La morte in gioco - di Laura Alberico

Quando accadono fatti di cronaca come quelli che abbiamo ascoltato in questi giorni gli interrogativi che ci poniamo sono tanti. Viviamo in una società complessa, sempre di fronte al bivio tra cosa e' lecito e cosa invece è ancora velato da divieti e moralismi, autorità o autorevolezza degli adulti che cercano di trasmettere ancora il senso del dovere e dell'equilibrio nelle scelte.
Gli educatori lo sanno bene che le parole e la comunicazione in generale risentono fortemente di una mancata aderenza e ancoraggio a quella che Bauman definisce " società liquida" che scorre senza lasciare un' orma, una traccia nella quale poter spargere idee. C'è una forma di "autismo" e di scollamento tra gli adulti e i giovani, un rifiuto della comunicazione che impedisce il dialogo e spesso genera solitudine e desiderio di rompere gli schemi, con prepotenza e violenza, aggressività gratuita e sovraesposizione mediatica di atti incomprensibili. La morte sembra essere una sfida quotidiana, un gioco di sballo e di distruzione che, per assurdo rende più forti e invincibili. In tutto questo emerge un vuoto profondo, una fragilità di idee che inaridisce la voglia e il coraggio di credere in se stessi e negli altri. I giovani spesso vivono della loro immagine, la  proiezione di una identità che fatica a riconoscersi e si materializza a volte in esplosioni incontrollate e imprevedibili. Ci sono giochi che non hanno regole, sfide nelle quali non c'è nessun premio ne' consolazione, riconoscimento e gratificazione. Insegnare questo significa ristabilire un equilibrio precario, un ponte ideale tra la realtà e la fantasia, il pensiero e l'azione che spesso non riescono a far maturare il senso di autocontrollo e di responsabilità. Perché crescere e' un dovere ma anche un diritto verso il quale siamo tutti chiamati a dare un contributo.

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