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Il bambino che guardava le donne di Giampaolo Pansa


Premessa
La sensazione, quando si legge un libro di Giampaolo Pansa, sia che si tratti di un’opera narrativa come questa, sia che si tratti di un saggio storico, è una sensazione gradevole: è l’impressione di non aver perso del tempo, anzi di aver aperto uno squarcio sul nostro passato.
Abbiamo concluso la lettura della trilogia dei romanzi sulla resistenza di Pansa. Rispetto agli altri due, “Ma l’amore no” e “I nostri giorni proibiti”, questo romanzo è, in certi capitoli, più saggio che romanzo, ed è anche più lungo, quindi difficilmente proponibile in un contesto scolastico, ma forse va più al fondo di certe questioni.
Senza retorica, noi siamo quello che siamo grazie a quello che è successo in quella maledetta seconda guerra mondiale, eppure quello che è successo continua a perseguitarci, come un tarlo, un peccato originale, che ci ammonisce, ci esorta ad essere meno superficiali: tutto sommato sappiamo che può bastare poco, a noi uomini moderni e civilizzati, per trasformarci in bestie che divorano la propria stessa carne, belve fratricide, Caini che nascondono dietro le spalle il pugnale con il quale hanno ucciso il loro fratello.

Tematica 1: l’olocausto
La tematica prevalente è quella dello sterminio degli ebrei. Basta scorrere i titoli dei capitoli per comprendere che da Casale, a Roma, a Parigi, questo è un fil rouge che attraversa tutto il libro, e come potrebbe essere altrimenti se è proprio questa tragedia che ha reso drammaticamente più visibile il punto cui possiamo arrivare noi uomini del duemila, se vogliamo portare alle estreme conseguenze le nostre utopie. Vitta, uno dei tre protagonisti del romanzo, è solito dire che Auschwitz era la capitale della Germania, noi siamo disposti addirittura dire che è la capitale dell’Europa, o del Mondo contemporaneo, se questo potesse in qualche modo servirci ad essere più consapevoli del nostro passato recente.

Tematica 2: la guerra civile
Un altro tema molto presente nei romanzi e soprattutto nei saggi di Pansa è quello della resistenza. L’acredine con la quale alcuni l’hanno vissuta, e, soprattutto, l’hanno perpetrata ben oltre non solo il 25 aprile, ma ben oltre il 1945 è segno di una ottusità uguale e simmetrica a quella dei tremendi torturatori nazisti e fascisti.
D’altra parte, averci partecipato dalla parte dei perdenti non libera dai rimorsi, anzi costringe la protagonista di questo romanzo a vivere gran parte della sua vita ad espiare le colpe di una militanza che ha favorito l’eccidio, la deportazione e i supplizi.

Tematica 3: l’amore
Malgrado tutto, il risentimento, il disagio, la paura dovute alla ferocia della guerra civile possono essere sconfitti. Un sentimento, se è vero, se è sincero, se è puro, può costituire un antidoto, anche se occorre dimostrare coraggio e costanza per abbattere i pregiudizi politici (e questo è forse più facile), e, soprattutto, le ferite profonde del cuore (e questo è più difficile, perché, come dice Leopardi, ricordare è importante, ma non è consolatorio, perché ci fa rivivere un dolore). E adesso: leggetevelo questo libro e interrompete l’ascolto. Lasciate che proseguano solo quelli che sono interessati a capire meglio quello che hanno già letto.

Prologo: le fucilazioni
Il dottor Morra, un giovane ricercatore che sta scrivendo la storia della guerra partigiana in Liguria chiede all’avvocato De Filippis informazioni sulla colonia elioterapica di Rovegno, nell’alta Val Trebbia, detta anche colonia Levillà, una colonia creata dai fascisti nel 1933 ed è utilizzata nel corso della resistenza come sede del Comando della "Sesta Zona Liguria". Nei mesi concitati tra la fine del 1944 (quando fu per brevissimo tempo riconquistata da fascisti e tedeschi) e la primavera del 1945, si consumarono in quella colonia oscuri fatti di guerra, tra cui la fucilazione di 129 repubblichini e 31 tedeschi. De Filippis però azzarda l’ipotesi che le morti siano state molte di più, e accompagna il Morra a visitare il posto. Infine, promette al Morra di raccontargli una storia lunga, ma molto interessante, di un “bambino che guardava le donne” (titolo del romanzo).

Parte prima: le donne
Con un salto di 51 anni, il novembre 1947, inizia la narrazione vera e propria del bambino che guardava le donne. Si tratta di Giuseppe, che ha un padre operaio e una madre sarta, che conduce un negozio di moda nella centrale Via Roma di Casale Monferrato. Giuseppe ha 11 anni e dimostra di essere abbastanza precoce. Diciamo infatti che porta alle estreme conseguenze la tendenza degli uomini a soddisfare il piacere visivo con i begli esemplari dell’altro sesso.
Anzitutto si allena con la mamma Teresa e con le tre sorelle, che sono sulla ventina: Lucia (23 anni), un po’ troppo magra e spigolosa, Bice (21 anni) la più corteggiata, e Elsa (20 anni) un po’ grassottella. Giuseppe indirizza poi i suoi sguardi interessati alle vicine, come Matilde detta la Chincagliera per il suo negozio, che però indirizza le sue attenzioni in un amore omosessuale (un po’ eccentrico per l’epoca) per la giovane e biondissima cugina Margherita, chiamata appunto l’ Ossigenata per il colore dei suoi capelli non naturale.
Infine Giuseppe prende il vizio di guardare di nascosto le clienti della mamma mentre si provano i vestiti nel camerino. Una di esse, Pinuccia Accornero, è contenta di essere ammirata, e chiede a Teresa di lasciare lì Giuseppe, anche quando con le sue occhiatacce e i suoi rimbrotti vorrebbe che se ne andasse all’oratorio.

Parte seconda: la fascista
Il 2 novembre occupa l’appartamento dell’abbaino Carmen, che era stata ausiliaria della Repubblica di Salò, e per questo chiamata da tutti la Fascista. Carmen fa vita ritirata, non esce mai dal suo buco, e del resto Teresa, la mamma, dice a Giuseppe che non è una brava persona da frequentare. Giuseppe però è molto incuriosito della nuova inquilina, e quindi un giorno, uscito con la solita scusa dell’oratorio, si presenta da Carmen insieme con il suo fedele cane (pastore) bretone Lampo, offrendole qualche regalino (qualcosa da leggere, oppure da mangiare, come dei mandarini o degli agnolotti, visto che la Fascista non aveva quasi niente da metter sotto i denti). Malgrado le ritrosie di Carmen Giuseppe, che si è preso una specie di cotta per lei, ricompare quotidianamente, con una scusa o  l’altra, e si lascia raccontare da lei il suo passato recente, nel quale c’è l’esaltazione del fascio, e poi la pena alla fine della guerra, quando lei perse il fratello, cecchino della Repubblica di Salò, e fu “tosata” a sangue e sbattuta nella pubblica piazza come una traditrice (una “troia di Mussolini”).  Sono seguiti poi anni di paura (ancora lei ha molta paura dei comunisti che ricercano e freddano i fascisti) fino a quando, morta una sua parente, lei ha potuto prendere possesso di quell’abbaino in cui vive diffidente e sospettosa di tutti. Il pomeriggio di Natale di quel 1947 Carmen fa a Giuseppe un “regalo” che lui non dimenticherà più: un bacio appassionato e prolungato, e un abbraccio durante il quale Giuseppe allunga anche le mani, senza che Carmen faccia niente per impedirlo.

Parte terza: il ragazzo ebreo
All’inizio del 1948 giunge nella casa anche Attilio Vitta, reduce miracolosamente scampato da Auschwitz, che ha ventuno anni, ed è quindi coetaneo di Carmen, anzi in un certo senso gemello, perché nato lo stesso giorno di 21 anni prima. Lui studia Chimica a Torino (nel testo ci sono riferimenti e citazioni di Primo Levi) ed ha intenzione di lasciare il più presto possibile l’Italia, un paese nel quale si trova a disagio.
Un giorno Carmen chiede a Giuseppe un favore: quello di far venire con una scusa Attilio nel suo abbaino. Giuseppe, che è molto geloso, non vorrebbe, ma quando lei gli dice che non l’avrebbe mai più fatto entrare nel suo appartamento, Giuseppe riesce a convincere Attilio a fare visita a Carmen. Ovviamente lui sa chi era lei, quindi appare all’inizio molto freddo e risentito. Poi però si instaura un dialogo, lei è disposta a riconoscere le sue colpe, anche se dice che mai in quegli anni avrebbe immaginato che la politica del duce causasse uno sterminio come quello degli ebrei
Parte quarta: il ghetto
Attilio racconta a Carmen e a Giuseppe la storia della comunità ebraica a Casale, una storia gloriosa, perché Casale era stata un tempo la seconda città del Piemonte per numero di ebrei e per importanza della comunità. Poi però i Savoia (che Attilio non vede di buono occhio visto che il re Vittorio Emanuele III aveva firmato le leggi antisemite del 1938) secoli e secoli prima avevano “rinchiuso” gli ebrei di Casale nel ghetto, una zona della città dalla quale gli ebrei non potevano uscire per nessun motivo. Attilio accompagna poi Giuseppe e Carmen (che prima non era mai uscita dal suo misero abbaino) nel centro di Casale, a vedere i resti ancora visibili dei cancelli che “chiudevano” il ghetto ebraico.  I tre si avventurano nelle viuzze strette, che all’epoca prevedevano stretti cunicoli e altri passaggi segreti, che permettevano agli ebrei di sfuggire alle perquisizioni e di raggiungere la parte opposta del ghetto in pochissimo tempo.

Parte quinta: lo sterminio
Per completare il suo quadro di storia (questa parte del romanzo è decisamente più saggistica e storica che romanzesca) Attilio invita Carmen a fare una gita in bicicletta per raggiungere le rive del Po. Vorrebbe anche che non venisse Giuseppe, ma Carmen non è d’accordo, e così anche Giuseppe li segue, arrancando un po’ sulla bici. Una volta arrivati nei pressi del fiume, il Vitta inizia a raccontare il declino della comunità ebraica di Casale, da quando le città come Milano, Torino e Genova avevano iniziato ad attrarre i giovani ebrei che facevano fatica a trovare lavoro in provincia.
Comunque, la pur ristretta comunità ebraica di Casale, ridotta a poche decine di esponenti della media borghesia, una volta aperto il ghetto, si era sempre ben inserita nella società del tempo. Molti di essi erano anche iscritti con convinzione al partito fascista (ben pochi gli antifascisti, anche fra gli ebrei) fino al 1938, che costituì uno choc per tutti con le sue leggi razziste. Nel giro di pochi giorni il primario perse il posto di lavoro, gli ebrei non poterono più andare a scuola e furono rinchiusi nel ghetto della città, nuovamente ricostituito.
Il professor Vitale era stato uno dei pochi ad intuire tutto, ed era emigrato in Australia, mentre il suo servitore Aronne Arton aveva fatto un sogno premonitore, nel corso del quale tutti gli ebrei di Casale comparivano rinchiusi in un castello (profezia del campo di concentramento di Auschwitz). Aronne aveva anche riferito questo sogno ai suoi concittadini ebrei, ma nessuno aveva voluto credere a questi avvertimenti, così Aronne morì di infarto prima dell’autunno 1943, mentre tutti gli altri non se la sentirono di lasciare l’intimità apparentemente rassicurante della propria abitazione.
Comunque anche dopo l’inizio della guerra gli ebrei di Casale non vollero aprire gli occhi di fronte alla realtà. Perfino dopo l’8 settembre, quando l’Italia del centro-nord fu invasa dalle truppe tedesche, e cominciarono i rastrellamenti, gli ebrei di Casale non scapparono e urlarono arrabbiati contro chi li esortava a fuggire. Tutti gli altri abitanti della città assistono inermi quando poi, nella primavera del 1944, il sarto, la vedova dell'antiquario, il preside della scuola, in una parola tutti gli ebrei di Casale, dai neonati ai novantenni, vennero deportati. La balilla nera del commissario Priocco, zelante tutore dell’ordine a Casale, li preleva ad uno ad uno dalle loro case, perché siano portati prima a Fossoli, poi da quel campo in Emilia partivano i convogli per Auschwitz. Durante il suo racconto Vitta si chiede (e non sa trovare una risposta convincente): perché i tedeschi non ci uccidevano a Fossoli? Forse per rendere più penosa la nostra sorte, con quei viaggi in treno e con il trasferimento ad Auschwitz, dove si illudevano forse di cancellare persino il ricordo dei prigionieri morti.

Parte sesta: la tortura
Il Vitta un giorno accompagna Carmen e Giuseppe su una jeep a Rovegno, ma lei si rifiuta di visitare la colonia dove sono stati uccisi centinaia di fascisti e di tedeschi (ricordate il prologo?). Così sulla via del ritorno, a Bobbio, Attilio completa il racconto iniziato narrando di come dopo l’8 settembre è fuggito ai rastrellamenti dei fascio-nazisti, poi si è arruolato tra i partigiani con il nome di battaglia di Biondino, e di come è stato catturato. Mentre sta raccontando che è stato torturato per tre giorni dal cosiddetto “colonnello”, si accorge che Carmen è turbata, ed è così costretto a interrompere il suo racconto.

Parte settima: la fuga
Dopo un alterco con l’ Ossigenata, Carmen è perseguitata dai comunisti forse della Volante Rossa (la polizia partigiana che fa le sue vendette contro i fascisti anche a distanza di anni dalla fine della guerra) e riesce a salvarsi solo grazie all’intervento deciso di Vitta e della sua pistola. Decide però poi di abbandonare improvvisamente il suo abbaino, di nascosto da Vitta e Giuseppe, all’inizio di novembre del 1948.
Giuseppe si rassegna a sbirciare qualche altra donna, come la commessa della panetteria di fronte al negozio della madre.

Parte ottava: il rifiuto
Attilio, invece, facendo conto sul cognome di Carmen Angelino, non si dà per vinto, e interpella Enrico Angelino, professore di Latino al Liceo D’Azeglio di Torino, che all’inizio vorrebbe convincere il VItta che sua figlia è morta il 25 aprile a Milano, e che Carmen, la donna che Attilio ha conosciuto a Casale era solo un’amica di sua figlia, ma poi confessa che Carmen è sua figlia, è ancora viva, e che si è trasferita nel ghetto di Roma, per andare a servire le famiglie degli ebrei, ed espiare così il suo debito nei confronti di un popolo cui la sua fazione politica ha fatto tanto male.
Così Attilio chiede a Teresa di lasciargli il figlio Giuseppe per qualche giorno (convinto che con quel ragazzino e con il suo cane Carmen si sarebbe dimostrata più malleabile), noleggia una 1500 e parte alla volta di Roma. Una volta stabilitisi in albergo a Roma nelle vicinanze del ghetto, un bel giorno vedono Carmen, ancora più povera e malmessa di come era a Casale. Dopo un abbraccio iniziale, inoltre, lei appare irremovibile, e rifiuta la proposta di matrimonio che le fa Vitta, anche perché confessa di non essere stata in quella casermetta di Rivergaro, dove il Vitta era stato torturato, e non aveva fatto niente per liberarlo, anzi all’epoca era convinta che fosse giusto che morisse un bastardo partigiano così cocciuto da non farsi uccidere pur di non rivelare dove stavano i suoi capi. Come avrebbe potuto sposarlo, lei che aveva fatto questo? Quando Carmen minaccia addirittura di suicidarsi, pur di non sposare Vitta, i due tornano in Piemonte sconsolati.

Epilogo: Places des Vosges
Ritornati al presente (1998) l’avvocato De Filippis sembra aver terminato la sua narrazione, e il giovane ricercatore Morra è un po’ deluso (come noi lettori) dalla fine un po’ brusca e sconfortante.
La storia, però non finisce così. Nel senso che il VItta non si dà per vinto, affitta un appartamento nel ghetto ebreo di Roma, e ritorna alla carica con Carmen. Lei, la prima volta reagisce molto male, tanto che se Attilio non avesse fatto vedere il numero di Auschwitz tatuato sul suo braccio avrebbe fatto una brutta fine, ma poi, vinta dalla determinazione di Attilio, cede e i due, dopo la laurea di lui, si sposano e, trasferitisi a Boston, dove il Vitta aveva trovato un lavoro come chimico, vivono una decina di anni di piena felicità, ma senza figli, fino al giorno in cui nel 1961 lui muore investito da una macchina. Lei allora, diventata suo malgrado una ricca ereditiera, si trasferisce a Parigi. Si completa così la descrizione dei ghetti ebrei segnati (come tutti gli altri in Europa) dalla persecuzione nazista. Dopo quello di Casale e quello di Roma, quello di Parigi, rastrellato nel luglio 1942, quando tutto gli ebrei della città vennero portati nel Velodromo d’ inverno (avete visto i film “La chiave di Sara” e “Vento di primavera” entrambi del 2010?).

È proprio nella bellissima piazza in stile rinascimentale francese annessa al ghetto Places des Vosges, che nel 1967 si rincontrano Carmen e Giuseppe De Filippis. Sì perché l’avvocato De Filippis che ha accompagnato Morra a Rovegno e ha raccontato questa storia altri non è se non il Giuseppe “Bambino che guardava le donne ” nel 1947, ma già vent’anni dopo affermato avvocato scapolo, cui tocca spesso di girare l’Europa per lavoro. Egli trova Carmen cambiata, perché non più rosa dal tarlo della guerra come negli anni immediatamente seguenti ad essa, ma ancora bella e attraente quarantunenne, quasi quarantaduenne. Passa con lei momenti di amore come quello del Natale 1947 di vent’anni prima, ma quando le propone di venire a vivere con lui in Italia trova un muro. Così i due si frequentano e si amano ancora per più di dieci anni, fino al 1979, quando lei muore per un male incurabile.

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