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Io, che vivo il carcere, difendo la Cancellieri - di Gino Rigoldi

Il cappellano dell’istituto penale per minorenni Beccaria di Milano: «Anch’io dico “Contate su di me”»
 «O tutto o niente»: questo sembra essere diventato il principio di coloro che si sono impegnati a giudicare la frase pronunciata dal ministro Cancellieri. Ha aiutato una persona? Non basta. Ne ha aiutate 100? Non basta ancora. Ha segnalato mille casi? Non basta, non basta.
Deve interessarsi di tutti. Non ce la fa? E allora meglio non occuparsi di nessuno. Dietro questo ragionamento c’è l’invidiabile convinzione che sia possibile stabilire in Terra il perfetto mondo di Dio o della Dea Ragione, un paradiso nel quale nessuno si ammala, nessuno sbaglia, nessuno muore. Io invece sto dalla parte del ministro Cancellieri. Sarà per i miei 40 anni passati a cercare di aiutare i ragazzi del carcere, sarà perché, come lei, non sono riuscito a dare una mano a tutti, ma mi sento molto più vicino ai suoi limiti che non a quella sconfinata volontà di potenza che mi sembra animare i critici del ministro.
Sarà anche perché io vengo chiamato un «uomo di Dio», cioè un uomo che cerca Dio e quindi abituato a non sostituirsi mai a Lui, ma posso assicurarvi che la nostra opera si svolge nella storia, nei confini tracciati dai nostri limiti che pur cerchiamo, umanamente, di superare. Lì possiamo fare qualcosa. Forse in un universo parallelo ci sono altri sistemi di riferimento, ma nel nostro mi pare che la vita si determini nello spazio che si crea tra il tutto e il nulla. So anche che questo semplice pensiero non può pretendere di convincere tutti, sarei in contraddizione, ma spero che almeno qualcuno voglia rifletterci.
Altri sono invece impressionati non dai ragionamenti ma da un aspetto ritenuto scandaloso: il ministro si è interessato a una donna ricca, e i ricchi, per definizione, non soffrono e non possono avere amicizie. Ma c’è di più, di più: persino il figlio del ministro è ricco, ha guadagnato milioni di euro. Deve esserci certamente un torbido nesso. Io, che notoriamente non sono un esaltatore delle ricchezze materiali se non vengono almeno in parte impiegate per aiutare quelli meno fortunati, non riesco però ad accodarmi a questa orgia dell’invidia, a questa esaltazione della maldicenza.
Se il dibattito comincia, e per la maggior parte dei casi si ferma, con una malevola insinuazione, possiamo ancora definirlo «politico»? Al contrario, dopo aver visto tanti ministri della giustizia andare avanti per inerzia, abbiamo finalmente un ministro concreto e competente, impegnato con grande determinazione a migliorare le incivili condizioni di vita dei detenuti italiani. Basta leggere il testo della legge da lei voluta, superficialmente chiamata «svuota carceri»: si parla finalmente di pene alternative, di lavori di pubblica utilità, non solo di scarcerazioni anticipate. È un ministro che entra nei penitenziari, incontra i detenuti, addirittura li ascolta, e poi decide. Poiché non è ancora venuta a trovarci al «Beccaria» dovrei forse dire che non dovrebbe andare da nessun’altra parte? Infine, la frase incriminata: «Contate su di me». Espressione di umanità o di un disegno criminoso? Quante volte l’ho pronunciata io stesso ad amici e parenti di qualche mariuolo: «Contate su di me, vostro figlio non sarà lasciato solo». Oh, certo, è una frase che deve essere stata pronunciata anche da Totò Riina e Al Capone. E dal ministro Annamaria Cancellieri.
Don Gino Rigoldi, cappellano dell’istituto penale per minorenni Beccaria di Milano

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