretto della ragione più portare a due diversi tipi di peccato, ugualmente puniti nell’VIII bolgia:
1) se il male è nel mezzo o nel fine, porta alla frode e all’inganno:
2) se il male è nell’autosufficienza intellettuale (fare a meno di Dio), porta alla superbia, ed è quello che teme Dante per sé;
 - Ulisse le ha entrambe: gli inganni (enumerati da Virgilio) la Superbia (l’ultimo viaggio, raccontato da lui);

25-42. in questa sezione Dante descrive l’VIII bolgia, attraverso due similitudini, una agreste, l’altra biblica: l’VIII è una cava in cui i peccatori fluttuano avvolti completamente da una fiamma, che li sottrae alla vista.

 

 

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Quante il villan ch'al poggio si riposa,

nel tempo che colui che 'l mondo schiara

la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,

vede lucciole giú per la vallea,

forse colà dov'e' vendemmia ed ara;

di tante fiamme tutta risplendea

l'ottava bolgia, sí com'io m'accorsi

tosto che fui là 've 'l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi

vide 'l carro d'Elia al dipartire,

quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sí con li occhi seguire,

ch'el vedesse altro che la fiamma sola,

sí come nuvoletta, in su salire;

tal si move ciascuna per la gola

del fosso, ché nessuna mostra il furto,

e ogni fiamma un peccatore invola

Quante > lucciole > tante fiamme

nel tempo…ascosa: in estate;

mosca/zanzara: di sera;

vallea: pianura;

: nel punto più alto del ponte;

parea: appariva visibile;

 

Colui: Eliseo, discepolo del profeta Isaia; schernito da un gruppo di ragazzi, invoca Dio, che li punisce facendoli sbranare da orsi;

 - Eliseo vide Isaia ascendere in cielo: una fiamma avvolse completamente il suo casso, e lo sollevò;

Levorsi: levòronsi > si levarono (sincope);

altro che la fiamma: Eliseo poteva vedere solo la fiamma, non il carro  e i cavalli;

il furto: l’anima sottratta alla vista;

invola: ruba, nasconde allo sguardo;


Introduzione visiva. Due similitudini: una agreste (come le lucciole d’estate); una biblica (come il carro di Elia rapito in cielo).  Entrambe fanno vedere la scena da due punti di vista diversi, il primo più da lontano, il secondo più da vicino, secondo una tecnica di zoom, che manifesta la graduale presa di consapevolezza di Dante di fronte alla scena. Dal Campo lungo > al primo piano. Di grande effetto.

43-63. Dante è talmente attratto da ciò che vede che, se non si aggrappasse ad una roccia, rischierebbe di cadere nella bolgia. Virgilio vede l’interesse di Dante, e spiega che si tratta di peccatori avvolti da Fiamme;
 - Dante in realtà è attratto da una fiamma diversa dalle altre, in quanto contiene non uno, ma due peccatori, e appare pertanto biforcuta, e chiede spiegazioni. Virgilio risponde che si tratta di Ulisse e Diomede che, come in vita hanno agito insieme compiendo inganni, allo stesso modo sono puniti insieme. Quindi Virgilio elenca i tre più famosi inganni di Ulisse e Diomede: il cavallo di Troia; l’inganno a Deidamia; il furto del Palladio;

 

 

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Io stava sovra 'l ponte a veder surto,

sí che s'io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giú sanz'esser urto.

E 'l duca, che mi vide tanto atteso,

disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;

ciascun si fascia di quel ch'elli è inceso».

«Maestro mio» rispuos'io, «per udirti

son io piú certo; ma già m'era avviso

che cosí fosse, e già voleva dirti:

chi è in quel foco che vien sí diviso

di sopra, che par surger della pira

dov'Eteòcle col fratel fu miso?»

Rispuose a me: «Là dentro si martira

Ulisse e Dïomede, e cosí inseme

alla vendetta vanno come all'ira;

e dentro dalla lor fiamma si geme

l'agguato del caval che fe' la porta

onde uscí de' Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l'arte per che, morta,

Deïdamía ancor si duol d'Achille,

e del Palladio pena vi si porta».

S’io non avessi: allusione chiara al fatto che se Dante non avesse tenuto a freno l’ingegno, sarebbe caduto nel peccato, come i dannati;

Etèocle: personaggio della Tebaide di Stazio. Fratello di Polinìce, entrambi figli di Edipo, Re di Tebe.

 - si combattono in vita per il dominio della città, tanto da uccidersi a vicenda;

 - furono messi insieme nel rogo funebre, e le fiamme si separarono, tanto era l’odio;

vendetta: di Dio, la punizione;

l’ira: di Ulisse e Diomede contro Troia, 

1) Caval: cavallo di Troia, naturalmente;

Porta: sempre di Troia, a cui uscì Enea (seme=progenie);

2) Deidamia: figlia di Licomede, Re di Sciro, isola dove Achille fu nascosto dalla madre, Teti, per sottrarlo alla guerra di Troia.

3) Palladio: la statua di Pallade-Atena posta sulla rocca di Troia, e trafugata da Ulisse.


La bolgia dell’intelligenza. Questa bolgia è anomala. L’atmosfera è molto pacata, composta:
 - non vi si trovano le scene ripugnanti, grottesche, oscene tipiche delle altre bolge;
 - non si insiste sulla crudeltà della pena, che tra l’altro sembra più dignitosa delle altre;
 - la descrizione del dolore non è affidata alla forza delle immagini, ma a parole astratte: si martira, si geme, piangevisi; Sembra che Dante abbia un certo rispetto per coloro che hanno fatto cattivo uso dell’ingegno.
Ulisse e Diomede. Viene introdotta una terza similitudine mitologica, che chiama in causa la vicenda della guerra contro Tebe, una vicenda mitica, che prepara all’incontro con le due grandi figure mitologiche.
 - Virgilio descrive la scena in modo contenuto, rispettoso verso la tradizione letteraria di cui lui stesso è stato portatore.

64-84. Dante chiede di parlare con quella doppia fiamma, ma Virgilio lo trattiene, dando una motivazione non del tutto chiara, spiegando cioè che è meglio che sia lui a parlare,  poiché i due sono greci, e potrebbero essere ostili al parlare di Dante.
 - Quindi Virgilio chiama le due anime, gli chiede di arrestare il loro movimento, e dopo una articolata captatio benevolentiae chiede a Ulisse di raccontare come è morto.

 

 

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«S'ei posson dentro da quelle faville

parlar» diss'io, «maestro, assai ten priego

e ripriego, che il priego vaglia mille,

che non mi facci dell'attender niego

fin che la fiamma cornuta qua vegna:

vedi che del disio ver lei mi piego!»

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna

di molta loda, e io però l'accetto;

ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto

ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,

perché fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l'un di voi dica

dove per lui perduto a morir gissi».

schivi: reticenti verso la tua parola; non è chiaro:

 - per la proverbiale superbia greca;

 - perché Dante è privo di meriti verso di loro, contrariamente a Virgilio, che di loro scrisse;

merito: Virgilio ha  contribuito a diffondere la fama di Ulisse e Diomede;

 

Morte di Ulisse: L’Odissea si conclude col ritorno in patria di Ulisse, e non lascia pensare ad una sua morte per mare; in ogni caso Dante non conosceva l’Odissea;

 - Dante aveva a disposizione varie leggende che circolavano nel medioevo su una ipotetica morte di Ulisse; in questo Canto Dante propone la sua ipotesi.

 

 - captatio benevolentiae;

 

 

 

 

 

 - per lui: compl. d’agente

85-111.L’ultimo viaggio di Ulisse. Parla Ulisse, e racconta che dopo che si fu allontanato da Circe, né l’affetto del figlio, né l’amore per il padre e per la moglie riuscirono ad impedirgli di seguire il suo ardore  di conoscere il mondo, e l’essere umano.
 - si imbarcò con pochi compagni su una nave, e navigò nel Mediterraneo fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le sue colonne perché nessuno le oltrepassasse.

 

 

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   Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

   indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori e disse: «Quando

   mi diparti' da Circe, che sottrasse

me più d'un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

   né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né 'l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

   vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

   ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

   L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.

   Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov' Ercule segnò li suoi riguardi

   acciò che l'uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

 - antica: per la grande distanza storica che separa Dante da Ulisse;

 - cui: complemento diretto > che;

 

 

 

Circe: amò Ulisse e lo tenne con sé sull’isola di Eea, l’attuale Circeo (Gaeta); ebbe da lui un  figlio, Telegono;

 - Enea: le diede il nome della nutrice morta, Caieta;

 - figlio: Telemaco, ancora bambino alla partenza di U.

 - pieta: pietas latina > rispetto dovuto;

 - i familiari > la voglia di incontrarli di nuovo

 

 

 

 

 - Compagna: l’idea è che pochi sono coloro che intraprendono viaggi del genere;

 

 

 - L’altre: Sardegna, Corsica, Baleari;

 - vecchi e tardi: endiadi > molto vecchi;

 - foce stretta: stretto di Gibilterra

 - riguardi: le colonne d’Ercole: doveva esservi un tempio, posto secondo il mito da Ercole, ma probabilmente un tempio fenicio;

 - Setta: Ceuta: in Marocco;


Il viaggio. Dante non conosce l’Odissea, e si basa su un brano delle Met. di Ovidio, il quale racconta che:
 - Quando Enea giunge presso Gaeta incontra Macareo, che era stato tra i compagni di Ulisse,
 - Macareo racconta a sua volta che dopo un anno di ‘prigionia’ presso Circe, dopo che i compagni furono ritrasformati in uomini, Ulisse decise di partire per una nuova avventura (Ovidio non dice quale!), ma lui, Macareo si era rifiutato, ed era rimasto a Gaeta, poiché erano appunto «vecchi e tardi»;
Circe.  Il distacco da Circe è allegorico: Boezio, nel De Consolatione Philosophiae, dice che Circe è allegoria della sensualità, la quale rende gli uomini bruti; il distacco dal piacere dei sensi è il primo passo da compiere per giungere alla sapienza.
L’ardore. Ulisse dice che gli affetti familiari non sono riusciti a frenare l’ardore per la conoscenza. Questo accomuna Ulisse a Dante, il quale (nel Convivio) afferma che l’amore per la sapienza è prioritario rispetto a quello per la famiglia stessa (criticato da Petrarca).

 

 
112-142. Il naufragio. In questa sezione c’è il breve discorso che Ulisse fa ai suoi compagni per convincerli a proseguire il viaggio oltre le colonne: l’argomento centrale di questo sta nel ricordare che è proprio della natura umana seguire la virtù e la conoscenza.
 - Quindi il viaggio prosegue: oltrepassato lo stretto di Gibilterra, la nave devia verso sud, fino a raggiungere l’emisfero australe. Una volta giunti vicino alla montagna del Purgatorio, un turbine si stacca dall’isola e affonda la nave.

 

 

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"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia

   d'i nostri sensi ch'è del rimanente

non vogliate negar l'esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

   Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

   Li miei compagni fec' io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

   e volta nostra poppa nel mattino,

de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

   Tutte le stelle già de l'altro polo

vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

   Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

   quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

   Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

   Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com' altrui piacque,

   infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

 - Cento milia: iperbole > tantissimi;

 - vigilia: veglia (vigilanza) dei nostri sensi > il fatto che siamo vivi;

 - perifrasi: la poca vita che ci rimane;

 - esperienza: la conoscenza di ciò che sta dietro il sole e del mondo  senza gente;

 - semenza: il vostro appartenere al gen. umano;

 

 

 - aguti: pronti a mettersi in cammino;

 

 

 - nel mattino: verso est (e la prua a ovest);

 

 

 - vedea la notte: durante la notte vedevo;

 - nostro: emisfero, quello settentrionale;

 - basso: basso all’orizzonte > lontano;

 

 - di sotto da la luna: la faccia della luna rivolta verso la terra si era accesa e spenta per 5 volte (cinque pleniluni > 5 mesi);

 

 

 


Orazion picciola. Il breve discorso di Ulisse è modellato secondo i canoni della Retorica antica:
 - apostrofe affettuosa e familiare;   >  iperbole che funge da captatio benevolentiae;  
 - il richiamo all’istituto dell’Ethos: cioè considerare il valore della dignità umana, per differenziarsi, in antitesi, dai bruti;

L’averroismo. Sotto questo testo è sottesa la conoscenza da parte di Dante dell’averroismo radicale, e dei rischi che questo comporta per l’anima: poiché questo pensiero (introdotto da poco in Italia) separa la fede dalla ragione.


 - il purgatorio: ciò che Ulisse vuole raggiungere col folle volo è la conoscenza del Purgatorio: e l’uomo non può raggiungere questo luogo se non per grazia divina

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