Simenon: raccontarsi per raccontare - di Laura Alberico

Simenon riesce sempre a stupire e lo fa con il garbo del galantuomo, la compassata indifferenza del provinciale, la freddezza del chirurgo in sala operatoria, la semplicità e l’innocenza di un bambino che apre il regalo atteso da tempo.
Poliedrico e versatile analista dei sentimenti li sfiora  senza consumarli, è spettatore e attore di un tempo ciclico che non può in alcun modo essere modificato perché su di esso e sulle vite dei personaggi aleggia una nuvola gravida di pioggia.
Ad ognuna delle sue “creature” artistiche conferisce dignità o disprezzo sostenuti sempre  dalla  malinconia insanabile che ha le radici  nei profondi meandri dell’animo umano. Dall’amalgama di questi sentimenti sgorga sempre la “piètas”, il senso di compassione che restituisce ai perdenti l’ultima possibilità di redenzione e di riscatto. L’assenza di giudizio per le vicende umane più o meno felici rappresenta un aspetto significativo dello stile narrativo di Simenon. Tutti i suoi personaggi riescono a comprendere il mondo e la vita ma  si lasciano trascinare dagli eventi come in un fiume in piena, lasciando tracce di vita vissuta, esili  ragnatele nelle quali il tempo tesse la sua trama. Il tempo ideale e reale si consuma senza perdere il colore e il calore intimo delle stagioni, una scoperta-rivelazione della memoria degli uomini e delle cose a loro appartenute. La sottile malinconia e la solitudine affiorano sempre prepotenti con il gusto amaro della fine che, come un velo pudìco, copre ogni volta il passato e il suo ricordo.
Laura Alberico

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