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Cesare Pavese e La luna e i falò


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e approfondimento scritto di un alunno/a

"La luna e i falò” di Cesare Pavese

Analisi del testo di Lorenza Sandrin, Analia maggiore e Marco Tonello

CESARE PAVESE: VITA E OPERE

Nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe cuneesi, dove la famiglia, ormai residente a Torino, si recava a trascorrere le vacanze. Ultimo di cinque figli (di cui resta in vita una sorella maggiore) a soli otto anni aveva perso il padre, impiegato presso il tribunale del capoluogopiemontese. La sua educazione resta così interamente affidata alla madre, una donna energica e severa, che non riesce a far vincere al figlio, timido e introverso, le incertezze e le paure nei confronti della vita. Questa difficile situazione familiare è certo una delle ragioni che possono spiegare la fragilità psicologica dello scrittore, le difficoltà incontrate per imparare quello che egli stesso definirà «il mestiere di vivere». Frequenta le scuole medie in un istituto della ricca borghesia e vi si trova a disagio, per i suoi modi impacciati, di cui egli stesso accentua spesso il carattere provinciale. Le difficoltà di inserirsi nella vita cittadina fanno si che egli vagheggi l'ambiente contadino in cui è nato, come rifugio in una natura amica, dove possa abbandonarsi all'evasione e alla compensazione del fantasticare.
Come ha osservato un saggista francese che ha studiato la vita e l'opera di Pavese : «Pavese manifesta molto precocemente due personalità, ma non riesce a farne coincidere alcuna con l'esperienza direttamente vissuta. In campagna si comporta da cittadino, in città da contadino. In tal modo egli non è soltanto sdoppiato, non è mai interamente se stesso. Ecco, senza dubbio, il primo sintomo del suo disadattamento, della sua incapacità di vivere».
Questa ambivalenza caratterizza l'intera personalità pavesiana, che, nella ricerca di una impossibile identità, proietta nel dissidio fra città e campagna un nodo complesso di problemi psicologici ed esistenziali, facendone il centro delle poesie e dei romanzi.
Dopo il ginnasio, Pavese frequenta il liceo D'Azeglio, dove ha come insegnante di italiano e latino il narratore e saggista Augusto Monti (1881-1966), studioso di problemi pedagogici. Attorno a questa straordinaria figura di insegnante, si era venuto formando un gruppo di giovani intellettuali, uniti da una comunanza di interessi culturali e da un atteggiamento di avversione nei confronti del fascismo.È uno dei periodi più intensi e attivi della vita di Pavese, che si iscrive nel 1927 alla facoltà di Lettere, dove si laureerà nel 1932.
Nel 1929 Pavese inizia a tradurre II nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis, pubblicato nel 1931; nel 1932 esce la magistrale traduzione di MobyDick di Melville, cui si affianca, nel medesimo anno, Riso nero diSherwood Anderson (in seguito tradurrà, fra gli altri, Dos Passos, Gertrude Stein, Faulkner, oltre agli inglesi Defoe, Dickens e Joyce). Di questi autori si occupa anche come saggista, soprattutto sulla rivista «La Cultura», che, dal 1933, verrà pubblicata da un editore esordiente, Giulio Einaudi, anch'egli allievo di Monti. Della rivista Pavese diventa direttore responsabile nel 1934. Pur dovendo abbandonare l'incarico all'inizio dell'anno successivo, Pavese continua a lavorare all'interno della casa editrice, dove svolgerà un ruolo di grande rilievo culturale.
Anche se, a differenza di molti suoi amici, non si occupa di politica, non riesce a evitare lo scontro con la brutale realtà del regime poliziesco, che segue con sospetto l'attività non allineata del gruppo torinese. Durante una perquisizione, nel maggio del 1935, viene trovato in possesso di alcune lettere compromettenti, che avrebbe dovuto recapitare ad un'altra persona. Al processo viene condannato a tre anni di confino, da scontarsi a Brancaleone Calabro, un piccolo paese sulla costa ionica. Da questa esperienza nascerà il racconto lungo II carcere; inizia anche a tenere un diario, pubblicato postumo nel 1952 con il titolo, voluto dall'autore, II mestiere di vivere. Rientrato a Torino nel 1936, dopo aver ottenuto una riduzione della pena, viene a sapere che la donna alla quale si sentiva sentimentalmente legato si era sposata; a questa delusione si accompagna l'insuccesso della raccolta di poesie Lavorare stanca, uscita nel 1936, che passa pressoché inosservata. Ritorna alle traduzioni e agli impegni editoriali, ma soprattutto porta a maturazione il passaggio dalla poesia alla prosa, in cui trova lo strumento più adatto per esprimere la sua visione del reale e le problematiche interiori. Scrive allora gran parte dei racconti (1936-38), pubblicati postumi nel volume Notte di festa (1953), e compone i primi "romanzi brevi": II carcere (1938-39), Paesi tuoi (1939), La bella estate (1940) e La spiaggia (1940-41, edito nel 1942). La pubblicazione di Paesi tuoi (1941) suscitò reazioni contrastanti, ma l'opera si segnalò subito per il carattere fortemente innovativo della sua scrittura, imponendo il narratore esordiente all'attenzione della critica. Quando ci fu l'armistizio, 1'8 settembre 1943, Pavese era a Roma per organizzare l'apertura di una sede dell'Einaudi. Al suo rientro a Torino non trovò più gli amici, che si erano dispersi per combattere la guerra partigiana. Pavese non ebbe la forza di seguirne l'esempio e si rifugiò a Serralunga di Crea, nel Monferrato, dove era sfollata la famiglia della sorella. In questo isolamento precario e per molti aspetti umiliante, Pavese attraversò un periodo di profonda crisi, che lo indusse ad assidue riflessioni sul significato del mito, della religione e dei valori della cultura classica, nel difficile sforzo di esorcizzare le paure, i sensi di colpa personali, la crudeltà della storia (le ragioni di questa esperienza sofferta, passivamente vissuta e subita, troveranno espressione nel racconto lungo La casa in collina, scritto fra il 1947 e il 1948).
Nel dopoguerra Pavese riprende e intensifica la sua attività editoriale all'interno dell'Einaudi: tra l'altro, progetta e realizza una collana di studi etnografici, antropologici e psicanalitici, che si propongono di affrontare in modo organico un discorso decisivo per gli sviluppi della cultura contemporanea. Nel frattempo si iscrive al Partito Comunista. Per «L'Unità», organo del partito, scrive i Dialoghi col compagno, con altri articoli in cui affronta i problemi dei compiti dell'intellettuale e del rapporto letteratura-soeietà; II compagno è anche il titolo di un romanzo a sfondo politico, composto nel 1946. Ma la sua posizione, all'interno della sinistra ortodossa di quegli anni, non è facile. Un suo articolo sul mito, ad esempio, apparso sulla rivista «Cultura e realtà», solleva polemiche e obiezioni, per l'accusa di riproporre un ritorno a soluzioni culturali di tipo irrazionalistico. Ad aggravare la situazione interviene un'ultima delusione sentimentale, il rapporto rivelatosi impossibile con un'attrice americana, Constance Dowling, alla quale è ispirata l'ultima breve raccolta di versi, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (Pavese si era anche accostato al mondo del cinema, lavorando ad alcuni soggetti non realizzati). Ne riesce a essergli di conforto il suo successo di narratore, raggiunto con la pubblicazione di numerose opere: i racconti di Feria d'agosto (1946); II compagno (1947); i Dialoghi con Leucò (1947), ispirati ai miti del mondo classico; Prima che il gallo canti (1949), che riunisce II carcere (1938-39) e La casa in collina(1947-48); La bella estate, che comprende il racconto dal titolo omonimo (scritto nel 1940), II diavolo sulle colline (1948) e Tra donne sole (1949); La luna e i falò (1950), composto in pochi mesi l'anno precedente, che si può considerare come un bilancio conclusivo della sua opera di scrittore. Nel 1950 ottiene anche il Premio Strega; il 27 agosto del medesimo anno si uccide, nella camera di un albergo torinese.

 

TRAMA


Il narratore, un trovatello cresciuto in un paese delle Langhe e soprannominato Anguilla, ritorna nei luoghi d'origine a distanza di anni, dopo essere emigrato e avere fatto fortuna in America. Riaffiorano così, nella memoria, gli anni dell'infanzia e della giovinezza, dopo che era stato accolto ed allevato da una povera famiglia, nel «casotto» sulla collina di Gaminella. Ma le persone da lui conosciute sono scomparse e i luoghi stessi sembrano mutati. È rimasto solo Nuto, il compagno di un tempo, con cui vengono rivissute le vicende del passato, quando Anguilla, passato al servizio di un ricco possidente, il sor Matteo, si recava alle feste dei paesi vicini, dove Nuto suonava il clarino. La presenza dell'amico, più vecchio e posato, si era rivelata decisiva: Nuto gli aveva insegnato «molte cose», dandogli il suo sostegno e aprendogli gli occhi di fronte alle dure realtà della vita. Adesso Nuto (che rappresenta la maturità di chi non è corso dietro ai sogni, ma è rimasto fedele alle proprie radici) ha anche il compito di colmare il vuoto degli anni in cui il protagonista è rimasto lontano. Egli viene così informato delle sventure che hanno colpito le figlie del sor Matteo, in particolare la più giovane, Santa, che è stata uccisa dai partigiani. Ma neppure il dopoguerra ha portato la pace: il rinvenimento di alcuni cadaveri, che ispira a Nuto sentimenti di pietà, offre l'occasione per rinfocolare gli odi e le divisioni di parte. Nel frattempo il protagonista ha conosciuto Cinto, un povero ragazzo storpio, che abita adesso nel «casotto» della Gaminella ed è costretto a subire i maltrattamenti del padre, il Valino. Questi, vittima della miseria e colpito da un'improvvisa crisi di follia, dà fuoco all'abitazione; solo Cinto riesce a salvarsi, assistendo nascosto alla scena, pronto a difendersi con il coltello che gli ha regalato lo stesso protagonista, al quale non rimane altro da fare che abbandonare il paese, dopo aver affidato a Nuto l'avvenire di Cinto. Il proposito di sistemarsi definitivamente nella terra d'origine è dolorosamente fallito.

GENERE

Romanzo

 

TIPILOGIA TESTUALE


La Luna e i falò è un romanzo neorealista. Il neorealismo è la corrente letteraria che Pavese capeggiava, insieme a Elio Vittorini e nonostante le molteplici differenze tra i due scrittori, era il nuovo realismo: ossia un realismo esente da compromessi con l'antico naturalismo, un realismo consapevole di sé come fatto ideale, e anche politico, destinato a saggiare il midollo delle strutture sociali, per trarne fuori un'arte di grande respiro che fosse banco di prova per tutti, autori e  pubblico. Egli, fino dai primi versi accettati, I mari del Sud, si rifiutò di ricorrere alla contestazione "larvale", all'"angelismo" (come diceva, riferendosi alla letteratura cosiddetta ermetica). Cercò invece nella letteratura americana i larghi spazi, il ritmo, l'aggressività di cui aveva bisogno e - da prima inconsapevolmente - accreditò il suo mito, che ribadì nel Compagno (1947) e soprattutto nella Casa in collina (apparso inPrima che il gallo canti, 1949). Ma La bella estate (stesso anno) fa già dubitare del realismo di Pavese: lo spunto di carattere tipicamente esistenziale che sta alla base di almeno due dei tre lunghi racconti compresi sotto questo titolo, ossia il secondo (II diavolo sulle colline) e il terzo (Tra donne sole) evidentemente non concorda col nuovo realismo. Questo mette in crisi l'intero sistema neorealistico dal punto di vista ideologico (è necessario ricordare che il realismo in letteratura come in filosofia presuppone una soluzione positiva del problema esistenziale, cioè della solitudine umana, della ricerca di un orizzonte spirituale, del rapporto non vincolante con l'altro sesso).
Fu evidentemente fin d'allora che Cesare Pavese non poteva più considerarsi un "puro" scrittore realista, tanto più che già nel 1947 erano apparsi i Dialoghi con Leucò dove il mito, e quella caratteristica essenziale del mito che è la ripetizione, veniva assunto come il movente stesso dell'interesse culturale e anche dello scrivere. A questo punto Cesare Pavese pubblicò nella primavera del 1950 La luna e i falò.

 

NASCITA DEL ROMANZO


La circostanza stessa di questo romanzo è assai significativa. Esso nasce da un'autentica collaborazione con Pinolo Scaglione (che nel romanzo sarà l'ex partigiano Nuto). Pinolo riceve nell'estate del '49 molte lettere di Pavese da Torino. Lo scrittore lo invita a chiarirgli avvenimenti del passato e, in modo particolare, i motivi che spingevano certe famiglie di S. Stefano Belbo a chiedere al Comune un trovatello da allevare: un "bastardo". La ragione di questo interesse la spiega poi Pavese nel romanzo: alla famiglia del bastardo veniva corrisposta una certa somma finché il ragazzo, o la ragazza, non fossero in grado di lavorare. Ma il fatto che il protagonista del romanzo - cioè, in non piccola parte, Pavese stesso - si proclami "bastardo" ha un significato profondo: bastardo sta per estraneo e soprattutto sta per un uomo che ha perduto il senso della propria origine. Questo Pavese, identificato col ragazzo Cinto (altro personaggio essenziale del romanzo) e proiettato paurosamente nel buio, è in realtà il Pavese che pochi mesi dopo si toglierà la vita. Davide Lajolo menziona diverse dediche che Pavese indirizzò a Scaglione sui libri che scriveva. L'ultima, scritta su La luna e i falò diceva « A Pinolo questo libro - forse l'ultimo che avrò mai scritto - dove si parla di lui - chiedendo scusa delle "invenzioni", da Cesare. »
Pinolo non riuscì a capire il significato della dedica che gli fu chiara soltanto dopo il suicidio dello scrittore. Pavese non fu spinto a scrivere da ragioni di tipo sociologico o psicologico. Non mirava all’introspezione né al realismo del racconto. Del resto non ha mai voluto scrivere storie romanzesche, invece lo assillava il tentativo di misurarsi con una tensione stilistica capace di affiancare “blocchi di eventi”, la cui polifonia risuonasse come riecheggiamento memoriale e simbolico, più che come ricostruzione obiettiva. Non a caso ne La luna e i falò gli “inserti” più deboli sono quelli politici. L’idea di Pavese era ricercare una costruzione narrativa che fosse “il ritmo di ciò che accade”, che avesse un suo taglio oggettivo. Ne La luna e i falò Pavese cerca un racconto di fatti, anche attraverso un dialogo impassibile e laconico, e un narrare rapido.

TITOLO


Il titolo La luna e i falò richiama le credenze della popolazione contadina, che, anche dopo anni, dopo la guerra, crede che il risultato positivo o negativo del raccolto sia determinato dalla posizione della luna e dai falò.
Il protagonista, prima di partire, credeva a queste superstizioni, pensava e viveva come tutti i contadini del paese. Al suo ritorno a casa, dopo aver fatto fortuna oltreoceano, ormai cresciuto anche intellettualmente, non crede più in queste cose, ma si rende conto che la mentalità contadina non è affatto cambiata, credono ancora alle stesse superstizioni, si comportano ancora allo stesso modo, ma forse capisce anche che la sua vita perde di sapore e di significato senza “la luna” e i “falò”.

ROMANZO AUTOBIOGRAFICO?


Certamente i parallelismi tra il narratore e l’autore Pavese sono più di semplici coincidenze, Cesare Pavese mette nel romanzo molta della sua vita, dei suoi pensieri, della sua insoddisfazione, probabilmente cerca lui stesso una ragione alla sua vita nel racconto senza però trovarla. Il mito americano, l’adorazione verso questo Paese che spesso lo aveva messo in contrasto con Fenoglio, devoto ammiratore della letteratura e cultura inglese, traspira in molti tratti del romanzo. Molti sono d’accordo nel pensare che questo ultimo capolavoro dell’autore sia come un testamento di Pavese, e che in esso si possano trovare i motivi che lo spinsero al suicidio. Noi ci limitiamo ad analizzare il romanzo sperando in questo modo di trovare, più che il perché della tragica fine dell’autore, i messaggi positivi che ci ha lasciato.

PROTAGONISTA


Nel protagonista, è chiaro fin dalle prime righe il risentimento per la sua esistenza da “bastardo”, priva di  origini, di veri legami che lo possano unire (psicologicamente) a dei luoghi. È evidente il tema della ricerca di un’identità chiara e precisa di cui ogni individuo ha bisogno per vivere serenamente. Comunque, lui non troverà mai questa identità, anche se si accorgerà di essere molto legato alle zone collinari nelle quali ha trascorso l’adolescenza. Per accorgersi di tutto ciò ha però dovuto viaggiare a lungo e allontanarsi enormemente da quei luoghi. Anguilla è cambiato molto e la sua situazione si è capovolta: da povero ragazzo alle dipendenze di altri si trova ad essere maturato e soprattutto ricco e abbastanza conosciuto. Lui è molto diverso, ma al contrario, i luoghi sono sempre i medesimi, la cultura contadina è rimasta la stessa con le sue credenze (per esempio quella sulla luna e sui falò), le persone sono altre, ma hanno tutte qualcosa in comune con le generazioni passate.
Anguilla ha molto a cuore Cinto, perché ne capisce le sofferenze, in quanto anche lui le ha vissute a suo tempo. Per esempio, Cinto rimane senza una casa e una famiglia e questo Anguilla l’ha vissuto. Il ragazzino è emarginato e tenuto a distanza per la sua malformazione fisica e anche questo, indirettamente, li accomuna, poiché l’uomo era canzonato per il suo essere “bastardo”. Hanno in comune anche la povertà (per il protagonista rimane solo un ricordo) e un probabile futuro come servitori. Tuttavia, a volte Anguilla lo invidia, perché avrebbe dato qualunque cosa per vedere il mondo dagli occhi del ragazzo, quando Canelli sembrava tutto il mondo. Proprio per questo, Cinto viene affidato a Nuto, che avrà il compito di insegnargli bene un lavoro, in modo che un giorno possa trasferirsi a Genova e tentare di fare fortuna.
L’ingenuo Anguilla, da giovane non avrebbe mai immaginato molte delle cose che sarebbero poi accadute e di questo si accorse solo ripensandoci e riflettendoci, una volta adulto e maturato.
Quando gran parte dei ricordi belli e vengono a mancare, non si resiste più alla solitudine e all'ostilità della realtà. La disperazione finale non detta ma sottintesa, dà un grande spazio bianco nell'ultima pagina, è quella che prova Anguilla. È la stessa di Pavese che lo porta al suicidio tre mesi dopo alla pubblicazione del libro.

 

PERSONAGGI SECONDARI


Il protagonista, Anguilla, ricorda la sua infanzia, perciò gli avvenimenti si presentano come dei flash, che non consentono una visione chiara e completa delle caratteristiche dei vari personaggi. Fa eccezione Nuto, perché accompagna Anguilla, tornato dall’America, su e giù per le colline, quindi non è presente solamente nel passato del protagonista, ma  anche nella contemporaneità.

Nuto: è un amico di Anguilla. Quando erano ragazzi, Nuto, che era maggiore di tre anni, era guardato da tutti con ammirazione, perché sapeva fischiare, suonava la chitarra e il clarino, parlava con i grandi, e faceva l’occhiolino alle donne. Per Anguilla, Nuto è sempre stato un punto di riferimento, lo è anche quando ritorna dall’America, perché è l’unica persona che ha ritrovato. Certamente anche Nuto è cambiato, è maturato. Ad esempio, si è sposato e dopo aver suonato per dieci anni il clarino a tutte le feste di paese, ha abbandonato la musica per dedicarsi al mestiere di falegname.
Nuto è un personaggio molto più complesso degli altri del romanzo: per alcuni aspetti può essere accomunato con gli altri, ad esempio è superstizioso, per altri è molto diverso. Per quanto riguarda la politica, Nuto è un socialista, e per questo motivo litiga spesso con il parroco del paese. Inoltre è un idealista, è convinto che “il mondo è mal fatto e che bisogna rifarlo.
Nuto ha un risvolto autobiografico: difatti, come abbiamo accennato, ha molti tratti ricavati dalla figura di Pinolo Scaglione, l'amico d'infanzia di Pavese, partigiano antifascista.

Cinto: è un ragazzo storpio, che abita nel «casotto» della Gaminella. Anguilla lo descrive con mascelle sporgenti e denti radi. Con lui il protagonista ha un rapporto speciale di complicità e affetto, soprattutto perché  rivede nel ragazzo se stesso.
Questo reciproco affetto è aumentato dal fatto che il ragazzo viene continuamente picchiato del padre che a un certo punto, tenta addirittura di ucciderlo, perdendo la vita nell’incendio della sua abitazione. Cinto è l’unico della sua famiglia che si salva. Anguilla, prima di tornare a Genova, lo affida alle cure di Nuto, sicuro che avrebbe aiutato il ragazzo a crescere come aveva fatto con lui.
Padrino, Virgilia , Angiolina e Giulia: il Padrino e la moglie Virgilia, avevano due figlie: Angiolina e Giulia. Quando Anguilla venne abbandonato sugli scalini del duomo, venne affidato a loro. Anguilla scoprì di essere un “bastardo” solo alla morte di Virgilia.

Sor Matteo, la matrigna, silvia, Irene e Santa: quando il Padrino lascia il casotto della Gaminella, Anguilla va a lavorare come servitore di Sor Matteo alla Mora. Le tre ragazze, che avevano trascorso una giovinezza spensierata, tra molti corteggiatoti, in tempo di guerra diventano delle spie, delle traditrici, e finiscono con l’essere uccise.

Emilia: è anche lei una serva presso la casa del sor Matteo. È lei che da al protagonista il soprannome di Anguilla.

Nora, Teresa e Rosanne: sono le donne di Anguilla.
Anguilla aveva conosciuto Nora negli Stati Uniti. Non aveva con lei una relazione seria, entrambi sapevano che un giorno lei non lo avrebbe  più rivisto.
Teresa  era di Genova e faceva la cameriera. La ragazza sapeva che Anguilla era un “bastardo”, allora gli domandava sempre come mai non facesse delle ricerche per scoprire chi erano i suoi genitori. Ma lui a queste cose non ci pensava.
Rosanne la conobbe in America, era una maestra e veniva da chissà dove. È l’unica delle ragazze di Anguilla di cui abbiamo una descrizione, seppure minima: è bionda e alta. Il suo sogno è andare sulla costa è mettere su un ristorante italiano, con il pergolato e l’uva. Abbandona anguilla quando si rende conto che lui non vuole partire con lei.

NARRATORE


Il romanzo narra la vicenda di un uomo, che parla in prima persona, perciò il narratore è interno. La focalizzazione è interna fissa, poiché è riportato il punto di vista del protagonista di cui durante la lettura non si riesce a scoprire il vero nome, ma solo un soprannome. I fatti sono riportati dal narratore senza alcun ordine logico o cronologico, ma nella sequenza in cui li vive o gli tornano alla mente. Infatti, gli avvenimenti riportati non sono solo quelli della sua vita di adolescente, ma anche quelli che vive nel momento in cui racconta.

 

TEMPO


Le vicende coprono circa trent’anni, il protagonista, che ha circa quarant’anni, racconta episodi della sua vita, dall’infanzia (circa dieci anni), all’età adulta.
Gli eventi sono riportati dal narratore senza alcun ordine logico o cronologico, ma nella sequenza in cui li vive o gli tornano alla mente. È evidente che la ricostruzione della fabula, estremamente diversa dall’intreccio, è complessa. Il romanzo è montato come un continuo andirivieni tra il piano della contemporaneità e il piano del passato. Memoria e realtà si saldano in maniera inestricabile.

LUOGHI

Nel romanzo, si possono identificare due tipi di ambienti ben diversi: le vicende si svolgono, durante l’infanzia del protagonista, sulle colline del Belbo, in età adulta, in America.
Anguilla ha trascorso la sua infanzia nella Gaminella, anche se non era il suo paese, non aveva un luogo di provenienza, né un’origine certa e spesso ne soffriva e la desiderava. Lì era vissuto fino a quando il Padrino non aveva più avuto i soldi per abitarci e insieme alla sua famiglia si era poi trasferito a Cossano. Il protagonista, che da allora non rivide più la famiglia adottiva, era stato portato presso un grande podere, la Mora, vicino al paese di Canelli, a fare il contadino.
Nel Nuovo Continente aveva viaggiato a lungo, conosciuto molte persone ed aveva fatto fortuna. Era certo che un giorno sarebbe ritornato al paese dove aveva trascorso la sua infanzia.
Ritornò in Italia ed andò a vivere a Genova. Dal 1948 ogni estate si recava a Gaminella, per rivedere i luoghi dove aveva vissuto e per incontrare il suo grande amico Nuto. Insieme parlavano dei vecchi tempi e spesso tornavano nei luoghi dove avevano trascorso la loro giovinezza: le rive del fiume Belbo, i noccioli lì accanto, le colline attorno alla sua casa e le vigne. I luoghi della campagna sono visti come il sedimento di un passato sempre uguale a se stesso, completamente estraneo al movimento della storia.
Il ritorno di Anguilla al paese pone un confronto immediato tra ciò che è restato e su cui è trascorso il tempo e che dovrebbe aver portato cambiamenti. In realtà la storia non ha mutato in nulla il mondo immobile della campagna. Per quanto riguarda la descrizione di questi scenari, bisogna sottolineare la maestria dell’autore che ha saputo dipingere tutto con piccoli tratti, dettagli che creano una visione ampia e indimenticabile. Se nella descrizione dei luoghi natali prevale l’elemento del ricordo, nella descrizione degli scenari americani si respira tutta la grandezza di terre sconfinate e la solitudine dei deserti (non è possibile dimenticare la magia creata nella descrizione delle serate con la fidanzata americana, passate nel ristorantino e sui prati tra il canto delle cicale e le stelle che, dice il narratore-autore, “…non erano le mie” (capitolo terzo).

STILE

Il protagonista è costretto ad emigrare per motivi politici, in America ha fatto fortuna, ed ora, tornato al paese, rievoca episodi dell’infanzia attraverso rapidi flash back. Il romanzo è montato come un continuo andirivieni tra il piano della contemporaneità e il piano del passato. Memoria e realtà si saldano in maniera inestricabile, l’esplorazione sul passato è condotta con una grande attenzione al “presente”.
Cesare Pavese governa con mano sicura un ben definito sistema linguistico. Il suo programma è quello di infondere vitalità ad una lingua letteraria, la cui preziosa ed elegante impopolarità andava riallacciata alla popolarità di un sostrato regionale. Al contrario dei neorealisti Pavese predilige il dialettismo quasi inavvertito. Gli elementi morfosintattici di maggior rilievo dialettale sono smorzati, l’orientamento verso un italiano parlato è privato di punte estreme. Ogni simulazione di parlato, ogni allusione al dialetto è priva di ostentazioni. Ci si orienta piuttosto verso espressioni tratte dall’italiano regionale piemontese, da un italiano informale-colloquiale.
Egli adotta uno stile semplice, che non cade nel generico, nel facile e nel convenzionale. Il suo ideale era uno stile scarno, disadorno, rapido e netto, privo di fronzoli, e sempre calcolato, sostenuto e sostanzioso. Le strutture sintattiche sono controllate, calcolate anche negli aspetti più minuziosi come la punteggiatura. I toni sono smorzati. Nessuno dei modi appartiene a un registro basso. Infine, molto interessante è la scelta dei nomi dei luoghi: abbondano, compaiono senza avere una vera e propria funzione o qualificazione geografica, ma hanno grandi facoltà evocative e suggestive, servono a ribadire il permanere dell’identico: sono semplicemente dei punti di riferimento.

CONTESTO


Le vicende sono ambientate nel secondo dopoguerra, gli anni di una difficile situazione italiana, gli anni di un Paese che a stento cercava di dimenticare gli orrori della guerra e costruire un nuovo futuro, gli anni in cui si gettavano le basi del futuro boom economico, gli anni della fuga di massa verso l’America. Due sono gli elementi caratteristici della cornice che fa da sfondo agli eventi: la povertà del mondo contadino e le conseguenze che la lotta partigiana aveva lasciato in eredità ai territori delle Langhe. Entrambi questi fattori non possono essere considerati come semplice cornice delle vicende, ma certamente sono l’anima stessa del racconto, i fatti non avrebbero senso in un contesto diverso anche a causa di tutte le implicazioni autobiografiche legate alla vita dell’autore. Il mondo contadino è, come si spiega più avanti, il mondo del mito, mondo immutabile al passaggio del tempo (come si accorge il protagonista), pieno di credenze, superstizioni e povertà, ma proprio per questo indispensabile all’autore, senza la luna e i falò il mondo contadino non avrebbe senso e anche la vita di Anguilla sarebbe vuota. Dall’altra parte la Resistenza sembra aver corrotto i luoghi ameni dell’infanzia, ancora ne sono chiari i segni (le cascine distrutte, i cadaveri che si ritrovano…), ma sembra non aver portato quei cambiamenti che Nuto sperava, tant’è vero che agli occhi di Nuto “…il mondo deve essere ancora cambiato”. Non è da dimenticare anche lo scenario americano evocato nel romanzo come un posto di sogni e di infinite possibilità. Peccato che l’insoddisfazione faccia cercare al protagonista paesaggi simili a quelli delle Langhe anche nella sterminata pianura americana.

TEMATICHE


Nelle prime pagine del libro emerge forte il tema del mito legato all'infanzia, su cui Pavese aveva condotto alcuni studi, rifacendosi alla filosofia di Gian Battista Vico, il quale afferma che la che l'infanzia è l'età in cui si creano i miti. Proprio da quest'affermazione l'autore costruisce la propria idea di mito, che considera un fatto avvenuto una volta per tutte e perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo perché esso è avvenuto durante l'infanzia, età privilegiata in cui lo si vive inconsapevolmente; quando ci si rende conto di ciò, essa è già passata. Pavese è convinto che la vita ci sradichi dai luoghi e dai miti dell'infanzia, da ciò inevitabilmente deriva la solitudine e la voglia di tornare, alimentata dalla rievocazione costante del mito. La solitudine è un tema esistenziale molto forte in Pavese, che non riesce ad adattarsi fino in fondo all'ambiente cittadino e politico che lo circonda. La stessa sensazione di desolazione (cap. XI) provata nell'enorme distesa dell'America porta Anguilla a ricercare le Langhe negli Stati Uniti stessi e non trovandole decide di ritornare. È evidente il tema della ricerca di un’identità chiara e precisa di cui ogni individuo ha bisogno per vivere serenamente. Un altro tema molto ricorrente nell’opera di Pavese é quello della morte. Tutte le persone, escluso Nuto, che in quei luoghi rappresentavano il passato del protagonista, erano morte. Anche Irene, che sembrava dovesse diventare un angelo, era morta in modo violento ed era stata una traditrice.
È presente anche il tema del mito americano, che nel dopoguerra era molto forte tra la maggior parte della popolazione. Aspetto fondamentale nel romanzo, lo dice il titolo stesso, è la superstizione: tutto, anche la semina e la raccolta, è legato a credenze e tradizioni popolari.

CURIOSITÀ


Opinione di Calvino su “La luna e i falò”
Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola. Tutt'intorno si compone un tessuto di segni visibili, di parole pronunciate: ciascuno di questi segni ha a sua volta una faccia segreta (un significato polivalente o incomunicabile) che conta più di quella palese, ma il loro vero significato è nella relazione che li lega alla cosa non detta.
La luna e i falò (...) è il romanzo dì Pavese più fitto di segni emblematici, di motivi autobiografici. Perfino troppo: come se dal caratteristico modo pavesiano di raccontare, reticente ed ellittico, si dispiegasse a un tratto quella prodigalità di comunicazione e di rappresentazione che permette al racconto di trasformarsi in romanzo (...) [Italo Calvino]

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Elogio di Galileo dall' Adone di Marino - di Carlo Zacco

Marino - Adone Canto X - ottave 42-37 Elogio di Galileo
42 Tempo verrà che senza impedimento queste sue note ancor fien note e chiare, mercé d'un ammirabile stromento per cui ciò ch'è lontan vicino appare e, con un occhio chiuso e l'altro intento specolando ciascun l'orbe lunare, scorciar potrà lunghissimi intervalli per un picciol cannone e duo cristalli. - Impedimento: ostacolo;  - note: caratteristiche;   note: conosciute e comprensibili: paronomasia;    mercé: grazie a;    - intento: attento;  - specolando: osservando;  - scorciar: abbreviare; 43 Del telescopio, a questa etate ignoto, per te fia, Galileo, l'opra composta, l'opra ch'al senso altrui, benché remoto, fatto molto maggior l'oggetto accosta. Tu, solo osservator d'ogni suo moto e di qualunque ha in lei parte nascosta, potrai, senza che vel nulla ne chiuda, novello Endimion, mirarla ignuda. - per te: per opera tua;  - fia l’opra comp…

Sciatteria nelle nomine delle commissioni esami di stato - di Paolo Marsich

Per dare un’idea della serietà con cui i burocrati del Ministero dell’Istruzione gestiscono l’Esame di Stato (ex Maturità), basterebbe considerare questi esempi di come sono state composte le commissioni: a esaminare in Storia studenti di indirizzi liceali e tecnici in cui la materia viene insegnata dal docente di Italiano (classe di concorso A050), sono stati mandati docenti di Italiano e Latino (classe A051) che, per quanto in possesso di abilitazione anche all’insegnamento di Storia, ottenuta magari trent’anni fa, Storia al triennio non l’hanno mai insegnata; viceversa a esaminare in Italiano e Latino studenti del Liceo Scientifico sono stati mandati insegnanti privi di abilitazione in Latino (classe A050). E ancora, a esaminare in Letteratura italiana studenti dei licei classici sono stati mandati insegnanti di Greco e Latino (classe A052) che, per quanto in possesso di abilitazione anche in Italiano, ottenuta anche questa magari trent’anni fa, Letteratura italiana al triennio no…