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Dialogo sopra i due massimi sistemi di Galileo Galilei - di Carlo Zacco


Opera stampata nel 1632. Gestazione ampia di circa 8 anni. Pubblicata quando galileo era già vecchio (nato nel 1563) settantenne. L’opera cu messa all’indice; gli costò il richiamo, il processo e la condanna.
Ci sono avvenimento da tener presente per capire l’opera. Galileo fu costretto ad adottare in alcuni tratti dell’opera quella che è la dissimulazione onesta. Già nel 1616 aveva avuto un monito a non trattare della concezione copernicana. Aveva avuto un momento di successo rilevante in cui aveva pensati di osare di più, soprattutto dopo l’elezione di Urbano VIII nel 1623 che era stato l’anno della pubblicazione del saggiatore.
Osa nella scrittura del dialogo anche se si maschera. Ebbe numerosi colloqui a Roma con più personaggi. Alla fine ottiene alla fine la stampa del trattato: il papa alla fine dirà di essere stato aggirato, e che i revisori avevano avuto mano troppo larga. Alcuni i passi erano stati concordati. Il titolo è stato concordato, su tutti e due i massimi sistemi. Il titolo originale riguardava uno studio sulle maree: perché galileo dichiara di aver trovato la prova fisica del movimento della terra attraverso il moto delle maree. La parte viene modificata, il titolo pure, e vengono introdotte delle vertenze: una è quella che  compare all’avviso al discreto lettore.
Galileo in primo luogo inserisce una dedicatoria ad un personaggio importante per Galileo: il signore di galileo, che è Ferdinando II de medici, gran duca di toscana. Il proemio è diretto al discreto letto: al lettore che sappia discernere, distinguere, savio , prudente. In questa parte proemiale compare la dissimulazione onesta cui galileo fu costretto: si pronuncia in relazione a quella relazione-monito del 1616, considerandolo come un opportuno intervento della chiesa perché non ci fosse una circolazione di dottrine che fosse in contrasto con quello che la chiesa sosteneva. Dichiara di aver sostenuto in questo suo trattato la teoria copernicana come una ipotesi matematica: non vuole dare il vero e proprio peso di realtà della concezione sul piano fisico: ma la riporta ad una ipotesi matematica, e la riporta in modo tale possa essere scambiata per un discorso sull’astronomia.

1) Filippo Salviati. La figura di colui che svolge l’insegnamento, con i principi propri di copernico più tutto quello che galileo aggiunge di suo, è proposto come se fosse una maschera assunta dal personaggio principale che è il personaggio di Filippo Salviati. In questo proemio vengono presentati anchei personaggi col proprio nome: due sono personaggi veri, due amici cari di Galileo, personaggi importanti socialmente e intellettualmente. Di fatto nel trattato dirà che egli quando parla delle idee di Copernico non parla per sé, ma assume la maschera, come una maschera teatrale del copernicano per sostenere quella tesi, ma per sottoporla al giudizio; mentre per sé non assume un giudizio, lo scrittore si pone come un arbitro neutrale. Ma al lettore la dissimulazione risulta tutta in pieno. Il Salviati era morto nel 1614, era amico di Galileo, mecenate di Galileo stesso, era stato membro della Accademia della crusca, ed era stato membro dei Lincei.

2) Sagredo. L’altro personaggio che fa di fatto da pendant, è il Sagredo, nobile veneziano, morto nel 1620, molto legato a Galileo. I due sono a livelli diversi: il Sagredo non è scienziato come il Salviati e Galileo, ma è uomo curioso, colto e capace. Nel palazzo del Sagredo per quattro giornate si svolgono i dialoghi.

3) Simplicio. Il terzo personaggio non è storico come i primi due, che sono niminati e rimpianti come amici, e come grandi intellettuali, ha uno pseudonimo: Simplicio. Nome a doppio taglio: Simplicio dal nome di un famoso commentatore di Aristotele del VI secolo (de Caelo). Ma il nome stesso si presta ad un doppio gioco: colui che è semplice, sciocco, che ha semplicità che in toscano indica anche una dose di sciocchezza. Rappresenta il peripatetico, l’aristotelico che punta tutto sulla autorità di Aristotele. All’inizio soprattutto è petulante, sicuro, è un contraddittore, ma questo personaggio non è immobile: molto lentamente, senza capovolgere le proprie posizioni, alcune delle sue granitiche certezze, paiono avere delle crepe, pare non essere esente da dubbi. Questo mostra l’efficacia del dialogo. Il dialogo ha significato dialettico: si tratta di condurre attraverso la discussione, la risposta alle obiezioni, un percorso di ricerca, di approfondimento che conduca all’investigazione della verità scientifica. Non un esposizione dei risultati del già dato, ma mostrare il processo, il procedimento del pensiero attraverso la discussione. Per questo il dialogo è mezzo corrispondente al modo di porsi da parte di galileo.

Le certezze traballano. Tornando a Simplicio: attraverso ciò che è messo in scena ( il dialogo è mimetico interamente, senza cornice diegetica), quello che di solito è nella cornice, risulta dalla voce dei personaggi. Simplicio alla fine non ha più le sue certezze granitiche, da seguace della autorità di chi rivendicava lo studio del libro. L’ipse dixit. Viene posto di fronte all’evidenza dei fatti: le occasioni create dalla messa in scena del dialogo lo presentano.

La bassa marea. Un esempio per tutti: all’inizio della terza giornata Salviati e Sagredo aspettano Simplicio che non arriva; una serie di battute e alla fine arriva dopo un ora di ritardo. La sua gondola è rimasta arenzata al canale per bassa marea. E Simplicio ha avuto modo di osservare, cosa che di solito non fa perché legge tutto sui libri, e si è reso conto che nel flusso della marea non si verifica quello che Aristotele ha detto, cioè il momento di quiete tra un flusso e il riflusso. È mostrato Simplicio di fronte alla sensata esperienza che nel discorso simplicio rifiutava. Non c’è un ravvedimento, ma viene mostrato.

Dal punto di vista letterario Ggalileo era attirato dalle possibilità estetiche e dalla teatralizzazione delle voci. Ma è pertinente al suo intento scientifico, e dalla volontà di farsi conoscere da un pubblico più ampio. La scelta stessa del volgare non è affatto scontata per uno scienziato del 600: la scelta di un volgare che non è quello dei tecnici, ma l’uso del dialogo letterario indica la scelta del pubblico di destinazione: la volontà di dare una circolazione ampia alla propria opera, e al tempo stesso di rendere la trattazione più comprensibile, perché anche il rigore matematico scientifico è accompagnato da una capacità di accompagnamento pedagogico. Sagredo capisce al volo, mentre Simplicio ha bisogno di farsi spiegare; Sagredo fa l’ironico verso Simplicio, Salviati invece ha immagine magistrale di chi vuole insegnare. il dialogo permette di dare espressioni anche in relazione al pensiero: Sagredo sostiene più fortemente la teoria copernicana, Salviati non lo può fare. È del resto una investigazione che emerge dalle voci del dialogo.

Il grado di dissimulazione non è coglibile dappertutto: non tutto è risolto, nemmeno dal punto di vista matematico. Non sempre è agevole capire se in certi passi quello che emerge è dovuto dalla volontà di non insistere tropo su certi punti, o se ci sono delle difficoltà nelle tesi. Il fatto che galileo non è libero non aiuta.
La posizione dell’autore è comunque inequivocabile per il lettore. Galileo sapeva quello che rischiava, e la condanna fu inevitabile e conseguente. Urbano VIII lo giudicò di estrema pericolosità per l’umanità

Struttura del dialogo nella II giornata.

Sintesi del giorno prima. Abbiamo all’inizio una introduzione attraverso le voci di Salviati e Sagredo. La mimesi ci permette la continuazione dopo la prima giornata. Qui il Sagredo fa il punto della situazione: riassume quello che è stato detto il giorno prima. Siamo all’inizio della seconda giornata.
• una conclusione personale. Il Sagredo poi fa un passo più avanti rispetto alle conclusioni del giorno prima, e accenna la tesi antiaristotelica e copernicana. Salviati lo ferma, perché è andato troppo avanti, non è giunto e non vuole giungere ad una conclusione: vuole mettere in evidenza le ragioni di entrambe le tesi, lasciano all’altrui giudizio trarre delle conclusioni. Questo è uno dei modi della dissimulazione. Sagredo accoglie l’obiezione, perché dice che la conclusione è solo sua, e non ha parlato per alto ancora Simplicio.
Prima digressione: contro gli aristotelici. Simplicio introduce la prima digressione della seconda giornata che riguarda la polemica contro gli aristotelici. Dice che il giorno prima ha sentito molte cose, molte novità, ma avrebbe potuto essere convinto se non ci fosse stato contro questa l’autorità di tanti grandi scrittori, e in particolare… e resta sospeso perché Sagredo sogghigna: Simplicio ci fa capire che Sagredo sogghigna.

Inizia una digressione polemica nei confronti degli aristotelici, ed emerge il carattere di Sagredo: quello che racconta aneddoti, fa battute, ed ironizza sulle posizioni di quelli che si arroccano su una autorità libresca.

Una curiosa autopsia. C’è qui il racconto di un aneddoto, forse ripreso da galileo da una cosa realmente accaduta, su quello che era accaduto a Sagredo, mentre era a casa di un medico stimato e c’era un anatomista. Era stata fatto un taglio di anatomia in modo tale da mostrare da dove si propagassero i nervi. Asristotele diceva che i nervi partivano dal cuore, mentre ormai era dimostrato che venivano dal cervello. Questo è un medico che si basa sulla fisiologia sperimentale del medico Galeno; gli aristotelici si basavano sui detti di Aristotele. Nonostante l’evidenza, ce l’aveva lì, il nostro aristotelico di fatto (forse il Cremonini) nega che sia vero, lo nega e dice una cosa spassosa, caricaturata, e non può che portare al riso il lettore: «voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo di aritotele non fusse in contrario, che aprtamente dice i nervi nascere dal cuore, bisognerebbe per forza confesarla per vera».

E qui inizia di fatto un discorso a più voci che mettono in evidenza i limiti di quelli che seguono strettamente Aristotele, senza guardare le sensate esperienze, nonché le conseguenze e le assurdità che ne vengono. A un certo punto sembra che Simplicio venga messo all’angolo, e dunque non gli resta che cercare un'altra autorità. La conclusione di questa parte ad un certo punto presenta una chiusura polemica del discorso da parte del Salviati.

Il tema di questa seconda giornata è il mostrare come secondo il pensiero copernicano si affermi il moto diurno della terra. E il tema sul moto di rivoluzione della terra intorno al sole è rimandato alla sera successiva, per tutta una serie di tratti e dimostrazioni, a partire dalle definizioni del moto, galileo mette a fuoco come la teoria copernicana sia la migliore.
Il ruolodi Sagredo qui è quello del discepolo intelligente che fa domande, obiezioni, non per confutare ma per approfondire, e ponendo obiezzioni stimola il salviati a approfondire e procedere ulteriorlemtne col discorso.
Il Salviati è il maestro, e quando il Sagrdo lo fa deviare risponde, ma poi riporta sul filo principale la trattazione.
Il compito di simplicio è, come dice il Salviati, quello che dire quello che ripugnante all teoria copernicana. Cioè il Salviati sostiene e mostra le «confirmazioni» che dimostrano via via che è la terra a muoversi sul proprio asse; il compito di simplicio è quello di portare le ragioni aristotelico-tolemaiche. Sagredo ha anche funzione aneddotica, gustosa. Uno degli interventi molto efficaci e pittoreschi: quando viene mostrato quanto più economico è il fatto che sia la terra che giri, piuttosto che tutto a girare, mette in evidenza (sagredo) con l’esempio di uno che è salito sulal cupole di brunelleschi, volendo guardare tutto quelloc he c’è intorno, invece di muovere la testa, pretende che tutto giri intorno a lui.
Argomentare ha due elementi: condurre la ricerca della verità; ma anche funzione persuasiva, il sagredo è importante in questa funzione.

La risposta si Simplicio. La digressione contro gli aristotelici è affrontata in un crescendo: il un primo momento Sagredo dice e Simplicio risponde, difendendosi. Simplicio nonostante quello che ha sentito raccontare sui nervi dice che la questione dei nervi del resto non è del tutto risolta e decisa.
Risposta sbagliata: l’esperienza! Sagredo ribatte metodologicamente dicendo che comunque stia la cosa, la risposta doveva essere fatta contrapponendo alla sensata esperienza un’altra dimostrazione, non con l’autorità del libro.
Aristotele come una sibilla. Simplicio risponde in modo significativo, come tutti peripatetici: bisogna conoscere bene aristotele, bisogna capirlo, Aristotele non ha scritto per il volgo, dobbiamo andare a cercare la spiegazione, magari cercandola da un’altra parte: dobbiamo investigare accozzando tra di loro le cose che ha detto Aristotele, perché magari la spiegazione delle cose dette in un libro, si trovano in un altro. Una ricostruzione per tessere come in un mosaico per far dire ad Aristotele una conclusione.

Il centone: l’alfabeto. Il Sagredo a ciò risponde dicendo che facendo un centone delle opere di Virgilio e Ovidio tirando fuori tutte le azioni del genere umano. E dice che questo libretto c’è: ed è l’alfabeto, mescolando le lettere si ottiene tutto.

Il cannocchiale. Prima viene svolto come un dibattito trai due, e poi interviene Salviati. In un altro esempio, quello del cannocchiale, viene chiamato il solito aristotelico a vedere il cannocchiale e dice che in realtà lo stesso Aristotele lo aveva inventato: cercando nei libri, qua e la si trova che Aristotele lo aveva inventate. Qui inizia un vero e proprio duetto tra Sagredo e Salviati fino ad arrivare ad una invettiva contro quelli che non cercano la verità: non sono filosofi, ma storici e raccoglitori di memorie.

Se Aristotele fosse vivo. Non bisogna cercare il cielo nel libro di Aristotele: bisogna guardare il cielo, e la nostra guida sono gli occhi della mente. E se Aristotele fosse qui modificherebbe le sue opinioni sbagliate: Aristotele non è il responsabile degli errori dei suoi interpreti. Se quello che Aristotele ha detto risulta falso, lo dobbiamo cambiare, e lo stesso Aristotele se se ne accorgesse si arrabbierebbe con i suoi commentatori. 

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