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Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di Leonardo Bruni - di Carlo Zacco


Cancelliere fiorentino. Leonardo Bruni è originario di Arezzo, ma Arezzo pochi anni dopo la sua  nascita passa sotto il controllo di Firenze, e lo stesso Bruni si può definito a pieno titolo acquisito da Firenze ed ottenne nel 1415 la cittadinanza di Firenze. E’ personaggio molto importante dal punto di vista letterario ma ebbe una funzione importante sotto il profilo amministrativo-civile perché fu uno dei più importanti cancellieri della repubblica fiorentina, successore, non immediatamente, a quello che il più noto dei cancellieri del 300: Coluccio Salutati, una grande figura di intellettuale, che si pose come diretto erede, insieme con il Boccaccio, del Petrarca.
Coluccio Salutati. Coluccio è un personaggio di questo dialogo. Svolse in Firenze un ruolo molto importante sia dal punto di vista politico (più politico del Bruni), e dal punto di vista amministrativo-civile è uno dei più noti e importanti cancellieri di firenze: le sue missive sia d’ufficio che private sono moltissime, e lasciò una forte impronta. Un impronta volta a delineare l’ideologia della città di Firenze: la difesa stessa della libertà fiorentina, per fare solo un esempio fra tutti, contro la tirannide viscontea.
• Gli studi di Greco. Il salutati ebbe anche un altro importante merito che fu quello di portare a Firenze gli studi di Greco. Fu per impulso del salutati, anche se non solo suo, che venne a Firenze il Crisolora: uno dei più importanti dotti bizantini e proprio tramite lui si instaurò lo studio del greco a Firenze. Intorno al Crisolora si stabilisce un gruppo di figure, non soltanto fiorentine, poiché dato che il greco si poteva studiare a Firenze, vennero anche da altri luoghi giovani per imparare il greco; e tra questi giovani che vennero a Firenze ad imparare il greco ci sta il dedicatario di questa opera: Pietro Paolo Istriano, che è Pier Paolo Vergerio, che operava nel contesto carrarese, a Firenze per studiare il greco, e poi era tornato a Carrara. A sua volta aveva scritto un trattato pedagogico intitolato “sui nobili costumi”. Trattati pedagogici: altro aspetto dell’umanesimo, molti scritti sono di carattere pedagogico perché uno degli aspetti importanti nell’umanesimo è proprio legato alla formazione dei giovani basata sulle Humanae Litterae.
• L’umanesimo fiorentino. Questo è il contesto culturale entro cui nasce questa operetta, interessante perché mette in evidenza gli elementi di contrasto tra l’umanesimo inteso come un recupero classicistico di stretta osservanza e la volontà di coniugare ad un rinnovamento degli studi, quello che era la tradizione: in modo particolare quella dei tre fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio.

Ripresa del dialogo classico. Questa operetta non è un trattato: è impostata come una discussione, una disputatio ma è a sua volta, sviluppando alti elementi, è un altro dei caposaldi di rifondazione del dialogo in latino: sulla scorta dei classici, più sistematicamente di quanto non avesse fatto il pur importante esempio petrarchesco.
Disputatio in utramque partem. Questo è un dialogo diegetico, non mimetico, dunque un dialogo dove la cornice è costantemente presente. E’ un dialogo costruito in due libri, e la discussione è svoltain utramque partem, da una parte e dall’altra. C’è un personaggio, un letterato e al tempo stesso un personaggio di un certo peso a Firenze che si chiamava Niccolò Niccoli, che sostiene due parti tra loro contrapposte: nel primo libro attacca violentemente le figure di Dante, Petrarca e Boccaccio, inserendo questo suo discorso in un attacco relativo alla condizione della cultura contemporanea: quindi denunciando lo stato di decadenza della cultura contemporanea; nel successivo libro fa unapalinodia e svolge un discorso opposto: gli elogia di questi tre personaggi.
Problemi di Datazione

Problemi. Oltre al fatto del far vedere che cosa è diventata a questa altezza cronologica la disputatio, ci sono diversi aspetti in questo che  sono interessanti.
a) C’è un primo problema di carattere cronologico, qui ridotta ai minimi termini, in una discussione che è ancora in corso: è un opera su cui si è discusso e scritto molto, e la cui datazione è uno degli elementi di discussione.
b) Altro elemento di discussione che è collegato a questo è se questi due libri siano stati concepitiunitariamente o se il secondo sia stato scritto dopo: cioè se l’autore avesse cambiato idea rispetto a quello che aveva fatto sostenere al Niccoli e avesse svolto poi nel secondo libro successivamente una palinodia egli stesso nel celebrare l’elogio dei tre fiorentini.

a) la datazione
Termini ante/post quem. L’opinione più persuasiva a tal proposito è questa. Innanzitutto c’è un problema di tempo interno: c’è un indicazione precisa dal punto di vista cronologico, come emerge all’inizio del dialogo; questo dialogo è collocato in due giorni diversi, uno successivo all’altro, nei giorni di Pasqua dell’anno 1401. Il fatto che come tempo interno sia dato il 1401 non significa che quello sia il tempo reale di scrittura naturalmente. Comunque, posto che qui venga messo come data il 1401 è evidente che il Bruni non potè scrivere l’opera prima del 1401. L’altro termine di riferimento non dopo il quale fu scritta l’opera, è il 1408 perché in quella data, in una lettera, Bruni stesso direttamente ci parla di questa sua operetta come già pubblicata (pubblicata ovviamente equivale a «circolante», almeno tra alcuni dotti).
• morte di Salutati. Altro aspetto da considerare riguarda le figure dei personaggi presenti. Tra queste figure c’è quella importante, una sorta di Nume tutelare, il personaggio anziano, l’intellettuale in età avanzata rispetto al gruppo dei giovani (c’è questa differenza importante che va considerata) che èColuccio Salutati. Coluccio muore nel 1406. Se noi stiamo a guardare ai dati dell’operetta possiamo pensare che sia stata scritta quando il Salutati era ancora vivo, se consideriamo il Salutati personaggio, che ci viene presentato in vita. In  realtà però c’è tutta una serie di elementi che fanno propendere a ritenere che sia stata scritta, almeno per quello che riguarda il secondo libro, dopo la morte del Salutati. Perché si attribuiscono al salutati posizioni che difficilmente il Salutati avrebbe sottoscritto (lo sappiamo da altri dati, lettere ecc).

b) l’unitarietà
Unitarietà dell’opera. Altra questione: è unitaria o no questa operetta? Su questo punto è più difficile rispondere: il primo libro presuppone indubbiamente un secondo libro che certamente modificasse l’assetto del primo con il capovolgimento di posizione. Nei termini della disputatio in utramque partemla tesi più persuasiva è che indubbiamente sotto questo profilo, quello che è svolto come materia nel secondo libro sia già dato nel primo come presupposto. Cioè che come testo dal punto di vistaunitario il bruni avesse pensato all’opera in due libri; certo però è che ci sono alcune piccole diffrazionidall’uno all’altro. Cambia la casa dove si svolgono i dialoghi; viene introdotta un’altra figura, cosa possibile anche per alcuni spunti ciceroniani a dire il vero, ma questo muta alcuni aspetti e alcune parti dell’impostazione: in altre parole non è da escludere che il progetto originario, pur prevedendo un secondo libro come è nella logica con cui è stata scritta l’opera, si sia poi svolto effettivamente in untempo successivo nel secondo libro. Ciò non toglie che, così come è svolta, l’opera abbia un assetto contenutistico unitario, anche nell’impianto della disputa in entrambe le direzioni.
Modello ciceroniano

Il modello del De Oratore. Uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista letterario riguarda la consapevolezza da parte del bruni di voler imitare anch’egli Cicerone, non però il Laelius come aveva fatto il Petrarca, ma una delle opere più imitate da questo momento in poi in tutto il dialogo umanistico, e cioè il De Oratore. Il De Oratore è importante in quanto modello per eccellenza del Cortegiano.

Le analogie
• impianto realistico. Ci sono delle modificazioni nell’impianto da parte del bruni rispetto al modello del de oratore: l’aspetto che lega maggiormente questo testo al De Oratore è l’impianto con una cornice di carattere realistico: qui abbiamo la Firenze reale di quel tempo, abbiamo personaggi storicamente individuati, abbiamo una autorità come il Salutati.
• la palinodia. Altro aspetto interessante sul piano dell’impianto: la palinodia, l’affermare una cosa e il fare il discorso in opposto rispetto a quello che si è detto nel primo libro è una modalità attuata nel de oratore mediante il personaggio di Antonio: Antonio sostiene una tesi nel primo libro (nel De Oratore sono tre) e capovolge la tesi nel secondo: viene  mostrato da Cicerone il modo retorico e le ragioni di questo. E’ stato anche osservato che si tratta di una palinodia che non nega gli asserti precedenti, però sicuramente modifica quello che era stato detto nel libro precedente.
• l’ambientazione. Anche la casa come luogo di raccolta, di discussione dei dialoghi è un elemento ciceroniano; e lo è anche  il tempo di festa: qui siamo a Pasqua.

Le differenze
• Autore presente / assente. La differenza che balza più all’occhio è che mentre per Cicerone non c’è la presenza diretta dell’autore, perché cicerone dice di aver riportato dialoghi e discussioni che si erano svolti diversi anni prima, e c’è quindi una diffrazione di carattere temporale, per cui Cicerone afferma di aver riportato la testimonianza di chi gli aveva raccontato quei dialoghi, qui invece c’è la presenza diretta dell’auctor e c’è una attualizzazione totale, nel senso che a prescindere dalla data specifica, siamo all’inizio del 400, e i temi trattati sono altrettanto attuali e attualizzati.

Vediamo solo la prima parte, ma senza leggere la seconda non si capisce l’effettivo svolgimento del discorso. Alcuni moduli che vediamo riguardano solo questo dialogo, altri riguardano una modalità che nel tempo viene ad essere ripresa e si evolve, come vedremo nel Cortegiano, dove siamo però in un ambiente diverso: questo cittadino, quello di Castiglione, della corte. Questo è  ambiente privato: un gruppo di amici che discutono tra di loro. 
 

Il testo

Il dibattito sulle tre glorie fiorentine
Queste discussioni non sono invenzione del Bruni: abbiamo altre tracce e testimonianze in ambito fiorentino in relazione alle critiche che gruppi di giovani classicisti di stretta osservanza avevano avanzato criticando aspramente le cosiddette glorie fiorentine: Dante Petrarca e Boccaccio. Quello che sta al fondo di questo dialogo è un problema e un tema di discussione quanto mai attuale nella Firenze del tempo. Se a noi può sembrare strano, visto che pensando a Dante pensiamo ad un grandissimo poeta e autore, trovare Dante trattato come un autore di popolo, di farsettai, di pescivendoli eccetera, può dare adito a qualche stupore. Le stesse accuse sono riferite da altri, non li introduce solo il bruni: i problemi di cui si discute sono problemi su cui le discussioni c’erano nella Firenze del tempo. Abbiamo dunque da un lato si afferma prima questo aspetto destruens  e dall’altro lo stesso che dice di aver parlato di quelle cose per ragioni di carattere retorico e per fare in modo che fosse proprio Coluccio salutati a fare l’elogio. Quindi li giustifica come una sorta di esercizio di simulazione retorica.

La dedicatoria

L’antico detto. Vediamo i caposaldi di questo discorso. Anche qui abbiamo un proemio che è una lettera dedicatoria molto breve rivolta al Vergerio. La lettera si apre con un antico detto di un saggio, e sia apre così a mo’ di omaggio verso il Vergerio, che con questo detto, attribuito a Francesco il vecchio da carrara, suo signore, aveva aperto il suo trattato. Questo detto è relativo alla patria: antico detto di un saggio che l’uomo per essere felice deve innanzitutto avere una patria illustre e nobile.

Elogio di Firenze. La patria di origine del Bruni non è più Arezzo nelle condizioni in cui era precedentemente, rovinata e distrutta ormai dai colpi della fortuna. Ha però il bruni a sua volta l’opportunità di vivere in una città eccellente, quest’opera è anche una celebrazione della grandezza di Firenze. Il fatto che Firenze sia una città eccellente è dimostrato facilmente perché lo stesso dedicatario era stato con lui a Firenze compagno di studi presso il Crisolora: c’è stata dunque una comunanza di studi, di vita e di affetti.

Il dono all’amico lontano. Una comune abitudine alla conversazione e alla discussione, a dato che l’amico è lontano, desiderato e rimpianto, così come l’amico lontano desidera e rimpiange gli amici fiorentini gli manda proprio come memoria ed omaggio (il Bruni al Vergerio) la testimonianza di una delle discussioni da poco avvenute tra loro giovani amici e il Salutati, come testimonianza che  può trasmettere le discussioni di una volta allo stesso Vergerio. Anticipa, sui contenuti, ciò che riguarda la dignità degli argomenti e la dignità degli uomini. Cita i due protagonisti-antagonisti: Coluccio Salutati e il Niccoli.
L’altra dichiarazione che costantemente viene fatta in trattati di questo genere è la testimonianza –dedica: dice alla fine di questo proemio: «così io rimando la disputa trascritta in questo libro in modo che tu, benchè assente, in qualche modo possa godere di quanto godiamo noi, e nel far questo ho cercato soprattutto di rendere con la massima fedeltà le due posizioni contrastanti (originale: morem utriusuqe, il costume di entrambi)» e affida allo stesso Vergerio il compito di giudicare se ci sia riuscito oppure no.

La psicologia del personaggio. Questo è un altro tratto importante: quello della delineazione del personaggio: non sono solo voci, con personaggi con una loro individualità. Essendo un dialogo diegetico questa loro personalità può essere messa in evidenza per alcuni tratti dalla cornice diegetica, ma soprattutto dal modo in cui ciascuno si esprime, e quindi da quella sorta di delineazione psicologica che deriva dal discorso. L’abilità è anche quella di rendere da parte del bruni l’atteggiamento nel dire dei due, e ne è giudice lo stesso Vergerio che li conosceva entrambi. La rappresentazione dei personaggi rappresentano anche dunque una prova distile e di bravura da  parte dell’autore. Noi non abbiamo modo di vederlo nel testo latino, ma quest’opera è letterariamente significativa anche nel movimento stesso delle voci.

Il primo libro

Cornice introduttiva
Come viene fatta l’introduzione nel dialogo diegetico? Innanzitutto c’è la cornice introduttiva, che ci dà delle indicazioni relative alle circostanze del dialogo, al luogo e ai personaggi.

Bruni e Niccoli vanno a casa di Coluccio. In questa nostra cornice noi abbiamo che nel tempo delle feste, questi giovani personaggi stanno andando a casa di Coluccio Salutati, che viene definito «senza dubbio l’uomo più eminente del tempo nostro per sapere, eloquenza e dirittura morale»: triplice occorrenza che definisce il carattere del nume tutelare. Viene poi introdotto un novo personaggio: mentre stanno per andare da Coluccio Salutati incontrano Roberto De Rossi, il quale a sua volta è definito per ciò che è proprio del personaggio stesso in relazione agli studi: «uomo dedito agli studi liberali». Tutti insieme vanno da Coluccio, e De Rossi si unisce a loro.

La critica di Coluccio. Arrivati a Casa di Coluccio c’è un momento di Silenzio: Coluccio pensa che quei ragazzi gli vogliono dire qualcosa, loro non iniziano per far cominciare il maestro e quindi viene rappresentata questa pausa: un elemento di carattere anche realistico. Alla fine Coluccio, dato che nessuno parla si decide ed interviene nel discorso. Quindi la persona più autorevole inizia il suo discorso: che inizia nei termini di una conversazione, quello che può avvenire quando un gruppo di persone si trova in casa di uno che è più autorevole di loro, e questo comincia a parlare, e di fatto esprime il piacere di vederli e poi comincia, li loda per la loro passione per gli studi, ma esprime poi una critica.
• importanza della disputatio. Critica relativa al fatto che hanno trascurato quello che per Coluccio invece è importante: la disputatio, l’abitudine alla discussione che secondo il Salutati è fondamentale proprio per affrontare in pieno sottili verità, per poterle sceverare compiutamente, per mantenere la mente in occupazione, e scambiando discorsi in comune per fare una gara esercitando il proprio intelletto, al fine di ottenere la gloria quando si sia superiori nella disputa rispetto agli altri, oppure la vergogna quando si è battuti; da qui verrebbe uno stimolo allo studio per imparare di più.
Pag. 75, in fondo: «Che cosa può … lo sguardo di tutti». Attenzione: qui la traduzione dice questione,che potrebbe far pensare alla quaestio, nel testo latino si dice invece reml’oggetto della discussione, è diverso il senso da dare alla cosa.
E’ importante l’esercizio perché se non si compie, chi è studioso rimane a parlare con sé stesso e con i propri libri, ma non si mette a gara e non interviene nel colloquio con gli altri uomini, e non viene ad essere di giovamento, non ottiene i frutti che possono essere dati dallo scambio argomentato delle discussioni.

Rievocazione degli studi a Bologna. Evoca gli esordi della sua stessa educazione quando era aBologna: dove aveva avuto un insigne maestro ed aveva appreso l’arte del discutere; poi aveva avuto modo di cimentarsi ulteriormente in relazione ad un dotto teologo e sapiente a Firenze, e al tempo stesso dotto in teologia, agostiniano, e insieme amante dei classici: è Luigi Marsili, che animava un cenacolo presso la chiesa di Santo Spirito, ed è una figura eminente della Firenze trecentesca, che viene anche nominato dal Petrarca.
• l’elemento cronologico. Ci viene dato attraverso il Marsili l’elemento cronologico che si diceva all’inizio poiché il Marsili è indicato come morto sette anni prima: dato che era morto nel 1394, allora 7 anni prima ci porta al 1401.
• L’insegnamento del Marsili. Il Marsili aveva dimostrato a Coluccio, nei tempi posteriori alla giovinezza, quando valesse la discussione: era un sapiente conoscitore degli studi di teologia, ma anche un conoscitore degli antichi; tanto profondamente legato alla scrittura degli antichi da averle assimilate, anche stilisticamente tanto da riprodurne le movenze. L’esempio che porta il Salutati di Sé e di quanto aveva guadagnato da queste discussioni è dato per mostrare attraverso la propria persona, quanto efficacemente egli ritenga sia proprio della discussione, cioè: il frutto delle sue opere era stato dato secondo il salutati proprio attraverso questa via. Dunque l’esercizio è fondamentale. Su questo punto si intavola tutta la discussione che segue.

Sintesi
• Coluccio Salutati, pur sostenendo di ammirare gli amici per la loro apssione per gli studi, criticava il fatto che non si dedicassero, come esercizio non solo opportuno e utile, ma necessario, la disputazione.
• Coluccio aveva portato il proprio esempio sia dalle indicazioni che aveva ricevuto dalla scuola di grammatica quando era un giovane studente a bologna, e sia per quello che aveva  ricavato dal rapporto continuo assiduo e importante con il dotto teologo studioso dei classici Luigi Marsili.
• Una indicazione del Marsili ci dà l’indicazione del tempo interno del dialogo nel 1401.
• Il discorso del Salutati si concludeva con una esortazione ai giovani perché si dedicassero alla disputa e cercassero di dare maggior frutto ai loro studi.

La risposta di Niccolò. Come personaggio antagonista risponde Niccolò Niccoli: fin dalla presentazione che nella dedicatoria aveva fatto al Vergerio il Bruni aveva presentato le due figure di Coluccio e Niccoli proprio in questo senso. In più di un momento pare che Niccoli dia ragione al Salutati riconoscendo l’importanza della disputa che potrebbe giovare molto agli studi, e lodando il Salutati per l’efficacia sul piano dell’eloquenza con cui aveva dimostrato questa tesi; e ricorda a sua volta la figura del Crisolora, chiamato dallo stesso Salutati nel 1396 e da cui questi giovani avevano imparato il greco. Il salutati invece aveva preso i primi rudimenti ma non tanto da essere in grado di fare una traduzione dal greco al latino.

Le colpe della generazione precedente. Pare che Niccoli dia ragione al salutati, ma  non è così: egli giustifica se stesso e i suoi amici dicendo che se non svolgono quella esercitazione non possono essere accusati i ragazzi stessi ma devono essere accusati i tempi: c’è qui una rappresentazione estremamente negativa, che riprende alcuni tratti del Bruni scrittore già ben presenti nelle opere polemiche di Petrarca, e che per alcuni elementi emergono anche nel De Vita Solitaria, un attacco da parte del Niccoli molto duro nei confronti della condizione in cui è ridotta la cultura per colpa delle generazioni precedenti e che dispersero il grande patrimonio della cultura antica. Di fatto come sappiamo la concezione stessa del medioevo nasce polemicamente proprio in contrapposizione con quello che riguarda la volontà da parte degli uomini umanisti in primo luogo di ritornare alle fonti della vera sapienza degli antichi superando la decadenza; è una notazione polemica questa che noi non facciamo nostra, ma che riguarda la cultura del tempo.
• Penuria di libri. Il Niccoli spiega che per poter svolgere una disputatio è indispensabile padroneggiare bene  un argomento, e per fare questo bisogna avere una grande mole di conoscenze; Niccoli si domanda come si possa acquisire una tale mole di conoscenze in questi tempi oscuri, con tanta penuria di libri; invita a considerare poi come erano le discipline umanistiche in passato e come sono oggi: parte qui una sorta di rassegna che mostra le radici greche della filosofia, mostra che cosa comportò il passaggio a Roma della filosofia dei greci e mostra come ai tempi moderni è ridotta la filosofia.

Polemica contro gli aristotelici. Qui il Niccoli si lancia, sulla scorta di considerazioni già petrarchesche (non qui enunciate come tali, perché non si fa qui il  nome di Petrarca) contro i filosofi e soprattutto contro gli aristotelici: non contro Aristotele, ma contro gli aristotelici che tutto basano sull’autorità di un solo filosofo, e tutto basano sul cosiddetto ipse dixitessi d’altra parte fanno questo sulla base di un'unica autorità, e non soltanto mostrano con ciò di non conoscere bene ciò di cui parlano, ma mostrano una grande arroganza: la dimostrazione della loro arroganza e della difficoltà nel padroneggiare gli scritti di Aristotele, trova una base polemicamente anche con riferimento a una polemica che a sua volta contro i retori del suo tempo aveva fatto cicerone.
• la corruzione del latino e dei testi. Poi ritorna all’oggi e accusa i filosofi aristotelici di parlare di cose che in realtà non sanno, e come possono saperle? Se questi non solo ignorano il greco , ma ignorano in gran parte anche il latino? E qui è sotto accusa anche il latino «pervertito» del medioevo, che non era quello degli umanisti. Addirittura il Niccoli dice che se tornasse lo stesso Aristotele, non riconoscerebbe neppure più i suoi testi; sottolinea un aspetto importante da un punto di vista filologico, cioè il problema della restituzione critica dei testi aristotelici, il problema cioè di andare a cercare il maggior numero di esemplari dei testi di Aristotele e il tentativo di restituirli alla loro rispettiva lezione, e questo poteva essere fatto a partire dal testo greco. La conoscenza del greco che questo circolo di umanisti possedeva, era in quei tempi appannaggio di quei pochi che avevano beneficiato, sulla scorta del Crisolora.

Altro affondo: gli occamisti. Dopo questo attacco agli aristotelici passa ad attaccare i dialettici: anche questa è una polemica già petrarchesca, con i cosiddetti barbari Britanni, soprattutto dialettici e logici occamisti, seguaci di Occam: secondo le accuse che venivano fatte essi si occupavano di cose da poco, di frivolezze, invece che di occuparsi di cose importanti ed eccellenti. Ciò non vale solo per le due discipline evocate ma dice che potrebbe dirsi lo stesso di tutte le altre arti: Grammatica, retorica e tutte le altre arti. Non mancano gli ingegni, ma mancano i mezzi per imparare in questa condizione del sapere. Non abbiamo né mezzi ne maestri.

L’eccezione del Salutati. A questo punto è chiaro che occorre fare un eccezione, perché sennò nel contesto del discorso ciò avrebbe significato attaccare lo stesso Salutati; allora il Salutati è salvato dal Niccoli ed elogiato e rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Perché il Salutati ha  potuto far frutto con i suoi studi? In virtù del suo grande ingegno, quasi divino, che gli ha consentito di fare quel salto di qualità e quindi di essere l’eccezione alla regola.

Ubi sunt. L’ultima parte del Discorso di Niccoli si imposta su quel modello di elegiaco tema dell’Ubi Sunt, dove sono mai?, tanto presente in ambito medievale, ma qui piegato a lamentare la mancanza dei grandi libri dei classici; e fa un elenco di libri di grandi autori che mancano.
Il precetto di Pitagora. Aggiunge poi un aspetto legato alla necessità del silenzio cui sono costretti, e fa un riferimento ad un precetto dell’antico filosofi Pitagora: Pitagora aveva invitato i discepoli, prima di parlare, a meditare e restare in silenzio per cinque anni, e se i discepoli di Pitagora, che pure avevano tale maestro e tale possibilità stante la cultura del tempo antico, come potranno questi giovani parlare e mettersi a disputare? Dice il Niccoli:  «noi che non abbiamo  né maestri ne insegnamenti  libri: come possiamo fare questo? Dunque non ti devi arrabbiare con noi se stiamo zitti e non discutiamo, non è colpa nostra ma dei tempi».

Torna la cornice. A questo punto (pag 91) ritorna la cornice. Al discorso diretto viene reintrodotta la cornice con una sorta di segno teatrale: una pausa di silenzio che fa si che ci sia anche uno stacco in relazione alla voce che ora segue; uno degli aspetti efficaci del dialogo è la messa in scienza dei personaggi e quindi la rappresentazione delle loro voci. La cornice interviene diegeticamente introdotta dal narratore-autore, che interrompe il flusso del discorso, segnando appunto una pausa di silenzio
 
Disputa intorno a disputare. Interviene Coluccio rilevando la contraddizione, perché il Niccoli che aveva sostenuto di non poter parlare e discutere a causa dei tempi, aveva a sua volta dato unabrillante dimostrazione di essere capace di discutere con le sue stesse parole. Allora Coluccio cerca dichiudere questo discorso dicendo: «lasciamo dunque se credete questa disputa che è intorno al disputare».

Gli altri chiedono il confronto. Ma il discorso non può finire qui e c’è l’intervento di un dialogo a più voci, quindi c’è una variazione nel modo in cui sono introdotte le voci di dialogo ed efficacemente dal punto di vista letterario il dialogo viene ad essere animato.
• Rossi. Interviene Roberto De Rossi, che non vuole che la discussione rimanga a metà;
• Coluccio. interviene di nuovo Coluccio che dice per teme di aver destato il leone dormiente e chiede il parere degli altri: chiede innanzitutto a Roberto De Rossi se sia d’accordo con lui o con il Niccoli dichiarando che in relazione a Leonardo, cioè colui che è al tempo stesso personaggio e autore del dialogo, non ha dubbi perché ritiene che Leonardo sia d’accordo con Niccolò.
• Bruni. Interviene allora con la voce che dice io  lo stesso Bruni che chiede di essere considerato ungiudice: non vuole prendere posizione; fermo restando che c’è una aggiunta, non priva di una certa ambiguità, perché riconosce che la causa è in gioco non meno di quella di Niccolò.
• Rossi. Interviene infine Roberto De Rossi che a sua volta dichiara di sospendere il giudizio, e di sospendere il suo parere finché entrambi non espongono la loro opinione. Dunque Coluccio adesso deve fare una confutazione di quello che Niccoli ha detto.

La confutazione di Coluccio. Si apre una ulteriore fase del dialogo nell’ottica di una confutazione fatta da Coluccio in relazione a quello che Niccoli ha detto. In primo luogo fa notare che è facile confutare che dice che a causa dei tempi non si può disputare quando egli stesso lo ha dimostrato egli stesso disputando. C’è anche una schermaglia un poco scherzosa in relazione al Niccoli. Un altro degli aspetti del dialogo è anche l’introdurre battute per alleggerire il senso delle discussioni, così come si introduce all’interno del discorso riferendosi  ad un personaggio che inizia a parlare «sorridendo» ecc, così anche da battute.
Viene ad essere interrotto a sua volta il Salutati da Roberto De Rossi con un'altra obiezione: allora se tu elogi il Niccoli che ha mostrato di poter disputare, perché dici che ci si debba esercitare? Se senza esercitarsi il Niccoli c’è riuscito così efficacemente, vuol dire che l’esercizio non è necessario. Risponde con una contro obiezione il Salutati dicendo che l’esercizio è fondamentale per poter ottenere un ulteriore eccellenza: se già ci sono delle buone disposizioni soltanto esercitandosi si può migliorare.

Elogio dell’esercizio. Coluccio si lancia in un elogio dell’esercizio. Questo esercizio e la disputa sono di nuovo ri-definiti, e questa definizione è importante:
pag. 95, riga 5perciò … io chiamo disputa»:
 - insisto su questo poiché il modo in cui è definita la disputa e la discussione delimita i caratteri della discussione stessa, e la distingue rispetto alla quaestio degli scolastici.

Non poi così bui. Il Salutati ammette che la situazione in cui versano le arti liberali non è la migliore possibile. Però in relazione all’atteggiamento assolutamente negativo nel Niccoli tende a minimizzare: sì, un po’ sono decadute, ma non al punto tale che siano nella condizione che diceva il Niccoli. E se è vero che molti libri mancano, è ben vero che altri ce ne sono, e comunque le cose che abbiamo le dobbiamo usare e non le dobbiamo disprezzare. E dunque ribadisce che il Niccoli sbaglia ad attribuire la colpa ai tempi, perché così non riconosce quello che deve imputare a sé stesso; cioè si sottrae di fatto quello che sono le sue responsabilità. Chiarisce anche che il suo intento è quello di porsi in opposizione a lui, e non di attaccarlo violentemente, cioè non è il suo un atteggiamento volutamente polemico in termini distruttivi.
La illustre tradizione fiorentina. D’altra parte introduce, ritenendo che questa parte del discorso possa essere compiuta, un ulteriore passo, che poi scatenerà il resto della discussione e la reazione del Niccoli:
E dice: pag. 97: «come è possibile che  tu venga a dire che in tempi moderni non ci siano possibilità da parte degli ingegni di fiorire se tu tralasci tre uomini fioriti da questa nostra città e nei nostri tempi. Dante, Petrarca e Boccaccio, che sono levati al cielo da così grande universale consenso.
 -  C’è un motivo anche di carattere patriottico.
-c’è una specificazione data in relazione a Dante che è significativa per come volgerà poi il seguito del dialogo, poiché sembra essere posta una riserva sul fatto che Dante prescelse il volgare, infatti dice «se Dante avesse usato altro stile (alio genere scribendi) io non mi contenterei di porlo insieme a quei nostri padri, ma a loro e ai greci stessi io lo anteporrei»: cioè da un lato c’è una lode del ruolo di Dante, dall’altro una riserva del modo di scrivere. E dice che quei tre non vanno dimenticati ma ricordati perché sono il vanto e la gloria della città.

Dante. E qui la voce di Niccoli esplode. In realtà il verbo non è messo, c’è un ellissi, ma il traduttore lo sottolinea permettere in evidenza l’esplosione polemica del Niccoli. C’è un vero e proprio grido del Niccoli. (pag. 97) «allora Niccoli insorse … ignorante d’ogni cosa?» - e qui comincia un atto d’accusa. Che parte da Dante, che viene accusato di non capire il latini di Virgilio, citando un passo del XXII del Purgatorio; viene accusato di non aver capito l’età di catone e di averlo invecchiato rispetto a quello che dice Lucano; viene accusato di aver preso Cesare che era un tiranno, averlo lodato, ed aver messo l’uccisore di cesare nella bocca di Lucifero; è accusato anche per la sua cultura basata sulla scolastica, e per il latino di Dante stesso. E dunque che cosa deve essere Dante? A chi deve essere lasciato Dante? A quale pubblico? Pagina 99, in fondo: «per cio … familiare solo a gente simile».

Fiorentini contro Dante. Che a gruppi di classicisti di stretta osservanza fosse rimproverato un atteggiamento simile lo sappiamo da altre fonti: che possono anche essere collegate a questo, ma ci sono anche altre fonti fiorentine che ci trasmettono questo atto d’accusa, mossa a giovani che invece di guardare alle glorie della patria. Le attaccano. L’accusa è ancora più dura perché non riguardava solo un giudizio di carattere letterario che attaccava i numi tutelari della cultura fiorentina e il vanto della cultura fiorentina, ma perché questi stessi giovani erano accusati di disinteresse nei confronti delle sorti della patria. Un po’ di tempo prima della scrittura di questi dialoghi, c’era stato uno scontro violento tra Firenze contro Gian Galeazzo Visconti, e c’era stato un momento in cui pareva che Firenze dovesse soccombere, solo la morte di Gian Galeazzo nel 1402 salva Firenze definitivamente, perché gli ultimi atti di guerra versavano molto negativamente. E si diceva che c’erano questi gruppi di giovani classicisti che si disinteressavano totalmente, che non si occupavano delle sorti della patria; e qui viene fatto un collegamento tra lo spirito civile e le glorie cittadine. Qui il discorso è riportato in termini letterari, ma c’è sotteso dell’altro. Un riverbero di questo si vede alla fine del secondo dialogo.

Petrarca e Boccaccio. Da dante si passa Petrarca, e si attacca ciò che Petrarca aveva propagandato a quattro venti in relazione alla grandezza del suo poema L’Africa in latino, poema non compiuto, e quindi da questa grande aspettativa, dice Niccoli, (noi diremmo “dalla montagna”) è saltato fuori «un topolino». Di fronte alle accuse fatte a Dante e Petrarca, è inutile continuare con Boccaccio, che viene liquidato, poiché se è inferiore ai primi due, è inutile continuare. D’altra parte non soltanto questi sono da giudicare nei termini dati, ma ancor più è da giudicare negativamente la loro singolare arroganza per come si sono dichiarati: letterati, dotti e poeti. La conclusione liquidatoria del Niccoli, a pag 103, è la seguente : «perciò Coluccio mio … non hanno sapere alcuno» : una dichiarazione radicale.
A questo punto vediamo come finisce questo primo libro, perché siamo quasi alla fine. Riprende a parlare Coluccio: c’è un distacco nella cornice nell’atteggiamento «sorridendo come sua abitudine»: ora teniamo presente che i personaggi ciceroniani, dei dialoghi ciceroniani, in particolare il De Oratore, quando prendono la parola, nella cornice diegetica sono mostrati mentre a prendono «sorridendo» .
Allora realismo nei confronti del Niccoli: «quanto vorrei .. non abbia trovato un avversario», e qui cita gliavversari di Virgilio e Terenzio. Però gli avversari di questi grandi latini del passato erano comunque più sopportabili. Teniamo presente che questa sembra una nota caratteriale del Niccoli, questa figura del Niccoli la troviamo al centro di diversi dialoghi di polemiche e lettere. Ma perché gli avversari erano più sopportabili, perché loro si opponevano ad una sola persona, e invece il Niccoli si oppone a tutti i suoi concittadini.
Ma il giorno ormai muore, ed occorre differire la risposta, che necessita molto tempo, data la grandezza dei tre personaggi di cui occorre fare la lode, per compensare il vituperio di Niccolo. Coluccio rimanderà questa difesa. E qui Coluccio chiude circolarmente tornando al tema della discussione. Fine.

La conclusione del primo libro

Necessità di una lode. Il primo libro ci dice che l’attacco del Niccoli viene rifiutato in Toto dal nume tutelare, con le parole del quale si era aperto il dialogo del primo libro, e a causa del quale si erano svolti questi colloqui. [30:57] Viene rimandato, senza un’indicazione che dica a quando, viene detto che sarebbe necessario un discorso non breve e che il tempo lo impedisce. Allora a questo punto, così come è impostato questo libro, ci fa presupporre che ce ne debba esse un altro che comporti l’elogio di questi tre, perché rimane in un tempo di attesa.

Qui però c’è un problema relativo al modo di trasmissione dei manoscritti dei nostri dialoghi in relazione alla fortuna del testo: devo dire che i Dialogi ebbero una notevolissima fortuna, abbiamo un numero rilevante di manoscritti però c’è anche un dato che non possiamo eludere: una parte di manoscritti ci trasmette il primo libro soltanto, quindi sembra di capire che una circolazione di questo primo libro sia stata precedente o autonoma rispetto alla diffusione dell’opera completa, cioè dei due libri. Questo non vuol dire che tra il primo e il secondo  ci sia uno iato di composizione, anche se è una delle testi che sono state avanzate; e non significa soprattutto che il secondo libro sia una aggiunta esterna, successiva o pensata dopo, perché in realtà la conclusione stessa del libro anche se non è determinata, è la conclusione che compare spesso nei dialoghi, anche ciceroniani, quando viene rimandato ad un successivo giorno. Ma qui non è specificato il quando, questo è vero, quindi c’è qualche interrogativo che pone la conclusione di questo primo libro. 
 
Il secondo libro

Il secondo libro si imposta certamente in un rapporto che possiamo definire, considerando l’opera nel suo insieme un rapporto unitario, un rapporto non senza qualche diffrazione: cioè noi ci aspetteremmo qualcosa d’altro, e cioè che fosse Coluccio a riprendere la lode dei tre grandi fiorentini, e soprattutto che si riagganciasse a quello che è stato detto nel primo libro. Invece il modo in cui si riaggancia ha qualche diffrazione.

La cornice

Verso casa De Rossi. Il secondo libro del dialogo dunque si apre il giorno dopo; si ritrovano quelli che si erano uniti il giorno precedente, ma si aggiunge un altro personaggio. Altro interrogativo: questo personaggio è Piero di Ser Mini, definito «giovane sveglio e sommamente facondo». Come ricorda la nota che questo Piero di Ser Mini fu successore del Salutati nella cancelleria di Firenze. Era rappresentato come personaggio familiare e vicino a Coluccio, e insieme alla sua comparsa cambia anche la sede dei personaggi: si ritrovano i personaggi del primo dialogo, tranne Roberto de Rossi, che vanno appunto a casa di Roberto de Rossi; nel primo il De Rossi si era aggiunto, ora i tre si aggiungono a lui.
• Oltr’Arno. C’è un passaggio nella dislocazione che non è privo di significato: vanno oltr’Arno, perché Roberto De Rossi abitava al di là dell’Arno, oltre Palazzo Pitti; interessante nella dislocazione perché quando finisce il dialogo ritorneranno dall’altra parte: è come se uscissero dalla città e tornassero in città una volta concluso l’elogio e restituita per certi versi la pienezza della compartecipazione di quella che è l’opinione dominante. Ci sono anche connotazioni che rimandano a luoghi per eccellenza propri di quelli che sono dibattiti di natura filosofica, anche se questo non è propriamente filosofico: si parla del giardino, del portico.

Lode di Firenze. A questo punto non comincia una discussione come avevamo visto essere terminata nel secondo libro, ma il nostro discorso comincia in un altro modo: comincia con una laudatio di Firenze. Bisogna ricordare brevemente due cose che devono essere tenute presenti per capire meglio:

a) L’encomio di Bruni.  il Bruni aveva scritto presumibilmente tra il 1403 e il 1404, una laudatio, unencomio, uno scritto il lode di Firenze; particolarmente interessante in relazione alla tradizione delle lodi alla città perché cambia l’impostazione: si basa sul Panatenaico di Elio Aristide, cioè viene magnificata Firenze sul modello dell’elogio di Atene, e l’elogio viene fatto per tutti gli elementi di Firenze, dall’aspetto fisico e monumentale della città, alle sue istituzioni, alla città come rappresentativa al massimo grado come figlia e erede di Roma, perché i Romani erano stati fondatori di Firenze ai tempi della repubblica romana (secondo l’ipotesi avanzata in quegli ultimi anni), ed era la depositaria e l’erede della libertà repubblicana; quest’operetta era stata importante, e qui l’elogio in alto stile viene fatto proprio da Salutati, che fa l’elogio della città dicendo per esempio quali magnifici palazzi ci sono (e mostra i palazzi appena oltrepassati per andare da Roberto de Rossi) e dice quanto bene ha fatto Leonardo Bruni a lodare Firenze e loda a sua volta, lodando Firenze, quella che il Bruni la fatto della città (esalta la laudatio di Bruni).
• l’encomio dell’«encomio». Quindi che cosa ottiene il bruni come autore in questo modo?  Mette lapropria opera come lodata dallo stesso Salutati. Ci sono anche dei nessi con alcune altre opere del Salutati stesso. Questo elogio viene completato dall’intervento di Pietro di Ser Mini e poi di altri e viene a toccare in questo modo, come se fosse un discorso che si svolge naturalmente, viene a toccare proprio il tema in oggetto, e cioè l’elogio delle glorie della città, le glorie letterarie.
b) Per capire altri punti facciamo presente che a pagina 107 viene citata un operetta del Salutati, dal Salutati stesso: è un trattato scritto nel 1400 si intitolava De Tyrannoqui il Salutati aveva difeso la legittimità del potere di Cesare, e soprattutto aveva difeso Dante per la posizione assunta nella sua opera. Non è che qui adesso il Salutati faccia una palinodia di quello che aveva scritto, però qui ne dà una interpretazione un tantino diversa; e questa è una ragione che ci fa pensare che il Salutati fosse morto a quell’epoca, perché non avrebbe ma accettato, conoscendo quanto fosse molto fortemente difensore delle proprie idee e posizioni.

Una diffrazione: il parere di De Rossi. Lasciando stare questo aspetto del problema, passiamo a parlare dei vanti di Firenze, e Roberto (al quale erano state ricordate le glorie politiche della propria famiglia in difesa del partito guelfo) diceva che bisognerebbe svolgere le lodi di questi personaggi, perché questi tre poeti non sono davvero «la minor parte della nostra gloria» (pag. 109). Noi però ci dobbiamo domandare quale fosse la posizione di Roberto nel libro precedente: aveva detto di non voler dare giudizi, di aspettare a dare un parere, mentre qui si dichiara finalmente d’accordo. Allora Coluccio risponde, ed anche questo ci stupisce in quanto non dice che tale elogio effettivamente vada fatto, infatti Coluccio dice: «sei nel giusto Roberto, essi sono non solo la minima parte, ma anzi di gran lunga la fonte maggiore della nostra gloria; ma che debbo fare ancora, non aprii ieri a sufficienza il mio sentire su quei tre sommi?» ma in realtà non aveva risposto: aveva solo detto che era contrario al parere del Niccoli, e che per svolgere l’elogio ci voleva molto tempo: quindi c’è una vera e propria diffrazione, seppure lieve in questo.
Integrazione della laudatio del Bruni. Teniamo presente che nella laudatio di Firenze il bruni aveva glissato sulle glorie fiorentine sotto questo aspetto: cioè nella laudatio non sono citati Dante, Petrarca e Boccaccio; la laudatio si conclude con il vanto degli egregi fiorentini, ma non ci sono i nomi, è un vanto generale. Questa parte ora, in un certo senso si riaggancia alla laudatio del bruni e la completa: in un certo senso questo secondo libro ha indubbiamente anche questo scopo. Tanto più che il Bruni, quando nelle sue lettere parla di questo testo, lo definisce «i libri dei nuovi poeti», quindi l’aggancio con la laudatio indubbiamente amplifica e porta in una direzione questo discorso.

Niccoli Smascherato. Come si può risolvere il problema a questo punto? Niccoli rimane sulla posizione di prima? No. Vien operata una definizione in chiave retorica della posizione del Niccoli: di fatto Coluccio afferma di aver ben capito il giorno prima che il Niccoli aveva fatto questo in modo artificioso: l’aveva fatto non dicendo quello che pensava lui, ma lo aveva fatto per provocarlo,perché quello che Niccoli voleva era che lui facesse l’elogio, ma Salutati non ci era caduto, ed aveva capito bene quali erano idee di Niccoli, il quale, insieme a Bruni, continua ad insistere che sia lui a fare l’elogio dei tre Grandi: Salutati dice che farà ben questo, ma solo quando lo vorrà lui!

A questo punto c’è una schermaglia, uno scambio di battute con effetto teatrale, fino a quando c’è una sorta di rilancio tra le parti: il Salutati vuole che sia il Bruni a fare l’elogio, mentre Bruni vuole che sia Coluccio, o quanto meno vuole decidere lui chi debba farlo (e questo è un passo di tipo meta letterario, in quanto Bruni è anche scrittore!); alla fine Bruni viene fatto arbitro e decide che sia Niccoli a fare l’elogio: il Niccoli li ha attaccati, il Niccoli ora li difenda. Allora il Niccoli prende la parola e ribalta l’accusa che aveva fatto il giorno prima. Il modello di questo è stato rilevato dagli studiosi nel personaggio di Antonio tra il 1° e il 2° libro del De Oratore. Come Antonio, anche il Niccoli, pur facendo una confutazione di quelle accuse, non si adegua totalmente a quello che pensa il Salutati, così come Antonio, nel 2° libro del De Oratore non diviene totalmente dell’idea dell’altro nume tutelare: c’è una dialettica interna che rimane.

Excusatio. Innanzitutto il Niccoli si lancia in una ampia excusatio, fin troppo ampia: e questo potrebbe fare pensare che il Niccoli storico, una qualche responsabilità in queste accuse ai tre grandi potesse pure averla. Insiste dicendo che gli altri non poteva assolutamente credere che egli attaccasse veramente i tre grandi: è noto a tutti l’amore che ha avuto per l’opera di Dante, per la memoria di Petrarca, per il quale è andato fino a Padova per leggere l’Africa, l’amore per Boccaccio ecc. afferma di essere consapevole di aver fatto quello che diceva Coluccio: ha fatto un vituperio dei tre fiorentini solo per sollecitare Coluccio a fare l’elogio. Dato che a questo punto tocca a lui, è costretto a farlo, con grande soddisfazione di Coluccio che lo obbliga.

Palinodia, ma  non totale. Da pag 113 inizia la palinodia: ciò che rende grandi Dante, Petrarca e Boccaccio, e risponde alle accuse che egli stesso aveva fatto prima. Ma c’è una differenza: il Salutati si pone su questa posizione: il salutati è un innovatore che non rompe con la tradizione, è l’erede del Petrarca a Firenze, e di Boccaccio. Però il Salutati non vuole rompere e contrapporsi nello stesso modo in cui altri avevano fatto con la tradizione precedente; il Niccoli recupera le lodi dei tre, ma alla fine del suo discorso ritorna a quello che aveva detto prima: come il Salutati è un eccezione al tempo contemporaneo, così questi tre grandi fiorentini sono delle eccezioni, perché il loro grandissimo ingegno permise loro di eccellere nonostante la decadenza degli studi e nonostante la situazione del mondo loro contemporaneo. Non è quindi propriamente la posizione del salutati, ne una ritrattazione vera e propria, o una confutazione delle accuse espresse prima.

Petrarca precursore degli umanisti. Ci sono nelle cose dette diverse cose interessanti, una in particolare riguarda il Petrarca e il riconoscimento della sua funzione per l’avvio del rinnovamento negli studi umanistici: riconosce l’importanza di Petrarca come fondatore del movimento umanistico.

Il discorso improvvisato. L’altro aspetto importante per la struttura del dialogo riguarda la dichiarazione del parlare all’improvviso (119) e senza preparazione: questo dopo aver fatto la lode di Dante; la caratteristica peculiare del dialogo è che venga fatto come una conversazione reale: gli argomenti posti in campo, come in una conversazione e senza un ordine sistematico, senza una preparazione preordinata: ciò mette in evidenza il carattere di naturalezza e libertà del discorso, rispetto a quello che sarebbe in termini sistematici e stringenti di una trattazione filosofica. Questo è un discorso, non un dialogo informa di trattato.

Petrarca e Boccaccio latini. Altro aspetto interessante, per la posizione dal punto di vista culturale è che, mentre di  Dante viene esaltata la Commedia, per vari motivi, di Petrarca e Boccaccio viene rilevata soprattutto l’opera latina: di Petrarca in larghissima misura poi, solo poco si dice della produzione in volgare; di Boccaccio il Decàmeron in quanto tale non è citato! Sono citate le opere latine: un solo accenno può far pensare al Decàmeron, ma la centralità è data alla Genealogie. A questo punto, Dopo che Niccoli ha finito il suo discorso, allora viene pronunciata l’assoluzione del Niccoli che viene scagionato da quello che aveva fatto il giorno prima:  gli viene data l’assoluzioneperché nella perorazione della causa aveva difeso le sue ragioni e quindi non è responsabile di nulla. D’altra parte però anche nel modo in cui viene data questa sorta di assoluzione, la formulazione non è priva di tratti di ambiguità: perché quello che si dice riguarda non tanto il discorso del Niccoli, quanto ciò che Niccoli aveva riportato a sé per l’amore che aveva avuto per questi autori; un margine diambiguità dunque rimane.

In definitiva. Delle Eccezioni. La parte finale del dialogo risolve e conclude dicendo che da parte del Niccoli si ritiene abbastanza largamente premiato per tutte le lodi ricevute, e ritorna però ai principi precedenti affermando che è lontano dal credere di sapere qualcosa, e proprio ritorna circolarmente la sua tesi fondamentale (125): «tanto più ciò mi par difficile, tanto più ammiro i fiorentini in quanto nonostante l’avversità dei tempi, per una loro sovrabbondanza di ingegno riuscirono ad essere pari o superiori agli antichi»: delle eccezioni duqnue, illuminanti ma niente altro che delle eccezioni. Il dialogo si conclude con l’intervento di Roberto e il ritorno al di là di ponte vecchio.

Modelli e fonti

La cornice. La cornice di carattere conviviale è la cornice classicamente ben autorizzata, il Simposioed altro, è un’altra delle cornici riusate, non frequentemente, nel dialogo umanistico-rinascimentale. Il fatto che qui sia stato accennato in questa forma è indizio di una attenzione da parte del Bruni verso questa nuova forma di dialogo.
Abbiamo visto quali fossero i modelli, e in particolare come modello di dialogo diegetico, cioè narrativo in quanto  introdotto da cornice che continua a ritornare, il De Oratore. D’altra parte anche quando di fatto ci siano anche altri modi e altre forme come quelle miste date da cornice introduttiva e poi l’elemento di carattere mimetico, sulla scorta del Laelius de amicitia o come aveva fatto Petrarca nel Secretum, in relazione al dialogo umanistico, non per il Bruni, rimane un punto nodale di riferimento; specie in alcuni tratti che si riprendono e ricompaiono nei dialoghi quattro-cinquecenteschi: in particolare per il fatto che ci sia una cornice di carattere realistico (cosa che non c’è nel Secretum); una cornice di carattere realistico; coordinate spazio temporali che corrispondono ad aspetti di carattere realistico; e personaggi che appartengono a figure storiche ben individuate.
Altro dato che rimane costante e comune è la rappresentazione scenica: c’è una dimensione teatrale largamente riconosciuta, rappresentazione scenica sia in relazione ai personaggi, sia ai personaggi che si alternano nel dialogo: personaggi che vengono a recitare un ruolo, come vedremo ancora di più nel Cortegiano. Abbiamo poi visto la dichiarazione di veridicità: l’autore dice di aver riportato un reale dialogo, e abbiamo visto come si vuole cercare di rendere evidente al lettore, di mimare l’andamento di una libera conversazione: una conversazione non preordinata.

Il dialogo

Diversi usi del dialogo. Il nostro non è un trattato, ma la forma del dialogo è una di quelle privilegiate per il trattato quattro-cinquecentesco. Naturalmente le possibilità insite possono essere diverse: in quanto noi ci possiamo trovare di fronte ad un trattato in forma di dialogo in cui si voglia veicolare unatesi, e si individua una strategia comunicativa dialogica che fa capire quale sia la sua tesi. Ma ci possono essere altre possibilità: ci può essere quella propria del confronto di opinioni, con un dialogo che si compone via via in una ricerca che si completa a vicenda, e d’altra parte ci sono anche dialoghi che rimangono aperti: sono confronti di opinioni che  non sono riconducibili in unità, e quindi la discordia rimane. Il dialogo per sua stessa natura presenta problemi di carattere interpretativo in quanto ha un margine interno di ambiguità, nel senso che ci troviamo di fronte ad enunciazioni di posizioni diverse da parte dei personaggi: dipende molto dalla strategia compositiva, che può indirizzare il lettore, ma ci possono essere delle voci, delle posizioni dei tratti che possono sembrare ambivalenti o volutamente lasciate con prospettive diverse da parte dell’autore, e questo comporta evidentemente dei problemi e difficoltà di interpretazione.
Naturalmente ci sono anche dialoghi dove da questo punto di vista viene fatto intendere in maniera chiara ed evidente e viene orientata in maniera che non ci siano dubbi quella che è la prospettiva dell’autore. In questo è un notissimo l’esempio di Galileo, dove le posizioni sono definite in modo chiaro, e la posizione di Simplicio è quella di chi enuncia testi che devono essere confutate.

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