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Un nuovo mestiere: addestratore per i quiz Invalsi - di Lucio Garofalo

 Capita a volte di incontrare e conoscere una nuova persona che, per curiosità, mi chiede: “Ma che lavoro fai?”. Allora io rispondo, in modo ironico e quasi insolente: “Una volta insegnavo, ora faccio l’addestratore di giovani concorrenti per i quiz dell’Invalsi”.
Ebbene, la mia risposta, ancorché sarcastica e provocatoria, non è affatto distante dalla realtà, anzi. Il guaio peggiore è che, ovunque mi sia trovato, in qualunque ambiente scolastico abbia avuto l’occasione di prestare servizio, ho potuto ravvisare un numero crescente di colleghi e colleghe a cui sembra essere addirittura gradita questa “mansione professionale”, o quantomeno pare accolta supinamente e pedissequamente.
Mi riferisco anzitutto all’obbligo di preparazione degli studenti ai quiz predisposti, ma soprattutto imposti e calati dall’alto, dall’istituto Invalsi. Un carrozzone di stampo assistenzialistico e clientelistico, assolutamente inutile e costoso, gradito soprattutto ai funzionari ministeriali, ai burocrati e ai capi d’istituto, in particolare ad un certo tipo di dirigenti scolastici, cinici e affaristi, paternalistici ed opportunisti, arrivisti e carrieristi.
Penso altresì alle attribuzioni, indubbiamente necessarie, connesse alla vigilanza degli alunni, nonché alle mansioni di “parcheggiatore” per giovani disoccupati permanenti o, peggio ancora, ad una sorta di “ufficio di collocamento” al servizio di giovani “precari cronici”. Purtroppo, l’azione educativa è, per mille ragioni, sempre più avvilita, mortificata e sacrificata nelle sue prerogative, a partire da chi governa (male) la scuola.
Non che io nutra sentimenti di nostalgia per un prototipo di scuola concepita in maniera tradizionalistica, ossia in forme cattedratiche e professorali, come uno strumento di indottrinamento e trasmissione unilaterale (che presuppone un atteggiamento ricettivo assolutamente passivo da parte dell’allievo) di un sapere squisitamente nozionistico, formato da cumuli di contenuti disciplinari aridi, accademici e pedanti, attraverso metodologie didattiche che sono di stampo esclusivamente astratto e verbalistico. Anzi.
Penso, al contrario, ad una professione sociale che sia altamente edificante e gratificante sotto ogni punto di vista, culturale, morale, affettivo e via discorrendo, tanto per i docenti quanto per i discenti, ad un esercizio intellettuale di autentica democrazia diretta, di confronto critico e dialettico tra i soggetti che sono i principali protagonisti del rapporto di insegnamento/apprendimento. Un processo interattivo e consapevole che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe svolgere un compito altamente formativo a 360 gradi, ovvero una funzione di carattere creativo con finalità educative.
Non a caso, il concetto di educazione discende dall’etimo latino e-ducere, che significa letteralmente trarre fuori e si riferisce ad un ruolo professionale che persegue lo scopo primario della formazione integrale, e non equivale all’atto dell’indottrinare o del riempire la testa di nozioni, bensì al compito di aprire e liberare la mente. In ultima analisi, l’impegno educativo consiste in un’opera di emancipazione globale dei giovani, anzitutto sul versante della coscienza civile e politica, nel senso più nobile del termine.
Lucio Garofalo

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