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Recensione di “Responsabilità e disagio” di Roberto Trinchero - di Linda De Benedictis

“Responsabilità e disagio” è il titolo del libro di una ricerca condotta da Roberto Trinchero, professore e ricercatore presso l’Università di Torino, sulle emozioni, sui pensieri e sui valori degli adolescenti.

Il volume, pubblicato nel 2011 dalla Franco Angeli, è strutturato in tre capitoli, preceduti da un’introduzione e seguiti da un’appendice. Racconta, nelle sue 216 pagine, del viaggio degli adolescenti tra momenti di crisi, compiti di sviluppo (così definiti da Havighurst) e costruzione del sé per il passaggio dalla “società dei ragazzi” alla “società degli adulti”. A partire dal 2000, anno importante per l’inizio della globalizzazione che continua tuttora, con l’introduzione di nuove tecnologie e mezzi di comunicazione, il modo di relazionarsi delle persone è notevolmente cambiato, così come è cambiato l’uomo, che tende a stare da solo davanti allo schermo di un computer, “fisicamente isolato dal resto del mondo circostante”. Non solo Facebook e Twitter, ma anche gli I-pod e i cellulari “hanno contribuito a catalizzare l’interesse dei giovani […] a isolare fisicamente le persone”. Questo sta portando sempre di più verso una vera e propria dipendenza dalle tecnologie, non solo nei giovani ma anche negli adulti, dipendenza di cui sono totalmente consapevoli. Le nuove generazioni vivono tra due poli contraddittori: da un lato “ la forte tendenza a rimanere ancorate a situazioni del passato per la sicurezza che possono offrire di fronte all’incertezza di un futuro “liquido”; dall’altro la crisi economica e le innovazioni tecnologiche [spingono] molti giovani a procrastinare il momento di distacco dalla famiglia e di assunzione di responsabilità individuali, definiti talvolta “bamboccioni”, ma in realtà pagano l’incertezza di un futuro economicamente ed emotivamente assai poco strutturato, fonte d’inquietudine”. Troppo spesso si nota un’inversione di ruoli: vecchi che giocano a fare i giovani e giovani che appaiono vecchi per la “stanchezza che si portano addosso”. E’ necessario quindi, motivare e stimolare i giovani e far in modo che credano nelle loro potenzialità e raggiungano il loro Bil (benessere interno lordo), un senso autentico dell’umanità, che permetta di capire ciò che li rende felici e trovare quegli strumenti per conquistare la felicità aspirata. Durante il processo di costruzione della sua identità, l’adolescente considera importante, se non necessario, il confronto con gli altri e con l’ambiente; il ragazzo che sta maturando e crescendo appartiene ad un gruppo dal quale acquisisce modelli e valori. Accanto alla relazione con i pari, svolge un ruolo centrale anche l’intervento educativo dei genitori e degli insegnanti. Nel passaggio alla “società degli adulti” l’adolescente si trova a dover “cambiare gradualmente valori, norme, modelli, abitudini, stili di vita”. Se la famiglia e la scuola, in questo momento,  lasciano il ragazzo da solo e in balìa di se stesso, l’unica fonte di esempio restano i pari; “ come possono gruppi di ragazzi lasciati a se stessi trovare da soli la strada che li porti ad una buona integrazione nella società degli adulti?”
Da questo interrogativo, è partita la ricerca di Trinchero, che, citando Neresini e Ranci (1992), definisce il disagio come “manifestazione della difficoltà di assolvere ai compiti evolutivi che vengono loro richiesti dal contesto sociale per il conseguimento dell’identità personale e per l’acquisizione delle abilità necessarie alla soddisfacente gestione delle relazioni quotidiane”. Gli obiettivi della presente ricerca sono di indagare quali e quanti adolescenti manifestano sintomi di disagio evolutivo, se vi è relazione tra genere, età e tipo di scuola frequentata e se il disagio è legato alle capacità empatiche manifestate e agli aspetti cognitivi, emotivi, relazionali, ecc…
Per rispondere a queste domande, sono stati intervistati attraverso un questionario online, 2156 ragazzi (maschi e femmine), studenti di differenti scuole superiori piemontesi e provenienti da differenti zone. La ricerca si è svolta all’interno degli stessi istituti scolastici.  Il limite della ricerca consiste nel fatto che il campione non è stato scelto secondo criteri di rappresentatività per cui i risultati ottenuti definiscono tendenze che non possono essere estese in modo automatico. La tecnica di rilevazione dei dati è stata una variante della tecnica delle storie, che ha origine dai test proiettivi. Ai ragazzi sono presentate situazioni del mondo reale, nelle quali vanno fatte delle scelte permettendo così al ragazzo di prendere una posizione e spiegare il suo modo di pensare. Per ciascuna storia erano riportate due alternative di risposta: una indicante il disagio, una la responsabilità. Per rilevare la capacità empatica degli adolescenti erano stati aggiunti quattro item a risposta aperta. I fattori considerati dall’indagine sono stati raggruppati in cinque dimensioni di atteggiamenti: verso la sfera pubblica, la scuola, gli insegnanti, i pari e verso sé stessi. Per l’analisi dei dati è stata utilizzata la tecnica Rough Data Set Rule Extraction, che permette di estrarre da una matrice i casi per ogni variabile in base a gruppi di soggetti che condividono gli stessi valori.
 Dai risultati è possibile notare che un indice di empatia nullo o scarso è maggiore nei maschi, mentre nelle femmine risulta una significativa prevalenza di empatia media o alta.
Tra i ragazzi con empatia medio-alta, il profilo di massima responsabilità raggiunge il 41.2%; una percentuale più bassa di ragazzi con empatia medio-alta responsabili giustifica l’uso della violenza.
Per gli item che analizzavano l’atteggiamento verso la formazione scolastica, sia maschi che femmine risultano essere molto responsabili ma una percentuale comunque rilevante caratterizza un profilo di massimo disagio. Tra i ragazzi con bassa empatia, i profili maggioritari sono profili di disagio. Riguardo alla sfera che analizza l’atteggiamento verso se stessi, il profilo maggioritario di maschi e femmine è di massima responsabilità seguito da un profilo responsabile ma in cui i soggetti “ritengono che arrabbiarsi in classe con i professori sia un fatto normale”. Tra i soggetti con bassa empatia il profilo maggioritario è costituito da un comportamento responsabile ma che giustifica l’arrabbiarsi con i professori. Dai risultati della ricerca, si può notare che l’indice di empatia risulta essere associato ad atteggiamenti che denotano disagio. In sintesi, preoccupanti ed allarmanti sono i risultati che derivano dal fatto che “il 39% dei ragazzi pensa che vi siano situazioni in cui  se non minacci di passare alle mani gli altri non ti rispettano mentre il 43% ritiene che la violenza sia necessaria se accadono fatti che coinvolgono i tuoi amici; il 41% pensa che ragazzi che vengono da un altro quartiere lo fanno per sfidarli; il 29% pensa che il bullismo sia questione che riguarda bullo e vittima, intendendo che la vittima deve imparare da sola a farsi rispettare; l’86% delle ragazze e dei ragazzi ritiene che se un gruppo di ragazze lascia in disparte una ragazza, vi sia una volontà precisa di escluderla e una coalizzazione contro di lei; il 40% dei ragazzi di origine italiana e straniera ha dichiarato di essere d’accordo con la posizione “se sei straniero e trovi difficile integrarti è meglio stare con ragazzi della tua etnia”. Inoltre, riguardo alla formazione scolastica, la maggior parte del campione ritiene che “se non hai raccomandazioni il diploma non serve nella vita” e che “se gli allievi non ascoltano è colpa del professore che non sa spiegare”.
 Si ritiene necessaria una migliore professionalità da parte dei professori non solo nell’ambito didattico ma anche nella sfera relazionale ed educativa; è importante, inoltre, promuovere interventi scolastici volti a far assumere agli adolescenti una consapevolezza cognitiva ed emotiva ed insegnare strategie per controllare l’ansia e metodi di studio efficaci. E’ necessario che ci sia anche una famiglia presente, che segua il ragazzo, che detti regole e trasmetta valori. E’ responsabilità, quindi, non solo dei genitori ma anche degli insegnanti far crescere e far assumere responsabilità (si perdoni il gioco di parole) agli adolescenti che stanno diventando adulti. E’ auspicabile che i ragazzi vengano a conoscenza delle regole che una società come la nostra impone. Essi hanno bisogno di sentirsi capiti, ma soprattutto accettati.

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