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Scuola e riforme: le ragioni del tempo e . . . il senno del poi - di Elio Fragassi

Mia madre mi ha raccontato, spesso, di quando le dicevano: “Tuo figlio, figlio di contadini, come pensa di frequentare la scuola media? Se vuoi farlo studiare, iscrivilo alla scuola di avviamento”.
Questo accadeva nel lontano 1959 quando, figlio di contadini, decisi di continuare a studiare e iscrivermi alla “scuola media”.
A mia madre fu detto così mentre andava alla ricerca di un insegnante che mi preparasse a superare “l’esame di ammissione”. Per frequentare la “scuola media”, infatti, dovetti prepararmi durante l’estate e affrontare, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico (allora era il primo ottobre), un esame con il quale dimostrare capacità, doti e volontà verso lo studio teorico. Se non superavo la prova, non potevo frequentare la “scuola media” ma dovevo ripiegare verso la scuola di “avviamento professionale” riservata a studenti che, oltre a soddisfare, con tale frequenza, l'obbligo scolastico, ricevevano una preparazione pratica per professioni esclusivamente esecutive. In questa categoria erano comprese le scuole d’arte che si alimentavano delle tradizioni artistiche locali. Queste passando alle dipendenze del Ministero assumono la denominazione di Istituti d’arte che diventano, con la legge 692/1970, di durata quinquennale mediante l’aggiunta del corso biennale superiore per consentire l’accesso all’università.
Le scuole di avviamento, istituite nel 1928, continuarono ad esistere fino al 1962.
La legge che istituì, nel 1962, la “scuola media unica” aveva come scopo fondamentale la rottura di questo schema sociale che voleva una ferrea distinzione tra ragazzi destinati allo studio delle conoscenze teoriche e quelli che erano destinati, dopo soli tre anni, al lavoro manuale. Sia io che i miei genitori eravamo guardati con sufficienza per questa scelta che rompeva gli schemi della tradizionale suddivisione sociale del tempo.
A quel tempo le ragioni per istituire la “media unica” c’erano tutte. La riforma aveva, infatti, diversi scopi: rompere con il passato, portare novità sociali, bisogno di far socializzare le nuove generazioni, necessità di creare una nuova classe dirigente per un mondo che iniziava a cambiare in modo veloce, dare attuazione all’articolo n° 34 della Costituzione.
Ed è così, con questi intenti che cinquantadue anni orsono nacque la scuola “media unificata”.

Ho iniziato la mia carriera d’insegnante con le prime supplenze nell’a. s. 1972/73, per andare in pensione il primo settembre del 2010. Mi è stato concesso, quindi, di attraversare un lungo periodo e osservare come la scuola sia andata, man mano, deteriorandosi ed emarginandosi dalla società rinunciando alle missioni principali come sopra riportate per vestire, di volta in volta, gli abiti delle differenti colorazioni politiche che si sono succedute nel tempo; abiti diversi e differenti che, supportati da teorie di pedagopolitici, l’hanno fatta scivolare negli ultimi posti delle varie classifiche internazionali. I miei piani di lavoro degli ultimi anni si sono più che dimezzati rispetto a quelli di qualche decennio prima. Conseguentemente gli alunni di queste ultime generazioni hanno acquisito metà delle conoscenze, meno competenze e capacità degli stessi alunni dei tempi addietro; in compenso, però, la società di oggi richiede maggiori prestazioni e capacità di pensiero. Ecco che la forbice tra "scuola" e "società" si allarga sempre di più con grave danno per tutti noi che ci troviamo, sempre di più, di fronte a giovani sempre meno preparati in una società che, evolvendo, richiede maggiori conoscenze, molteplici capacità e differenti competenze. 
Trascorso il primo periodo di transizione senza problemi, le discrasie iniziano a verificarsi con la “rivoluzione culturale” della fine degli anni ’60, che, forzando l’interpretazione dell’assunto “La scuola è aperta a tutti” dell’articolo 34 della Costituzione la trasformò nel concetto di scuola “unica e uguale per tutti” con l’erronea valutazione che una scuola uguale per tutti poteva renderci uguali e abbattere le barriere sociali e culturali creando una nuova classe dirigente capace di affrancarsi dai superati concetti e valori del periodo precedente.
L’errore, a mio parere, risiede proprio in questa forzata interpretazione dell’art. 34 perché ciò ha significato la messa in moto di un processo di appiattimento verso il basso perché la ricchezza, sia materiale che immateriale, risiede nella diversità e non nella uniformità. Poiché esistono intelligenze pratiche e intelligenze teoriche, con questa riforma sono stati costretti a frequentare la stessa classe, a seguire gli stessi programmi, a studiare le stesse materie ragazzi che avevano aspirazioni completamente diverse: si son trovati nelle stesse classi il ragazzo che voleva fare il meccanico piuttosto che l’elettricista assieme a quello che aspirava a fare l’avvocato piuttosto che l’ingegnere o il pilota. Ma far frequentare la stessa scuola e la stessa classe a ragazzi con aspirazioni, personalità, intelligenze e prospettive di vita diverse è stato un grande errore perché le scuole invece di indirizzare, orientare e promuovere le differenti personalità degli alunni ha svolto un’azione di spersonalizzazione, di appiattimento, di coercizione continua e di violenza sulle personalità che ha portato ai risultati che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi, leggiamo sui giornali o apprendiamo dai diversi mezzi di comunicazione.
La scuola, disconoscendo, con questa e altre riforme, la ricchezza della diversità ha fallito ogni meta.
Allora, con il senno del poi, visto che ormai quelle barriere della metà del secolo scorso sono state abbondantemente superate, non sarebbe il caso di tornare, adeguandolo ai tempi, alle nuove tecnologie, ai nuovi mestieri che nel frattempo hanno preso vita, a quella separazione tra “scuola media” e “scuola di avviamento”!

Infine l’ultimo mutamento della scuola superiore, attuato dalla riforma Gelmini che ha riunito in un unico indirizzo i licei artistici e gli istituti d’arte con l’aggiunta degli indirizzi di musica e danza, ha aggravato ulteriormente il problema dell’ambito artistico mescolando le diverse e differenti espressioni. Per quanto sopra sarebbe certamente un bene tornare a separare i percorsi di studio dei Licei artistici da quelli degli Istituti d’arte perché esistono ragazzi che vedono con gli occhi delle mani e altri che vedono con gli occhi della mente ed è bene che queste differenti personalità siano parimenti potenziate. Le contaminazioni tra le differenti espressioni (arte, musica, danza, cinema, teatro, ecc.) non sono da rigettare ma vanno attuate -eventualmente- nel momento professionale e non in quello didattico di acquisizione dei linguaggi e formazione delle singole e differenti personalità degli studenti.

Elio Fragassi

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